5.09.2007


Dalle Sinistre Ds al Partito Democratico: scelta di migliaia di compagni

“Diciamo a Mussi: migliaia di compagni della Sinistra hanno scelto di restare nell’Ulivo e saranno forza di dialogo e unità”. Lo afferma Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell’associazione “Sinistra per il PD”, all’indomani della fondazione, a Roma, del movimento “Sinistra Democratica” degli ex diessini Mussi e Angius.

“Abbiamo il massimo rispetto per tutti i compagni che hanno sancito a Roma la loro scelta, - continua Ferrari - che d’altra parte abbiamo considerato inevitabile per loro da tempo, e proprio per questo motivo chi di noi è iscritto ai Ds decise di non sottoscrivere le mozioni di minoranza. Una scelta che ci ha portato con tanti altri compagni non iscritti a nessun partito a promuovere una nuova associazione che è per il PD, per farlo nascere nel migliore dei modi con dentro anche le culture della Sinistra. Chi come noi ritiene un dovere restare nell'Ulivo si impegnerà perché tutto il centrosinistra sia unito nel sostegno al Governo e cambiare il paese. Per questi obiettivi, è bene ricordarlo, un grande numero di compagne e compagni provenienti dalle esperienze della Sinistra dei Ds di questi anni, dal Correntone in poi, è oggi ancora all'interno dell'Ulivo e intende provare a fare il nuovo Partito Democratico”. Ferrari conclude: “E’ una scelta di migliaia di persone e rappresenta una forza per il dialogo e l'unità, una ricchezza per tutti, non solo per il PD”.

5.05.2007

Una voce da sinistra per il PD
Un contributo di Marco Mazzoli*

Il dibattito congressuale dei DS e della Margherita conclusosi con l’avvio della fase costituente del partito democratico ha avuto momenti di tensione emotiva. All’interno di grandi forze politiche e sociali che tanto hanno contribuito alla storia dell’Italia repubblicana esisteva un certo comprensibile timore di perdere i propri riferimenti culturali e di valori e i contatti con la propria base di riferimento e con la società civile.
Si potrebbe osservare, come è stato fatto, che la varietà di esperienze culturali e di percorsi politici è una ricchezza e non un punto di debolezza, che questa, fase, come altri momenti di cambiamento storico, pur essendo sofferta, è destinata a portare frutti visibili per la politica e la Società italiana negli anni a venire. Tutto questo è vero, anche se i genuini e sinceri timori di perdere valori ideali, radici e riferimenti culturali meritano rispetto e una risposta adeguata, che va data con chiarezza e senza timidezza, cercando luoghi sereni di confronto.
Una parte molto significativa della Sinistra DS ha scelto di non aderire al P D, proprio per questi timori. Un’altra parte della Sinistra DS, insieme ad indipendenti (come chi scrive) e ad altre espressioni della società civile ha scelto di aderire al PD, con forte convinzione, che deriva da diverse considerazioni.
La prima di queste considerazioni è legata al fatto che la tutela dei ceti sociali più deboli, dei lavoratori e l’azione riformatrice per una società più giusta e solidale debbano essere perseguiti in modo non ideologico, con la capacità critica e obiettiva di attingere dall’esperienza storica e culturale di altri, che hanno perseguito questi stessi obiettivi proveniendo da esperienze ideali, politiche e culturali diverse.
Nessuno può negare che il processo storico di costruzione del Welfare State in Italia, la legislazione sociale di tutela del lavoro, degli anziani e dei ceti più deboli della società sono stati costruiti storicamente grazie all’opera di persone di diverse provenienze e non di una sola provenienza: è innegabile il contributo dei padri costituenti e di grandi personaggi politici di ispirazione cristiana, oltre che socialista e laica.
Nel mondo moderno sarebbe assurdo e disonesto, per qualsiasi parte politico-culturale rivendicare un’unicità di meriti nel perseguimento di una società più giusta e solidale.
Così come sarebbe assurdo e disonesto negare che spesso le soluzioni normative e politico-istituzionali ai complessi problemi economico-sociali della società moderna spesso provengono da un dibattito a più voci, dove si costruiscono soluzioni e si confrontano in modo collaborativo (come possono fare persone dello stesso partito e non di partiti in competizione tra di loro) idee anche diverse ma accomunate uno stesso obiettivo e dai comuni valori etici di solidarietà, pace, sviluppo da perseguire con il coinvolgimento dei lavoratori e delle imprese, lotta per la legalità e tutela dell’ambiente.
Ciò che ha sempre accomunato le forze democratiche e riformatrici nelle varie fasi storiche è la ricerca della mobilità sociale. Per la mobilità sociale erano i liberali ottocenteschi, i movimenti socialisti e socialdemocratici degli inizi del Novecento, i dissidenti che lottavano contro il sistema sovietico e i riformatori cristiani, laici e socialisti che hanno contribuito alla costruzione del Welfare State in Occidente. Tutti accomunati dalla valenza etica che la ricerca della mobilità sociale comporta e da un profondo spirito democratico. Ce n’è di che fare un partito.
Ciò scritto, noi come “Associazione della Sinistra per il Partito Democratico” siamo impegnati a sostenere questi argomenti, ma sono tutte le grandi forze dell’Ulivo che devono ritenere un proprio compito disegnare gli ampi connotati riformatori e progressisti per il nuovo partito.
Solo così si sarà in grado di mobilitare le coscienze della società civile.
Solo così il PD affermerà il ruolo centrale di timone per tutta l’alleanza dell’Unione e non correrà il rischio di ridursi, perché troppo esposto al centro, ad una parzialità, insufficiente per riaffermare il bipolarismo.


