1.02.2007
Pena di morte.
Barbarie e civiltà dei classici e della storia.
Appunti di Gianni Ghiselli
Si possono smontare diversi pezzi della pietas di Enea, il furfante bigotto.
I sacrifici umani del figlio di Venere, poi quelli degli Etruschi, dei Tirii, dei loro coloni Cartaginesi, dei Romani, e dei Celti, Galli e Britanni.
Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas" , li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico , ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!
Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquere feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.
Nelle Osservazioni sulla morale cattolica Manzoni scrive:" Il sangue di un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra"(cap. VII).
Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano .
Anche Curzio Rufo dà un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno, nel 332 a. C., pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro dunque “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.
In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.
Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario, in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano. E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”
Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.
Appiano nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.
C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana e quella appenninica. Virgilio ne risente ancora: nel terzo canto dell’Eneide Eleno, l’indovino interprete di Febo e nuovo marito di Andromaca, profetizzando il resto del viaggio ai Troiani, giunti profughi a Butroto in Epiro, consiglia di evitare le coste e le terre italiche prospicienti in quanto abitate da criminali: “cuncta malis habitantur moenia Grais” (v. 398), tutte le fortezze sono abitate da malvagi greci. Vengono nominate la penisola salentina dove era giunto Idomeneo, Locri, fondata dai Locresi di Narica e Petelia in Calabria colonizzata da Filottete. E’ il malanimo dei tradizionalisti romani contro i Greci: si pensi a Catone e a Giovenale. Arrivati al tempio di Minerva, nel Salento, in effetti, compiuti i riti, Haut mora -racconta Enea (v. 548)- senza indugio, “Graiugenumque domos suspectaque linquimus arva” (Eneide, 3, 550), lasciamo le dimore dei Greci e le campagne sospette. E’ una forma di determinismo geografico-coloniale impregnato di razzismo.
Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.
Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adol?re aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.
Aspetti di pietas autentica. Contro l’insepoltura e contro i sacrifici umani. Contro la pena di morte. Chi vuole uccidere Saddam Hussein non è migliore di lui.
E' vero che anche la disumanità di Enea ricorda quella di Achille nell'Iliade , ma, volendo rappresentare un personaggio pio, sarebbe stato più congruo come modello l'Odisseo dell'Aiace di Sofocle, quando l'Itacese suggerisce ad Agamennone di non lasciare il suicida spietatamente insepolto (v. 1333), poiché così facendo distruggerebbe le leggi degli dèi (vv. 1343-1344). Infatti, se fu nobile odiare ( "misei'n kalovn" v.1347) Aiace nel pieno della sua forza, e lui, Odisseo, allora lo ha fatto (e[gwg j ejmivsoun, v. 1347) sarebbe un successo indegno (v. 1349) oltraggiare il cadavere di un uomo che è stato un nemico (" ejcqrov"") sì, però valoroso ("gennai'o"", v. 1355). Ma per un tiranno, interviene Agamennone, non è facile avere pietà (v. 1350).
Nello stesso modo si era già espresso il figlio di Laerte nell'Odissea quando la sua nutrice Euriclea aveva urlato di gioia per la morte dei proci. Le aveva ordinato di non esultare poiché non è pietà ("oujc oJsivh") far festa sugli uomini uccisi (XXII, 411-412)..
Il divieto di gioire per la morte del nemico è un tabù antico secondo Freud il quale in Totem e tabù indica alcune culture primitive che ne conservano manifestazioni evidenti :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).
Contro i sacrifici umani si esprime umanamente la vecchia regina troiana nell'Ecuba di Euripide che accusa la disumanità dei demagoghi :"Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano/presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?(vv. 254-261). Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane di Seneca Agamennone prende una posizione analoga contro lo spietato Pirro che esige il sacrificio di Polissena:"Quidquid eversae potest/superesse Troiae, maneat: exactum satis/poenarum et ultra est. Regia ut virgo occidat/tumuloque donum detur et cineres riget/et facinus atrox caedis ut thalamos vocent,/non patiar. In me culpa cunctorum redit:/qui non vetat peccare, cum possit, iubet " (vv.285-291), tutto ciò che può sopravvivere di Troia sconvolta, rimanga: è stato fatto pagare abbastanza in fatto di pene e anche troppo. Non sopporterò che la ragazza figlia della regina muoia, e la sua vita sia donata a una tomba, e spruzzi di sangue le ceneri, e chiamino cerimonia nuziale il crimine atroce di un assassinio: la colpa di tutti i misfatti ricade su me: chi non impedisce un delitto, quando può, è come se lo avesse ordinato.
