1.30.2007
PACS: un contributo.
"Moderiamo i toni del dibattito nell’Ulivo
ed acceleriamo la soluzione del tema"
Sulla questione dei PACS e delle unioni civili, vulnus apparente del Centrosinistra, si stanno articolando costruttivamente le posizioni di DS e Margherita.
Il tema della laicità e della sua declinazione nella pratica civile, resta dunque visibile in controluce in molte delle dichiarazioni di leader nazionali e locali. E’ un segnale della profonda riflessione che si è finalmente avviata su questioni in passato ritenute tabù.
Il programma sottoscritto dai partiti dell’Unione è in questo senso chiaro, prevedendo un’iniziativa comune della coalizione per legiferare in tema di unioni civili senza pregiudizi di genere e orientamento sessuale. Ma è evidente che si tratta di un’affermazione di principio che fortunatamente non è messa in discussione da nessuno. Non basta.
Il disegno di legge che verrà presentato al Consiglio dei Ministri in questi giorni aiuterà probabilmente a conciliare le posizioni in campo. Ad evitare che un tema già affrontato in maniera avanzata ed esaustiva in paesi europei come Francia, Spagna e Regno Unito, fornisca l’ennesimo alibi per speculazioni dell’opposizione. Alle prese, inevitabilmente, con i medesimi dilemmi poichè le questioni etiche derivano più dalla trasformazione intrinseca della società in cui viviamo che dagli schieramenti parlamentari, che hanno però il non facile compito di legiferare.
Tra chi ritiene di non escludere il riconoscimento di diritti ai componenti di queste unioni certificandole amministrativamente come Rosy Bindi, e chi ritiene debba essere istituito un registro presso ogni comune come Barbara Pollastrini le distanze non sono incolmabili.
Le unioni civili servono fondamentalmente a tutelarne i componenti per tutta quella serie di diritti esigibili (assistenza, eredità, reversibilità pensionistica) che attualmente vengono garantiti solo alle coppie eterosessuali sposate in rito civile o religioso. E su questo punto l’Ulivo è certamente compatto. Le forme che il diritto amministrativo può recepire diventano meno stringenti e cariche simbolicamente se si parte da questa convinzione.
Pierpaolo Salvarani
Associazione "Nell'Ulivo.Da Sinistra" di Reggio Emilia.
"Moderiamo i toni del dibattito nell’Ulivo
ed acceleriamo la soluzione del tema"
Sulla questione dei PACS e delle unioni civili, vulnus apparente del Centrosinistra, si stanno articolando costruttivamente le posizioni di DS e Margherita.
Il tema della laicità e della sua declinazione nella pratica civile, resta dunque visibile in controluce in molte delle dichiarazioni di leader nazionali e locali. E’ un segnale della profonda riflessione che si è finalmente avviata su questioni in passato ritenute tabù.
Il programma sottoscritto dai partiti dell’Unione è in questo senso chiaro, prevedendo un’iniziativa comune della coalizione per legiferare in tema di unioni civili senza pregiudizi di genere e orientamento sessuale. Ma è evidente che si tratta di un’affermazione di principio che fortunatamente non è messa in discussione da nessuno. Non basta.
Il disegno di legge che verrà presentato al Consiglio dei Ministri in questi giorni aiuterà probabilmente a conciliare le posizioni in campo. Ad evitare che un tema già affrontato in maniera avanzata ed esaustiva in paesi europei come Francia, Spagna e Regno Unito, fornisca l’ennesimo alibi per speculazioni dell’opposizione. Alle prese, inevitabilmente, con i medesimi dilemmi poichè le questioni etiche derivano più dalla trasformazione intrinseca della società in cui viviamo che dagli schieramenti parlamentari, che hanno però il non facile compito di legiferare.
Tra chi ritiene di non escludere il riconoscimento di diritti ai componenti di queste unioni certificandole amministrativamente come Rosy Bindi, e chi ritiene debba essere istituito un registro presso ogni comune come Barbara Pollastrini le distanze non sono incolmabili.
Le unioni civili servono fondamentalmente a tutelarne i componenti per tutta quella serie di diritti esigibili (assistenza, eredità, reversibilità pensionistica) che attualmente vengono garantiti solo alle coppie eterosessuali sposate in rito civile o religioso. E su questo punto l’Ulivo è certamente compatto. Le forme che il diritto amministrativo può recepire diventano meno stringenti e cariche simbolicamente se si parte da questa convinzione.
Pierpaolo Salvarani
Associazione "Nell'Ulivo.Da Sinistra" di Reggio Emilia.
1.22.2007
Il dibattito continua.
Un partito ispirato all'articolo 3 della Costituzione.
Un intervento di Pier Paolo Salvarani
Il destino dell’Ulivo sembra ormai più cosa da bookmaker che da politici.
Il battage mediatico di questi ultimi giorni, anche a Reggio Emilia, appare una caricatura di ciò che accade quando un titolo azionario comincia a scendere, e non finisce più di farlo finchè la Borsa la sospende per eccesso di ribasso. A quel punto il valore dell’azione non conta più, contano i "rumors".
Anche l’idea dei topolini che abbandonano la nave ulivista mentre non ha ancora affrontato il mare aperto dopo una difficile luna di miele, è a mio parere efficace. Manca il coraggio, restano le conte e le rese dei conti interne. Non va bene.