*Università Cattolica del S. Cuore,
dell'Associazione della Sinistra per il Partito Democratico

4.26.2007

La fase costituente del PD.
Un intervento di Ferrari e Zanzotto.


I congressi di Firenze e Roma hanno appassionato e convinto.
Si avverte un clima diverso, meno lontananza ed un interesse diffuso.
Non si placa tuttavia una insistita campagna mediatica contraria.
Il PD può segnare una ripresa di ruolo della politica, e a molti non piace.
Fino a che il progetto del "Partito Democratico" poteva essere scambiato con la piattaforma per dividere il centrosinistra, e renderlo più condizionabile dall'economia e dai corporativismi, non sono mancati certi alleati.
Dopo il voto del 2006 è apparso evidente che la sua funzione, persino oggettivamente, è ben diversa.
Quella di ridare speranza a chi sente nemico il presente, non solo teme il futuro.
E, per dirla chiara, quella di sostenere un Governo che gioca una partita decisiva per l’Italia, e la cui maggioranza raccoglie tutte le sinistre.
Il PD nasce per garantirgli una immagine più nitida, leggibile, non per ipotizzare alternative, tempi supplementari alla vecchia politica, conservatrice ed impotente.
Anche questo a qualcuno non piace.
E’ qui il motivo di una offensiva che punta a permettere solo la nascita di una forza azzoppata a sinistra, che eventualmente sia la salmeria di un nuovo centro, non il riferimento del cambiamento.
Bisogna prenderne atto. Non per rinchiudersi, ma per aggregare, per chiamare a raccolta le grandi sorgenti, le realtà più vive e dinamiche dell'impresa e del lavoro.
A questo fine serve chiarezza sui tempi e sui contenuti.
Sui tempi: a metà del guado l'acqua è più alta e le correnti contrarie più forti. Bisogna accelerare il passo. Non fare più nulla divisi, arrivare all’ elezione dell’assemblea costituente con una pratica di lavoro comune già in piedi.
Sui contenuti: l'azione del Governo è una risorsa e l'alleanza dell'Unione non è una condanna.
Dagli interventi per la dignità e la sicurezza del lavoro, alla politica internazionale di pace, per l'Onu ed i diritti umani in ogni parte del globo, ai Dico, alle recentissime scelte sull'integrazione del fenomeno migratorio, a beneficio dell'Italia: tutto dimostra che si può e si deve continuare.
L'Italia del cambiamento può ritrovarsi e diventare una maggioranza più forte e convinta.
Non è facile, ma "si può fare". E il PD è l’unico a poterla realizzare.
Si nota però uno iato, una separazione fra le aperture della relazione e delle conclusioni di Piero Fassino a Firenze, e una certa apnea, una debolezza nel prendere l’iniziativa, che si vede nel corpo dei partiti.
Alla base, i sentimenti di preoccupazione (Che fare adesso? Con chi? Con quali “direttive?) sono inevitabili ma vanno presto superati.
Al vertice, invece, essere in “stand by”, vuol dire riaprire il fuoco sulla leadership, azzerare tutto per non cambiare nulla.
No. Chi lavora, come noi, nel mondo delle associazioni, nella società civile dell’Ulivo, sente il bisogno di gruppi dirigenti protagonisti, e al lavoro, nei partiti, a Roma e nei territori.
Ma è viva la società civile? Sono credibili le associazioni? Le loro truppe non sono ancora l’elenco dei popoli e delle navi che raccontò Omero, ma danno già un segnale. C'è un mondo che può fare la sua parte.
Nell'anno 2002, quando l'opposizione culturale e sociale al berlusconismo, fu capace di "scuotere l'albero", ridiede coraggio all'Ulivo e contribuì a mettere le premesse della vittoria del 2006, si mostrò la realtà dei cosiddetti "ceti riflessivi", esigenti e radicali, ma unitari.
Sono gli stessi che, in larga misura, hanno determinato la bella affermazione
nel Referendum per la difesa della Costituzione.
I loro valori, la loro voglia di impegno sono decisivi per il Partito Democratico.
E grande, insostituibile, è il contributo che bisogna sollecitare dal mondo dei lavori, e del sindacato.
A momenti di iperpoliticizzazione sembra subentrata, qui, una attesa che però non è silenzio, è richiesta di risposte, innanzitutto ai “democratici”.
Bisogna reagire di fronte a chi vuol spendere le soggettività dei movimenti per “battaglie” minoritarie, magari per ereditarne qualche “quadro” dopo inevitabili sconfitte.
Ma I movimenti non vanno sottovalutati e altrettanto sbagliato sarebbe pensare che il PD possa farne a meno. Sarebbe un errore dalle conseguenze lunghe. Abbiamo tutta l’intenzione di essere nel “partito nuovo”, proprio perché vogliamo che non lo si commetta.