Se deve essere fatto un sacrificio in onore di Achille, continua il dux, "caedantur greges/fluatque nulli flebilis matri cruor " (vv. 296-297), si ammazzino animali del gregge e scorra il sangue che non faccia piangere nessuna madre umana.
Eppure c’è ancora chi considera la pena di morte un atto di giustizia e plaude ai bombardamenti sulle abitazioni umane in nome della democrazia. Chi ha voluto uccidere Saddam a sangue freddo non è migliore di lui.
la caduta a terra del sangue, anche umano, è un nefas dei più terribili. C'è una simpatia organica che lega Gh' a tutti i viventi. La terra si offende se una sua creatura viene ferita: "una volta caduto a terra nero/sangue mortale di quello che prima era un uomo, chi/potrebbe farlo tornare indietro cantando?" domanda il Coro dell' Agamennone di Eschilo (vv.1019-1021). E nelle Coefore:"tiv ga;r luvtron pesovnto" ai{mato" pevdoi ;" (v. 48), quale lavacro c'è del sangue caduto a terra?". Più avanti (nel Commo) il Coro canta: "ma è legge che gocce di sangue/versate al suolo, chiedano altro/sangue: infatti grida strage l'Erinni "( boa/' ga;r loigo;n j Erinuv~, Coefore, vv. 400-402).
Barbarie e civiltà dei classici e della storia.
Appunti di Gianni Ghiselli
Si possono smontare diversi pezzi della pietas di Enea, il furfante bigotto.
I sacrifici umani del figlio di Venere, poi quelli degli Etruschi, dei Tirii, dei loro coloni Cartaginesi, dei Romani, e dei Celti, Galli e Britanni.
Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas" , li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico , ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!
Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquere feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.
Nelle Osservazioni sulla morale cattolica Manzoni scrive:" Il sangue di un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra"(cap. VII).
Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano .
Anche Curzio Rufo dà un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno, nel 332 a. C., pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro dunque “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.
In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.
Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario, in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano. E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”
Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.
Appiano nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.
C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana e quella appenninica. Virgilio ne risente ancora: nel terzo canto dell’Eneide Eleno, l’indovino interprete di Febo e nuovo marito di Andromaca, profetizzando il resto del viaggio ai Troiani, giunti profughi a Butroto in Epiro, consiglia di evitare le coste e le terre italiche prospicienti in quanto abitate da criminali: “cuncta malis habitantur moenia Grais” (v. 398), tutte le fortezze sono abitate da malvagi greci. Vengono nominate la penisola salentina dove era giunto Idomeneo, Locri, fondata dai Locresi di Narica e Petelia in Calabria colonizzata da Filottete. E’ il malanimo dei tradizionalisti romani contro i Greci: si pensi a Catone e a Giovenale. Arrivati al tempio di Minerva, nel Salento, in effetti, compiuti i riti, Haut mora -racconta Enea (v. 548)- senza indugio, “Graiugenumque domos suspectaque linquimus arva” (Eneide, 3, 550), lasciamo le dimore dei Greci e le campagne sospette. E’ una forma di determinismo geografico-coloniale impregnato di razzismo.
Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.
Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adol?re aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.
Aspetti di pietas autentica. Contro l’insepoltura e contro i sacrifici umani. Contro la pena di morte. Chi vuole uccidere Saddam Hussein non è migliore di lui.