La cosa che preoccupa in questi tempi convulsi, dentro e fuori i DS, è questo accanimento nel vedere nell’idea ulivista unitaria l’inizio di un percorso troppo complesso per essere virtuoso. Dunque da dilazionare sine die. Oppure da abbandonare perché privo di "rendite" nel breve periodo.
Quasi che il confronto laici-cattolici del Centro e nella Sinistra sia un prodotto "non bancabile". Ma non siamo alla Consob...
Mentre, tra gli altri temi urgenti, sulla questione della laicità (Pacs, ricerca sulle cellule staminali, fecondazione assistita, difesa del principio di maternità consapevole, eutanasia) si incardinano le speranze di tenuta del governo Prodi-D’Alema. Ma, credo, anche di qualsiasi ipotesi di governo futuro, a sinistra.
Non è così che si imposta una prospettiva di governo e stabilità per un Paese, come l’Italia, che di difficoltà ne deve già affrontare abbastanza, tra indebitamento e crescita lenta, corporativismi e consorterie. E’ così che si creano le condizioni ottimali per uno stillicidio continuo che alla lunga può consegnare l’Italia alla destra. Inverando quell’onda lunga berlusconiana o post-tale che tanti, anche tra i riottosi anti-ulivisti dell’ultima ora, temevano fino 10 aprile scorso.
Per questo motivo credo che ritenere inopportuna ora un’accelerazione del confronto sull’Ulivo è un po’ come fare il "passo del gambero". Dieci anni di fatiche, confronti, scontri nelle sedi locali e nazionali della politica e del governo non sono bastati per capire che l’unione delle forze riformatrici e progressiste è l’unica maniera intelligente per superare la "sindrome del muro insuperabile e dell’Italia divisa" che ci ha consegnato il test elettorale dell’aprile scorso.
Non importa se è più vincente l’Ulivo o chi ne fa parte. Se l’Ulivo va meglio alla Camera, ma va peggio al Senato. In politica come nella vita si può vincere e perdere, ma è sui valori che ci si incontra, anche faticando. Il resto è tatticismo, reagente base dell’anti-politica e della disillusione degli italiani.
Oggi quindi conta che sui temi di fondo ci sia l’apertura di un confronto serio, allargato e profondo. Il tentativo di Caserta è questo. Non credo che la Margherita possa fagocitare i DS nel processo costituente di un nuovo partito. Credo invece che attendere oltre su questo passaggio vuol dire logorare sia la Margherita che i DS. Favorendo il costituirsi di un "federalismo di fortuna e difensivo" tra due dei partiti maggiormente rappresentati in Parlamento. A che serve restare col cerino in mano mentre la nave dell’attuale governo, per questo, continua pericolosamente a rollare?
Non penso che una forza non possa nascere perché al Parlamento europeo si rischia di sedere su "scranni separati". Piuttosto è facile che la politica nazionale possa tornare ad avere, giustamente, un ruolo protagonista nelle vicende europee plasmandole. Ad oggi spesso percepite dai cittadini come assai lontane e tecnicistiche, come ci ha dimostrato il fallimento atteso dei referendum sulla Costituzione europea in Francia ed Olanda.
Non credo che i movimenti per la pace e per la lotta alla precarietà del lavoro siano stati esclusi dall’idea "vasta e aperta" che l’Ulivo forza condivisa può portare con se’. E la Sinistra radicale su queste questioni deve portare come sta già avvenendo, un contributo costruttivo, non solo simbolico. Occorre dare corpo a quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione Italiana. "Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Il piano di lavoro della fase due del governo è questo mantra del ‘48.
L’idea di un nuovo movimentismo dell’Ulivo è rock, le altre soluzioni appaiono abbastanza lente.
Pierpaolo Salvarani
Associazione "Nell’Ulivo, da Sinistra" Reggio Emilia
Un partito ispirato all'articolo 3 della Costituzione.
Un intervento di Pier Paolo Salvarani
Il destino dell’Ulivo sembra ormai più cosa da bookmaker che da politici.
Il battage mediatico di questi ultimi giorni, anche a Reggio Emilia, appare una caricatura di ciò che accade quando un titolo azionario comincia a scendere, e non finisce più di farlo finchè la Borsa la sospende per eccesso di ribasso. A quel punto il valore dell’azione non conta più, contano i "rumors".
Anche l’idea dei topolini che abbandonano la nave ulivista mentre non ha ancora affrontato il mare aperto dopo una difficile luna di miele, è a mio parere efficace. Manca il coraggio, restano le conte e le rese dei conti interne. Non va bene.
La cosa che preoccupa in questi tempi convulsi, dentro e fuori i DS, è questo accanimento nel vedere nell’idea ulivista unitaria l’inizio di un percorso troppo complesso per essere virtuoso. Dunque da dilazionare sine die. Oppure da abbandonare perché privo di "rendite" nel breve periodo.
Quasi che il confronto laici-cattolici del Centro e nella Sinistra sia un prodotto "non bancabile". Ma non siamo alla Consob...
Mentre, tra gli altri temi urgenti, sulla questione della laicità (Pacs, ricerca sulle cellule staminali, fecondazione assistita, difesa del principio di maternità consapevole, eutanasia) si incardinano le speranze di tenuta del governo Prodi-D’Alema. Ma, credo, anche di qualsiasi ipotesi di governo futuro, a sinistra.
