3.08.2007

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo di Claudio Nunziata

APPUNTI PER UNA RIFORMA ELLETTORALE

Si comincia a prendere consapevolezza che nessuno dei meccanismi elettorali rappresentativi del voto espresso sia in grado di assicurare con certezza una stabile maggioranza di governo.
A maggior ragione in un sistema bicamerale nel quale è attribuito ad entrambe le camere il ruolo di attribuire la fiducia al governo.
Infatti, se i meccanismi elettorali per ciascuna delle due camere sono diversi, è possibile che si formino delle maggioranze non omogenee ed è quindi preliminare l’esigenza di pervenire ad una riforma costituzionale che attribuisca, come in tanti altri paesi occidentali, ad una sola camera il compito di attribuire la fiducia.
Ma anche prescindendo da quest’ultimo problema, ciascun sistema elettorale è esposto al rischio di non assicurare una maggioranza stabile. In tutte le moderne società occidentali si tende naturalmente a formare uno scarto minimo tra due opposti schieramenti per effetto della ricorrente contrapposizione pressoché paritaria tra gruppi sociali che tendono a conservare i propri privilegi e quelli che tendono al contrario a distribuire il benessere in maniera diffusa. Intorno a questi due opposti filoni politici tende a stabilizzarsi il bipolarismo dei sistemi parlamentari moderni, all’interno dei quali oggi sono raramente presenti partiti o coalizioni in posizione di radicale contrapposizione ad entrambe le coalizioni fondamentali.
Lo scarto minimo lascia spesso un governo che abbia ottenuto la fiducia esposto al rischio di non riuscire a mantenerla ogni volta che all’interno della stessa maggioranza – sia o meno composta da più partiti - si formino delle diversità di vedute su alcune questioni considerate cruciali o si determinino delle assenze dovute a fattori accidentali.
E’, dunque, necessario un meccanismo correttivo che da una parte riesca ad amplificare la forbice tra maggioranza ed opposizione ed all’altra a stabilire un vincolo che impegni in modo più incisivo i componenti di ciascuno schieramento a condividere le scelte dell’intera coalizione.
I meccanismi del premio di maggioranza e della soglia di sbarramento, astrattamente destinati a risolvere il primo problema, se applicati in modo brutale - quale che sia il sistema elettorale (proporzionale o maggioritario) - alterano ingiustificatamente il principio della corrispondenza della rappresentanza con il voto degli elettori.
Questa alterazione, che potrebbe trovare una sua giustificazione in relazione alle esigenze di governabilità, finisce però per riverberare i propri effetti anche su tutti quei provvedimenti legislativi che con il governo e la governabilità nulla hanno a che fare, essendo diretti a tradurre in norma giuridica gli orientamenti della maggioranza democratica del paese (una testa un voto) su temi di natura etica o sistematica (le regole del gioco democratico e regole di convivenza).
Il meccanismo di distorsione del voto degli elettori per assicurare un governo forte potrebbe cioè trovare una sua plausibilità se bilanciato dalla previsione di un altro organismo parlamentare, non impegnato a sostenere la maggioranza governativa, che abbia la possibilità di potere esprimere correttamente il proprio potenziale di rappresentanza democratica.
La strada verso un riequilibrio di questa natura contribuisce a ripristinare il principio del bilanciamento tra potere esecutivo e potere legislativo anche a fronte di un governo forte.
Ma occorrono comunque anche strumenti per ridurre gli effetti brutali del meccanismo distorsivo previsto dalla legge Calderoli, preceduto dal premio di maggioranza della legge Acerbo che nel 1922 aprì la strada al fascismo. Quando si studiano i sistemi istituzionali occorre necessariamente verificare la loro tenuta in mano a persona potenzialmente in grado di abusarne.
La soluzione potrebbe trovarsi in qualche rimedio suggerito dalla matematica complessa che tenda ad amplificare la forbice tra le rappresentanze dei due opposti schieramenti lasciando inalterati i rapporti interni di rappresentanza dei vari partiti che li compongono.