E' vero che anche la disumanità di Enea ricorda quella di Achille nell'Iliade , ma, volendo rappresentare un personaggio pio, sarebbe stato più congruo come modello l'Odisseo dell'Aiace di Sofocle, quando l'Itacese suggerisce ad Agamennone di non lasciare il suicida spietatamente insepolto (v. 1333), poiché così facendo distruggerebbe le leggi degli dèi (vv. 1343-1344). Infatti, se fu nobile odiare ( "misei'n kalovn" v.1347) Aiace nel pieno della sua forza, e lui, Odisseo, allora lo ha fatto (e[gwg j ejmivsoun, v. 1347) sarebbe un successo indegno (v. 1349) oltraggiare il cadavere di un uomo che è stato un nemico (" ejcqrov"") sì, però valoroso ("gennai'o"", v. 1355). Ma per un tiranno, interviene Agamennone, non è facile avere pietà (v. 1350).
Nello stesso modo si era già espresso il figlio di Laerte nell'Odissea quando la sua nutrice Euriclea aveva urlato di gioia per la morte dei proci. Le aveva ordinato di non esultare poiché non è pietà ("oujc oJsivh") far festa sugli uomini uccisi (XXII, 411-412)..
Il divieto di gioire per la morte del nemico è un tabù antico secondo Freud il quale in Totem e tabù indica alcune culture primitive che ne conservano manifestazioni evidenti :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).
Contro i sacrifici umani si esprime umanamente la vecchia regina troiana nell'Ecuba di Euripide che accusa la disumanità dei demagoghi :"Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano/presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?(vv. 254-261). Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane di Seneca Agamennone prende una posizione analoga contro lo spietato Pirro che esige il sacrificio di Polissena:"Quidquid eversae potest/superesse Troiae, maneat: exactum satis/poenarum et ultra est. Regia ut virgo occidat/tumuloque donum detur et cineres riget/et facinus atrox caedis ut thalamos vocent,/non patiar. In me culpa cunctorum redit:/qui non vetat peccare, cum possit, iubet " (vv.285-291), tutto ciò che può sopravvivere di Troia sconvolta, rimanga: è stato fatto pagare abbastanza in fatto di pene e anche troppo. Non sopporterò che la ragazza figlia della regina muoia, e la sua vita sia donata a una tomba, e spruzzi di sangue le ceneri, e chiamino cerimonia nuziale il crimine atroce di un assassinio: la colpa di tutti i misfatti ricade su me: chi non impedisce un delitto, quando può, è come se lo avesse ordinato.
Se deve essere fatto un sacrificio in onore di Achille, continua il dux, "caedantur greges/fluatque nulli flebilis matri cruor " (vv. 296-297), si ammazzino animali del gregge e scorra il sangue che non faccia piangere nessuna madre umana.
Eppure c’è ancora chi considera la pena di morte un atto di giustizia e plaude ai bombardamenti sulle abitazioni umane in nome della democrazia. Chi ha voluto uccidere Saddam a sangue freddo non è migliore di lui.
la caduta a terra del sangue, anche umano, è un nefas dei più terribili. C'è una simpatia organica che lega Gh' a tutti i viventi. La terra si offende se una sua creatura viene ferita: "una volta caduto a terra nero/sangue mortale di quello che prima era un uomo, chi/potrebbe farlo tornare indietro cantando?" domanda il Coro dell' Agamennone di Eschilo (vv.1019-1021). E nelle Coefore:"tiv ga;r luvtron pesovnto" ai{mato" pevdoi ;" (v. 48), quale lavacro c'è del sangue caduto a terra?". Più avanti (nel Commo) il Coro canta: "ma è legge che gocce di sangue/versate al suolo, chiedano altro/sangue: infatti grida strage l'Erinni "( boa/' ga;r loigo;n j Erinuv~, Coefore, vv. 400-402).
1.01.2007
Altre proposte per "Nell'Ulivo.Da Sinistra".
da una lettera di Enzo Annino
Caro Davide,
ho letto la tua ultima lettera. Condivido le proposte degli articoli che tu riporti
ma credo ci vogliano anche iniziative nuove.