Non è così che si imposta una prospettiva di governo e stabilità per un Paese, come l’Italia, che di difficoltà ne deve già affrontare abbastanza, tra indebitamento e crescita lenta, corporativismi e consorterie. E’ così che si creano le condizioni ottimali per uno stillicidio continuo che alla lunga può consegnare l’Italia alla destra. Inverando quell’onda lunga berlusconiana o post-tale che tanti, anche tra i riottosi anti-ulivisti dell’ultima ora, temevano fino 10 aprile scorso.
Per questo motivo credo che ritenere inopportuna ora un’accelerazione del confronto sull’Ulivo è un po’ come fare il "passo del gambero". Dieci anni di fatiche, confronti, scontri nelle sedi locali e nazionali della politica e del governo non sono bastati per capire che l’unione delle forze riformatrici e progressiste è l’unica maniera intelligente per superare la "sindrome del muro insuperabile e dell’Italia divisa" che ci ha consegnato il test elettorale dell’aprile scorso.
Non importa se è più vincente l’Ulivo o chi ne fa parte. Se l’Ulivo va meglio alla Camera, ma va peggio al Senato. In politica come nella vita si può vincere e perdere, ma è sui valori che ci si incontra, anche faticando. Il resto è tatticismo, reagente base dell’anti-politica e della disillusione degli italiani.
Oggi quindi conta che sui temi di fondo ci sia l’apertura di un confronto serio, allargato e profondo. Il tentativo di Caserta è questo. Non credo che la Margherita possa fagocitare i DS nel processo costituente di un nuovo partito. Credo invece che attendere oltre su questo passaggio vuol dire logorare sia la Margherita che i DS. Favorendo il costituirsi di un "federalismo di fortuna e difensivo" tra due dei partiti maggiormente rappresentati in Parlamento. A che serve restare col cerino in mano mentre la nave dell’attuale governo, per questo, continua pericolosamente a rollare?
Non penso che una forza non possa nascere perché al Parlamento europeo si rischia di sedere su "scranni separati". Piuttosto è facile che la politica nazionale possa tornare ad avere, giustamente, un ruolo protagonista nelle vicende europee plasmandole. Ad oggi spesso percepite dai cittadini come assai lontane e tecnicistiche, come ci ha dimostrato il fallimento atteso dei referendum sulla Costituzione europea in Francia ed Olanda.
Non credo che i movimenti per la pace e per la lotta alla precarietà del lavoro siano stati esclusi dall’idea "vasta e aperta" che l’Ulivo forza condivisa può portare con se’. E la Sinistra radicale su queste questioni deve portare come sta già avvenendo, un contributo costruttivo, non solo simbolico. Occorre dare corpo a quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione Italiana. "Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Il piano di lavoro della fase due del governo è questo mantra del ‘48.
L’idea di un nuovo movimentismo dell’Ulivo è rock, le altre soluzioni appaiono abbastanza lente.
Pierpaolo Salvarani
Associazione "Nell’Ulivo, da Sinistra" Reggio Emilia
1.20.2007
La proposta delle associazioni del Tavolo dell'Ulivo
Bologna, 20 Gennaio 2007
Le ASSOCIAZIONI del Tavolo dell'ULIVO di Bologna
presentano la loro lettera aperta ai partiti ed alla città:
"CONGRESSI DAVVERO APERTI AI CITTADINI"
"FARE PRATICA DI UN GRANDE PARTITO DEMOCRATICO GIA' NEI CONGRESSI"
Le associazioni uliviste di Bologna orachiedono ai partiti coinvolti nel processo di formazione delPartito democratico congressi "aperti".
Presentata questa mattina, in una conferenza stampa a Palazzo D'Accursio dagli
esponenti della decina di realta' del Tavolo dell'Ulivo per il
partito democratico, una lettera rivolta ai vertici di Ds, Margherita e Repubblicani europei e ai cittadini.
"Congressi aperti non vuol dire che non si rispetta la democraziainterna- spiega il consigliere comunale Davide Ferrari, (di "Nell’Ulivo.Da Sinistra")- ma che oltre alle posizioni interne c'e' anche il resto della citta', ci sono centinaia e centinaia
di persone pronte se le si chiama".
"Non siano una sede chiusa di conta interna", scandisce Luigi Mariucci.
La nascita del Pd, si legge nel testo, "non puo' essere bloccata dalle mille diatribe interne, ma deve ritrovare un profondo respiro ideale e una forte capacita' di mobilitazione dei cittadini".
E i temi didiscussione "non vanno utilizzati strumentalmente come clave perpercuotere le ragioni culturali altrui e rimanere fermi".
Una strigliata insomma della "base" ulivista che chiede di essere coinvolta nella stagione dei congressi che si sta aprendo.
Esempio: al Reno hanno praticamente gia' costituito una sezione del Pd e ieri sera un'assemblea nella sede del quartiere con i segretari provinciali Andrea De Maria, Marco Monari e Sergio Ginocchietti ha registrato il tutto esaurito: 200 persone.
"Abbiamo inviato il nostro documento anche al presidente del Consiglio, che ci ha risposto con una bella lettera", racconta Meris Melotti.
E Bonaga (sezione "zero" del Pd): "Non e' vero che a Bologna non ci si e' mossi. Non nascera' a Bologna il corpo del Pd, ma almeno un pezzettino di anima si'".
