6.10.2005
Pubblichiamo due recenti interventi sulla stampa
cittadina del condirettore della nostra rivista Davide Ferrari.
Il primo riguarda la situazione interna alla
coalizione di
Centrosinistra e il secondo, alla luce anche dei
Referendum, i nuovi
termini del confronto fra stato, politica e
chiese.
....................................................................
RIPARTIRE DALL'UNIONE, A BOLOGNA E A ROMA.
Le divisioni e le difficoltà nel centro-sinistra
a Roma ed a Bologna
hanno cause e manifestazioni differenti.
Ma potrebbe essere identica la strada maestra per
uscirne.
E' necessario mettere al primo posto il
rafforzamento, ideale
politico e programmatico di ciò che si è
convenuto chiamare "Unione".
Della coalizione larga, voglio dire, di ciò che
davvero è chiamato
alla prova elettorale, di ciò che ci darà la
vittoria o la sconfitta.
Il presente ed il futuro della Federazione
Riformista sono importanti
per tutti ma è stato un errore scambiarli con la
costruzione salda
dell'insieme dell'alleanza.
Si è fatta confusione agli occhi della opinione
pubblica e dei
militanti.
Ed oggi, che la Federazione è in forte empasse
per la scelta della
Margherita, sembra in crisi drammatica tutto il
centro-sinistra.
Si deve evitare che così sia.
Mettendo al primo posto la scrittura di un vero
programma comune di
tutta l'Unione, credibile e di governo.
Fare dell'Unione la sede del programma è
importante anche per avere
più occhi su un paese impoveritio ed insicuro che
chiede un vero
cambiamento.Sarà inevitabile andare oltre, se non
in direzione
contraria,in alcuni casi, a quella compresenza di
liberismo e
solidarietà su cui pure tutti abbiamo ragionato
per anni.
A Bologna, in queste settimane, ha tenuto banco
un altro difficile
confronto.
Quello tra il Sindaco e Rifondazione.
Non sta in me ipotizzare i terreni concreti di un
nuovo dialogo, per
la quale mi pare si sia già al lavoro
responsabilmente.
Ma occorre dire che il terreno del confronto va
spostato,
radicalmente.
Deve riprendere operativitivà la grande alleanza
che ha portato alla
vittoria del Giugno 2004.
L'Unione, dunque,anche a Bologna, ancora più
larga qui perchè aperta
ai movimenti.
Se il confronto è politico non può che essere
quella la sede.
La "Politica", se va in apnea nelle sue acque,
ritorna fuori altrove,
direttamente nella sede consiliare e
amministrativa, dove invece non
può che finire per trovarsi poco a suo agio.
Far vivere l'Unione, ogni giorno, a Bologna, è
importante per due
questioni dirimenti.
A)Reggere la prova del governo, che vuol dire
individuare assieme
l'ordine di priorità nei problemi e renderne
partecipi tutti i
bolognesi.
Ad esempio: è importante salvaguardare i diritti
alla dignità dei
nomadi e dei rifugiati come è altrettanto
importante affrontare il
degrado che colpisce i ceti fra più popolari.Non
meno, non più.
Il bandolo non sta solo nella legalità e nella
forma.
Sta nella analisi esatta delle priorità, nella
capacità di percepire
assieme il senso delle cose per agire e sostenere
l'azione
amministrativa con il consenso.
Altrimenti il consenso si trova per via
ideologica e così il dissenso
che si radicalizza.
B)Non può essere solo il Comune di fronte ai
cittadini.
Un altro problema, il conflitto in seno al popolo
fra chi vuole
riposare e chi vuole vivere la notte,lo
esemplifica chiaramente.
Apparentemente banale è il segno di una città
divisa, per generazioni
e per stili di vita. Guai a volerne rappresentare
una parte sola,
frazionando la rappresentanza fra chi fa "cin
cin" e chi
si "indigna". Non si troverà mai l'oggettività
dall'alto di una
azione solo amministrativa. Occorre creare tavoli
di confronto
sociale, seguire insieme i contenuti e la
realizzazione effettiva
dell'azione amministrativa.
E' un compito difficile farlo anche per una
alleanza così estesa come
quella che si era ritrovata attorno a Sergio
Cofferati.
Ma e' farsesco pensare di poterne fare a meno.
Per questo oggi ognuno deve fare un passo per
uscire dalla trappola
di cercare visibilità allontanandosi dal progetto
comune.
No, oggi la parola d'ordine, che deve però valere
per tutti,
è "insieme".
Davide Ferrari
Consigliere comunale.
Da "l'Unità", 1 Giugno 2005
......................................................................
Il Referendum e dopo. La politica di fronte
all'integralismo e alla
grande pluralità delle convinzioni etiche e delle
appartenenze
religiose.
Di Davide Ferrari
Il voto referendario è alle porte. La tensione
fra laici e cattolici
è salita e sta salendo, nonostante la
giustificata prudenza del
gruppo dirigente referendario, ed in particolare
dei Ds. Si cerca di
stare al merito e di non fare salire una febbre
che potrebbe
indebolire il nostro paese, non solo la
coalizione di centrosinistra.
Il punto è che, proprio per evitare di passare
dalla difesa della
laicità all'anticlericalismo, è necessario
affrontare questioni
grandi, di merito, sul rapporto fra religione,
fede , stato e società
civile, sempre finora rinviate o eluse dalla
Sinistra.
C'è una strada maestra che permette di affrontare
i temi senza
ripetere vecchi luoghi comuni.
L`Italia è ormai un paese, e non solo per la
presenza di nuovi
cittadini di altre fedi, dove il Cattolicesimo è
vicino a perdere un
ruolo di rappresentanza esclusiva, e forse
persino di salda
padronanza sulla maggioranza, delle appartenenze
di fede.
E' anche da qui che traggono motivo le forti
tendenze integriste,
l'assalto alla politica che il Cardinale Ruini
rivendica
costantemente.
"D'ora in poi bisogna abituarsi al fatto che la
Chiesa parlerà a voce
alta" dice il Cardinale.
Ma quando si alza la voce è perchè il proprio
parlare è più debole,
meno condiviso.
Questo "complesso di perdita della maggioranza",
specchio di un
fenomeno reale, è evidente anche nella scelta
dell'astensione.
Ma per tutta la società italiana un fenomeno così
importate, lo
smarrimento della centralità assoluta del
cattolicesimo, non può
essere in alcun modo valutato con leggerezza.
Le religioni sono l'asse identitario principale
di una nazione, il
compromesso fra dogmatica e civiltà che ogni
società raggiunge al
proprio interno, quando salta, richiede un nuovo
esplicito
equilibrio, pena la disgregazione del patto di
convivenza,
della "costituzione" intellettuale e
comportamentale.
Non si può passare da un compromesso fra lo Stato
e UNA confessione,
assolutamente prevalente, al puro laicismo, alla
semplice
suddivisione rigida fra ciò che è Stato e cio'
che è Chiesa.
Occorre una nuova mediazione, che rafforzi il
contenuto laico di
garanzia della Stato, ma che sia capace di
includere anche le nuove e
rilevanti presenze confessionali, talvolta
certamente non meno
aggressive e problematiche di quella cattolica
dell'epoca di
Ratzinger.
Non è una questione solo di prospettiva.
Influisce anche sulla
valutazione delle implicazioni del Referendum.
Le principali Chiese ed organizzazioni ecclesiali
non cattoliche, che
presentano una grane varietà di posizioni etiche,
si sono divise fra
la comune denuncia dell'invadenza cattolica e la
tentazione di
ritrarsi dallo scontro di allontanarsi ancora di
più dalla sfera
pubblica.
La prima cosa è, a mio avviso, del tutto
giustificata ma potrebbe
portare a nuovi conflitti e divisioni
confessionali nel nostro paese,
la seconda è assai negativa e si somma , non si
sottrae, al
protagonismo sui fondamentali dell'episcopato
cattolico
nell'indebolire la possibilità della politica
pubblica di favorire la
fattiva e collaborativa convivenza fra diversi .
La parte laica e particolarmente la sinistra può
dare un contributo
per affrontare il problema, ponendo, anche con i
propri atteggiamenti
in queste ore, qualche base per un discorso che
in futuro sarà di
necessità sempre più ampio.
Presentiamo alcuni punti di orientamento.
1)Non si può delegare il contenuto etico alle
religioni, la loro
pluralità non lo consente e non lo consente
l'accelerarsi delle
identità a fronte della perdita di contenuti
comuni prevalenti.
2) Non potrà e non dovrà essere la politica a
supplire, elaborando
proprie etiche fondamentali. Tentazione che oggi
sembra lontanissima
ma potrebbe tornare a galla, a fronte
dell'offensiva integralista.