Davide Ferrari , Fabio Zanzotto
dell’Associazione della Sinistra per il Partito Democratico

La fase costituente del PD.
Un intervento da Bologna

Ho visto molta passione nei congressi dei Ds di Bologna. Una forza vera, più grande del perenne infuriare delle tempeste mediatiche. A questa passione si unisce quella dei tanti che hanno costituito comitati, circoli, associazioni, luoghi di discussione.
Può non piacere a tutti, e all’informazione evidentemente non interessa, ma nei mesi scorsi si è davvero mosso un pezzo di società civile bolognese. Dovunque si parlasse di Partito Democratico, dalle assemblee dell’ “Associazione della Sinistra per il PD” a quelle uliviste doc dell’ “APD”, abbiamo visto molte persone e molta attenzione.
Occorre la massima apertura, il riconoscimento del contributo di tutti. E’ il momento di includere, di rendere protagonista chi vuole partecipare.
C’è chi ha ironicamente detto che , nella nuova formazione politica, “ le correnti non saranno tre , ma trentatré”.
Ma non voleva qualcun’altro, e non sbagliando del tutto, che nel progetto del PD entrassero:”cani e porci”?
Non preoccupiamoci del pluralismo.
Il “Tavolo dell’Ulivo”bolognese si è dimostrato uno strumento importante. Nato un po’ freddamente, via via, riunione dopo riunione, ha registrato l’adesione di nuovi gruppi. E tanti vogliono ancora aggregarsi. Soprattutto provenendo dai Comuni, dai Quartieri, da territori specifici, e dai grandi luoghi del lavoro e dello studio.
La massa critica sta crescendo. E può e deve crescere la qualità. Sarà l’antidoto migliore alla diaspora e al dubbio.
Ritroveremo chi ha dissentito non inseguendolo ma dandogli spazio in comitati ed iniziative larghe e coinvolgenti.
Pensiamo a chi ha militato nelle sinistre dei DS.
Molti sono già al lavoro, alla base, con le proprie idee, per il nuovo PD, altri restano critici ma scettici circa l’opportunità di costituire nuovi partiti minori.
Allora il punto non è la polemica o la diplomazia, ma l’iniziativa.
Partiamo dai contenuti. Soprattutto qui a Bologna, dove la storia della Sinistra è gigantesca ed ineliminabile, Guai a voler anche solo dare l’impressione di pensare prima di tutto a delimitare le zone d’influenza, a piantare paletti, ad attribuire ed ad attribuirsi etichette finalizzate solo a posizionamenti futuri.
Molto c’è da dire e moltissimo da fare.
Prendiamo ad esempio, ma non per caso, il tema della dignità e della sicurezza del lavoro.
I congressi, da Bologna in su, hanno votato unanimi un impegnativo “odg”. Il tavolo dell’Ulivo ha prodotto un testo ricco e articolato.
Che ne facciamo? Dove li traduciamo in iniziative?
Il “ partito nuovo” può essere un modo nuovo per affrontare proprio i temi che sentiamo nella spina dorsale dell’identità di uomini e donne di Sinistra.
Le parole di Anna Finocchiaro: “io non ho paura”, sono state molto convincenti. Dobbiamo dirlo tutti insieme: non abbiamo paura di aprire sedi nuove, gruppi, a superare l’attimo dell’apnea (il “ che posso fare qui, nel mio Quartiere, con la mia sezione? Che devo fare? Chi me lo deve dire?”). Fare politica non è imitare in sedicesimo l’eloquio dei leaders ma prendere l’iniziativa. Fare fiorire cose nuove. Se non saranno cento fiori siano non meno di novantanove.