Il nuovo soggetto politico, spiegano gli ulivisti alla conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo D'Accursio, e' il primo passo da fare.
"Tutte le difficolta' possono essere usate o come strumenti per far impantanare il processo oppure possono essere superate discutendone, per questo serve un Partito democratico", sintetizza Mariucci.
Per cominciare, i cittadini pro-ulivo, interni od esterni ai partiti, vogliono avere voce in capitolo nei congressi di Ds, Margherita e Repubblicani.
"La costruzione del Partito democratico deve attraversare i loro prossimi congressi, non solo come proposta politica, ma come stile e metodo di lavoro e discussione comune", si legge ancora nella missiva.
Alla domanda se si prevedono fuoriuscite dal partito dei DS questa la risposta di Davide Ferrari:"Se la partecipazione al congresso sarà vasta non ci saranno diaspore. Nessun politico vuole restare dove non vede un ambito, un futuro per le proprie posizioni. Fare congressi aperti servirà anche alle minoranze. Costruirà sedi ampie dove è importante per tutti restare".
Fra gli intervenuti anche Rossella Lama, dell' "appello dei lavoratori per il PD", Giorgio Festi, già sovrintendente del Teatro Comunale, Serse Soverini dell'Associazione nazionale per il Partito Democratico, ed il poeta Gregorio Scalise.
Bologna, 20 Gennaio 2007
Le ASSOCIAZIONI del Tavolo dell'ULIVO di Bologna
presentano la loro lettera aperta ai partiti ed alla città:
"CONGRESSI DAVVERO APERTI AI CITTADINI"
"FARE PRATICA DI UN GRANDE PARTITO DEMOCRATICO GIA' NEI CONGRESSI"
Le associazioni uliviste di Bologna orachiedono ai partiti coinvolti nel processo di formazione delPartito democratico congressi "aperti".
Presentata questa mattina, in una conferenza stampa a Palazzo D'Accursio dagli
esponenti della decina di realta' del Tavolo dell'Ulivo per il
partito democratico, una lettera rivolta ai vertici di Ds, Margherita e Repubblicani europei e ai cittadini.
"Congressi aperti non vuol dire che non si rispetta la democraziainterna- spiega il consigliere comunale Davide Ferrari, (di "Nell’Ulivo.Da Sinistra")- ma che oltre alle posizioni interne c'e' anche il resto della citta', ci sono centinaia e centinaia
di persone pronte se le si chiama".
"Non siano una sede chiusa di conta interna", scandisce Luigi Mariucci.
La nascita del Pd, si legge nel testo, "non puo' essere bloccata dalle mille diatribe interne, ma deve ritrovare un profondo respiro ideale e una forte capacita' di mobilitazione dei cittadini".
E i temi didiscussione "non vanno utilizzati strumentalmente come clave perpercuotere le ragioni culturali altrui e rimanere fermi".
Una strigliata insomma della "base" ulivista che chiede di essere coinvolta nella stagione dei congressi che si sta aprendo.
Esempio: al Reno hanno praticamente gia' costituito una sezione del Pd e ieri sera un'assemblea nella sede del quartiere con i segretari provinciali Andrea De Maria, Marco Monari e Sergio Ginocchietti ha registrato il tutto esaurito: 200 persone.
"Abbiamo inviato il nostro documento anche al presidente del Consiglio, che ci ha risposto con una bella lettera", racconta Meris Melotti.
E Bonaga (sezione "zero" del Pd): "Non e' vero che a Bologna non ci si e' mossi. Non nascera' a Bologna il corpo del Pd, ma almeno un pezzettino di anima si'".
Il nuovo soggetto politico, spiegano gli ulivisti alla conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo D'Accursio, e' il primo passo da fare.
"Tutte le difficolta' possono essere usate o come strumenti per far impantanare il processo oppure possono essere superate discutendone, per questo serve un Partito democratico", sintetizza Mariucci.
Per cominciare, i cittadini pro-ulivo, interni od esterni ai partiti, vogliono avere voce in capitolo nei congressi di Ds, Margherita e Repubblicani.
"La costruzione del Partito democratico deve attraversare i loro prossimi congressi, non solo come proposta politica, ma come stile e metodo di lavoro e discussione comune", si legge ancora nella missiva.
Alla domanda se si prevedono fuoriuscite dal partito dei DS questa la risposta di Davide Ferrari:"Se la partecipazione al congresso sarà vasta non ci saranno diaspore. Nessun politico vuole restare dove non vede un ambito, un futuro per le proprie posizioni. Fare congressi aperti servirà anche alle minoranze. Costruirà sedi ampie dove è importante per tutti restare".
Fra gli intervenuti anche Rossella Lama, dell' "appello dei lavoratori per il PD", Giorgio Festi, già sovrintendente del Teatro Comunale, Serse Soverini dell'Associazione nazionale per il Partito Democratico, ed il poeta Gregorio Scalise.
1.03.2007
“Nell’Ulivo. Da Sinistra”
Esecuzione di Saddam. La nostra condanna
Rifiutiamo la pena di morte, chiediamo all’Italia di tradurre in una iniziativa ONU di moratoria la condanna che una larghissima parte delle forze politiche del nostro paese ha ribadito in queste ore.