3) Occorrono luoghi e momenti di confronto, nella
società, ma anche
nelle istituzioni. Luoghi sostenuti da una
volontà di rispetto per l'
uguaglianza dei cittadini e dei loro percorsi che
solo la dimensione
pubblica può garantire. E' in questa garanzia,
che deve essere
affermata con chiarezza senza alcun cedimento,
attivamente con la
promozione sociale e istituzionale -ripeto- del
dialogo,che si può
identificare un compito primario della politica
oggi.
4) A questi luoghi andrà affidato una sorta di
lavoro preparatorio
per risposte pubbliche su temi come la bioetica,
ma anche
l'educazione, il rapporto fra calendario
personale e calendario
sociale, fra festa e lavoro, fra dovere civico e
libertà personale.
Carlo Flamigni parla da anni, con intelligenza e
lungimiranza, della
necessità di creare "isole dove confrontarsi fra
stranieri morali".
Intendo esattamente questo. Non si potrà restare
solo sulla retrovia
del confronto intellettuale, occorrerà arrivare
alla frontiera di
nuove mediazioni istituzionali
Cominciamo dal Referendum. Niente guerre, evitare
toni di generico
antioscurantismo, ma preannunciare che comunque
vada, e deve andare
bene, per il Sì, per `interesse generale, non si
scantonerà più, non
si metteranno più ai margini questioni così
rilevanti per poter
vivere assieme.
Servono "compromessi" per garantire un futuro
comune, non più silenzi
per raccogliere consenso.
Da "Il domani" 10 Giugno 2005
cittadina del condirettore della nostra rivista Davide Ferrari.
Il primo riguarda la situazione interna alla
coalizione di
Centrosinistra e il secondo, alla luce anche dei
Referendum, i nuovi
termini del confronto fra stato, politica e
chiese.
....................................................................
RIPARTIRE DALL'UNIONE, A BOLOGNA E A ROMA.
Le divisioni e le difficoltà nel centro-sinistra
a Roma ed a Bologna
hanno cause e manifestazioni differenti.
Ma potrebbe essere identica la strada maestra per
uscirne.
E' necessario mettere al primo posto il
rafforzamento, ideale
politico e programmatico di ciò che si è
convenuto chiamare "Unione".
Della coalizione larga, voglio dire, di ciò che
davvero è chiamato
alla prova elettorale, di ciò che ci darà la
vittoria o la sconfitta.
Il presente ed il futuro della Federazione
Riformista sono importanti
per tutti ma è stato un errore scambiarli con la
costruzione salda
dell'insieme dell'alleanza.
Si è fatta confusione agli occhi della opinione
pubblica e dei
militanti.
Ed oggi, che la Federazione è in forte empasse
per la scelta della
Margherita, sembra in crisi drammatica tutto il
centro-sinistra.
Si deve evitare che così sia.
Mettendo al primo posto la scrittura di un vero
programma comune di
tutta l'Unione, credibile e di governo.
Fare dell'Unione la sede del programma è
importante anche per avere
più occhi su un paese impoveritio ed insicuro che
chiede un vero
cambiamento.Sarà inevitabile andare oltre, se non
in direzione
contraria,in alcuni casi, a quella compresenza di
liberismo e
solidarietà su cui pure tutti abbiamo ragionato
per anni.
A Bologna, in queste settimane, ha tenuto banco
un altro difficile
confronto.
Quello tra il Sindaco e Rifondazione.
Non sta in me ipotizzare i terreni concreti di un
nuovo dialogo, per
la quale mi pare si sia già al lavoro
responsabilmente.
Ma occorre dire che il terreno del confronto va
spostato,
radicalmente.
Deve riprendere operativitivà la grande alleanza
che ha portato alla
vittoria del Giugno 2004.
L'Unione, dunque,anche a Bologna, ancora più
larga qui perchè aperta
ai movimenti.
Se il confronto è politico non può che essere
quella la sede.
La "Politica", se va in apnea nelle sue acque,
ritorna fuori altrove,
direttamente nella sede consiliare e
amministrativa, dove invece non
può che finire per trovarsi poco a suo agio.
Far vivere l'Unione, ogni giorno, a Bologna, è
importante per due
questioni dirimenti.
A)Reggere la prova del governo, che vuol dire
individuare assieme
l'ordine di priorità nei problemi e renderne
partecipi tutti i
bolognesi.
Ad esempio: è importante salvaguardare i diritti
alla dignità dei
nomadi e dei rifugiati come è altrettanto
importante affrontare il
degrado che colpisce i ceti fra più popolari.Non
meno, non più.
Il bandolo non sta solo nella legalità e nella
forma.
Sta nella analisi esatta delle priorità, nella
capacità di percepire
assieme il senso delle cose per agire e sostenere
l'azione
amministrativa con il consenso.
Altrimenti il consenso si trova per via
ideologica e così il dissenso
che si radicalizza.
B)Non può essere solo il Comune di fronte ai
cittadini.
Un altro problema, il conflitto in seno al popolo
fra chi vuole
riposare e chi vuole vivere la notte,lo
esemplifica chiaramente.
Apparentemente banale è il segno di una città
divisa, per generazioni
e per stili di vita. Guai a volerne rappresentare
una parte sola,
frazionando la rappresentanza fra chi fa "cin
cin" e chi
si "indigna". Non si troverà mai l'oggettività
dall'alto di una
azione solo amministrativa. Occorre creare tavoli
di confronto
sociale, seguire insieme i contenuti e la
realizzazione effettiva
dell'azione amministrativa.
E' un compito difficile farlo anche per una
alleanza così estesa come
quella che si era ritrovata attorno a Sergio
Cofferati.
Ma e' farsesco pensare di poterne fare a meno.
Per questo oggi ognuno deve fare un passo per
uscire dalla trappola
di cercare visibilità allontanandosi dal progetto
comune.
No, oggi la parola d'ordine, che deve però valere
per tutti,
è "insieme".
Davide Ferrari
Consigliere comunale.
Da "l'Unità", 1 Giugno 2005
......................................................................
Il Referendum e dopo. La politica di fronte
all'integralismo e alla
grande pluralità delle convinzioni etiche e delle
appartenenze
religiose.
Di Davide Ferrari
Il voto referendario è alle porte. La tensione
fra laici e cattolici
è salita e sta salendo, nonostante la
giustificata prudenza del
gruppo dirigente referendario, ed in particolare
dei Ds. Si cerca di
stare al merito e di non fare salire una febbre
che potrebbe
indebolire il nostro paese, non solo la
coalizione di centrosinistra.
Il punto è che, proprio per evitare di passare
dalla difesa della
laicità all'anticlericalismo, è necessario
affrontare questioni
grandi, di merito, sul rapporto fra religione,
fede , stato e società
civile, sempre finora rinviate o eluse dalla
Sinistra.
C'è una strada maestra che permette di affrontare
i temi senza
ripetere vecchi luoghi comuni.
L`Italia è ormai un paese, e non solo per la
presenza di nuovi
cittadini di altre fedi, dove il Cattolicesimo è
vicino a perdere un
ruolo di rappresentanza esclusiva, e forse
persino di salda
padronanza sulla maggioranza, delle appartenenze
di fede.
E' anche da qui che traggono motivo le forti
tendenze integriste,
l'assalto alla politica che il Cardinale Ruini
rivendica
costantemente.
"D'ora in poi bisogna abituarsi al fatto che la
Chiesa parlerà a voce
alta" dice il Cardinale.
Ma quando si alza la voce è perchè il proprio
parlare è più debole,
meno condiviso.
Questo "complesso di perdita della maggioranza",
specchio di un
fenomeno reale, è evidente anche nella scelta
dell'astensione.
Ma per tutta la società italiana un fenomeno così
importate, lo
smarrimento della centralità assoluta del
cattolicesimo, non può
essere in alcun modo valutato con leggerezza.
Le religioni sono l'asse identitario principale
di una nazione, il
compromesso fra dogmatica e civiltà che ogni
società raggiunge al
proprio interno, quando salta, richiede un nuovo
esplicito
equilibrio, pena la disgregazione del patto di
convivenza,
della "costituzione" intellettuale e
comportamentale.
Non si può passare da un compromesso fra lo Stato
e UNA confessione,
assolutamente prevalente, al puro laicismo, alla
semplice
suddivisione rigida fra ciò che è Stato e cio'
che è Chiesa.
Occorre una nuova mediazione, che rafforzi il
contenuto laico di
garanzia della Stato, ma che sia capace di
includere anche le nuove e
rilevanti presenze confessionali, talvolta
certamente non meno
aggressive e problematiche di quella cattolica
dell'epoca di
Ratzinger.
Non è una questione solo di prospettiva.
