8.17.2006
Restare nell'Ulivo, da Sinistra. Il tema della Pace.
Un intervento di Massimo Meliconi
Ho letto l’articolo di Davide Ferrari sull’Unità, che mi è parso molto interessante, come interessanti sono stati gli articoli di importanti personalità politiche, usciti sullo stesso giornale, che riprendevano alcuni punti da lui espressi e che, in maniera diversa fra loro, davano interpretazioni e risposte ai temi sollevati. Le questioni sono di indubbia importanza, basti ricordare il titolo dato all’articolo stesso che recitava “ Restare nell’Ulivo, da sinistra”.
Volevo prima di tutto fare alcune considerazioni più generali, per poi arrivare a parlare di un tema per me discriminante, fondamentale e soprattutto esemplificativo, più che attuale, purtroppo, oggi come oggi, che è quello della pace.
La discussione che si è aperta dopo le elezioni del 9 e 10 Aprile sulla possibilità di far nascere un grande partito progressista, che a me piace chiamare Ulivo ( so bene che il termine più usato è partito democratico, ma a me sembra che questo termine evochi esperienze di altri paesi molto diversi, per storia, cultura politica e non solo, dall’Italia), è una discussione che si è velocemente propagata non solo fra i ceti politici di partiti come i Ds e la Margherita, ma che ha coinvolto intellettuali, giornalisti, membri di tante associazioni profondamente radicate nella società e soprattutto tante persone che seguono le vicende politiche ( basti vedere le rubriche di lettere di vari giornali, siti internet, blog, etc).
Ci si è divisi, un po’ troppo velocemente a mio parere, fra sostenitori e detrattori del progetto, fra chi propone entusiastici si e chi risponde con drastici no. Chi scrive si è sempre definito e si definisce tuttora di “ sinistra”, e come tanti ha avvertito la necessità di una profonda riflessione su un tema che ha indubbiamente un peso e una valenza fondamentale nel campo progressista attuale. Quello che a me sembra importante, in questa fase, è che, in assenza di capacità divinatorie sul prossimo futuro, sia importantissimo partecipare a questa discussione, parteciparvi con la propria storia e la propria identità, cercando di dare il proprio contributo senza abiure, che non mi sembrano richieste, ma con la consapevolezza che difficilmente questo nuovo progetto potrà avere un futuro positivo se ignorerà completamente proposte ed istanze che vengono anche da sinistra.
In questo senso, mi sento di condividere l’analisi di Ferrari sull’importanza che hanno avuto, anche in altre stagioni della politica Italiana, componenti specifiche che hanno però contribuito a far crescere la politica e la società Italiana nel suo complesso. Sotto questo aspetto mi pare anche importante sottolineare che, pur condividendo molte delle critiche espresse da alcune personalità della sinistra socialista e da altri al progetto del Grande Ulivo, non sia particolarmente produttivo ed efficace in questa fase bollare sia la discussione in corso sia tutti i suoi partecipanti come una specie di assise di “ moderati “ e di “conservatori”, che hanno come unico scopo quello di far spostare al “centro” l’asse politico della coalizione di centro-sinistra. Molte persone, e non solo i “soliti noti”, vedono nel progetto dell’Ulivo, una possibilità reale per riformare la politica in generale e l’Unione attualmente al governo in particolare; bisogna cercare di partecipare a questa discussione ponendo temi concreti e discriminanti, in grado di creare un vero consenso: sotto questo aspetto, un tema per me fondamentale, di cui vale sicuramente la pena di parlare, purtroppo di grande attualità, è quello della pace. La cronaca di questi giorni, si sa, parla del nuovo conflitto che insanguina il medio-oriente fra lo stato di Israele e le milizie sciite Hezbollah, stanziate nel sud del Libano. Le immagini di interi villaggi o di quartieri di città completamente rasi al suolo o pesantemente danneggiati, di carri armati pronti a colpire alternate a quelle di lenzuoli insanguinati che coprono i corpi di vittime civili innocenti hanno oscurato nei telegiornali o nei resoconti scritti dei giornali le stragi che continuano in Iraq, un paese a cui si doveva portare democrazia e sviluppo e che è, ora, invece sulla soglia di una devastante guerra civile. E che dire della guerra che continua in Afghanistan, dove le pochissime notizie che arrivano parlano di elicotteri militari che cadono “ a causa del maltempo”?
Che dire dell’impressione data in questi giorni da una diplomazia internazionale che sembra impotente e che deve aspettare che alcune forze belligeranti siano soddisfatte delle posizioni acquisite militarmente nel “ teatro delle operazioni” per sperare di arrivare a una tregua che ponga fine ad una strage continua di vittime innocenti? Che dire di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che continua ad essere scacco di potenze aggressive, “ in primis” gli Stati Uniti? Si diceva che la guerra in Iraq avrebbe dato un colpo mortale al terrorismo Islamico internazionale, ma le notizie di queste ore ( per fortuna pare che l’attentato agli aerei di linea Britannici sia stato sventato appena in tempo) dimostrano che gli operatori del terrore continuano a provare a seminare morte e distruzione.
Non credo sia vano ricordare ora il movimento per la pace ai tempi dell’inizio della guerra in Iraq, visto che se non mi ricordo male eravamo milioni di persone solo in Italia, e ripensare a ciò che dicevamo allora agli epigoni indigeni dei teo-con Americani, le cui idee continuano purtroppo a permeare la politica estera dell’amministrazione Bush; questa guerra (l’Iraq) non solo non risolverà alcun problema, ma corre il rischio di peggiorare la situazione di tutto il medio-oriente e di far scoppiare altri conflitti, perché puntare sulla politica muscolare e violenta, sullo scontro di civiltà, su uno smaccato occidentalismo di sapore vetero-coloniale non può che esacerbare gli animi e acuire i contrasti. Allora, gli “atei devoti” con tanto di elmetto, risposero che ci voleva tempo, che la democrazia in Iraq prima o poi sarebbe decollata e che gli effetti positivi dell’uso della forza si sarebbero visti col tempo. Bene, un paio d’annetti sono passati, i risultati sono tristemente sotto gli occhi di tutti. Ora, almeno a Bologna, in Luglio, solo la Cgil ha organizzato meritoriamente una manifestazione sul conflitto scoppiato al confine fra Libano ed Israele.