Due punti ritengo essenziali:
a) ci vuole una nuova legge elettorale, che garantisca oltre alla
stabilità del Governo anche rappresentatività dei Parlamentari; senza di essa
nuove aggregazioni politiche non porteranno lontano (per quanto rigurda le mie
opinioni in materia, tu sai che io sono per Collegi uninominali,
per il divieto per un candidato di candidarsi in più di un Collegio,
l'obbligo di residenza del candidato nel Collegio in cui si presenta:
as simple as this!);
b) ci vogliono iniziative volte alla riduzione della spesa pubblica,
attuate semplicemente atraverso la semplificazione del sistema ( meno
Parlamentari, Consigli Regionali e Comunali meno numerosi, meno
Assessorati...; l'eliminazione delle Provincie con trasferimento di competenze e
personale a Regioni, città metropolitane e Unioni di Comuni(in attesa del pensionamento dei lavoratori più anziani senza nuove assunzioni ); accorpamento, appunto, dei Comuni con meno di 2000
abitanti e, in parallelo: eliminazione dello Spoil System,
formazione continua del personale dell'Amministrazione Pubblica,
aumento delle retribuzioni con la valorizzazione del merito ...
Credo che anche su ciascuno di questi due temi sarebbe utile
organizzare un dibattito pubblico da parte di " Nell'Ulivo ; da Sinistra "
Tanti cari saluti
Enzo Annino
da una lettera di Enzo Annino
Caro Davide,
ho letto la tua ultima lettera. Condivido le proposte degli articoli che tu riporti
ma credo ci vogliano anche iniziative nuove.
Due punti ritengo essenziali:
a) ci vuole una nuova legge elettorale, che garantisca oltre alla
stabilità del Governo anche rappresentatività dei Parlamentari; senza di essa
nuove aggregazioni politiche non porteranno lontano (per quanto rigurda le mie
opinioni in materia, tu sai che io sono per Collegi uninominali,
per il divieto per un candidato di candidarsi in più di un Collegio,
l'obbligo di residenza del candidato nel Collegio in cui si presenta:
as simple as this!);
b) ci vogliono iniziative volte alla riduzione della spesa pubblica,
attuate semplicemente atraverso la semplificazione del sistema ( meno
Parlamentari, Consigli Regionali e Comunali meno numerosi, meno
Assessorati...; l'eliminazione delle Provincie con trasferimento di competenze e
personale a Regioni, città metropolitane e Unioni di Comuni(in attesa del pensionamento dei lavoratori più anziani senza nuove assunzioni ); accorpamento, appunto, dei Comuni con meno di 2000
abitanti e, in parallelo: eliminazione dello Spoil System,
formazione continua del personale dell'Amministrazione Pubblica,
aumento delle retribuzioni con la valorizzazione del merito ...
Credo che anche su ciascuno di questi due temi sarebbe utile
organizzare un dibattito pubblico da parte di " Nell'Ulivo ; da Sinistra "
Tanti cari saluti
Enzo Annino
12.04.2006
>Partito Democratico, Ulivo, Unione: la ricreazione è finita<
Una riflessione dopo il 2 dicembre.
La manifestazione di Roma con il grottesco ma significativo trionfo personale di Berlusconi e, per altri versi, anche il nanismo gigantista del palazzo di Palermo con Casini, costringono ad una urgente accelerazione dei processi unitari nel centro sinistra.
In tutto il centrosinistra.
Nell'Ulivo, innanzitutto, dove deve riprendere una discussione vera, per dare avvio al Partito Democratico.
Ma anche nell'area a sinistra dei Ds dove appare sempre meno comprensibile la frammentazione e la polemica continua fra PdCI e Rifondazione.
E, contestualmente nell'Unione, dove non bisogna arrendersi all’incomunicabilità fra “riformisti” e “radicali”, dove è necessaria per reggere la prova del governo una serrata, ma fatta insieme, rilettura del programma elettorale, per renderne chiaro e condiviso il percorso realizzativi e riformatore.
(E' possibile? Deve essere possibile. Se non fosse così quale altra strada?)
Non basta coabitare, bisogna agire uniti e bisogna unirsi.
Questo ci dice Roma.
Berlusconi sarà anche un leader non riproponibile ma è stato riproposto, con il consenso di centinaia di migliaia di “militanti”.
Il programma scandito a quei cortei è davvero preoccupante: dichiarazione di illeggitimità del governo Prodi, promessa di guerra, o almeno guerriglia, continua, nel Parlamento e nel paese.