Influisce anche sulla
valutazione delle implicazioni del Referendum.
Le principali Chiese ed organizzazioni ecclesiali
non cattoliche, che
presentano una grane varietà di posizioni etiche,
si sono divise fra
la comune denuncia dell'invadenza cattolica e la
tentazione di
ritrarsi dallo scontro di allontanarsi ancora di
più dalla sfera
pubblica.
La prima cosa è, a mio avviso, del tutto
giustificata ma potrebbe
portare a nuovi conflitti e divisioni
confessionali nel nostro paese,
la seconda è assai negativa e si somma , non si
sottrae, al
protagonismo sui fondamentali dell'episcopato
cattolico
nell'indebolire la possibilità della politica
pubblica di favorire la
fattiva e collaborativa convivenza fra diversi .
La parte laica e particolarmente la sinistra può
dare un contributo
per affrontare il problema, ponendo, anche con i
propri atteggiamenti
in queste ore, qualche base per un discorso che
in futuro sarà di
necessità sempre più ampio.
Presentiamo alcuni punti di orientamento.
1)Non si può delegare il contenuto etico alle
religioni, la loro
pluralità non lo consente e non lo consente
l'accelerarsi delle
identità a fronte della perdita di contenuti
comuni prevalenti.
2) Non potrà e non dovrà essere la politica a
supplire, elaborando
proprie etiche fondamentali. Tentazione che oggi
sembra lontanissima
ma potrebbe tornare a galla, a fronte
dell'offensiva integralista.
3) Occorrono luoghi e momenti di confronto, nella
società, ma anche
nelle istituzioni. Luoghi sostenuti da una
volontà di rispetto per l'
uguaglianza dei cittadini e dei loro percorsi che
solo la dimensione
pubblica può garantire. E' in questa garanzia,
che deve essere
affermata con chiarezza senza alcun cedimento,
attivamente con la
promozione sociale e istituzionale -ripeto- del
dialogo,che si può
identificare un compito primario della politica
oggi.
4) A questi luoghi andrà affidato una sorta di
lavoro preparatorio
per risposte pubbliche su temi come la bioetica,
ma anche
l'educazione, il rapporto fra calendario
personale e calendario
sociale, fra festa e lavoro, fra dovere civico e
libertà personale.
Carlo Flamigni parla da anni, con intelligenza e
lungimiranza, della
necessità di creare "isole dove confrontarsi fra
stranieri morali".
Intendo esattamente questo. Non si potrà restare
solo sulla retrovia
del confronto intellettuale, occorrerà arrivare
alla frontiera di
nuove mediazioni istituzionali
Cominciamo dal Referendum. Niente guerre, evitare
toni di generico
antioscurantismo, ma preannunciare che comunque
vada, e deve andare
bene, per il Sì, per `interesse generale, non si
scantonerà più, non
si metteranno più ai margini questioni così
rilevanti per poter
vivere assieme.
Servono "compromessi" per garantire un futuro
comune, non più silenzi
per raccogliere consenso.
Da "Il domani" 10 Giugno 2005
6.01.2005
Riceviamo e pubblichiamo il testo della commerorazione che Aldo Tortorella ha svolto, nella residenza della Provincia di Bologna, in ricordo di Aldo D'Alfonso.
E' sempre dolorosa la scomparsa di chi ci è caro. Ma lo è tanto di più quando essa ci sorprende inattesa come è accaduto per Aldo D'Alfonso, amico e compagno carissimo. In un dialogo con se stesso che chiude il suo ultimo libro ci aveva fatto sapere com'egli si fosse interiormente preparato in serenità a quest'ultimo passo. Ma non eravamo preparati noi che lo abbiamo avuto fino all'ultimo vigile e arguto partecipe di questa comune impresa - l'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra - in cui siamo venuti rinnovando se non la sinistra - come volevamo e vogliamo - almeno la comune passione per una politica che non recidesse le proprie profonde radici e soprattutto ricordasse le sue più autentiche motivazioni. E non erano preparati i compagni del suo partito che proprio qualche giorno fa lo avevano eletto alla responsabilità dell'organo di garanzia dei Democratici di sinistra dell'Emilia.
Molto è stato fatto perché si cancellasse la memoria storica o, peggio, per modificare, alterare, stravolgere le vicende del passato. Si è fatto di tutto perché la parola "comunista" e la parola "partigiano" assumessero un suono poco rassicurante o addirittura pauroso, alla pari, se non peggio, di quelli che furono chiamati i "ragazzi di Salò". Molto è stato detto e scritto per far apparire tutti coloro che vollero chiamarsi comunisti come identici tra loro, mentre identici non erano e talora erano opposti ad altri come accadde per gli italiani. E quelli che si chiamarono i "funzionari del PCI" furono ampiamente descritti come minacciosi burocrati. Ma ecco Aldo D'Alfonso, figlio della borghesia colta napoletana, destinato ad una tranquilla carriera, che scappa dall'accademia militare occupata dai tedeschi e si fa, appunto, comunista e partigiano "alla scuola" - come si diceva una volta - dei minatori dell'Amiata che lo investono del titolo di "compagno", e di lui istintivamente si fidano affidandogli un gruppo partigiano perché - come allievo ufficiale - si pensa che possa guidarlo.
E' così, senza enfasi retoriche, che Aldo ci racconta la svolta della sua vita che lo fa da signorino napoletano qual’era, militante della Resistenza, militante e dirigente comunista: "Quasi per caso" e quasi obbedendo a un comando che "nessuno gli aveva dato", racconta D'Alfonso guardando con affettuosa ironia quel ragazzo non ancora ventenne che, come accadde ad altri, si trova a compiere un'impresa più grande di lui. E' in questo modo sorridente che egli ha sviluppato le sue doti di giornalista e scrittore e, soprattutto, ha esercitato la sua funzione di dirigente da una "poltrona di seconda fila" come ha voluto scrivere ma in realtà nella primissima fila di tanti incarichi difficili e prestigiosi, dalla segreteria regionale della più grande organizzazione dei comunisti italiani - quella della Emilia Romagna - alle molteplici funzioni di organizzazione della cultura - anche come assessore della vostra amministrazione provinciale - in cui tante volte l'ho incontrato, apprendendone le doti di conoscenza, di passione e di umanità.
Era uno di quei napoletani signori nell'anima e non solo per nascita che Eduardo De Filippo fece conoscere all'Italia. E proprio come tale seppe divenire militante e dirigente comunista, compagno volta a volta dei braccianti siciliani, degli operai di Torino, dei minatori maremmani, e infine compagno vostro, di voi costruttori - come sono stati i comunisti emiliani - di quella che è stata una delle esperienze più importanti di un modo nuovo di far vivere la democrazia e gli ideali socialisti nella concreta esperienza del governo delle città, delle provincie, della regione.
Lo spirito unitario, la concretezza del fare e la capacità di riflettere: erano queste le doti che si richiedevano e non solo la disciplina e lo spirito di appartenenza. E queste doti seppe mostrare D'Alfonso, come dirigente e come scrittore. Era un polemista e un combattente: ma privo di faziosità sicché fu lui, comunista, che difese nel Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, Guido Gonnella, democratico cristiano conservatore, dalla stupida e ingiusta accusa di fascismo.
Era difficile il lavoro del dirigente politico: e spesso lo si confondeva con la musoneria, che può al limite, trasformarsi in arroganza. D'Alfonso era all'opposto: e ce lo ricorda narrandoci la vicenda di una allegra bevuta tra i massimi responsabili di una difficile - e poi famosa - manifestazione partigiana - una bevuta che servì a spezzare l'ansia e la tensione. Egli rivendica - giustamente - il ruolo della cordialità e dell'autoironia nel fare politica, anche nei momenti più difficili, e ne dette l'esempio.
Ma la dolcezza e il sorriso, il suo tratto garbato e gentile non potevano e non possono essere confusi con l'arrendevolezza. Quando egli giudicò che si dovesse dire di "no" alla maggioranza del proprio partito egli seppe farlo con spirito unitario e con motivata consapevolezza, assumendo e mantenendo anche all'opposizione di chi aveva assunto la direzione una piena capacità critica e costruttiva. Egli non veniva da una storia di partito vicina ai compagni, come Ingrao, più inclini a posizioni che venivano chiamate "di sinistra". Egli era piuttosto tradizionalmente convinto di quella linea che troverà la sua espressione massima nel "compromesso storico". Ma questo non solo non gli impedì, ma lo indusse, lungi da ogni forma di nostalgia, a temere ciò che gli parvero delle improvvisazioni o degli azzardi, quando l'innovazione necessaria pareva a lui, come ad altri di noi, un più meditato giudizio.