Massimo Meliconi
L'Unità 26 Aprile

4.25.2007

Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive.
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Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma 23 Aprile 2007

Gramsci: un classico del pensiero mondiale. "Ha insegnato il dovere di impegnarsi ed il coraggio di innovare".
Manifestazione dell'ASPD.

Il prof. Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell'Associazione è intervenuto , questa mattina a Firenze ad un incontro promosso per discutere sulle identità e culture della Sinistra.
E' stata l'occasione per ricordare e attualizzare la figura di Antonio Gramsci
nel 70° anniversario della morte.(27 Aprile 1937).

"Antonio Gramsci è figura più grande delle stesse vicende politiche, pure rilevantissime per la storia d’Italia, delle quali è stato protagonista.
E’ ormai riconosciuto come un classico del pensiero filosofico e politico, in tutto il mondo.
Tuttavia due sue scelte, di ricerca e di vita, paiono oggi particolarmente attuali.
La prima è quella che ha insegnato la necessità di prendere parte, di impegnarsi.
L’intellettuale non può restare distante dalla vita politica del suo paese, dal mondo nel quale vive e dal quale il suo pensiero trae alimento.
La seconda è invece quella del coraggio dell’innovazione.
Il coraggio che Gramsci ebbe, con i giovani della sua generazione, di opporsi al fascismo in nome di una cultura nuova, che non ripetesse i riti ormai logori del positivismo e del progressismo dei quali la sinistra del suo tempo era ancora prigioniera.
E il medesimo coraggio lo ebbe nel riflettere sulla sconfitta di quella generazione iniziando a scrivere, dal carcere, della lunga ed articolata lotta per la democrazia come sostanza del socialismo.
Per questo non è indebito ricordarlo oggi anche in una sede politica come la nostra. Per questo Gramsci ci parla ancora oggi, con idee vive. Si è ironizzato anche troppo sul Pantheon del Partito Democratico. a me piace dire che dobbiamo portare con noi il suo coraggio nel Partito da costruire".

Per l'ufficio stampa
M. B.

info@sinistra.pd.it
www.sinistra.pd.it

4.24.2007

Distacco di Angius: un errore grave.
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Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma, 24 Aprile 2007


Stare da Sinistra nell'Ulivo è possibile e necessario.
Accelerare la fase costituente per aggregare e interrompere diaspora.

"La scelta del Sen. Angius, che stimiamo, di lasciare i Ds per non partecipare alla costruzione del PD è un errore grave"
Dichiarano così Davide Ferrari, consigliere comunale di Bologna, e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera di Milano, del coordinamento nazionale dell'ASPD.
"Non entriamo nel merito del dibattito interno ai partiti dell'Ulivo, ma chi ha posizioni più di Sinistra deve dare il suo contributo per ancorare il nascente Partito Democratico su temi come la pace e la politica internazionale, il lavoro ed i diritti della persona.
Così si contribuisce a rendere più forte tutta la coalizione, oggi troppo divisa, che regge il Governo Prodi.
Se non lo si fa si indebolisce non solo il PD ma tutta l'Unione.
Ci sono centinaia di migliaia di militanti ed elettori dell'Ulivo che vogliono posizioni nette, ma sui contenuti, non sulla astratta geometria degli schieramenti interni.
Questi cittadini vogliono partecipare e non dividere.
E' oggi ancor più urgente avviare con la massima rapidità la fase costituente per aggregare e non proseguire in una diaspora francamente negativa"


Per l'ufficio stampa
M. B.

www.sinistra.pd.it
info@sinistra.pd,it

4.23.2007

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Chi è di Sinistra può restare nell’Ulivo, a pieno titolo.
Non un’altra corrente, ma un’associazione libera, per portare nuove idee.