E, per i contenuti, una sorta di federazione fra un Nord in libera uscita da ogni dovere sociale ed un Sud che pretende assistenzialismo.
Ciò che tiene assieme è la sfiducia in uno sviluppo ordinato e solido. Ciò in cui non si crede, o francamente si avversa, è la possibilità di un intervento pubblico intelligente, attivo ed equo.
E’ necessario oltreche un dovere democratico, parlare anche a molti di quell'opinione, non intorbidando l’alternatività delle proposte del centrosinistra, ma con i fatti, con i risultati, con la coesione dell'azione di governo, Ma anche la differenza di Casini ci interpella ad una reazione di unità e rafforzamento del centrosinistra.
Non è chiaro se Casini voglia tenersi pronto per un cambio di governo extraelettorale, che sarebbe devastante per la tenuta e la leggibilità democratica delle istituzioni, o più modestamente forzare il ricambio a destra.
In ogni caso è chiaro che non c'è molto tempo da perdere. Non per paura della forza della destra ma per parlare al paese, un paese da riorientare, da riunire.
Sono compiti ardui per le forze politiche che sostengono Prodi.
Certamente per le forze minori, indebolite nella qualità dei gruppi dirigenti e nella frammentazione.
In queste forze ci vuole uno scatto, una scommessa sul proprio ruolo di governo. Deve essere chiesto, si deve ottenere.
Ma anche per i partiti maggiori la prova è difficile.
Non so se esiste- come qualcuno ha detto- lo spazio storico per un "partito democratico", ma viene da chiedersi quale sia lo spazio storico di ognuna delle due forze maggiori, La Margherita ma anche i DS.In ogni caso il cambio di direzione, dalla costruzione del PD ad altro, imporrebbe un generale cambiamento.
I DS verso forme di unità organica con forze alla sua sinistra, oggi certo non vicinissime, e La Margherita verso un nuovo centro, direttamente collegato alle domande di immediata riproduzione delle tesi della gerarchia cattolica nella politica.
Al momento paiono impraticabili entrambe queste due fughe centrifughe e comunque tali da non lasciare questi partiti nella loro identità attuale, nel loro “spazio storico” quale è andato disegnandosi dall’’89 ad oggi.
Allora l'alternativa al PD è solo la riduzione di velocità, l'impaludamento, proprio quando l'urgenza del fare è del tutto opposta.
E' vero, lo ha ricordato Macaluso nell'incontro di Venerdì alla Cappella Farnese, tutto ciò non è frutto delle ferree leggi della storia, ma anche di limiti soggettivi dei gruppi dirigenti.
Altre strade erano forse possibili.
Potrebbe rivendicarlo, a ben maggiore ragione, chi ha militato nella Sinistra dei Ds.
Ma oggi, nondimeno, il quadro è chiaro. lo spazio per un Ulivo partito, ma non ristretto agli apparati ed al personale politico di Ds e Margherita, se ancora non è certo, bisogna costruirlo.
Un atto di volontà, di direzione politica è quanto serve.
Non solo dall’alto. I nostri militanti, nei partiti e nella società civile, infatti, lo sanno e lo chiedono.
Per farlo bisogna parlare di contenuti, non per fare melina o dividere, ma per scegliere ciò che unisce, ciò che parla al paese.
Un esempio. il Presidente della Repubblica propone con insistenza sacrosanta la dignità e la sicurezza del lavoro.
Bene, proprio quando qui si unificano temi come lotta al precariato e progetti di sviluppo, come qualità della vita e delle produzioni, dove le “tradizioni” concordano, qui c'è un tema per fare governo e insieme muovere la società.
Un altro esempio: il valore -oltre e prima del mercato- dell'istruzione e della cultura, del fare cultura e del poterne godere è un'altro tema dove non ci sono nell’Ulivo fossati incolmabili, abissi della storia da saltare a piè pari per agire.
Dove occorre precisione nel governare, e coraggio innovatore.
Bene, forse la finanziaria sarebbe stata meglio “comunicata” e accolta se accanto all'obiettivo di far ripartire la crescita si fossero messi in rilievo, e non ne mancano, gli aspetti già al suo interno che richiamano il valore del lavoro e la forza della cultura e della scuola.