La calura e il periodo estivo non hanno certo aiutato, ma forse non sarà vano ricordare che, nell’immaginario collettivo progressista, oltre al “popolo di sinistra”e al “popolo delle primarie” esiste anche il “popolo della pace”, che ha dato ottima prova di sé nelle piazze d’Italia ( e del mondo), che ha unito laici cattolici ed appartenenti ad altre religioni, donne e uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali.
Non sarà inutile ricordare nella discussione che stiamo facendo sul Grande Ulivo che pochi argomenti come quello della pace e dello stabilire una vera democrazia nei rapporti internazionali possono creare un consenso forte ed unitario; questo farebbero bene a ricordare sia i partiti che già esistono sia quelli che eventualmente stanno per nascere.
Un intervento di Massimo Meliconi
Ho letto l’articolo di Davide Ferrari sull’Unità, che mi è parso molto interessante, come interessanti sono stati gli articoli di importanti personalità politiche, usciti sullo stesso giornale, che riprendevano alcuni punti da lui espressi e che, in maniera diversa fra loro, davano interpretazioni e risposte ai temi sollevati. Le questioni sono di indubbia importanza, basti ricordare il titolo dato all’articolo stesso che recitava “ Restare nell’Ulivo, da sinistra”.
Volevo prima di tutto fare alcune considerazioni più generali, per poi arrivare a parlare di un tema per me discriminante, fondamentale e soprattutto esemplificativo, più che attuale, purtroppo, oggi come oggi, che è quello della pace.
La discussione che si è aperta dopo le elezioni del 9 e 10 Aprile sulla possibilità di far nascere un grande partito progressista, che a me piace chiamare Ulivo ( so bene che il termine più usato è partito democratico, ma a me sembra che questo termine evochi esperienze di altri paesi molto diversi, per storia, cultura politica e non solo, dall’Italia), è una discussione che si è velocemente propagata non solo fra i ceti politici di partiti come i Ds e la Margherita, ma che ha coinvolto intellettuali, giornalisti, membri di tante associazioni profondamente radicate nella società e soprattutto tante persone che seguono le vicende politiche ( basti vedere le rubriche di lettere di vari giornali, siti internet, blog, etc).
Ci si è divisi, un po’ troppo velocemente a mio parere, fra sostenitori e detrattori del progetto, fra chi propone entusiastici si e chi risponde con drastici no. Chi scrive si è sempre definito e si definisce tuttora di “ sinistra”, e come tanti ha avvertito la necessità di una profonda riflessione su un tema che ha indubbiamente un peso e una valenza fondamentale nel campo progressista attuale. Quello che a me sembra importante, in questa fase, è che, in assenza di capacità divinatorie sul prossimo futuro, sia importantissimo partecipare a questa discussione, parteciparvi con la propria storia e la propria identità, cercando di dare il proprio contributo senza abiure, che non mi sembrano richieste, ma con la consapevolezza che difficilmente questo nuovo progetto potrà avere un futuro positivo se ignorerà completamente proposte ed istanze che vengono anche da sinistra.
In questo senso, mi sento di condividere l’analisi di Ferrari sull’importanza che hanno avuto, anche in altre stagioni della politica Italiana, componenti specifiche che hanno però contribuito a far crescere la politica e la società Italiana nel suo complesso. Sotto questo aspetto mi pare anche importante sottolineare che, pur condividendo molte delle critiche espresse da alcune personalità della sinistra socialista e da altri al progetto del Grande Ulivo, non sia particolarmente produttivo ed efficace in questa fase bollare sia la discussione in corso sia tutti i suoi partecipanti come una specie di assise di “ moderati “ e di “conservatori”, che hanno come unico scopo quello di far spostare al “centro” l’asse politico della coalizione di centro-sinistra. Molte persone, e non solo i “soliti noti”, vedono nel progetto dell’Ulivo, una possibilità reale per riformare la politica in generale e l’Unione attualmente al governo in particolare; bisogna cercare di partecipare a questa discussione ponendo temi concreti e discriminanti, in grado di creare un vero consenso: sotto questo aspetto, un tema per me fondamentale, di cui vale sicuramente la pena di parlare, purtroppo di grande attualità, è quello della pace. La cronaca di questi giorni, si sa, parla del nuovo conflitto che insanguina il medio-oriente fra lo stato di Israele e le milizie sciite Hezbollah, stanziate nel sud del Libano. Le immagini di interi villaggi o di quartieri di città completamente rasi al suolo o pesantemente danneggiati, di carri armati pronti a colpire alternate a quelle di lenzuoli insanguinati che coprono i corpi di vittime civili innocenti hanno oscurato nei telegiornali o nei resoconti scritti dei giornali le stragi che continuano in Iraq, un paese a cui si doveva portare democrazia e sviluppo e che è, ora, invece sulla soglia di una devastante guerra civile. E che dire della guerra che continua in Afghanistan, dove le pochissime notizie che arrivano parlano di elicotteri militari che cadono “ a causa del maltempo”?
Che dire dell’impressione data in questi giorni da una diplomazia internazionale che sembra impotente e che deve aspettare che alcune forze belligeranti siano soddisfatte delle posizioni acquisite militarmente nel “ teatro delle operazioni” per sperare di arrivare a una tregua che ponga fine ad una strage continua di vittime innocenti? Che dire di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che continua ad essere scacco di potenze aggressive, “ in primis” gli Stati Uniti? Si diceva che la guerra in Iraq avrebbe dato un colpo mortale al terrorismo Islamico internazionale, ma le notizie di queste ore ( per fortuna pare che l’attentato agli aerei di linea Britannici sia stato sventato appena in tempo) dimostrano che gli operatori del terrore continuano a provare a seminare morte e distruzione.