Una valutazione politica rafforza le nostre forti convinzioni ideali.
L’impiccagione di Saddam Hussein non è un atto costruttivo da parte di un nuovo e solido potere che si fa forte della propria autorevolezza, un gesto-sia pure crudele- di autonomia di un nuovo potere democratico che vuole legittimarsi.
Già le infinite irregolarità del processo, svoltosi fra soppressioni di difensori ed avvicendamento politico di giudici, avevano molto indebolito il dato positivo del processo ad una dittatura, oggi la sua conclusione drastica e velocissima, impedisce possano svolgersi altri procedimenti di grande significato analitico sulla storia dell’Iraq e dei suoi rapporti con le grandi potenze mondiali.
L’esecuzione non ha dimostrato che il diritto subentra alla violenza ed al sopruso ma che, al contrario, un potere debole e basato su una rappresentanza che resta divisa, per religioni, etnie e perfino per bande, compie un atto che rischia di fare eguagliare agli occhi di grande parte del mondo tirannia e democrazia e non favorisce alcuna maggiore certezza e sicurezza al martoriato paese irakeno.
Debbono fare riflettere anche le modalità dell’atto, la loro tragica inadeguatezza persino formale, il luogo del macabro evento, la data incurante della sensibilità religiosa, gli insulti personali al condannato e le esclamazioni al leader sciita Moqtada Al Sadr.
Così appare sconcertante l’incapacità- dimostrata proprio da parte di un governo sostenuto così fortemente dalle maggiori potenze occidentali- di cogliere responsabilmente i nuovi pericoli della situazione medio orientale che vede, da un lato, la questione iraniana, il nucleare e le minacce ad Israele del premier Amadinejad, e dall’altro la crisi libanese e la difficilissima situazione del popolo palestinese alle soglie di un conflitto fra le sue maggior forze politiche e sociali.
Una situazione drammatica dove l’occidente dovrebbe fare tutto tranne che rafforzare gli interlocutori dell’attuale leadership dell’Iran e promuovere tensioni.
Tutto induce a condannare gli esecutori ed a coprire le enormi responsabilità del condannato.
Un uomo finito torna tragico protagonista della storia, gli attori di una rinascita divengono anche oggi, ancora una volta, dopo anni dalla fine ufficiale della guerra e dopo elezioni, figure minuscole di vendetta e divisione.
Grandissime e molto gravi sono le responsabilità della politica del Governo del Presidente Bush, l’avvelenamento e la divisione portata dalla guerra preventiva e dal disprezzo delle istanze sovranazionali non cessano di dare nuovi frutti.
La strada della vera nascita di nuove istituzioni dell’Iraq, il più possibile unitarie ed egualitarie nei diritti da garantire a tutti i cittadini, con la presenza di garanzia delle Nazioni Unite e non più l’occupazione militare, è oggi lontana ma sempre più appare l’unica capace di chiudere la guerra e avviare la ricostruzione e contribuire alla ricerca della pace e della stabilità di una così grande e centrale parte del mondo.
Bologna, 1 gennaio 2007
Esecuzione di Saddam. La nostra condanna
Rifiutiamo la pena di morte, chiediamo all’Italia di tradurre in una iniziativa ONU di moratoria la condanna che una larghissima parte delle forze politiche del nostro paese ha ribadito in queste ore.
Una valutazione politica rafforza le nostre forti convinzioni ideali.
L’impiccagione di Saddam Hussein non è un atto costruttivo da parte di un nuovo e solido potere che si fa forte della propria autorevolezza, un gesto-sia pure crudele- di autonomia di un nuovo potere democratico che vuole legittimarsi.
Già le infinite irregolarità del processo, svoltosi fra soppressioni di difensori ed avvicendamento politico di giudici, avevano molto indebolito il dato positivo del processo ad una dittatura, oggi la sua conclusione drastica e velocissima, impedisce possano svolgersi altri procedimenti di grande significato analitico sulla storia dell’Iraq e dei suoi rapporti con le grandi potenze mondiali.
L’esecuzione non ha dimostrato che il diritto subentra alla violenza ed al sopruso ma che, al contrario, un potere debole e basato su una rappresentanza che resta divisa, per religioni, etnie e perfino per bande, compie un atto che rischia di fare eguagliare agli occhi di grande parte del mondo tirannia e democrazia e non favorisce alcuna maggiore certezza e sicurezza al martoriato paese irakeno.
Debbono fare riflettere anche le modalità dell’atto, la loro tragica inadeguatezza persino formale, il luogo del macabro evento, la data incurante della sensibilità religiosa, gli insulti personali al condannato e le esclamazioni al leader sciita Moqtada Al Sadr.
Così appare sconcertante l’incapacità- dimostrata proprio da parte di un governo sostenuto così fortemente dalle maggiori potenze occidentali- di cogliere responsabilmente i nuovi pericoli della situazione medio orientale che vede, da un lato, la questione iraniana, il nucleare e le minacce ad Israele del premier Amadinejad, e dall’altro la crisi libanese e la difficilissima situazione del popolo palestinese alle soglie di un conflitto fra le sue maggior forze politiche e sociali.
Una situazione drammatica dove l’occidente dovrebbe fare tutto tranne che rafforzare gli interlocutori dell’attuale leadership dell’Iran e promuovere tensioni.
Tutto induce a condannare gli esecutori ed a coprire le enormi responsabilità del condannato.