Soprattutto sarebbe stata più condivisa se lì si fosse puntato nel mirare l'intervento finanziario, il dare.
Le associazioni per il PD, o che si confrontano su questo tema , ( come “Nell’Ulivo.Da Sinistra”) sono al lavoro.
A Bologna è possibile molto meglio che altrove per l'esistenza del tavolo dell'Ulivo.
L' Emilia-Romagna ha molto da dire. E' la terra del maggior radicamento di tutte le culture politiche, certamente di quella riformatrice della sinistra italiana.
L'Emilia-Romagna parlerà e conterà di più se agisce per unire le fila ed andare avanti.
Per i contenuti e non solo per le forme.
Per il lavoro ed il sapere, non solo per rivendicare la maggiore forza della sua partecipazione politica allargata, del suo "ceto politico" ( lo scrivo qui senza alcuna accezione negativa) che è reale ed è un grande patrimonio della democrazia italiana.
Serve un atto di volontà, dicevamo. Non la considerazione sulla possibilità o meno di unirsi. La vita è anche come ce la costruiamo.
Un po' come Hugo Pratt faceva fare a Corto Maltese. Quando una zingara gli predice vita corta per la linea della mano breve, il marinaio prende una lama e si disegna, si allunga la sua linea, e il suo destino.
Davide Ferrari
Una riflessione dopo il 2 dicembre.
La manifestazione di Roma con il grottesco ma significativo trionfo personale di Berlusconi e, per altri versi, anche il nanismo gigantista del palazzo di Palermo con Casini, costringono ad una urgente accelerazione dei processi unitari nel centro sinistra.
In tutto il centrosinistra.
Nell'Ulivo, innanzitutto, dove deve riprendere una discussione vera, per dare avvio al Partito Democratico.
Ma anche nell'area a sinistra dei Ds dove appare sempre meno comprensibile la frammentazione e la polemica continua fra PdCI e Rifondazione.
E, contestualmente nell'Unione, dove non bisogna arrendersi all’incomunicabilità fra “riformisti” e “radicali”, dove è necessaria per reggere la prova del governo una serrata, ma fatta insieme, rilettura del programma elettorale, per renderne chiaro e condiviso il percorso realizzativi e riformatore.
(E' possibile? Deve essere possibile. Se non fosse così quale altra strada?)
Non basta coabitare, bisogna agire uniti e bisogna unirsi.
Questo ci dice Roma.
Berlusconi sarà anche un leader non riproponibile ma è stato riproposto, con il consenso di centinaia di migliaia di “militanti”.
Il programma scandito a quei cortei è davvero preoccupante: dichiarazione di illeggitimità del governo Prodi, promessa di guerra, o almeno guerriglia, continua, nel Parlamento e nel paese.
E, per i contenuti, una sorta di federazione fra un Nord in libera uscita da ogni dovere sociale ed un Sud che pretende assistenzialismo.
Ciò che tiene assieme è la sfiducia in uno sviluppo ordinato e solido. Ciò in cui non si crede, o francamente si avversa, è la possibilità di un intervento pubblico intelligente, attivo ed equo.
E’ necessario oltreche un dovere democratico, parlare anche a molti di quell'opinione, non intorbidando l’alternatività delle proposte del centrosinistra, ma con i fatti, con i risultati, con la coesione dell'azione di governo, Ma anche la differenza di Casini ci interpella ad una reazione di unità e rafforzamento del centrosinistra.
Non è chiaro se Casini voglia tenersi pronto per un cambio di governo extraelettorale, che sarebbe devastante per la tenuta e la leggibilità democratica delle istituzioni, o più modestamente forzare il ricambio a destra.
In ogni caso è chiaro che non c'è molto tempo da perdere. Non per paura della forza della destra ma per parlare al paese, un paese da riorientare, da riunire.
Sono compiti ardui per le forze politiche che sostengono Prodi.
Certamente per le forze minori, indebolite nella qualità dei gruppi dirigenti e nella frammentazione.
In queste forze ci vuole uno scatto, una scommessa sul proprio ruolo di governo. Deve essere chiesto, si deve ottenere.