Non credo sia vano ricordare ora il movimento per la pace ai tempi dell’inizio della guerra in Iraq, visto che se non mi ricordo male eravamo milioni di persone solo in Italia, e ripensare a ciò che dicevamo allora agli epigoni indigeni dei teo-con Americani, le cui idee continuano purtroppo a permeare la politica estera dell’amministrazione Bush; questa guerra (l’Iraq) non solo non risolverà alcun problema, ma corre il rischio di peggiorare la situazione di tutto il medio-oriente e di far scoppiare altri conflitti, perché puntare sulla politica muscolare e violenta, sullo scontro di civiltà, su uno smaccato occidentalismo di sapore vetero-coloniale non può che esacerbare gli animi e acuire i contrasti. Allora, gli “atei devoti” con tanto di elmetto, risposero che ci voleva tempo, che la democrazia in Iraq prima o poi sarebbe decollata e che gli effetti positivi dell’uso della forza si sarebbero visti col tempo. Bene, un paio d’annetti sono passati, i risultati sono tristemente sotto gli occhi di tutti. Ora, almeno a Bologna, in Luglio, solo la Cgil ha organizzato meritoriamente una manifestazione sul conflitto scoppiato al confine fra Libano ed Israele.
La calura e il periodo estivo non hanno certo aiutato, ma forse non sarà vano ricordare che, nell’immaginario collettivo progressista, oltre al “popolo di sinistra”e al “popolo delle primarie” esiste anche il “popolo della pace”, che ha dato ottima prova di sé nelle piazze d’Italia ( e del mondo), che ha unito laici cattolici ed appartenenti ad altre religioni, donne e uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali.
Non sarà inutile ricordare nella discussione che stiamo facendo sul Grande Ulivo che pochi argomenti come quello della pace e dello stabilire una vera democrazia nei rapporti internazionali possono creare un consenso forte ed unitario; questo farebbero bene a ricordare sia i partiti che già esistono sia quelli che eventualmente stanno per nascere.
8.14.2006
Restare nell'Ulivo. Il contributo di Rosanna Facchini.
Temi e tempi del confronto hanno, devono avere, una loro fisiologica incubazione,perché c’è bisogno di riflettere,confrontarsi,ascoltarsi e ascoltare.
Intanto allora,grazie Davide,per almeno tre motivi:
il titolo del tuo “la”;
le domande per il Congresso;
gli “11 Comandamenti”* che hanno fatto,credo, da brogliaccio di lavoro alle ultime riunioni della redazione di Impegno Nuovo.
La tentazione di “fuga/ritiro “ dalla sinistra e dalla politica,dopo quasi vent’anni di “nuovo” e di “cambiamento”,ha anch’essa una sua fisiologica incubazione. Forse anche una sua motivazione etica, a fronte di una proliferazione di trasformismi,trasversali peraltro, che rischia di trasformare lo spazio pubblico della partecipazione in una sorta di kamasutra politico,francamente insopportabile e inaccettabile.
E allora, un primo sì: con l’Ulivo/Unione, per due volte ,passando per le primarie, abbiamo accertato la voglia di esserci,di contare, la domanda di partecipazione,dentro e oltre le formazioni politiche ,più o meno consolidate. La partecipazione e il coinvolgimento nelle scelte e nei percorsi è oggi più che mai un diritto esigibile di cittadinanza politica e sociale, che deve trovare le sue forme organizzative per la sua piena esplicazione.
Per i DS e per tutte le formazioni politiche che nell’Ulivo/Unione si sono coordinate nell’ottobre 2005 e nell’aprile 2006,sono davvero ineludibili adesso due condizioni:
il passaggio congressuale per arricchire l’abbandono della deleteria pratica dei “certificati
l’incontro/confronto INTERNO di visibilità”,tramite i mass media .
Brutalmente tradotto: chi è al governo,faccia il governo, chi è in Parlamento,faccia il Parlamento e non si confondano ruoli e funzioni e soprattutto si usino i luoghi istituzionali per gli uni e i luoghi politici per gli altri.
Mandare a casa berlusconi era la condizione NECESSARIA, ma nessuno può pensare che fosse/sia SUFFICIENTE, perché il “berlusconismo” è vivo e lotta ancora “contro di noi”!
Chi siamo noi?
Sì, una domanda di identità e di posizione,che non va trattata con sufficienza e/ o con mal celata sopportazione/disapprovazione .
E le domande di Davide tracciano già un percorso praticabile, cui si può cominciare a rispondere,anche schematicamente,perché adesso servono,forse,
poche e chiare “parole per dirlo” :
EUROPA, PACE, STATO SOCIALE, FORMAZIONE/LAVORO & DIRITTI, LAICITA’, UNITA’
E se fossero proprio questi i titoli del Congresso? Mi pare stiano già tutti anche in quegli “11comandamenti” di Davide, in cui mi riconosco, sul piano etico e culturale -le categorie fondanti la politica.
Stanno anche nelle argomentazioni di Grandi, che fanno chiarezza su ruolo e funzioni di governo e su prospettive di una politica di sinistra,in Italia e in Europa, e tracciano anche, lucidamente, il percorso politico-culturale-organizzativo,indicando con altrettanto lucida e concreta pragmaticità la 1° tappa:
l’UNITA’ della SINISTRA,prima di tutto nei DS.
Rosanna Facchini
*(Rosanna Facchi fa riferimento qui, oltre all'articolo di Luglio di D.Ferrari sull' Unità anche alla bozza di un documento :"10 punti e un'undicesimo" che è in via di definitiva e collettiva elaborazione e pubblicheremo q.p.)
Temi e tempi del confronto hanno, devono avere, una loro fisiologica incubazione,perché c’è bisogno di riflettere,confrontarsi,ascoltarsi e ascoltare.