NOTA STAMPA. Roma, 20 Aprile 2007

La grande partecipazione al Congresso nazionale dei DS, al quale siamo presenti come delegazione, indica che, nonostante le difficoltà, ci sono le forze per andare avanti, portare a compimento il progetto di un nuovo e unito
Partito dell’Ulivo.
Abbiamo apprezzato il netto ribadimento della collocazione internazionale del PD a Sinistra e non al centro.
Così pure il richiamo alla centralità del mondo del lavoro, al ruolo delle sue organizzazioni, in primo luogo la CGIL.
Chi è a Sinistra non soltanto può restare nell’Ulivo, a pieno titolo, ma ha una grande responsabilità, quella di non viversi come una nuova componente o corrente, l’ennesima, ma essere lievito e contribuire a portare avanti nuove idee.
E' fondamentale che si apra subito la fase costituente del Partito Democratico caratterizzata dall'apertura e da una nuova militanza, da un impegno nuovo.
La cultura italiana, gli intellettuali devono sentire il proprio compito.
Per questo abbiamo scelto di portare nei congressi di DS e Margherita ai quali abbiamo partecipato, temi come la laicità , concretizzata in proposte per l’integrazione nella scuola pubblica, la dignità e la sicurezza del lavoro, di straordinaria e drammatica attualità sociale ma ancora troppo fuori dalla politica, la battaglia per la messa al bando in tutto il mondo della pena di morte, dove la Sinistra deve essere più presente e non delegarla solo all’impegno pur lodevole dei Radicali ed all’azione internazionale del Governo.

Nati da un’esperienza, vasta e coinvolgente, a Bologna e nell’Emilia-Romagna, l’ Associazione nazionale è ormai in 12 regioni, con oltre 2000 partecipanti. Fra le dichiarazioni di sostegno più significative, concretizzate proprio in queste ore di Congresso quella di Giuliano Montaldo.

Davide Ferrari
Laura Renzoni Governatori
Fabio Zanzotto

www.sinistra.pd.it, info@sinistra.pd.it, T. 333 4275771, F. 051 521513

4.20.2007

Schizofrenia del quotidiano.
Riflessioni varie ed eventuali intorno all’eutanasia
.