Noi ricorderemo ad un tempo la sua pacata passione e la sua non esibita fermezza, il tratto della sua umanità cortese e della sua intelligente dolcezza. La moglie Piera , la figlia Liana, la nipote Eleonora hanno da essere fiere di aver avuto un marito, un padre, un nonno come è stato Aldo D'Alfonso.
Insieme ne custodiremo il ricordo e la lezione politica e umana.
E' sempre dolorosa la scomparsa di chi ci è caro. Ma lo è tanto di più quando essa ci sorprende inattesa come è accaduto per Aldo D'Alfonso, amico e compagno carissimo. In un dialogo con se stesso che chiude il suo ultimo libro ci aveva fatto sapere com'egli si fosse interiormente preparato in serenità a quest'ultimo passo. Ma non eravamo preparati noi che lo abbiamo avuto fino all'ultimo vigile e arguto partecipe di questa comune impresa - l'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra - in cui siamo venuti rinnovando se non la sinistra - come volevamo e vogliamo - almeno la comune passione per una politica che non recidesse le proprie profonde radici e soprattutto ricordasse le sue più autentiche motivazioni. E non erano preparati i compagni del suo partito che proprio qualche giorno fa lo avevano eletto alla responsabilità dell'organo di garanzia dei Democratici di sinistra dell'Emilia.
Molto è stato fatto perché si cancellasse la memoria storica o, peggio, per modificare, alterare, stravolgere le vicende del passato. Si è fatto di tutto perché la parola "comunista" e la parola "partigiano" assumessero un suono poco rassicurante o addirittura pauroso, alla pari, se non peggio, di quelli che furono chiamati i "ragazzi di Salò". Molto è stato detto e scritto per far apparire tutti coloro che vollero chiamarsi comunisti come identici tra loro, mentre identici non erano e talora erano opposti ad altri come accadde per gli italiani. E quelli che si chiamarono i "funzionari del PCI" furono ampiamente descritti come minacciosi burocrati. Ma ecco Aldo D'Alfonso, figlio della borghesia colta napoletana, destinato ad una tranquilla carriera, che scappa dall'accademia militare occupata dai tedeschi e si fa, appunto, comunista e partigiano "alla scuola" - come si diceva una volta - dei minatori dell'Amiata che lo investono del titolo di "compagno", e di lui istintivamente si fidano affidandogli un gruppo partigiano perché - come allievo ufficiale - si pensa che possa guidarlo.
E' così, senza enfasi retoriche, che Aldo ci racconta la svolta della sua vita che lo fa da signorino napoletano qual’era, militante della Resistenza, militante e dirigente comunista: "Quasi per caso" e quasi obbedendo a un comando che "nessuno gli aveva dato", racconta D'Alfonso guardando con affettuosa ironia quel ragazzo non ancora ventenne che, come accadde ad altri, si trova a compiere un'impresa più grande di lui. E' in questo modo sorridente che egli ha sviluppato le sue doti di giornalista e scrittore e, soprattutto, ha esercitato la sua funzione di dirigente da una "poltrona di seconda fila" come ha voluto scrivere ma in realtà nella primissima fila di tanti incarichi difficili e prestigiosi, dalla segreteria regionale della più grande organizzazione dei comunisti italiani - quella della Emilia Romagna - alle molteplici funzioni di organizzazione della cultura - anche come assessore della vostra amministrazione provinciale - in cui tante volte l'ho incontrato, apprendendone le doti di conoscenza, di passione e di umanità.
Era uno di quei napoletani signori nell'anima e non solo per nascita che Eduardo De Filippo fece conoscere all'Italia. E proprio come tale seppe divenire militante e dirigente comunista, compagno volta a volta dei braccianti siciliani, degli operai di Torino, dei minatori maremmani, e infine compagno vostro, di voi costruttori - come sono stati i comunisti emiliani - di quella che è stata una delle esperienze più importanti di un modo nuovo di far vivere la democrazia e gli ideali socialisti nella concreta esperienza del governo delle città, delle provincie, della regione.
Lo spirito unitario, la concretezza del fare e la capacità di riflettere: erano queste le doti che si richiedevano e non solo la disciplina e lo spirito di appartenenza. E queste doti seppe mostrare D'Alfonso, come dirigente e come scrittore. Era un polemista e un combattente: ma privo di faziosità sicché fu lui, comunista, che difese nel Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, Guido Gonnella, democratico cristiano conservatore, dalla stupida e ingiusta accusa di fascismo.
Era difficile il lavoro del dirigente politico: e spesso lo si confondeva con la musoneria, che può al limite, trasformarsi in arroganza. D'Alfonso era all'opposto: e ce lo ricorda narrandoci la vicenda di una allegra bevuta tra i massimi responsabili di una difficile - e poi famosa - manifestazione partigiana - una bevuta che servì a spezzare l'ansia e la tensione. Egli rivendica - giustamente - il ruolo della cordialità e dell'autoironia nel fare politica, anche nei momenti più difficili, e ne dette l'esempio.
Ma la dolcezza e il sorriso, il suo tratto garbato e gentile non potevano e non possono essere confusi con l'arrendevolezza. Quando egli giudicò che si dovesse dire di "no" alla maggioranza del proprio partito egli seppe farlo con spirito unitario e con motivata consapevolezza, assumendo e mantenendo anche all'opposizione di chi aveva assunto la direzione una piena capacità critica e costruttiva. Egli non veniva da una storia di partito vicina ai compagni, come Ingrao, più inclini a posizioni che venivano chiamate "di sinistra". Egli era piuttosto tradizionalmente convinto di quella linea che troverà la sua espressione massima nel "compromesso storico". Ma questo non solo non gli impedì, ma lo indusse, lungi da ogni forma di nostalgia, a temere ciò che gli parvero delle improvvisazioni o degli azzardi, quando l'innovazione necessaria pareva a lui, come ad altri di noi, un più meditato giudizio.
Noi ricorderemo ad un tempo la sua pacata passione e la sua non esibita fermezza, il tratto della sua umanità cortese e della sua intelligente dolcezza. La moglie Piera , la figlia Liana, la nipote Eleonora hanno da essere fiere di aver avuto un marito, un padre, un nonno come è stato Aldo D'Alfonso.
Insieme ne custodiremo il ricordo e la lezione politica e umana.
5.31.2005
PER LA CRESCITA E LA QUALITA’ DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA
Proposte dell’Ulivo per la fine legislatura
La domanda di formazione superiore e di ricerca innovativa è in crescita. Emerge una nuova motivazione dei giovani verso gli studi universitari (+20% di immatricolazioni)che andrebbe coltivata come una piantina preziosa. Le imprese e gli enti pubblici, da parte loro, cercano intensamente innovazione e dunque ricerca. Proprio quando l’aumento della domanda avrebbe potuto generare sviluppo del sistema universitario, sono state fatte mancare le risorse per adeguare l’offerta. La legislatura volge al termine senza che sia stato risolto alcun problema dell’università. Si sono viste solo norme improvvisate, tagli ai finanziamenti, blocco delle assunzioni, rilancio del centralismo.
L'opposizione denuncia ancora una volta questo stato di cose, ma non gioisce della paralisi decisionale. Preoccupata della situazione dell’università italiana, rivolge responsabilmente al Governo e alla sua maggioranza un’ultima proposta: abbandonare il sempre più contorto e penalizzante disegno di legge sullo stato giuridico e utilizzare l’ultimo anno della legislatura per alcune importanti priorità, approvando provvedimenti utili alla crescita e alla qualità dell'università .
Indichiamo quattro priorità, rinviando, per una visione più ampia dei problemi ad altre nostre proposte già presentatete in via di elaborazione.
1. Riaprire ai giovani le porte della docenza universitaria.
C’è un urgente bisogno di professori universitari che insegnino e facciano ricerca con grande libertà soprattutto nel decennio più produttivo della vita intellettuale, quello tra i trenta e i quarant'anni, invece che stazionare in posizioni incerte e subalterne. Con un'età media dei professori ben oltre i cinquant'anni, la nostra università ha sempre meno spinta e dà sempre meno spinta al Paese.
Il rallentamento delle assunzioni dei ricercatori e il successivo blocco fanno rischiare la scomparsa di interi filoni del sapere. I professori più esperti non trovano più giovani ai quali trasmettere prestigiose tradizioni di ricerca. La dialettica generazionale è una forza decisiva per lo sviluppo della conoscenza e per l’apertura di nuove strade di ricerca. Quando viene a mancare, il sistema langue. Occorre cambiare rotta.