Intanto allora,grazie Davide,per almeno tre motivi:
il titolo del tuo “la”;
le domande per il Congresso;
gli “11 Comandamenti”* che hanno fatto,credo, da brogliaccio di lavoro alle ultime riunioni della redazione di Impegno Nuovo.
La tentazione di “fuga/ritiro “ dalla sinistra e dalla politica,dopo quasi vent’anni di “nuovo” e di “cambiamento”,ha anch’essa una sua fisiologica incubazione. Forse anche una sua motivazione etica, a fronte di una proliferazione di trasformismi,trasversali peraltro, che rischia di trasformare lo spazio pubblico della partecipazione in una sorta di kamasutra politico,francamente insopportabile e inaccettabile.
E allora, un primo sì: con l’Ulivo/Unione, per due volte ,passando per le primarie, abbiamo accertato la voglia di esserci,di contare, la domanda di partecipazione,dentro e oltre le formazioni politiche ,più o meno consolidate. La partecipazione e il coinvolgimento nelle scelte e nei percorsi è oggi più che mai un diritto esigibile di cittadinanza politica e sociale, che deve trovare le sue forme organizzative per la sua piena esplicazione.
Per i DS e per tutte le formazioni politiche che nell’Ulivo/Unione si sono coordinate nell’ottobre 2005 e nell’aprile 2006,sono davvero ineludibili adesso due condizioni:
il passaggio congressuale per arricchire l’abbandono della deleteria pratica dei “certificati
l’incontro/confronto INTERNO di visibilità”,tramite i mass media .
Brutalmente tradotto: chi è al governo,faccia il governo, chi è in Parlamento,faccia il Parlamento e non si confondano ruoli e funzioni e soprattutto si usino i luoghi istituzionali per gli uni e i luoghi politici per gli altri.
Mandare a casa berlusconi era la condizione NECESSARIA, ma nessuno può pensare che fosse/sia SUFFICIENTE, perché il “berlusconismo” è vivo e lotta ancora “contro di noi”!
Chi siamo noi?
Sì, una domanda di identità e di posizione,che non va trattata con sufficienza e/ o con mal celata sopportazione/disapprovazione .
E le domande di Davide tracciano già un percorso praticabile, cui si può cominciare a rispondere,anche schematicamente,perché adesso servono,forse,
poche e chiare “parole per dirlo” :
EUROPA, PACE, STATO SOCIALE, FORMAZIONE/LAVORO & DIRITTI, LAICITA’, UNITA’
E se fossero proprio questi i titoli del Congresso? Mi pare stiano già tutti anche in quegli “11comandamenti” di Davide, in cui mi riconosco, sul piano etico e culturale -le categorie fondanti la politica.
Stanno anche nelle argomentazioni di Grandi, che fanno chiarezza su ruolo e funzioni di governo e su prospettive di una politica di sinistra,in Italia e in Europa, e tracciano anche, lucidamente, il percorso politico-culturale-organizzativo,indicando con altrettanto lucida e concreta pragmaticità la 1° tappa:
l’UNITA’ della SINISTRA,prima di tutto nei DS.
Rosanna Facchini
*(Rosanna Facchi fa riferimento qui, oltre all'articolo di Luglio di D.Ferrari sull' Unità anche alla bozza di un documento :"10 punti e un'undicesimo" che è in via di definitiva e collettiva elaborazione e pubblicheremo q.p.)
8.10.2006
UN SOCIALISMO INFEDELE
di
Giuseppe Giliberti
Chi è iscritto ai DS dovrà scegliere, in tempi drammaticamente brevi, come collocarsi rispetto al tentativo di fusione tra il proprio partito (per statuto e nella prassi una forza socialista europea) e la Margherita (un’aggregazione di gruppi di centro liberale e cattolico-popolare). La maggioranza sembra avere lanciato il cuore oltre l’ostacolo, pensando che sia il momento di smetterla con l’inseguire alternative socio-economiche inesistenti, o comunque irrealistiche in questa fase storica. Si tratta, invece, di adeguare la proposta politica della sinistra alle richieste dell’elettorato ulivista, prima tra tutte l’unità del ceto politico democratico. I problemi politico-ideologici che pure ci sono (il rapporto con la Chiesa, l’adesione all’Internazionale Socialista, la collocazione all’interno del PSE), non sembrano insormontabili. Si può anche capire che Rosi Bindi non voglia morire socialista, ma non è il caso di esagerare. Il fatto di avere sfiorato un regime populista e il collasso della Costituzione repubblicana ha, da questo punto di vista, avuto il merito di rendere sempre più marginale e patetica la questione delle ‘identità’ come astratto richiamo a storie, simboli e nomi. Il primo problema all’ordine del giorno per i democratici è la difesa della democrazia.
Per consolidarla, occorrerà disinnescare il sovversivismo dei ceti medi innescato da Berlusconi e ricostruire su basi nuove il patto sociale che è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. E’ comunque evidente che bisogna comunque proporre un compromesso tra mondo del lavoro, ceti medi e grande impresa.
Verosimilmente il PD tenterà di riprodurre al suo interno il blocco sociale che l’Ulivo intende costruire nel Paese. La composizione del nuovo partito sarà, ovviamente, analoga a quella di qualunque moderno partito di massa, di sinistra, di destra o di centro che sia: ceto medio (sovra-rappresentato, soprattutto nei posti di comando), lavoratori subalterni sindacalizzati, imprenditori (forse pochi, ma molto influenti). D’altra parte, in Italia non si è mai visto un partito di soli lavoratori dipendenti (a parte il Partito Operaio Italiano, antenato del PSI di Andrea Costa). Lo stesso PCI era in misura considerevole un partito di ceti medi, e così pure i DS. Ma la questione fondamentale non è la composizione sociale degli iscritti, bensì il progetto politico del nuovo partito. Se anche dovesse coincidere con quello del governo, sarebbe un programma comunque non da poco: rilanciare l’economia salvaguardando la posizione dei ceti più deboli, e democratizzare la società combattendo i monopoli.