Un uomo finito torna tragico protagonista della storia, gli attori di una rinascita divengono anche oggi, ancora una volta, dopo anni dalla fine ufficiale della guerra e dopo elezioni, figure minuscole di vendetta e divisione.
Grandissime e molto gravi sono le responsabilità della politica del Governo del Presidente Bush, l’avvelenamento e la divisione portata dalla guerra preventiva e dal disprezzo delle istanze sovranazionali non cessano di dare nuovi frutti.
La strada della vera nascita di nuove istituzioni dell’Iraq, il più possibile unitarie ed egualitarie nei diritti da garantire a tutti i cittadini, con la presenza di garanzia delle Nazioni Unite e non più l’occupazione militare, è oggi lontana ma sempre più appare l’unica capace di chiudere la guerra e avviare la ricostruzione e contribuire alla ricerca della pace e della stabilità di una così grande e centrale parte del mondo.
Bologna, 1 gennaio 2007
1.02.2007
Pena di morte.
Barbarie e civiltà dei classici e della storia.
Appunti di Gianni Ghiselli
Si possono smontare diversi pezzi della pietas di Enea, il furfante bigotto.
I sacrifici umani del figlio di Venere, poi quelli degli Etruschi, dei Tirii, dei loro coloni Cartaginesi, dei Romani, e dei Celti, Galli e Britanni.
Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas" , li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico , ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!
Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquere feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.
Nelle Osservazioni sulla morale cattolica Manzoni scrive:" Il sangue di un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra"(cap. VII).
Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano .
Anche Curzio Rufo dà un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno, nel 332 a. C., pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro dunque “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.
In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.
Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario, in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano. E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”
Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.
Appiano nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.
C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana e quella appenninica. Virgilio ne risente ancora: nel terzo canto dell’Eneide Eleno, l’indovino interprete di Febo e nuovo marito di Andromaca, profetizzando il resto del viaggio ai Troiani, giunti profughi a Butroto in Epiro, consiglia di evitare le coste e le terre italiche prospicienti in quanto abitate da criminali: “cuncta malis habitantur moenia Grais” (v. 398), tutte le fortezze sono abitate da malvagi greci. Vengono nominate la penisola salentina dove era giunto Idomeneo, Locri, fondata dai Locresi di Narica e Petelia in Calabria colonizzata da Filottete. E’ il malanimo dei tradizionalisti romani contro i Greci: si pensi a Catone e a Giovenale. Arrivati al tempio di Minerva, nel Salento, in effetti, compiuti i riti, Haut mora -racconta Enea (v. 548)- senza indugio, “Graiugenumque domos suspectaque linquimus arva” (Eneide, 3, 550), lasciamo le dimore dei Greci e le campagne sospette. E’ una forma di determinismo geografico-coloniale impregnato di razzismo.
Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.
Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adol?re aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.
Aspetti di pietas autentica. Contro l’insepoltura e contro i sacrifici umani. Contro la pena di morte. Chi vuole uccidere Saddam Hussein non è migliore di lui.
E' vero che anche la disumanità di Enea ricorda quella di Achille nell'Iliade , ma, volendo rappresentare un personaggio pio, sarebbe stato più congruo come modello l'Odisseo dell'Aiace di Sofocle, quando l'Itacese suggerisce ad Agamennone di non lasciare il suicida spietatamente insepolto (v. 1333), poiché così facendo distruggerebbe le leggi degli dèi (vv. 1343-1344). Infatti, se fu nobile odiare ( "misei'n kalovn" v.1347) Aiace nel pieno della sua forza, e lui, Odisseo, allora lo ha fatto (e[gwg j ejmivsoun, v. 1347) sarebbe un successo indegno (v. 1349) oltraggiare il cadavere di un uomo che è stato un nemico (" ejcqrov"") sì, però valoroso ("gennai'o"", v. 1355). Ma per un tiranno, interviene Agamennone, non è facile avere pietà (v. 1350).
Nello stesso modo si era già espresso il figlio di Laerte nell'Odissea quando la sua nutrice Euriclea aveva urlato di gioia per la morte dei proci. Le aveva ordinato di non esultare poiché non è pietà ("oujc oJsivh") far festa sugli uomini uccisi (XXII, 411-412)..
Il divieto di gioire per la morte del nemico è un tabù antico secondo Freud il quale in Totem e tabù indica alcune culture primitive che ne conservano manifestazioni evidenti :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).
Contro i sacrifici umani si esprime umanamente la vecchia regina troiana nell'Ecuba di Euripide che accusa la disumanità dei demagoghi :"Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano/presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?(vv. 254-261). Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane di Seneca Agamennone prende una posizione analoga contro lo spietato Pirro che esige il sacrificio di Polissena:"Quidquid eversae potest/superesse Troiae, maneat: exactum satis/poenarum et ultra est. Regia ut virgo occidat/tumuloque donum detur et cineres riget/et facinus atrox caedis ut thalamos vocent,/non patiar. In me culpa cunctorum redit:/qui non vetat peccare, cum possit, iubet " (vv.285-291), tutto ciò che può sopravvivere di Troia sconvolta, rimanga: è stato fatto pagare abbastanza in fatto di pene e anche troppo. Non sopporterò che la ragazza figlia della regina muoia, e la sua vita sia donata a una tomba, e spruzzi di sangue le ceneri, e chiamino cerimonia nuziale il crimine atroce di un assassinio: la colpa di tutti i misfatti ricade su me: chi non impedisce un delitto, quando può, è come se lo avesse ordinato.