Proponiamo:
- il varo urgente di un programma straordinario di assunzioni di giovani professori/ricercatori, oltre il turn over, da selezionare con rigorosi criteri di merito; sostegno alle borse di studio e aumento dei dottorati di ricerca;
- l’immediato superamento dell'ibrida situazione degli attuali ricercatori universitari, che garantiscono la funzionalità della didattica oltre che della ricerca, mediante l’istituzione della terza fascia docente. E’ una soluzione ormai a portata di mano, che sgombrerebbe anche la strada verso un nuovo stato giuridico per tutta la docenza universitaria.
2. Realizzare subito il sistema nazionale di valutazione.
L’Italia deve dotarsi di un moderno sistema di valutazione, che consenta di evidenziare e incentivare i settori di qualità e di riqualificare quelli più deboli. Va incentivata l’autovalutazione degli atenei, mentre la valutazione esterna deve essere assolutamente indipendente ed avvenire secondo consolidate procedure internazionali.
Proponiamo l’immediata attuazione della norma, proposta dall’opposizione e già approvata dalla VII Commissione della Camera, che prevede l’istituzione di un’ Authority nazionale per la valutazione - a livello dei singoli e delle strutture- della qualità delle attività universitarie (didattica, ricerca, funzionamento degli atenei e del Ministero), con chiare caratteristiche di indipendenza e terzietà rispetto sia al Governo che alle università, dotata di personale tecnicamente preparato e di adeguate disponibilità finanziarie.
L’attività dell'Autorità giocherà da fattore regolativo delle politiche universitarie, comprese quelle di reclutamento e assunzione, ma occorreranno alcuni anni. Nel frattempo non si può rimanere indifferenti davanti alla vasta sfiducia che colpisce i concorsi universitari, indebolendo l’intero sistema universitario rispetto all’opinione pubblica. Non esiste una ricetta magica che eviti le eventuali patologie. Meno che mai il ritorno a procedure già sperimentate in passato senza successo.
Proponiamo di apportare subito significativi miglioramenti all’attuale legge sui concorsi locali, prevedendo che ciascun settore scientifico-disciplinare elegga ogni due anni una lista di “commissari nazionali” (con opportune regole di non immediata rieleggibilità) e che la commissione di ciascun concorso sia formata semplicemente sorteggiando cinque “commissari nazionali”, con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato. Alcuni vantaggi: omogeneità di giudizio nel biennio, imprevedibilità della composizione della commissione, responsabilizzazione della comunità disciplinare. La commissione dovrebbe inoltre essere obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di referee stranieri e a tenerne conto nella selezione del candidato più meritevole.
3. Rilanciare la ricerca libera
Per fare una buona università occorre dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. La storia insegna che la curiosità del ricercatore e la sua libertà di azione sono, senza eccezioni, i fattori fondamentali di successo e che non si può avere ricerca applicata per l’innovazione, anche industriale, senza uno sviluppo sistematico e diffuso della ricerca libera.
Negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente i finanziamenti per la ricerca universitaria liberamente proposta in tutti i campi, attraverso i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), tanto che quasi metà dei progetti presentati rimane senza alcun finanziamento, con risultati disastrosi sulla stessa sopravvivenza di gruppi universitari di ricerca.
Proponiamo l’immediato aumento del finanziamento annuale dei PRIN. Inoltre, per migliorare il trasferimento tecnologico, ribadiamo la necessità di defiscalizzare le attività di ricerca svolte congiuntamente da università e imprese.
4. Completare l’assetto autonomistico delle università.
Troppe leggi e leggine regolano la vita universitaria italiana, stratificandosi confusamente da oltre settant’anni. Recenti atti governativi hanno rilanciato il ruolo del centralismo ministeriale, rimettendo in discussione l'autonomia degli atenei.
Proponiamo di riprendere e portare a compimento l’autonomia delle università, mediante una normativa quadro essenziale sui principi regolatori dell’autonomia, in forma eventualmente di un Testo Unico, che abroghi le norme che imbrigliano il sistema soffocandone l’autonomo dispiegamento, riduca drasticamente la burocrazia e deleghi alle singole università tutte le competenze che non attengono alla definizione degli obiettivi strategici del sistema.
Acciarini, Bimbi, Colasio, Franco,
Grignaffini, Martella, Modica, Sasso,
Tessitore, Tocci, Villetti
Proposte dell’Ulivo per la fine legislatura
La domanda di formazione superiore e di ricerca innovativa è in crescita. Emerge una nuova motivazione dei giovani verso gli studi universitari (+20% di immatricolazioni)che andrebbe coltivata come una piantina preziosa. Le imprese e gli enti pubblici, da parte loro, cercano intensamente innovazione e dunque ricerca. Proprio quando l’aumento della domanda avrebbe potuto generare sviluppo del sistema universitario, sono state fatte mancare le risorse per adeguare l’offerta. La legislatura volge al termine senza che sia stato risolto alcun problema dell’università. Si sono viste solo norme improvvisate, tagli ai finanziamenti, blocco delle assunzioni, rilancio del centralismo.
L'opposizione denuncia ancora una volta questo stato di cose, ma non gioisce della paralisi decisionale. Preoccupata della situazione dell’università italiana, rivolge responsabilmente al Governo e alla sua maggioranza un’ultima proposta: abbandonare il sempre più contorto e penalizzante disegno di legge sullo stato giuridico e utilizzare l’ultimo anno della legislatura per alcune importanti priorità, approvando provvedimenti utili alla crescita e alla qualità dell'università .
Indichiamo quattro priorità, rinviando, per una visione più ampia dei problemi ad altre nostre proposte già presentatete in via di elaborazione.
1. Riaprire ai giovani le porte della docenza universitaria.
C’è un urgente bisogno di professori universitari che insegnino e facciano ricerca con grande libertà soprattutto nel decennio più produttivo della vita intellettuale, quello tra i trenta e i quarant'anni, invece che stazionare in posizioni incerte e subalterne. Con un'età media dei professori ben oltre i cinquant'anni, la nostra università ha sempre meno spinta e dà sempre meno spinta al Paese.
Il rallentamento delle assunzioni dei ricercatori e il successivo blocco fanno rischiare la scomparsa di interi filoni del sapere. I professori più esperti non trovano più giovani ai quali trasmettere prestigiose tradizioni di ricerca. La dialettica generazionale è una forza decisiva per lo sviluppo della conoscenza e per l’apertura di nuove strade di ricerca. Quando viene a mancare, il sistema langue. Occorre cambiare rotta.
Proponiamo:
- il varo urgente di un programma straordinario di assunzioni di giovani professori/ricercatori, oltre il turn over, da selezionare con rigorosi criteri di merito; sostegno alle borse di studio e aumento dei dottorati di ricerca;
- l’immediato superamento dell'ibrida situazione degli attuali ricercatori universitari, che garantiscono la funzionalità della didattica oltre che della ricerca, mediante l’istituzione della terza fascia docente. E’ una soluzione ormai a portata di mano, che sgombrerebbe anche la strada verso un nuovo stato giuridico per tutta la docenza universitaria.
2. Realizzare subito il sistema nazionale di valutazione.
L’Italia deve dotarsi di un moderno sistema di valutazione, che consenta di evidenziare e incentivare i settori di qualità e di riqualificare quelli più deboli. Va incentivata l’autovalutazione degli atenei, mentre la valutazione esterna deve essere assolutamente indipendente ed avvenire secondo consolidate procedure internazionali.
Proponiamo l’immediata attuazione della norma, proposta dall’opposizione e già approvata dalla VII Commissione della Camera, che prevede l’istituzione di un’ Authority nazionale per la valutazione - a livello dei singoli e delle strutture- della qualità delle attività universitarie (didattica, ricerca, funzionamento degli atenei e del Ministero), con chiare caratteristiche di indipendenza e terzietà rispetto sia al Governo che alle università, dotata di personale tecnicamente preparato e di adeguate disponibilità finanziarie.
L’attività dell'Autorità giocherà da fattore regolativo delle politiche universitarie, comprese quelle di reclutamento e assunzione, ma occorreranno alcuni anni. Nel frattempo non si può rimanere indifferenti davanti alla vasta sfiducia che colpisce i concorsi universitari, indebolendo l’intero sistema universitario rispetto all’opinione pubblica. Non esiste una ricetta magica che eviti le eventuali patologie. Meno che mai il ritorno a procedure già sperimentate in passato senza successo.
Proponiamo di apportare subito significativi miglioramenti all’attuale legge sui concorsi locali, prevedendo che ciascun settore scientifico-disciplinare elegga ogni due anni una lista di “commissari nazionali” (con opportune regole di non immediata rieleggibilità) e che la commissione di ciascun concorso sia formata semplicemente sorteggiando cinque “commissari nazionali”, con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato. Alcuni vantaggi: omogeneità di giudizio nel biennio, imprevedibilità della composizione della commissione, responsabilizzazione della comunità disciplinare. La commissione dovrebbe inoltre essere obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di referee stranieri e a tenerne conto nella selezione del candidato più meritevole.