Il problema è che una ‘cosa’ del genere presuppone una profonda e durevole convergenza sociale tra lavoratori e grandi imprese (come tenderebbe quasi automaticamente a proporre la dirigenza ex-PCI), oltre naturalmente a ‘ceti medi riflessivi’, compreso il ceto politico, e poi piccole e medie aziende e professionisti (come sottolinea Cacciari). Questa prospettiva interclassista è tutta da dimostrare. Il patto sociale promosso a suo tempo dalla DC era cementato da una politica di deficit spending e di espansione della mano pubblica, oggi impensabile. Le questioni essenziali davanti alla sinistra di governo sono abbastanza chiare: ridare dignità e sicurezza ai lavoratori, modernizzare il sistema produttivo, riavviare il processo di unità europea e battere le tendenze euro-scettiche, ripristinare accettabili strandard di legalità, e così via. Ma, per arrivarci, attraverseremo certamente un periodo difficile, costellato da scontri sociali molto ‘classici’, aventi come oggetto il reddito, la dignità, la ripartizione del potere, il conflitto tra legge e privilegio.
Lo Stato democratico, sviluppatosi dal secondo dopoguerra ad oggi, è nel suo insieme il risultato di un compromesso tra diversi, che hanno – loro malgrado – finito per accettarsi, convivere nell’ambito di regole comuni, e persino assomigliarsi. Di questo un compromesso, i sistemi di welfare costituiscono un capitolo fondamentale. Infatti il capitalismo in sé non ha nulla di democratico, benevolo, o razionale. Come, d’altra parte, non è in sé tollerante e liberale il movimento dei lavoratori. Gli imprenditori e i manager democratici, pur favorevoli alla modernizzazione, alle liberalizzazioni, alla difesa della legalità, all’integrazione europea, saranno anche disposti a mantenere lo stato sociale, a ridurre il precariato, ad aumentare il potere e il reddito dei lavoratori, in una fase di crisi del sindacato e di diminuzione delle risorse economiche e politiche dello Stato?
Il governo dell’Ulivo è uno strumento di grandissima utilità per il tutto il Paese, ma l’esistenza di un’autonoma forza che rappresenti il mondo del lavoro appare indispensabile. Sulla base di obbiezioni come queste, e di altre riguardanti l’alleanza con gli USA e i rapporti con i paesi poveri, alcune componenti della sinistra DS sono già uscite dal partito. Altre hanno dichiarato che non aderiranno al PD, e cercheranno di dare vita con Rifondazione a un’altra forza di sinistra radicale. Altri ancora, cioè il grosso della sinistra DS, sembrano decisi a procrastinare la decisione per qualche tempo, ma essendo orientati in effetti a costruire una nuova forza socialista del lavoro, probabilmente distinta da quella del Partito della Sinistra Europea. Sono scommesse (giochi d’azzardo, se vogliamo), tutte teoricamente integrabili in una prospettiva di governo democratico del Paese, ma molto pericolose sulla tenuta della maggioranza. Eppure nessuno sta barando. Non si tratta insomma, come qualche ulivista acritico pensa, di banali dinamiche di potere all’interno del ceto politico, o della ricerca del ‘posizionamento’ più vantaggioso nel mercato elettorale. Unirsi ai movimenti di contestazione, costruire una nuova forza socialista, oppure partecipare – magari in maniera critica – alla fondazione del PD, sono tre scelte abbastanza plausibili, che corrispondono ad analisi politiche effettivamente diverse.
Non dobbiamo lasciarci guidare da una posizione ideologica preconcetta e messianica: non c’è una scienza che ci predica il futuro della società, non c’è fede cui sacrificare la ragione individuale. Soprattutto, non esiste una società perfetta che noi non vedremo, ma i nostri nipoti certamente sì. La politica richiede esperimenti, e quindi errori, continui. Perciò abbiamo bisogno di una forza di sinistra che sia ‘repubblicana’ (cioè basata sulla partecipazione e sulla mobilitazione morale), ma ‘agnostica’ (cioè non convinta a priori che ci sia una mano invisibile che guida la storia). Forse è in gestazione una nuova forma di società, magari caratterizzata da forme inedite di cogestione o di cooperativismo. Non lo sappiamo ancora. Possiamo solo ragionevolmente convenire che una forza politica – sia essa un partito o una corrente - che abbia la pretesa di essere insieme democratica e di socialista dovrebbe partire da almeno quattro principi guida:
1) La libertà.
L’esperienza storica ha dimostrato che il socialismo non può che essere democratico, e cioè caratterizzato dal pluralismo politico, dalla partecipazione, dal decentramento e dal rispetto dei diritti fondamentali. Ciò comporta la difesa della democrazia, il cui nemico principale è in questo momento rappresentato dal populismo di Forza Italia e della Lega. Deve, perciò, essere impedito ad ogni costo un errore devastante come fu quello di fare cadere il primo governo Prodi.
La storia ha dimostrato anche che la libertà individuale per tutti può svilupparsi solo in un quadro economico pluralistico. Il socialismo liberale e democratico non può che consistere in una forma di democratizzazione e regolamentazione dell’economia di mercato, con una forte componente di perequazione sociale. E’, perciò, del tutto inutile pensare alla confluenza tra forze comuniste e socialiste, che, in nome della lotta al capitalismo, mettano tra parentesi il fallimento storico delle varie esperienze di socialismo di Stato.
2) L’eguaglianza.
Una forza di sinistra non può che essere schierata a difesa degli interessi materiali e morali del mondo del lavoro dipendente, para-subordinato e del terzo settore. Su questa base va ricercata una convergenza strategica con i ceti medi più interessati alle dinamiche di democratizzazione e innovazione. Questo rende necessario un rapporto molto stretto con i sindacati, le associazioni dei para-subordinati e le organizzazioni del terzo settore. Una particolare attenzione va dedicata alla tutela dei segmenti più deboli del lavoro, cioè essenzialmente gli immigrati, i disoccupati e i precari.