Se deve essere fatto un sacrificio in onore di Achille, continua il dux, "caedantur greges/fluatque nulli flebilis matri cruor " (vv. 296-297), si ammazzino animali del gregge e scorra il sangue che non faccia piangere nessuna madre umana.
Eppure c’è ancora chi considera la pena di morte un atto di giustizia e plaude ai bombardamenti sulle abitazioni umane in nome della democrazia. Chi ha voluto uccidere Saddam a sangue freddo non è migliore di lui.
la caduta a terra del sangue, anche umano, è un nefas dei più terribili. C'è una simpatia organica che lega Gh' a tutti i viventi. La terra si offende se una sua creatura viene ferita: "una volta caduto a terra nero/sangue mortale di quello che prima era un uomo, chi/potrebbe farlo tornare indietro cantando?" domanda il Coro dell' Agamennone di Eschilo (vv.1019-1021). E nelle Coefore:"tiv ga;r luvtron pesovnto" ai{mato" pevdoi ;" (v. 48), quale lavacro c'è del sangue caduto a terra?". Più avanti (nel Commo) il Coro canta: "ma è legge che gocce di sangue/versate al suolo, chiedano altro/sangue: infatti grida strage l'Erinni "( boa/' ga;r loigo;n j Erinuv~, Coefore, vv. 400-402).
Barbarie e civiltà dei classici e della storia.
Appunti di Gianni Ghiselli
Si possono smontare diversi pezzi della pietas di Enea, il furfante bigotto.
I sacrifici umani del figlio di Venere, poi quelli degli Etruschi, dei Tirii, dei loro coloni Cartaginesi, dei Romani, e dei Celti, Galli e Britanni.
Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas" , li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico , ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!
Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquere feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.
Nelle Osservazioni sulla morale cattolica Manzoni scrive:" Il sangue di un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra"(cap. VII).
Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano .
Anche Curzio Rufo dà un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno, nel 332 a. C., pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro dunque “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.
In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.
Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario, in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano. E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”
Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.
Appiano nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.
C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana e quella appenninica. Virgilio ne risente ancora: nel terzo canto dell’Eneide Eleno, l’indovino interprete di Febo e nuovo marito di Andromaca, profetizzando il resto del viaggio ai Troiani, giunti profughi a Butroto in Epiro, consiglia di evitare le coste e le terre italiche prospicienti in quanto abitate da criminali: “cuncta malis habitantur moenia Grais” (v. 398), tutte le fortezze sono abitate da malvagi greci. Vengono nominate la penisola salentina dove era giunto Idomeneo, Locri, fondata dai Locresi di Narica e Petelia in Calabria colonizzata da Filottete. E’ il malanimo dei tradizionalisti romani contro i Greci: si pensi a Catone e a Giovenale. Arrivati al tempio di Minerva, nel Salento, in effetti, compiuti i riti, Haut mora -racconta Enea (v. 548)- senza indugio, “Graiugenumque domos suspectaque linquimus arva” (Eneide, 3, 550), lasciamo le dimore dei Greci e le campagne sospette. E’ una forma di determinismo geografico-coloniale impregnato di razzismo.
Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.
Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adol?re aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.
Aspetti di pietas autentica. Contro l’insepoltura e contro i sacrifici umani. Contro la pena di morte. Chi vuole uccidere Saddam Hussein non è migliore di lui.
E' vero che anche la disumanità di Enea ricorda quella di Achille nell'Iliade , ma, volendo rappresentare un personaggio pio, sarebbe stato più congruo come modello l'Odisseo dell'Aiace di Sofocle, quando l'Itacese suggerisce ad Agamennone di non lasciare il suicida spietatamente insepolto (v. 1333), poiché così facendo distruggerebbe le leggi degli dèi (vv. 1343-1344). Infatti, se fu nobile odiare ( "misei'n kalovn" v.1347) Aiace nel pieno della sua forza, e lui, Odisseo, allora lo ha fatto (e[gwg j ejmivsoun, v. 1347) sarebbe un successo indegno (v. 1349) oltraggiare il cadavere di un uomo che è stato un nemico (" ejcqrov"") sì, però valoroso ("gennai'o"", v. 1355). Ma per un tiranno, interviene Agamennone, non è facile avere pietà (v. 1350).
Nello stesso modo si era già espresso il figlio di Laerte nell'Odissea quando la sua nutrice Euriclea aveva urlato di gioia per la morte dei proci. Le aveva ordinato di non esultare poiché non è pietà ("oujc oJsivh") far festa sugli uomini uccisi (XXII, 411-412)..
Il divieto di gioire per la morte del nemico è un tabù antico secondo Freud il quale in Totem e tabù indica alcune culture primitive che ne conservano manifestazioni evidenti :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).