Il mio primo pensiero, dopo il titolo, è brusco.
Così sostituisco il termine eutanasia per chiamare l’argomento di cui tratto con un nome crudo e nudo.
Morte.
Qui si parla di morte.
Uno dei pochi e radicati tabù rimasti nella civiltà occidentale, più del sesso. Provate a parlare di sesso tra amici; magari chi con battute, chi con scandalo a vari livelli di sopportazione, ma se ne parla.
Provate ora a parlare di morte. Non nel senso della notizia della morte di qualcuno. Ma della morte. Della nostra fine. Credo che nel giro di pochi minuti andrete incontro a due possibilità: vuoto intorno a voi, ricovero in struttura psichiatrica.
Perché? Un grande storico francese, Philippe Ariès, lo spiega bene nel suo saggio, “Storia della morte in occidente”, sul quale non mi soffermo appunto per non farvi fuggire, ma che cito per i più curiosi.
Qui mi preme sottolineare un dato interessante e contraddittorio che riguarda i nostri tempi.
La prima considerazione: nel corso della storia, siamo passati da una morte cosiddetta “addomesticata”, vissuta come evento collettivo, e “romantica”, ad una morte “negata”.
Oggi la morte viene considerata un tabù di cui non parlare, da nascondere, così come si deve nascondere la sofferenza, sua grande alleata. E non si muore più in casa, ma in ospedale. Nascosti.
E questo introduce il secondo aspetto: grazie ai progressi della medicina e della scienza in generale, la morte è diventata anche “medicalizzata”, spostata oltre il suo argine. La medicina costringe a vivere persone che un tempo sarebbero già morte.
Forse tutto è iniziato con il rene artificiale. Fino a pochi decenni fa’, l’uricemia da insufficienza renale intossicava l’organismo e procurava la morte. Poi è arrivata la macchina cuore/polmoni, la nutrizione con sonda gastrica o endovenosa. Lo stesso arresto cardiaco non è più segno di morte certa, perché il cuore può essere defibrillato. Tanto è vero che noi medici abbiamo spostato la definizione di morte sul criterio di cessazione irreversibile e completa della funzione cerebrale.
Ecco allora, da un lato, la paura della morte, il desiderio di nasconderla, e, dall’altro, la facoltà di prolungarla oltre i suoi limiti naturali. Questo è il respiro affannato che caratterizza la nostra società. E forse giustifica in parte la schizofrenia che viviamo nei nostri tempi. E che si riversa anche sui dibattiti intorno all’eutanasia.
E allora facciamo un passo indietro. Cos’è la vita?
A prescindere da opzioni religiose, che personalmente non mi riguardano, per l’uomo, ma credo anche per gli animali superiori, la vita coincide con la consapevolezza del sé.
L’uomo acquisisce questa consapevolezza. Il neonato è molto più di forma di vita biologica, ma non ha la consapevolezza del vivere, non ha né il concetto di vita, né tantomeno quello di morte.
Allora, quale vita va difesa? La vita biologica, cioè la vita in quanto vita, oppure la vita in quanto consapevolezza del sé? Ovvero, la vita autobiografica, fatta di ricordi, esperienze, ecc.
La domanda è vuota, perché non abbiamo in realtà una visione soddisfacente e completa del concetto vita.
Nessuno considera, almeno in genere, lecita l’uccisione di un neonato, o di un cerebroleso. Qui non si discute affatto di eutanasia razziale o economica-sociale.
Infatti, per quanto agli individui in pieno possesso delle facoltà mentali, alcune situazioni possano sembrare “vita senza consapevolezza”, questa strada è impercorribile. Ma non lo è per dogmi imposti dall’alto, per dettami e divieti fatti cadere dal cielo.
Lo è perché, fin da piccoli, noi agiamo naturalmente per compassione e rispettiamo la vita. O meglio, il dolore. Chi ha figli, avrà avuto modo di conoscere il loro istinto di partecipazione al pianto, al dolore di un altro. Non abbiamo bisogno di ordini dogmatici per capire che la vita individuale, in ogni aspetto, va difesa. Direi anzi che in noi, fin dai primi anni di vita è già presente un abbozzo di etica “naturale”, che ovviamente va coltivata e ben educata dagli adulti.
E invece siamo qui a parlare di spegnere la vita di un individuo. Siamo qui a parlare della possibilità di dargli la morte.
In fondo, stiamo parlando di omicidio o quantomeno di suicidio assistito.
E entriamo ancora più a fondo nella morte, intorno ad un altro tabù che sempre ha accompagnato l’uomo. Un tabù che è ancora più forte del concetto astratto della morte. Uccidere. Aiutare a morire.
Lo stesso giuramento di Ippocrate recita: “Non darò a nessuno farmaci mortali, neppure se richiesto, né mai suggerirò di prenderne”. E ancora oggi il Codice Deontologico Medico è ben chiaro nel condannare l’eutanasia. Tuttavia se Ippocrate scriveva questo, vuol dire che già allora c’era un problema. Il medico poteva essere la forbice che taglia la vita.
Eppure il tabù dell’omicidio in assoluto è rimasto forte, più forte di quello di eliminare la sofferenza o comunque un residuo di vita con scarsa dignità.
Se oggi riusciamo in modo più o meno valido ad arginare il forte dolore di un malato terminale, questo non basta a negargli il diritto alla morte, se la sua vita è un filo diretto da macchine di sopravvivenza.
Prima ho citato Ippocrate. Ora voglio dare un’altra citazione, dell’inizio del diciassettesimo secolo: “il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche quello di calmare i dolori e le sofferenze legati alle malattie; e di poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla; questa eutanasia è una parte non trascurabile della felicità”. Francesco Bacone, che introduce, per la prima volta, il termine eutanasia.