L’eguaglianza si traduce sul piano giuridico nella parità davanti alla legge, sul piano economico-sociale in una politica di equità, cioè di giustizia sociale e di empowerment dei lavoratori e degli emarginati. Nei rapporti tra i generi, il principio di eguaglianza implica la pari dignità e il perseguimento di azioni positive (ad esempio, le ‘quote rosa’ in politica e sul lavoro), che corregganno le discriminazioni prodotte dal dominio maschile
3) La solidarietà.
La sinistra democratica è erede di una serie di tradizioni solidaristiche, umanitarie e universalistiche, comprese quelle comuniste e quelle cristiano-sociali. E’ perciò naturale che essa sia impegnata a difendere lo stato sociale, l’occupazione e la dignità del lavoro. Ma solidarietà significa anche perseguire un rapporto diverso con i paesi del Terzo Mondo, i cui interessi non sono affatto coincidenti con quelli dei lavoratori del mondo sviluppato. Ad esempio, occorre mettere in discussione, in primo luogo, la politica agricola protezionistica degli USA e dell’Europa, che costituisce uno dei principali fattori di destrutturazione delle economie e delle società dei paesi poveri.
Una conseguenza dell’impostazione universalistica e umanitaria della sinistra è anche il perseguimento della pace universale come obiettivo realistico e urgente per un’umanità ormai in grado di autodistruggersi.
4) Lo sviluppo umano.
La sinistra è nata dal processo di modernizzazione, come reazione difensiva alle sperequazioni e all’alinazione che la società capitalistica produceva. Ma libertà, eguaglianza e solidarietà sono frutto della modernità sono cioè prodotti artificiali, che costano e richiedono conoscenze e risorse. Perciò la sinistra è per definizione progressista. Ma il progresso non può più essere rozzamente inteso come incremento del PIL, e nemmeno necessariamente come sviluppo economico, o con la liberalizzazione dei mercati. I processi di globalizzazione potranno essere uno strumento di progresso per l’intera umanità solo se verranno governati e sottratti al controllo delle multinazionali.
Esso è, piuttosto, l’incremento dello sviluppo umano, cioè della capacità di soddisfare i bisogni fondamentali e della libertà di perseguire un autonomo progetto di vita. Quest’accezione dello sviluppo comprende anche un armonico rapporto con la natura.
Su queste premesse si può pensare ad esprimere un giudizio sul futuro PD. Può essere uno strumento utile per ampliare la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà, lo sviluppo umano? La dialettica sociale, nell’ambito di una società aperta, richiede che ciascuna parte disponga di un effettivo potere e di rappresentanze politiche in grado di esprimerlo. Questo non significa necessariamente che il lavoro (cioè i lavoratori dipendenti e il terzo settore) debba essere rappresentato da un suo partito politico. La funzione di rappresentanza politica può essere assunta da diverse forze, variamente collocate: partiti, movimenti, e per certi aspetti anche sindacati. In tutto il mondo occidentale accade che componenti di sinistra siano presenti all’interno di partiti di centro, democratici e liberal quanto si vuole, ma ‘business oriented’. A nessuno, ad esempio, è mai sfuggito che le sinistre DC fossero – a parte il peculiare rapporto che esse avevano con la Chiesa – in tutto e per tutto socialdemocratiche, benché inserite in funzione subalterna all’interno di un partito conservatore.
Occorrererebbe, innanzitutto sapere di che tipo di forza politica stiamo parlando. Continuo a ritenere improbabile che il PD sarà un partito nel senso classico del termine, e non invece una federazione di correnti diverse, come fu il Partito d’Azione. In questo caso, la creazione di una grande forza di centro democratico e progressista, imperniata più sul ceto medio che sulla classe lavoratrice, non sarebbe un danno irreparabile per la sinistra. La chiave del problema, credo, sta nella posizione che assumeranno nei prossimi mesi i lavoratori sindacalizzati Se essi non dessero la forza per costituire una significativa e autonoma rappresentanza politica del mondo lavoro, potrebbe essere meglio collocarsi per una fase all’interno del PD, piuttosto che creare un movimento di testimonianza, o una federazione di gruppi alternativi privi di una proposta di governo. Se invece il PD fosse un partito centralizzato e non desse spazio a una presenza socialista, temo che la conseguenza sarebbe negativa per tutto il centro-sinistra. Analogamente a quanto verificatosi nell’SPD tedesca, si aprirebbe lo spazio a uno o più partiti neo-comunisti, capaci di attrarre i movimenti contestativi e una parte della sinistra sindacale, e si favorirebbe una paralizzante convergenza al centro dell’intero sistema politico.
di
Giuseppe Giliberti
Chi è iscritto ai DS dovrà scegliere, in tempi drammaticamente brevi, come collocarsi rispetto al tentativo di fusione tra il proprio partito (per statuto e nella prassi una forza socialista europea) e la Margherita (un’aggregazione di gruppi di centro liberale e cattolico-popolare). La maggioranza sembra avere lanciato il cuore oltre l’ostacolo, pensando che sia il momento di smetterla con l’inseguire alternative socio-economiche inesistenti, o comunque irrealistiche in questa fase storica. Si tratta, invece, di adeguare la proposta politica della sinistra alle richieste dell’elettorato ulivista, prima tra tutte l’unità del ceto politico democratico. I problemi politico-ideologici che pure ci sono (il rapporto con la Chiesa, l’adesione all’Internazionale Socialista, la collocazione all’interno del PSE), non sembrano insormontabili. Si può anche capire che Rosi Bindi non voglia morire socialista, ma non è il caso di esagerare. Il fatto di avere sfiorato un regime populista e il collasso della Costituzione repubblicana ha, da questo punto di vista, avuto il merito di rendere sempre più marginale e patetica la questione delle ‘identità’ come astratto richiamo a storie, simboli e nomi. Il primo problema all’ordine del giorno per i democratici è la difesa della democrazia.