Ma anche per i partiti maggiori la prova è difficile.
Non so se esiste- come qualcuno ha detto- lo spazio storico per un "partito democratico", ma viene da chiedersi quale sia lo spazio storico di ognuna delle due forze maggiori, La Margherita ma anche i DS.In ogni caso il cambio di direzione, dalla costruzione del PD ad altro, imporrebbe un generale cambiamento.
I DS verso forme di unità organica con forze alla sua sinistra, oggi certo non vicinissime, e La Margherita verso un nuovo centro, direttamente collegato alle domande di immediata riproduzione delle tesi della gerarchia cattolica nella politica.
Al momento paiono impraticabili entrambe queste due fughe centrifughe e comunque tali da non lasciare questi partiti nella loro identità attuale, nel loro “spazio storico” quale è andato disegnandosi dall’’89 ad oggi.
Allora l'alternativa al PD è solo la riduzione di velocità, l'impaludamento, proprio quando l'urgenza del fare è del tutto opposta.
E' vero, lo ha ricordato Macaluso nell'incontro di Venerdì alla Cappella Farnese, tutto ciò non è frutto delle ferree leggi della storia, ma anche di limiti soggettivi dei gruppi dirigenti.
Altre strade erano forse possibili.
Potrebbe rivendicarlo, a ben maggiore ragione, chi ha militato nella Sinistra dei Ds.
Ma oggi, nondimeno, il quadro è chiaro. lo spazio per un Ulivo partito, ma non ristretto agli apparati ed al personale politico di Ds e Margherita, se ancora non è certo, bisogna costruirlo.
Un atto di volontà, di direzione politica è quanto serve.
Non solo dall’alto. I nostri militanti, nei partiti e nella società civile, infatti, lo sanno e lo chiedono.
Per farlo bisogna parlare di contenuti, non per fare melina o dividere, ma per scegliere ciò che unisce, ciò che parla al paese.
Un esempio. il Presidente della Repubblica propone con insistenza sacrosanta la dignità e la sicurezza del lavoro.
Bene, proprio quando qui si unificano temi come lotta al precariato e progetti di sviluppo, come qualità della vita e delle produzioni, dove le “tradizioni” concordano, qui c'è un tema per fare governo e insieme muovere la società.
Un altro esempio: il valore -oltre e prima del mercato- dell'istruzione e della cultura, del fare cultura e del poterne godere è un'altro tema dove non ci sono nell’Ulivo fossati incolmabili, abissi della storia da saltare a piè pari per agire.
Dove occorre precisione nel governare, e coraggio innovatore.
Bene, forse la finanziaria sarebbe stata meglio “comunicata” e accolta se accanto all'obiettivo di far ripartire la crescita si fossero messi in rilievo, e non ne mancano, gli aspetti già al suo interno che richiamano il valore del lavoro e la forza della cultura e della scuola.
Soprattutto sarebbe stata più condivisa se lì si fosse puntato nel mirare l'intervento finanziario, il dare.
Le associazioni per il PD, o che si confrontano su questo tema , ( come “Nell’Ulivo.Da Sinistra”) sono al lavoro.
A Bologna è possibile molto meglio che altrove per l'esistenza del tavolo dell'Ulivo.
L' Emilia-Romagna ha molto da dire. E' la terra del maggior radicamento di tutte le culture politiche, certamente di quella riformatrice della sinistra italiana.
L'Emilia-Romagna parlerà e conterà di più se agisce per unire le fila ed andare avanti.
Per i contenuti e non solo per le forme.
Per il lavoro ed il sapere, non solo per rivendicare la maggiore forza della sua partecipazione politica allargata, del suo "ceto politico" ( lo scrivo qui senza alcuna accezione negativa) che è reale ed è un grande patrimonio della democrazia italiana.
Serve un atto di volontà, dicevamo. Non la considerazione sulla possibilità o meno di unirsi. La vita è anche come ce la costruiamo.
Un po' come Hugo Pratt faceva fare a Corto Maltese. Quando una zingara gli predice vita corta per la linea della mano breve, il marinaio prende una lama e si disegna, si allunga la sua linea, e il suo destino.
Davide Ferrari