3. Rilanciare la ricerca libera
Per fare una buona università occorre dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. La storia insegna che la curiosità del ricercatore e la sua libertà di azione sono, senza eccezioni, i fattori fondamentali di successo e che non si può avere ricerca applicata per l’innovazione, anche industriale, senza uno sviluppo sistematico e diffuso della ricerca libera.
Negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente i finanziamenti per la ricerca universitaria liberamente proposta in tutti i campi, attraverso i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), tanto che quasi metà dei progetti presentati rimane senza alcun finanziamento, con risultati disastrosi sulla stessa sopravvivenza di gruppi universitari di ricerca.
Proponiamo l’immediato aumento del finanziamento annuale dei PRIN. Inoltre, per migliorare il trasferimento tecnologico, ribadiamo la necessità di defiscalizzare le attività di ricerca svolte congiuntamente da università e imprese.
4. Completare l’assetto autonomistico delle università.
Troppe leggi e leggine regolano la vita universitaria italiana, stratificandosi confusamente da oltre settant’anni. Recenti atti governativi hanno rilanciato il ruolo del centralismo ministeriale, rimettendo in discussione l'autonomia degli atenei.
Proponiamo di riprendere e portare a compimento l’autonomia delle università, mediante una normativa quadro essenziale sui principi regolatori dell’autonomia, in forma eventualmente di un Testo Unico, che abroghi le norme che imbrigliano il sistema soffocandone l’autonomo dispiegamento, riduca drasticamente la burocrazia e deleghi alle singole università tutte le competenze che non attengono alla definizione degli obiettivi strategici del sistema.
Acciarini, Bimbi, Colasio, Franco,
Grignaffini, Martella, Modica, Sasso,
Tessitore, Tocci, Villetti
Riceviamo dal Cidi di Forlì il testo dell'intervento del Giudice Carlo Sorgi sul tema "Educare alla Costituzione".
L'intervento è stato svolto durante una conferenza che è parte di un ciclo promosso dalle principali realtà associative democratiche della città romagnola.
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Educare alla legalità per costruire cittadinanza
di CARLO SORGI
Introduzione
“L’educazione dei cittadini al rispetto della legalità è compito di tutti: diffondere la nostra Costituzione nelle scuole è il miglior modo di affermare i valori della democrazia. L’eguaglianza e la giustizia, i diritti inviolabili dell’uomo, i doveri di solidarietà sono i fondamenti di una cittadinanza autentica, libera, condivisa e partecipe”. Questa frase del nostro Presidente Carlo Azeglio Ciampi costituisce la sintesi dello sforzo che si intende compiere con il nostro progetto “A scuola di Costituzione ”.
Sono particolarmente orgoglioso di parlare ad un uditorio prevalentemente di insegnanti perché, lo dico senza enfasi, ritengo che il grado di civiltà di un popolo si misuri dalla scuola che ha. Non possiamo lasciare gli insegnanti soli nel loro compito fondamentale di formare i nuovi cittadini, dobbiamo aiutarli come genitori e come cittadini, ognuno secondo le proprie competenze.
Spero che questo colloquio possa essere utile per quello che sarà il lavoro in prospettiva con gli studenti.
Il decalogo contro l’apatia politica
Nel suo intervento al recente convegno nazionale del CIDI (vedi “La Repubblica”, 4 e 8 marzo 2005) intitolato significativamente: ”una scuola per la cultura, il lavoro, la democrazia” Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, parlava di un decalogo contro l’apatia politica. Indicava dieci punti da tenere presenti per la formazione:
- la fede in qualcosa che vale (la democrazia deve credere in sé stessa, per il resto essere relativistica);
- la cura delle individualità personali (contro l’appiattimento e la massificazione);
- lo spirito del dialogo;
- lo spirito dell’uguaglianza (ricordando l’isonomia, la più dolce delle parole, cioè l’uguaglianza delle leggi);
- il rispetto delle identità diverse (la cittadinanza uguale per tutti);
- la diffidenza verso le decisioni irrimediabili (con il portato della contrarietà alla pena di morte ed alla guerra nella loro irrimediabilità);
- l’atteggiamento sperimentale (raccomandando il superamento dell’astrattezza per l’istituzione scolastica);
- coscienza di maggioranza e di minoranza (ritenendo terroristica la massima vox populi, vox dei);
- l’atteggiamento altruistico (con la conseguente tendenza solidaristica);
- la cura delle parole (come numero, ricordando la scuola di Barbiana, e come qualità .
Questi principi così chiari servono per indicare i caratteri peculiari per essere fedeli allo spirito della nostra Costituzione, cioè di quella che Hans Kelsen, il padre della filosofia del diritto, avrebbe chiamato la “Grundnorm”, cioè la norma fondamentale, il criterio finale di validità dell’ordinamento.
Iniziamo, allora, dall’esame delle parole e proviamo a definire il concetto di legalità.
Definizione di legalità
Ho cercato di trovare nei testi fondamentali del diritto una definizione del termine legalità, ma quella che mi è sembrata la più precisa, al tempo stesso antica ed attuale, è quella che fornisce Norberto Bobbio nel “Dizionario della Politica” del 1976. Leggiamone alcuni passi: ”Nel linguaggio politico per legalità si intende un attributo e un requisito del potere per cui si dice che un potere è legale o agisce legalmente o ha carattere di legalità quando viene esercitato nell’ambito o in conformità delle leggi stabilite o comunque accettate. … Nonostante il principio di legalità sia considerato uno dei cardini dello stato costituzionale moderno esso è antico e si ricollega all’ideale greco della isonomia, cioè dell’eguaglianza di fronte alle leggi…dove governano le leggi, ivi è il regno della giustizia; dove governano gli uomini ivi è il regno dell’arbitrio. … Come tutte le idee cardine della teoria politica anche il principio di legalità non è un’idea semplice. Se ne possono distinguere almeno tre significati. Il primo è quello tra legge e principe: a questo livello governo della legge significa che il principe non è mai legibus solutus e pertanto deve governare in conformità delle leggi che gli sono superiori. Il secondo livello è quello tra principe e sudditi ed in questo senso legittimità vuole dire che i governanti debbono esercitare il loro potere soltanto mediante l’emanazione di leggi generali ed astratte. Il terzo livello è quello relativo all’applicazione delle leggi al caso singolo ed in questo senso legalità vuole dire che i giudici non decidono secondo equità ma in base a prescrizioni stabilite in forma di norme legislative. … l’importanza del principio di legalità sta nel fatto che esso assicura i due valori fondamentali nella cui realizzazione consiste la funzione del diritto, il valore della certezza ed il valore dell’eguaglianza”.
Una volta chiarito il concetto stesso di legalità passiamo a verificare come attuarlo in concreto per la formazione di un moderno Stato di diritto. Perché si possa parlare di questa istituzione, almeno da Montesquieu in poi, cioè tendenzialmente dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese, non può non parlarsi della teoria della divisione dei poteri. Questione antica e, al tempo stesso, attualissima.
La divisione dei poteri: poteri politici e poteri di “garanzia”
Quello della divisione dei poteri costituisce un momento fondamentale per la comprensione dell’attuale equilibrio istituzionale e, con l’aiuto di un recente e chiarissimo articolo dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida (V. Onida, Costituzione e garanzia dei diritti, separazione dei poteri, in Questione Giustizia, 1/2005, pag. 1 ), cercherò di sintetizzarlo.
La divisione, o separazione, dei poteri e cioè il rapporto tra il chi era chiamato a deliberare le leggi e chi era chiamato ad applicarle ha visto in seguito attenuarsi, se non perdersi del tutto, questo significato. L’espansione del principio democratico ha ricondotto ad un’unica fonte di legittimazione i poteri legislativo ed esecutivo. Oggi può dirsi che il vero significato costituzionale del principio di separazione dei poteri consiste nella separazione e nella reciproca indipendenza fra poteri di governo o politici da un lato, poteri di garanzia dall’altro.
Alla distinzione dei relativi ruoli corrisponde una netta differenziazione quanto a fonte di legittimazione. I primi, poteri politici, rispondono al criterio di legittimazione democratico-elettivo, caratterizzato dalle regole della maggioranza; i secondi, i poteri di garanzia, trovano la loro fonte di legittimazione nei compiti ad essi affidati di salvaguardia dei diritti e delle regole costituite, e nei requisiti di competenza e indipendenza che essi debbono possedere.
Gli apparati di tipo giurisdizionale sono per lo più privi di legittimazione democratica: la fonte e la ragione del loro potere non sta nella volontà della maggioranza elettorale o parlamentare ma, al contrario, nel ruolo ad essi affidato di assicurare con competenza e indipendenza il rispetto dei limiti frapposti ai poteri politici, a garanzia dei diritti di tutti e dell’osservanza delle regole.