Per consolidarla, occorrerà disinnescare il sovversivismo dei ceti medi innescato da Berlusconi e ricostruire su basi nuove il patto sociale che è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. E’ comunque evidente che bisogna comunque proporre un compromesso tra mondo del lavoro, ceti medi e grande impresa.
Verosimilmente il PD tenterà di riprodurre al suo interno il blocco sociale che l’Ulivo intende costruire nel Paese. La composizione del nuovo partito sarà, ovviamente, analoga a quella di qualunque moderno partito di massa, di sinistra, di destra o di centro che sia: ceto medio (sovra-rappresentato, soprattutto nei posti di comando), lavoratori subalterni sindacalizzati, imprenditori (forse pochi, ma molto influenti). D’altra parte, in Italia non si è mai visto un partito di soli lavoratori dipendenti (a parte il Partito Operaio Italiano, antenato del PSI di Andrea Costa). Lo stesso PCI era in misura considerevole un partito di ceti medi, e così pure i DS. Ma la questione fondamentale non è la composizione sociale degli iscritti, bensì il progetto politico del nuovo partito. Se anche dovesse coincidere con quello del governo, sarebbe un programma comunque non da poco: rilanciare l’economia salvaguardando la posizione dei ceti più deboli, e democratizzare la società combattendo i monopoli.
Il problema è che una ‘cosa’ del genere presuppone una profonda e durevole convergenza sociale tra lavoratori e grandi imprese (come tenderebbe quasi automaticamente a proporre la dirigenza ex-PCI), oltre naturalmente a ‘ceti medi riflessivi’, compreso il ceto politico, e poi piccole e medie aziende e professionisti (come sottolinea Cacciari). Questa prospettiva interclassista è tutta da dimostrare. Il patto sociale promosso a suo tempo dalla DC era cementato da una politica di deficit spending e di espansione della mano pubblica, oggi impensabile. Le questioni essenziali davanti alla sinistra di governo sono abbastanza chiare: ridare dignità e sicurezza ai lavoratori, modernizzare il sistema produttivo, riavviare il processo di unità europea e battere le tendenze euro-scettiche, ripristinare accettabili strandard di legalità, e così via. Ma, per arrivarci, attraverseremo certamente un periodo difficile, costellato da scontri sociali molto ‘classici’, aventi come oggetto il reddito, la dignità, la ripartizione del potere, il conflitto tra legge e privilegio.
Lo Stato democratico, sviluppatosi dal secondo dopoguerra ad oggi, è nel suo insieme il risultato di un compromesso tra diversi, che hanno – loro malgrado – finito per accettarsi, convivere nell’ambito di regole comuni, e persino assomigliarsi. Di questo un compromesso, i sistemi di welfare costituiscono un capitolo fondamentale. Infatti il capitalismo in sé non ha nulla di democratico, benevolo, o razionale. Come, d’altra parte, non è in sé tollerante e liberale il movimento dei lavoratori. Gli imprenditori e i manager democratici, pur favorevoli alla modernizzazione, alle liberalizzazioni, alla difesa della legalità, all’integrazione europea, saranno anche disposti a mantenere lo stato sociale, a ridurre il precariato, ad aumentare il potere e il reddito dei lavoratori, in una fase di crisi del sindacato e di diminuzione delle risorse economiche e politiche dello Stato?
Il governo dell’Ulivo è uno strumento di grandissima utilità per il tutto il Paese, ma l’esistenza di un’autonoma forza che rappresenti il mondo del lavoro appare indispensabile. Sulla base di obbiezioni come queste, e di altre riguardanti l’alleanza con gli USA e i rapporti con i paesi poveri, alcune componenti della sinistra DS sono già uscite dal partito. Altre hanno dichiarato che non aderiranno al PD, e cercheranno di dare vita con Rifondazione a un’altra forza di sinistra radicale. Altri ancora, cioè il grosso della sinistra DS, sembrano decisi a procrastinare la decisione per qualche tempo, ma essendo orientati in effetti a costruire una nuova forza socialista del lavoro, probabilmente distinta da quella del Partito della Sinistra Europea. Sono scommesse (giochi d’azzardo, se vogliamo), tutte teoricamente integrabili in una prospettiva di governo democratico del Paese, ma molto pericolose sulla tenuta della maggioranza. Eppure nessuno sta barando. Non si tratta insomma, come qualche ulivista acritico pensa, di banali dinamiche di potere all’interno del ceto politico, o della ricerca del ‘posizionamento’ più vantaggioso nel mercato elettorale. Unirsi ai movimenti di contestazione, costruire una nuova forza socialista, oppure partecipare – magari in maniera critica – alla fondazione del PD, sono tre scelte abbastanza plausibili, che corrispondono ad analisi politiche effettivamente diverse.
Non dobbiamo lasciarci guidare da una posizione ideologica preconcetta e messianica: non c’è una scienza che ci predica il futuro della società, non c’è fede cui sacrificare la ragione individuale. Soprattutto, non esiste una società perfetta che noi non vedremo, ma i nostri nipoti certamente sì. La politica richiede esperimenti, e quindi errori, continui. Perciò abbiamo bisogno di una forza di sinistra che sia ‘repubblicana’ (cioè basata sulla partecipazione e sulla mobilitazione morale), ma ‘agnostica’ (cioè non convinta a priori che ci sia una mano invisibile che guida la storia). Forse è in gestazione una nuova forma di società, magari caratterizzata da forme inedite di cogestione o di cooperativismo. Non lo sappiamo ancora. Possiamo solo ragionevolmente convenire che una forza politica – sia essa un partito o una corrente - che abbia la pretesa di essere insieme democratica e di socialista dovrebbe partire da almeno quattro principi guida:
1) La libertà.