Ma si potrebbe anche immaginare, ad esempio, un correttivo che preveda – quale che sia il sistema elettorale - la progressiva cessione di seggi dallo schieramento o dagli schieramenti perdenti a favore di quello vincente sino a che non sia assicurata una forbice tra i due schieramenti (maggioranza ed opposizione/opposizioni) che risponda ad uno standard prestabilito in grado di assicurare stabilità (ad esempio un decimo dei seggi disponibili).
La cessione potrebbe essere attuata attribuendo sul piano nazionale il progressivo passaggio dalla coalizione perdente a quella di maggioranza dei seggi da quest’ultima persi con il minore scarto possibile (a favore dei candidati arrivati secondi) sino a concorrenza della forbice prestabilita.
Ma una volta alterato il rapporto di rappresentanza del voto espresso con il premio di maggioranza o altro analogo rimedio, non vi vede quale possa essere il motivo di ricorrere anche alle soglie di sbarramento che tendano ad escludere dalla rappresentanza i piccoli partiti. Si tratterebbe di una somma di cautele sovrabbondante.
Il sistema bipolare non è contraddetto dalla presenza di una molteplicità di partiti, ne bastano solo tre che agiscano in piena autonomia per aprire la strada a forme di ribaltamento possibile delle maggioranze. Per evitarlo è sufficiente introdurre una modifica costituzionale che nella camera politica (quella che dà la fiducia al governo) preveda espressamente la sopravvivenza del governo sino ad approvazione di una mozione di sfiducia anche a fronte di un voto contrario determinante proveniente da uno dei partiti che contribuiscono alla formazione della maggioranza ed imponga automaticamente la sterilizzazioni delle funzioni parlamentari e la impossibilità di mantenimento o assunzione di nuovi incarichi di governo agli esponenti di quei partiti che siano venuti meno al dovere di sostenerlo assunto al momento del conferimento della fiducia. Viene meno in tal modo per un singolo parlamentare o un singolo partito la possibilità di condizionare alla promessa di vantaggi il proprio appoggio all’una o all’altra coalizione.
Ma, si dice, una riforma elettorale deve anche tendere ad eliminare la frammentazione dei partiti. Punto delicato dove il ragionamento spesso viene involontariamente inquinato dalla forte determinazione/illusione di potere eliminare con una formula magica una complessità ed una articolazione del pensiero politico che è nelle cose e corrisponde al grado di maturazione politica di un paese.
E’ la storia di questo paese che ha generato come contenitori totalizzanti tanti partiti o tante correnti all’interno di uno stesso partito.
Il partito non viene vissuto come strumento per realizzare degli obiettivi, ma come casa di appartenenza: un modo viscerale, e poco razionale, di fare politica.
Ma tant’è , si tratta di un approccio alla politica che dovrebbe essere superato, ma allo stato è solo possibile scoraggiarlo mediante alcuni accorgimenti che, a mio giudizio, non possono arrivare al disconoscimento di una diversità di fatto esistente democraticamente rilevante..
Credo, personalmente, che questa frammentazione abbia rilievo solo per la incapacità personale di alcuni a controllare le proprie scelte individuali per subordinarle alle decisioni democraticamente assunte nel partito o nella coalizione di appartenenza.
E’ un problema che solo apparentemente o in misura limitata si può contenere con il meccanismo della cooptazione in una stessa lista o in uno stesso partito o mediante il meccanismo di scambio tra consensi e posti di governo o di sottogoverno.
Si tratterebbe comunque di un inciucio non destinato ad annullare la diversità, ma solo a nasconderla come accade con la soluzione del doppio turno.
E comunque la diversità, piuttosto che demonizzata, dovrebbe essere considerata produttrice di continui stimoli destinati ad arricchire il quadro politico e l’azione di governo.
Se all’interno di uno stesso partito o di una federazione è solo una questione di metodo: l’importante è l’accettazione delle differenze e, come nel gioco di coppia, anche la disponibilità a rinunziare alle proprie pretese.