Allora, dove prendiamo questo diritto di procurare la morte quando l’uomo versa in condizioni di dolore o di perdita di dignità di vita?
Sappiamo che la dottrina della religione cattolica lo nega. La vita è di Dio e solo lui ne dispone, ovviamente attraverso i suoi ministri.
Anche se poi la stessa Chiesa si pronuncia contro l’accanimento terapeutico, cioè contro l’ostinazione oltre l’evidenza di voler prolungare con la terapia una vita già spenta. E questo era probabilmente il caso di Welby.
A parte il concetto di accanimento terapeutico, e per tornare al tema trattato, personalmente non vedo una differenza, nello scopo finale, tra eutanasia attiva, passiva o indiretta. In ogni caso, il risultato è lo stesso: dare la morte al malato, sia che io agisca, sia che smetta di agire. In fondo, anche desistere da un accanimento terapeutico, che è legittimo, potrebbe essere visto almeno in certe circostanze come una forma di eutanasia passiva. Si tratta in entrambi casi di un comportamento omissivo del medico, ovvero del non fare, che placa gli animi e la fede.
Inoltre, mi domando, se la vita è di Dio e deve seguire la Sua volontà, non siamo già peccatori quando rianimiamo un uomo? Non dovremmo in fondo lasciare che Dio se lo prenda invece di sottoporlo a dialisi, a trasfusione?
E, invece, se possiamo prolungargli la vita con questi strumenti, non possiamo anche capire che quando una vita prosegue solo fasciata da dolore o nuda di ogni dignità ha il diritto ad essere spenta?
Uno studio pubblicato sul Lancet, nel 2003, svela che il 23 per cento dei decessi in Italia sarebbe da attribuire a decisioni mediche che abbreviano la vita.
Il malato dovrebbe avere la facoltà di difendere la qualità della propria vita anche in prossimità della morte, di affrontare l’eutanasia, se la malattia o i macchinari che la stabilizzano riducono ad un nulla la qualità dell’esistenza.
Questo ragionamento si basa su un principio forte, radicato, frutto delle conquiste più importanti. Il principio di autoderminazione.
Le sue origini sono lontane. Solo per citarne alcuni tratti recenti: art. 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità …”; art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo …”; e ancora: nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori se non per casi imposti per legge (casi rari). Infine, rimando alla convenzione di Oviedo, approvata dal Consiglio Europeo nel 1997, e in Italia ancora spesso lettera morta, anche se ratificata nel 2001 (Gazzetta Ufficiale del 28.03.01).
Ma soffermiamoci su un altro aspetto del principio di autoderminazione.
La Corte Costituzionale, con una sentenza del 1985, conferma la legittimità di mutare sesso con un intervento chirurgico. Il punto interessante è che la sentenza definisce l’intervento chirurgico come atto terapeutico teso alla realizzazione del diritto alla salute dell’individuo, che, in questo modo, ritrova la sua identità. Ecco la possibilità di modificare, e addirittura mutilare, il proprio corpo, in nome del benessere psichico, possibilità prevalente sull’articolo 5 del codice civile, che vieta gli atti a disposizione del proprio corpo che causino invalidità permanente.
Anche la legge sull’aborto tutela la salute psichica della donna.
Ecco dunque che si procede verso una difesa sempre maggiore nei confronti del principio di autoderminazione dell’individuo. E in particolare, come dimostrato da questi due importanti esempi, vi è una particolare attenzione al benessere psichico. Ancora, sembra che stiamo finalmente assistendo anche alla ricerca istituzionalizzata dell’abbattimento del dolore. Si pensi ad esempio alla recente proposta dell’onorevole Turco, epidurale per tutte le donne in travaglio.
Eppure, quando si parla di diritto a scegliere la qualità della propria vita, oggi tutto questo principio viene infranto da divieti, che sembrano basarsi più sul dogma della sacralità della vita stessa ad ogni costo, più sul tabù cieco della morte, piuttosto che sul buon senso e sul principio di autodeterminazione.
Riflettiamo su un dato.
L’ISTAT informa che su 3.265 suicidi accertati nel 2004, il 50 per cento era dovuto a sofferenza e/o solitudine causate da malattie fisiche o psichiche. Per fuggire al dolore o ad una dignità depredata dalla malattia, queste persone hanno deciso di uccidersi.
Provate a concretizzare per un istante questi dati astratti, a sentire il dolore e l’impotenza che si aggiunge a queste vite già gravemente menomate.
Pensate ai loro cari. Sono infatti molti i casi in cui la persona richiede l’aiuto di un terzo, magari perché impossibilitata a togliersi la vita da sola, o semplicemente perché non sa come fare. Ed ecco dietro una schiera di familiari, amici, medici.
E la legge, la nostra legge, come giudica questi casi?
In Italia procurare la morte, sia pure per compassione, è un illecito penale.
L’eutanasia non è mai specificata nel codice, ma rientra in altri reati.
Quando non è richiesta dal soggetto, rientra nell’articolo 375 del codice penale: omicidio volontario.
Se c’è il consenso del paziente, in omicidio del consenziente (art. 579).
Se il medico ha svolto un ruolo importante in una decisione comunque attuata dal paziente, aiuto al suicidio (art. 580).
Anche se di solito, il motivo della compassione, o della pietà, costituisce attenuante della pena, verificabile tuttavia dal consenso del paziente e, ovviamente, fatta eccezione per l’omicidio volontario in cui appunto tale consenso manca.