Contro i sacrifici umani si esprime umanamente la vecchia regina troiana nell'Ecuba di Euripide che accusa la disumanità dei demagoghi :"Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano/presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?(vv. 254-261). Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane di Seneca Agamennone prende una posizione analoga contro lo spietato Pirro che esige il sacrificio di Polissena:"Quidquid eversae potest/superesse Troiae, maneat: exactum satis/poenarum et ultra est. Regia ut virgo occidat/tumuloque donum detur et cineres riget/et facinus atrox caedis ut thalamos vocent,/non patiar. In me culpa cunctorum redit:/qui non vetat peccare, cum possit, iubet " (vv.285-291), tutto ciò che può sopravvivere di Troia sconvolta, rimanga: è stato fatto pagare abbastanza in fatto di pene e anche troppo. Non sopporterò che la ragazza figlia della regina muoia, e la sua vita sia donata a una tomba, e spruzzi di sangue le ceneri, e chiamino cerimonia nuziale il crimine atroce di un assassinio: la colpa di tutti i misfatti ricade su me: chi non impedisce un delitto, quando può, è come se lo avesse ordinato.
Se deve essere fatto un sacrificio in onore di Achille, continua il dux, "caedantur greges/fluatque nulli flebilis matri cruor " (vv. 296-297), si ammazzino animali del gregge e scorra il sangue che non faccia piangere nessuna madre umana.
Eppure c’è ancora chi considera la pena di morte un atto di giustizia e plaude ai bombardamenti sulle abitazioni umane in nome della democrazia. Chi ha voluto uccidere Saddam a sangue freddo non è migliore di lui.
la caduta a terra del sangue, anche umano, è un nefas dei più terribili. C'è una simpatia organica che lega Gh' a tutti i viventi. La terra si offende se una sua creatura viene ferita: "una volta caduto a terra nero/sangue mortale di quello che prima era un uomo, chi/potrebbe farlo tornare indietro cantando?" domanda il Coro dell' Agamennone di Eschilo (vv.1019-1021). E nelle Coefore:"tiv ga;r luvtron pesovnto" ai{mato" pevdoi ;" (v. 48), quale lavacro c'è del sangue caduto a terra?". Più avanti (nel Commo) il Coro canta: "ma è legge che gocce di sangue/versate al suolo, chiedano altro/sangue: infatti grida strage l'Erinni "( boa/' ga;r loigo;n j Erinuv~, Coefore, vv. 400-402).
1.01.2007
Altre proposte per "Nell'Ulivo.Da Sinistra".
da una lettera di Enzo Annino
Caro Davide,
ho letto la tua ultima lettera. Condivido le proposte degli articoli che tu riporti
ma credo ci vogliano anche iniziative nuove.
Due punti ritengo essenziali:
a) ci vuole una nuova legge elettorale, che garantisca oltre alla
stabilità del Governo anche rappresentatività dei Parlamentari; senza di essa
nuove aggregazioni politiche non porteranno lontano (per quanto rigurda le mie
opinioni in materia, tu sai che io sono per Collegi uninominali,
per il divieto per un candidato di candidarsi in più di un Collegio,
l'obbligo di residenza del candidato nel Collegio in cui si presenta:
as simple as this!);
b) ci vogliono iniziative volte alla riduzione della spesa pubblica,
attuate semplicemente atraverso la semplificazione del sistema ( meno
Parlamentari, Consigli Regionali e Comunali meno numerosi, meno
Assessorati...; l'eliminazione delle Provincie con trasferimento di competenze e
personale a Regioni, città metropolitane e Unioni di Comuni(in attesa del pensionamento dei lavoratori più anziani senza nuove assunzioni ); accorpamento, appunto, dei Comuni con meno di 2000
abitanti e, in parallelo: eliminazione dello Spoil System,
formazione continua del personale dell'Amministrazione Pubblica,
aumento delle retribuzioni con la valorizzazione del merito ...
Credo che anche su ciascuno di questi due temi sarebbe utile
organizzare un dibattito pubblico da parte di " Nell'Ulivo ; da Sinistra "
Tanti cari saluti
Enzo Annino
da una lettera di Enzo Annino
Caro Davide,
ho letto la tua ultima lettera. Condivido le proposte degli articoli che tu riporti
ma credo ci vogliano anche iniziative nuove.
Due punti ritengo essenziali:
a) ci vuole una nuova legge elettorale, che garantisca oltre alla
stabilità del Governo anche rappresentatività dei Parlamentari; senza di essa
nuove aggregazioni politiche non porteranno lontano (per quanto rigurda le mie
opinioni in materia, tu sai che io sono per Collegi uninominali,
per il divieto per un candidato di candidarsi in più di un Collegio,
l'obbligo di residenza del candidato nel Collegio in cui si presenta:
as simple as this!);
b) ci vogliono iniziative volte alla riduzione della spesa pubblica,
attuate semplicemente atraverso la semplificazione del sistema ( meno
Parlamentari, Consigli Regionali e Comunali meno numerosi, meno
Assessorati...; l'eliminazione delle Provincie con trasferimento di competenze e
personale a Regioni, città metropolitane e Unioni di Comuni(in attesa del pensionamento dei lavoratori più anziani senza nuove assunzioni ); accorpamento, appunto, dei Comuni con meno di 2000
abitanti e, in parallelo: eliminazione dello Spoil System,
formazione continua del personale dell'Amministrazione Pubblica,
aumento delle retribuzioni con la valorizzazione del merito ...
Credo che anche su ciascuno di questi due temi sarebbe utile
organizzare un dibattito pubblico da parte di " Nell'Ulivo ; da Sinistra "
Tanti cari saluti
Enzo Annino