L’esperienza storica ha dimostrato che il socialismo non può che essere democratico, e cioè caratterizzato dal pluralismo politico, dalla partecipazione, dal decentramento e dal rispetto dei diritti fondamentali. Ciò comporta la difesa della democrazia, il cui nemico principale è in questo momento rappresentato dal populismo di Forza Italia e della Lega. Deve, perciò, essere impedito ad ogni costo un errore devastante come fu quello di fare cadere il primo governo Prodi.
La storia ha dimostrato anche che la libertà individuale per tutti può svilupparsi solo in un quadro economico pluralistico. Il socialismo liberale e democratico non può che consistere in una forma di democratizzazione e regolamentazione dell’economia di mercato, con una forte componente di perequazione sociale. E’, perciò, del tutto inutile pensare alla confluenza tra forze comuniste e socialiste, che, in nome della lotta al capitalismo, mettano tra parentesi il fallimento storico delle varie esperienze di socialismo di Stato.
2) L’eguaglianza.
Una forza di sinistra non può che essere schierata a difesa degli interessi materiali e morali del mondo del lavoro dipendente, para-subordinato e del terzo settore. Su questa base va ricercata una convergenza strategica con i ceti medi più interessati alle dinamiche di democratizzazione e innovazione. Questo rende necessario un rapporto molto stretto con i sindacati, le associazioni dei para-subordinati e le organizzazioni del terzo settore. Una particolare attenzione va dedicata alla tutela dei segmenti più deboli del lavoro, cioè essenzialmente gli immigrati, i disoccupati e i precari.
L’eguaglianza si traduce sul piano giuridico nella parità davanti alla legge, sul piano economico-sociale in una politica di equità, cioè di giustizia sociale e di empowerment dei lavoratori e degli emarginati. Nei rapporti tra i generi, il principio di eguaglianza implica la pari dignità e il perseguimento di azioni positive (ad esempio, le ‘quote rosa’ in politica e sul lavoro), che corregganno le discriminazioni prodotte dal dominio maschile
3) La solidarietà.
La sinistra democratica è erede di una serie di tradizioni solidaristiche, umanitarie e universalistiche, comprese quelle comuniste e quelle cristiano-sociali. E’ perciò naturale che essa sia impegnata a difendere lo stato sociale, l’occupazione e la dignità del lavoro. Ma solidarietà significa anche perseguire un rapporto diverso con i paesi del Terzo Mondo, i cui interessi non sono affatto coincidenti con quelli dei lavoratori del mondo sviluppato. Ad esempio, occorre mettere in discussione, in primo luogo, la politica agricola protezionistica degli USA e dell’Europa, che costituisce uno dei principali fattori di destrutturazione delle economie e delle società dei paesi poveri.
Una conseguenza dell’impostazione universalistica e umanitaria della sinistra è anche il perseguimento della pace universale come obiettivo realistico e urgente per un’umanità ormai in grado di autodistruggersi.
4) Lo sviluppo umano.
La sinistra è nata dal processo di modernizzazione, come reazione difensiva alle sperequazioni e all’alinazione che la società capitalistica produceva. Ma libertà, eguaglianza e solidarietà sono frutto della modernità sono cioè prodotti artificiali, che costano e richiedono conoscenze e risorse. Perciò la sinistra è per definizione progressista. Ma il progresso non può più essere rozzamente inteso come incremento del PIL, e nemmeno necessariamente come sviluppo economico, o con la liberalizzazione dei mercati. I processi di globalizzazione potranno essere uno strumento di progresso per l’intera umanità solo se verranno governati e sottratti al controllo delle multinazionali.
Esso è, piuttosto, l’incremento dello sviluppo umano, cioè della capacità di soddisfare i bisogni fondamentali e della libertà di perseguire un autonomo progetto di vita. Quest’accezione dello sviluppo comprende anche un armonico rapporto con la natura.
Su queste premesse si può pensare ad esprimere un giudizio sul futuro PD. Può essere uno strumento utile per ampliare la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà, lo sviluppo umano? La dialettica sociale, nell’ambito di una società aperta, richiede che ciascuna parte disponga di un effettivo potere e di rappresentanze politiche in grado di esprimerlo. Questo non significa necessariamente che il lavoro (cioè i lavoratori dipendenti e il terzo settore) debba essere rappresentato da un suo partito politico. La funzione di rappresentanza politica può essere assunta da diverse forze, variamente collocate: partiti, movimenti, e per certi aspetti anche sindacati. In tutto il mondo occidentale accade che componenti di sinistra siano presenti all’interno di partiti di centro, democratici e liberal quanto si vuole, ma ‘business oriented’. A nessuno, ad esempio, è mai sfuggito che le sinistre DC fossero – a parte il peculiare rapporto che esse avevano con la Chiesa – in tutto e per tutto socialdemocratiche, benché inserite in funzione subalterna all’interno di un partito conservatore.
Occorrererebbe, innanzitutto sapere di che tipo di forza politica stiamo parlando. Continuo a ritenere improbabile che il PD sarà un partito nel senso classico del termine, e non invece una federazione di correnti diverse, come fu il Partito d’Azione. In questo caso, la creazione di una grande forza di centro democratico e progressista, imperniata più sul ceto medio che sulla classe lavoratrice, non sarebbe un danno irreparabile per la sinistra. La chiave del problema, credo, sta nella posizione che assumeranno nei prossimi mesi i lavoratori sindacalizzati Se essi non dessero la forza per costituire una significativa e autonoma rappresentanza politica del mondo lavoro, potrebbe essere meglio collocarsi per una fase all’interno del PD, piuttosto che creare un movimento di testimonianza, o una federazione di gruppi alternativi privi di una proposta di governo. Se invece il PD fosse un partito centralizzato e non desse spazio a una presenza socialista, temo che la conseguenza sarebbe negativa per tutto il centro-sinistra. Analogamente a quanto verificatosi nell’SPD tedesca, si aprirebbe lo spazio a uno o più partiti neo-comunisti, capaci di attrarre i movimenti contestativi e una parte della sinistra sindacale, e si favorirebbe una paralizzante convergenza al centro dell’intero sistema politico.