La democrazia esige che il sistema rappresentativo e la regola della maggioranza si fermino e cedano il campo là dove si tratta di poteri di garanzia, il cui compito è proprio quello di salvaguardare i limiti costituzionali al potere della maggioranza. Se pensiamo alla famosa “legge truffa” (quella che nel 1952 doveva garantire un premio di maggioranza alla coalizione centrista) è facile ritenere che con la Corte Costituzionale avrebbe avuto vita breve. La garanzia dei diritti richiede, infatti, di essere affidata a soggetti e procedure nettamente distinti da quelli in cui si esprime il potere democratico della maggioranza, e da essi indipendenti.
Svilire, dunque, il ruolo dei poteri di garanzia in quanto non legittimati democraticamente vuole dire non comprendere il meccanismo costituzionale che non si basa sulla concezione assoluta della sovranità popolare, ma piuttosto sull’idea della sovranità che si esercita non solo nelle forme ma anche nei limiti della Costituzione stessa. (art. 1, comma II° “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“). Delegittimare la magistratura è anche questo un grave pericolo proprio per il discorso degli equilibri che potrebbero essere messi in crisi con tali operazioni, a meno di non avere come fine proprio il superamento di tali equilibri.
Quindi poteri politici e poteri di garanzia sono entrambi necessari, sullo stesso piano, per il funzionamento della democrazia costituzionale.
Naturalmente tra poteri politici e poteri di garanzia possono manifestarsi forme di fisiologica tensione. Si tratta di poteri destinati a confrontarsi più che a collaborare: quello che non può mancare è il reciproco rispetto e la reciproca lealtà.
L’elemento fondamentale per giudicare della salute di un sistema, in un regime di divisione dei poteri, è appunto l’equilibrio, nel senso cioè che ciascuno dei due sottosistemi eviti o riduca al minimo i rischi di violazione dei propri confini, cioè i rischi di cedere alla tentazione di onnipotenza.
I poteri politici non dovrebbero mai dimenticare di operare in un quadro che ha dei confini e dei limiti a guardia dei quali stanno i poteri di garanzia.
A loro volta i poteri di garanzia non dovrebbero mai cedere alla tentazione di sostituire le proprie valutazioni di opportunità a quelle espresse nelle decisioni politiche invadendo il campo delle scelte legislative o amministrative.
In ogni caso il rimedio alle eventuali esorbitanze dei poteri di garanzia non può stare nell’indebolirne la funzione o nel ridurne l’indipendenza quanto, piuttosto, nelle stesse potenzialità interne dei sistemi di garanzia affidati ad una pluralità di organi e di istanze, secondo lo schema del potere diffuso e nello strumento del conflitto di attribuzioni, vera e propria valvola di chiusura del sistema dei poteri azionabile davanti alla Corte Costituzionale, esso stesso organo di garanzia.
La “crisi” della giustizia in Italia
La mia funzione di magistrato mi impone un approfondimento di quell’apparato di garanzia costituito dalla magistratura. Affronterò brevemente il tema della crisi della giustizia, da valutare come momento di difficoltà nell’equilibrio dei poteri che il nostro ordinamento prevede.
Il dato saliente che balza davanti agli occhi di tutti è l’inefficienza della giustizia, con processi che appaiono destinati a durare tempi biblici.
Ecco alcune riflessioni al riguardo che non mettono, per altro, in discussione il dato appena rilevato.
In primo luogo occorre avere presente che è sempre stato così: la giustizia è sempre stata lenta. Basta leggere un gustoso brano di un famoso testo del Calamandrei (P. Calamandrei, Elogio del giudice scritto da un avvocato, Ponte alle grazie, 2001, pag. 153) per avere la conferma. L’autore, insigne giurista della metà dello scorso secolo, nel suo libro “elogio del giudice” racconta di un contadino toscano che, negli anni quaranta circa, si rivolge a lui in qualità di avvocato per una causa che in primo grado era già durata sei anni: ”Egli, con sorriso bonario e rassegnato– scrive Calamandrei – mi disse: Sor avvocato, a questa causa mi ci sono affezionato. La metto nelle sue mani. Vede, l’ha sei anni: l’è digià grandina. La si può cominciare a mandare a scuola”.
Quindi la verità è che i processi sono sempre durati un’eternità. Ma allora cosa è cambiato che ha reso la società sempre più sensibile alla disfunzione dell’apparato giudiziario? È cambiato il numero dei processi, che si è decuplicato. Pensiamo oggi alle separazioni e ai divorzi o ai processi previdenziali oppure alla superfetazione del sistema penale. Una volta se i medici mi operavano male pensavo “almeno ho salvato la pelle”, oggi la prima cosa che faccio è andare dall’avvocato. Proprio questa figura professionale è, presumibilmente, alla base del grande “successo“ della giustizia, insieme con la naturale evoluzione dovuta all’aumentata complessità del vivere civile. Pensiamo che in Italia abbiamo circa 150.000 avvocati, il doppio che in Francia, con un aumento che è paragonabile, significativamente, soltanto all’aumento del numero dei processi.
Rimane il fatto che i processi sono di una lentezza estrema e che rispetto al resto dell’Europa siamo oramai ad una situazione insostenibile.
Le soluzioni possibili sono molteplici e tutte sostanzialmente praticabili con la buona volontà. Predisporre filtri conciliativi efficaci, ridurre il numero dei gradi del giudizio, prevedere sanzioni processuali rilevanti in caso di strumentalità nelle impugnazioni, prevedere controlli efficaci sulla produttività dei magistrati, oggi praticamente inesistenti.
Eppure oggi tutte le proposte di riforma relative all’ordinamento giudiziario non mirano in alcun modo ad aumentare l’efficienza della magistratura, ma esclusivamente a ridurne gli spazi di indipendenza: soluzione assolutamente grave per un potere di controllo che deve essere indipendente. Secondo il Professor Carlo Guarnieri, esperto di sistemi giudiziari comparati e certamente non tacciabile di parzialità, “Quanto alle proposte di riforma dell’Ordinamento Giudiziario attualmente in discussione, definirle deludenti è il meno che si possa dire”. (C. Guarnieri, Giustizia e Politica, 2003, Il Mulino, Bologna, pag. 190).
Non è inutile ricordare, per altro, che di riforma di ordinamento giudiziario, con selezioni di merito e separazioni delle carriere, parlava già il piano di rinascita democratica del venerabile Licio Gelli, che gode del diritto d’autore circa la proposta di introduzione dei test psico-attitudinali per i magistrati ripresentata recentemente.
Non sembra, quindi, che le riforme mirino a migliorare l’efficienza della giustizia. Questa amara considerazione non vale solo per la legge sull’ordinamento. Pensiamo alla c.d. legge Cirielli per ridurre i termini di prescrizione, che è il meccanismo che estingue il reato dopo un certo numero di anni.
Nel 1989 in Italia il sistema inquisitorio del processo penale è stato sostituito dal sistema accusatorio di tipo americano. Presupposto per la riuscita di questo nuovo modello, sicuramente più garantista ma più dispendioso in termini di risorse umane e temporali, era la presenza di filtri efficaci: negli Usa solo il 10% dei processi affronta il dibattimento, tutti gli altri si esauriscono con patteggiamento o con riti alternativi. Perché questi riti funzionino è necessario che ci sia la certezza della pena, quindi i termini di prescrizione devono essere lunghi, altrimenti tutti mirerebbero ad allungare il più possibile il processo per fare prescrivere il reato. Oggi in Italia, constatato il fallimento del processo accusatorio per il mancato funzionamento dei filtri, i termini di prescrizione invece di essere aumentati vengono ridotti. Per una volta anche gli avvocati hanno concordato con i giudici sull’inopportunità della decisione.
Sistema del lavoro e mercato del lavoro
La mia funzione specifica di giudice del lavoro mi consente di passare agilmente ad un altro tema che ritengo centrale, se parliamo di scuola pensando al momento in cui tutti i vostri studenti termineranno gli studi.
Uno dei motivi di disaffezione rispetto all’istituzione scolastica credo sia rappresentato dal fatto che i giovani vedono nella scuola uno strumento di scarsa utilità in vista di un loro futuro e sempre più problematico inserimento nel mercato del lavoro. Quanto poi al fenomeno della precarizzazione del lavoro, con tutto quello che comporta in termini di costi umani, credo che sia perfettamente a conoscenza dei giovani, sempre più demotivati con tali prospettive. In tema di costi umani della così detta flessibilità invito alla lettura del testo di Luciano Gallino dall’omonimo titolo (L. Gallino, Il costo umano della flessibilità, Laterza, 2001 ) che costituisce la riflessione più lucida che ho trovato sull’argomento e che può servire per comprendere lo stato d’animo di chi si accinge ad entrare nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista l’approfondimento di tematiche lavoristiche in senso generale potrebbe costituire oltre che una manifestazione di ricerca dell’interesse anche uno stimolo per riflessioni su questo fondamentale tema, visto in tutte le sue connessioni e non solo in prospettiva meramente occupazionale e individualistica.