Claudio Nunziata
Bologna, 7 marzo 2007

3.06.2007

Un'invettiva.
Segno dei tempi.....

L'Italia in cui viviamo
di Davide Ferrari

"Prodi è caduto. Viva Prodi !"

"Prodi è caduto, viva Prodi!" Questo è ciò che
penso.
Sono l'unico in tutta Italia'? E' proprio vero che il "paese" odia la sinistra, i "comunisti"?
E' quel che ci dicono a pieni polmoni non solo i residuati bellici del governo Berlusconi ma anche opinionisti in berlina blu, vallette,
bagaglinari, "sinistri che più sinistri non si può", massaie al mercato intervistate dai succubi e dagli incubi di Luca Giurato, benzinai, taxisti romani, "ggiovani" con la birretta sempre in mano ecc ecc ecc.
Se davvero sono l'unico a credere che il
Governo ha fatto bene, che la Finanziaria, anche sommando gli aumenti delle tasse locali, per la prima volta ha favorito e/o comunque non toccato i ceti deboli e quelli medi, che la crescita economica è
ripartita, che all'estero non siamo più i servi sciocchi del superpotente, che abbiamo fatto finire i bombardamenti contro vecchi e bambini in Libano quando tutti stavano a guardare....eccetera eccetera, ebbene, se anche sono l'unico a pensare tutto ciò, sono fiero delle mie opinioni.
Italia fai attenzione. Vogliono accarezzare
tutto quello che hai di più brutto dentro: la paura degli "extra", l'angoscia per il futuro, l'odio per i vecchi se sei un precario, per i ragazzi se sei un sessantenne, il "si stava meglio quando si stava peggio".
Tutto fa e farà brodo per creare confusione e timore e allora, quando la cottura sarà al posto giusto, magari passando per il giogo
di pasticci parlamentari, di governicchi
balneari, allora torneranno.
Non saranno gli stessi di prima, saranno ancora peggio.
Soldi lo Stato non ne ha e il potere ai ricchi
questa volta vorrà dire davvero "tutto il
potere".
Chi sta bene prenderà tutto e si salveranno
solo i grandi, ma piccolissimi rispetto a tutti gli italiani, popoli delle raccomandazioni, delle
prebende, delle corporazioni.
Se non vogliamo questo diamoci da fare.
Un consiglio a Prodi: vai avanti, corri , non
autocriticarti ma attacca.
Ai DS e alla Margherita, non abbiate paura di
rimanere in apnea, divisi e senza potere, andate avanti, provate a fare il Partito Democratico unito, con i cittadini e non solo con voi stessi.
A Rifondazione dico: continua ad avere
coraggio, non fare del tuo sostegno all'alleanza di centro sinistra solo una tattica, approfondisci sul
programma, cambia.
Agli ultrà, se sono giovani, dico di guardarsi
dai "più oltre", anche per la mia generazione fu così.
Molti nostri capetti e leaderini
sbraitavano trent'anni fa nelle aule universitarie e oggi sono gli agit prop di Berlusconi.
Se invece gli ultrà sono vecchi, e
incorreggibili, come i "Turigliatto", i "Rossi" dico loro, senza rancore, "andate in vacanza, una lunga vacanza". La famiglia, i nipotini hanno bisogno di voi".
Accorgetevene. Staremo meglio tutti.

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davideferrari@yahoo.com,
www.davideferrari.org
www.sinistra.pd.it

2.13.2007

Dopo l'assemblea del 9 Febbraio, a Bologna, sulla Laicità
Intervista a Giancarla Codrignani

Insieme ad altri personaggi della cultura come Laura Renzoni Governatori e Rosanna Facchini, lei ha aderito all'Associazione nazionale della sinistra per il partito democratico. Perché questa scelta?

C'è bisogno di luoghi politici che raccolgano persone di sinistra iscritte e non iscritte ai partiti e che non possono essere incluse nei dibattiti interni.
I congressi sono necessari, ma sono finalizzati a determinati recinti.