Ma io vi chiedo: se la malattia lede il principio fondamentale dell’autodeterminazione, non si rende necessario un aiuto per ripristinare questo diritto? Mi spiego, se sono paralizzato e non posso suicidarmi come vorrei, il mio diritto alla libera scelta di cosa fare della vita viene annullato se non ho qualcuno che me lo ripristina con la mia volontà e il suo aiuto concreto.
Non è superfluo ripetere che in questi casi, come sempre dovrebbe avvenire, il consenso dell’ammalato è fondamentale. E si basa ancora una volta sul principio di autoderminazione.
Per questo ben venga anche in Italia l’attuazione del testamento biologico. Una volontà scritta che indichi chiaramente e con consapevolezza guidata dal parere medico, la decisione da prendere nell’evenienza di una grave ed irreversibile patologia che non ci permetta di decidere nel suo manifestarsi.
Attenzione, il testamento può essere redatto anche in “negativo”, ovvero esprimere la volontà di continuare le cure ad ogni costo (fatto salvo per i casi di accanimento terapeutico).
E nel caso di un malato che non può più esprimere la propria volontà? Possiamo rintracciare sue precedenti dichiarazioni, testimonianze, ma non sempre questo è possibile. E allora spesso la decisione è lasciata all’esperienza e alla volontà del medico e dei familiari.
Perché c’è un vuoto normativo enorme, che lascia il singolo caso sulle spalle dell’improvvisazione del medico e sulla sua convinzione personale.
Vi faccio un esempio di confusione sull’onda del caso Terry Schiavo, che credo tutti ricorderete e sul quale si sono scritti enciclopedie di nulla.
Pensiamo a un paziente in coma irreversibile, quello che un tempo era chiamato paziente “sempreverde”.
L’idratazione e la nutrizione artificiale in questi soggetti in stato vegetativo permanente rappresentano un trattamento medico? La definizione è importante, perché in tal caso, persistendo ad alimentarli, potremmo cadere nell’accanimento terapeutico.
Da Ministro della Salute, il professor Veronesi aveva nominato una commissione di esperti che aveva concluso che l’idratazione e la nutrizione artificiale sono trattamenti medici, in quanto viene somministrato un nutrimento come composto chimico, che solo i medici possono prescrivere e che solo i medici o personale paramedico sono in grado di introdurre e controllare.
Ma capite che, in assenza di volontà espresse in precedenza con le cosiddette “dichiarazione anticipate”, o testamento biologico, questa scelta è sempre ardua in un vuoto normativo.
Concludo con una considerazione.
Come abbiamo visto, il bene tutelato non è quello della vita ad ogni costo. Ma il bene salute. Che, dal punto di vista medico-legale, coincide con l’integrità psico-fisica dell’individuo.
Abbiamo anche visto che, in quest’ambito, la tutela psichica della persona sta avendo sempre più importanza.
Ecco, allora vi chiedo, e mi chiedo, se un medico deve tutelare ad ogni costo non il bene vita, ma il bene salute, come può ledere ancora di più questo bene in nome di personali convinzioni?
Mi spiego meglio.
Un medico che si rifiuta di prescrivere la pillola del giorno dopo, un medico obiettore, agisce secondo la propria coscienza, è vero. E la legge lo permette.
Ma non lede in realtà il principio di autoderminazione, la libertà di scelta della donna? Non rischia di causarle un danno enorme? Fisico, psichico e sociale, non solo per una gravidanza indesiderata, ma anche per l’impotenza nell’assunzione di un anticoncezionale irraggiungibile, mentre le ore avanzano, se non trova un altro medico che vorrà prescrivere la ricetta. Perché purtroppo il problema che capita di vivere nel concreto è questo: la mancanza del medico non obiettore.
Su questo ragionamento mi spingo oltre.
Un medico di fronte ad una vita segnata dal dolore, o priva di dignità, una vita che è diventata solo un concetto astratto, si rifiuta di aiutare a morire il paziente. In modo attivo o passivo, qui non importa. Ancora, lo fa per questioni di coscienza.
Allo stesso modo, lede ulteriormente il principio di autoderminazione e l’integrità psichica, se non anche fisica, di quella persona che esprime il desiderio di morire, o che lo ha espresso in passato.
Ecco, allora, mi chiedo se questi medici, che, in nome di una vita da difendere ad ogni costo, antepongono la loro coscienza alla tutela del bene del paziente, della sua dignità, e del suo diritto di autoderminazione, non siano in realtà accusabili di negligenza. Se non si configuri una responsabilità professionale omissiva – ovvero il non fare – di fronte alla richiesta manifesta e motivata del paziente di fronte alla sua patologia.
Si tratta di un pensiero provocatorio, esposto da cittadino e non da medico, di fronte alla carenza concreta, nel quotidiano, di una tutela efficace di chi ha bisogno e chiede aiuto.
Aspetto dunque risposte da uno Stato laico, che indichi il percorso del malato, dei suoi familiari e del medico verso una tutela vera e concreta della dignità della vita. E del saper morire.
In questa attesa termino, prendendomi la responsabilità di tutta la vostra noia e degli sbadigli correlati.

Bologna, 28.04.2007 Giovanni Sicuranza, medico legale

e-mail: homointerrogans@hotmail.it

4.16.2007

Associazione della Sinistra per il Partito Democratico.

Giuliano Montaldo.
Una importante adesione.
Ci giunge l'adesione del regista Giuliano Montaldo alla nostra iniziativa.
Lo ringraziamo dell'attenzione che ci ha rivolto.
Le numerose e qualificate adesioni, in questi giorni che avvicinano l'ormai prossimo congresso nazionale dei DS, a Firenze, sono un segno delle potenzialità del progetto dell'unità dell'Ulivo.

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