Quali recinti?
Un congresso, anche per i suoi tempi, non può fare cultura politica. Mentre il cittadino deve avere questo obiettivo come riferimento.

Non le pare che questo apporto esterno al nuovo partito avvenga un po'troppo su base volontaristica? Forse dovrebbero essere i politici stessi acoinvolgere il mondo della cultura.

E' inevitabile che sia così. La socialdemocrazia tedesca ha tenuto insieme personalità che in Italia rappresenterebbo da Bertinotti a Dini, ma noi abbiamo più frammentazione politica, che rischia di accentuarsi ancora. E' necessario trovarsi sui valori fondamentali e credo che solonella società ci siano le necessarie componenti di creatività. Altrimenti le forze politiche si burocratizzano e la frammentazione diventa rottura. Guardi la vicenda deiDico...

Il problema della laicità sarà centrale nel Pd.

Molti problemi derivano da strumentalizzazioni e incultura politica.Tutti dovrebbero avere come riferimento la Costituzione. Invece le gerarchie cattoliche dimenticano che c'è un Concordato che dice che ciascuno Stato (la Santasede è uno stato) è indipendente e sovrano nel suo ordine e intervengono in maniera pesante. Solo in Italia, poi. Perché inSpagna, Germania o Francia non hanno messo bocca su provvedimenti analoghi? La nostra legge sulla fecondazione assistita è la peggiore d'Europa, proprio perché Ruini non ha detto ai cattolici perché dovevano votare "no", ma a detto a tutti di non andare a votare.

I Dico però non piacciono nemmeno ai gay.

Nemmeno la legge sul divorzio piaceva a tutti. Ma intanto l'importante è aprire una strada, avere una legge che parla di diritti.

Anche la collocazione internazionale sarà un nodo importante per il Pd.Proprio oggi a Bologna sono arrivati i manifestanti contro la base Usa di Vicenza.

La società civile si deve svegliare: della base di Vicenza si sapeva da anni, è inutile protestare a cose fatte. E in politica estera sono convinta che il Pd si prenderà le proprie responsabilità come ha sempre fatto l'Ulivo.

Entro fine mese presenterete la vostra associazione.

Sì, mi auguro che nessuno ne abbia paura. C'è bisogno di tenere le porte aperte, non di tirare su dei muretti. Sono importanti le costellazioni che ruotano intorno al pianeta.

Sul tema della laicità Bologna è un terreno delicato.

Qua, essendo una città di sinistra, hanno sempre mandato i vescovi più conservatori. Anche Caffarra è aperto alla discussione, ma teologicamente molto chiuso.

E Bologna come si rapporta con la Curia?

Ai tempi del divorzio c'erano due visioni che si esprimevano, adesso nessuno si esprime. E chi tace sembra confermare anche se è in dissenso. Fra i cattolici ci dovrebbe essere più libertà d'espressione, almeno per fedeltà al Concilio.

A cosa si riferisce?

Conosco degli iperconservatori i cui figli convivono tranquillamente. Magari in vista del matrimonio. Se in privato si accetta questa pratica, perché poinon si possono sostenere i Dico?

La colpa è della Chiesa?

Di certo la Chiesa parla poco del Vangelo e molto di tutto il resto. La gente, perciò, è sempre più ignorante sulla religione: è ricca,ma sembra ottusa.Cosa propone? C'è bisogno di "spazio pubblico", come diceva Hannah Arendt. Bisogna assolutamente scrostare l' indifferenza. Noi vogliamo, con la nostra Associazione creare uno spazio pubblico, aperto, ma dove di possano discutere i problemi più seri e difficili.

Dall'intervista di Jacopo Cecconi, su "Il Bologna", 11 Febbraio 2007

Sulla "laicità" delle istituzioni
Una lettera di Piergiorgio Maiardi

In margine all’incontro del 9 Febbraio al Baraccano (Promosso da "nell'Ulivo.Da Sinistra" ndr) vorrei fare alcune brevissime considerazioni:
io credo che la questione sia duplice e distinta: sulla laicità delle Istituzioni, io, credente e cattolico praticante, non ho dubbi. Anzi, da cattolico la pretendo come condizione che garantisce il rispetto della dignità, della libertà di ogni persona e della diversità fra le persone. Solamente questa condizione può permettere a me, credente, di stare con pari dignità fra gli altri e di recare l’apporto della "cultura" che mi viene dalla mia fede, che dà motivazioni al mio impegno sociale e politico e che si esprime in sensibilità e attenzioni. Come diceva Guerzoni, la laicità è la condizione per il rispetto dei principi fondamentali e "non disponibili" della Carta Costituzionale che provengono anche dalla cultura cattolica.
Tutto questo in un contesto di democrazia in cui la persona deve essere libera e protagonista, senza interferenze di altre componenti, ed in cui ognuno deve poter proporre ciò che ritiene meglio per il "bene comune", essere disponibile al confronto e cercare di ottenere il maggior grado di condivisione sulla soluzione che ritiene migliore. La democrazia è esigente per tutti perché chiede a ciascuno un ruolo attivo: per i "credenti" ritengo sia la condizione più in sintonia con la propria fede e la propria "cultura". Un credente ha il diritto ed il dovere di formulare e sostenere la propria proposta solamente sulla base della sua validità riguardo alla giustizia ed al bene comune.
Le modalità di intervento della Gerarchia ecclesiastica nel contesto sociale e politico – che rappresentano il secondo corno della questione - sono criticabili in questo contesto, ma credo che rappresentino un problema più interno che esterno alla Chiesa: sono problema esterno nella misura in cui si ritenga che la Gerarchia sia in grado di influenzare le Istituzioni ma sta alle Istituzioni garantire la propria laicità e sta alla comunità nazionale cogliere la sostanza degli interventi della Gerarchia e valutarne la validità in ordine alle deliberazioni da assumere per la giustizia ed il bene comune. La Chiesa, come diceva Guerzoni, rappresenta una delle presenze nella società di cui non si può non tener conto.
Ma sono senz’altro problema interno alla Chiesa: è nella Chiesa che deve affermarsi la convinzione che la Chiesa non è "parte" nel mondo, una parte che si contrappone ad altre parti, o un "potere" che tratta con gli altri poteri, ma è "presenza" nel mondo, una presenza fatta di annuncio, e quindi di proposta, e di credenti che la concretizzano nella quotidianità della vita sociale e politica, a tutti i livelli, sotto la propria responsabilità. Oggi questa modalità, nella Chiesa italiana, appare "appannata", con un forte condizionamento dell’approccio dei credenti alla realtà sociale e politica. La Gerarchia ritiene di non doversi limitare all’annuncio della novità cristiana, ma ritiene di dover trattare anche delle modalità con cui le Istituzioni si danno le regole del vivere comune. Queste regole non possono essere estranee all’interesse della Chiesa ma l’ interesse si deve esprimere attraverso l’impegno libero e responsabile dei credenti in un contesto di democrazia.
E qui si apre un ampio spazio di problematiche che devono essere affrontate nella Chiesa: si tratta di avere un approccio diverso con il mondo, di avere più speranza e meno paura, di credere nel mistero di Dio presente nel mondo ed in ogni persona, di testimoniare ed annunciare il mistero dell’amore di un Dio che si incarna e fa propria la realtà di ogni uomo….e, quindi, di avere più fiducia nella democrazia, nell’impegno di ogni credente, nella esigenza che nella Chiesa si sviluppi un dialogo liberante e responsabilizzante sulle "schiavitù" da cui il mondo e le persone devono essere liberati per fare "giustizia".
La prospettiva del Partito Democratico, così come credo la dobbiamo intendere, ha assoluto bisogno di credenti liberi e responsabili, che considerano l’impegno socio-politico come espressione di carità e di solidarietà, disposti a incontrarsi, dare credito e confrontarsi con altre ispirazioni e culture, per dare qualità alla nostra democrazia ed alla nostra politica.

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