Il sistema del lavoro letto nel contesto del dettato costituzionale è l’esempio di come questo testo viva nel tempo e si espanda nelle contingenze favorevoli.
Il richiamo al diritto al lavoro, al rispetto della salute e della dignità del lavoratore sono principi che hanno trovato nel grande periodo delle riforme in Italia il massimo sviluppo: pensiamo allo Statuto dei lavoratori del 1970 o al nuovo processo del lavoro del 1973, per avere un’idea di come i principi costituzionali anche dopo anni hanno costituito il riferimento ideale e culturale per la grande stagione riformista del paese.
Il processo del lavoro, in particolare, costituisce un esempio di come il legislatore abbia compreso integralmente la necessità di diversificare le regole del rito per adattarle ad una situazione peculiare nella quale la caratteristica era la disparità dei contendenti. Il giudice del lavoro non parteggia, non sarebbe più un giudice, ma ha la possibilità di intervenire nel momento fondamentale della giurisdizione che è costituito dalla valutazione della prova, con poteri istruttori assolutamente sconosciuti per l’ordinario processo: un giudice attivo e presente nel processo per sollecitare le parti ed acquisire le prove ritenute indispensabili. È questo un chiaro esempio di realizzazione del principio di eguaglianza ex art. 3 della Costituzione intesa in senso sostanziale e non solo formale, che si concretizza con la presa in carico delle differenze. Oggi il processo del lavoro è considerato quasi un lusso e in molte parti del paese è soffocato dai numeri, perdendo un requisito fondamentale che è quello della celerità di giudizio. Ma il processo del lavoro, per la struttura nella fase della formazione della prova e per le caratteristiche culturali dei giudici del lavoro, costituisce il luogo naturale nel quale viene tutelata la dignità del lavoratore, in particolare nell’attuale momento di grande fragilità di tale aspetto: pensiamo alle conseguenze della flessibilità in termini di precarizzazione e poi al mobbing o al demansionamento, fenomeni che solo il giudice nel processo del lavoro è in grado di ricostruire e valutare.
Credo che un elemento fondamentale di riflessione possa essere proprio quello della dignità del lavoro e del lavoratore, pensiero strettamente connesso con il fondamento stesso della democrazia descritto mirabilmente da Zagrebelsky nell’intervento ricordato e che riguarda il rispetto per sé stessi e per gli altri. Parlare con i giovani e riflettere con loro sulla dignità della persona e sulla dignità del lavoro come fondamento di una società effettivamente democratica penso possa rappresentare un momento importante per costruire dei cittadini coscienti dei propri doveri e consapevoli dei propri diritti.
Capacità critica
Personalmente ritengo che centrale per la scuola oggi sia la necessità di sviluppare la capacità critica dei giovani. Il richiamo è al punto 2 del decalogo di Zagrebelsky “La cura delle individualità personali”. Scrive l’autore: “La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. … dobbiamo vedere con preoccupazione l’appiattimento di molti livelli dell’esistenza, consumi e cultura, divertimenti e comunicazione: tutto di massa… ci si rivolge proprio alla scuola perché alimenti e non reprima caratteri e vocazioni personali delle giovani vite con cui ha a che fare”.
Il pericolo nella nostra società è rappresentato in primo luogo, anche se non esclusivamente, dalla televisione, la cattiva maestra. Scriveva Karl Popper (K. Popper, Cattiva maestra televisione, Donzelli, 1994, p.24 ) nel famoso saggio sul tema: ”la democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. È questa la sua caratteristica essenziale. Non ci dovrebbe essere nessun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora, è accaduto che la televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione”. In precedenza il pensiero dell’autore era ancora più categorico: ”il nucleo fondamentale dello Stato di diritto è la non violenza. Quanto più trascureremo il compito di educazione alla non violenza tanto più ci troveremo costretti ad estendere l’applicazione delle leggi penali e di dure norme restrittive nei campi dell’editoria, della televisione, della comunicazione di massa “.
Indubbiamente oggi viviamo in un contesto di “vulnerabilità cognitiva” come la definisce Giuliano da Empoli, uno studioso di comunicazione (G. da Empoli, Overdose: la società dell’informazione eccessiva, Marsilio, 2002, p.23), cioè come un contesto di pioggia di informazioni che riduce la capacità individuale di procedere ad un riesame critico delle stesse. Una società sopraffatta dall’overdose cognitiva è una società nella quale tutti i commentatori tendono ad alzare il tono della voce, proprio come ciascuno farebbe per farsi sentire in una sala affollata o in una discoteca. Accade così che tutti, compresi gli uomini politici, lancino messaggi sempre più iperbolici nel tentativo di uscire dal coro, di catturare l’attenzione del pubblico. Ritorna alla mente una vecchia canzone di Bennato, festa di piazza, dove veniva descritta con sagace spirito anticipatore per i tempi la figura del politico che per far presa sulla folla continuava a ripetere: è ora di finirla adesso basta. Questo avviene a scapito della chiarezza del messaggio. Ma solo chi ha idee interessanti da esporre può correre il rischio di essere chiaro.
Quindi una situazione caratterizzata da un eccesso informativo accompagnato da una condizione generale di confusione del messaggio vede i giovani sempre meno capaci di filtrare e più indotti a recepire prodotti preconfezionati. La scuola deve contribuire a sviluppare lo spirito critico dei giovani aiutandoli nell’operazione, certamente difficile, di discernimento di tutto quanto viene loro offerto, per avere i mezzi per formarsi una gerarchia di valori che sia diversa da quella offerta loro da Maria De Filippi.
Idiosincrasia per le regole
Parlare di leggi è parlare di regole e questo tema non incontra l’adesione immediata dei giovani. Un dato connaturale per il giovane è il rifiuto per tutto ciò che è regola, comando, imposizione.
Il sano e fisiologico ribellismo giovanile ha delle radici profonde e sostenibili: ci si opponeva all’ordine costituito che imponeva delle regole non condivise perché non accettabili in quanto portavano all’omologazione ed alla massificazione. In questo senso il rifiuto era una manifestazione di vitalità intellettuale e di capacità critica e, dunque, assolutamente positivo in sé, senza considerare le modalità nelle quali si estrinsecava che potevano non essere condivise, in particolare quelle contenenti elementi di violenza.
Ma questo fenomeno non ha niente a che vedere con un altro, dai contenuti assolutamente privi di valori, che appare oggi imperante e che vede il rifiuto della regola solo perché faticosa o anche solamente incomprensibile.
Oggi assistiamo ad una serie di regole totalmente condivisibili che necessitano esclusivamente un supporto in termini di informazione e spiegazione per essere accettate. Il pericolo di assunzione di sostanze stupefacenti per la guida, il casco sulla moto, il divieto di fumo, la cintura in macchina sono regole che ai giovani vanno spiegate nella loro valenza positiva: problema di comunicazione che si amplifica nel contesto ricordato di vulnerabilità cognitiva.
Ma una regola non può non passare come centrale e questo la scuola deve trasmettere ed è la regola del rispetto.
Dal fondamentale contenuto della democrazia che è il rispetto per la dignità propria ed altrui deve derivare la regola centrale per la convivenza civile da trasmettere alle giovani generazioni. In una società caratterizzata dall’intolleranza (negli stadi come nella televisione e massimamente nel mondo politico) è veramente difficile trasmettere un messaggio diametralmente opposto che è non solo di tolleranza, che è concetto troppo ridotto per una democrazia (l’assolutismo quando si ammorbidisce può parlare di tolleranza, non la democrazia, dice Zabrebelsky), ma di rispetto e di cittadinanza uguale per tutti.
In questo senso la palestra scolastica con la presenza sempre più significativa di culture diverse deve essere fondamentale: ci avviamo verso una società multirazziale della quale, tra l’altro abbiamo bisogno per vincere le sfide della globalizzazione e del terrorismo. Se questa nuova società non sarà basata essenzialmente sul principio del rispetto reciproco avremo solo un supermercato di forza-lavoro in casa propria in breve tempo totalmente inutile (e sarebbe il frutto peggiore della globalizzazione) ed un ulteriore incentivo allo scontro tra culture ( che è l’humus nel quale si genera il terrorismo internazionale ).
Ecco perché è assolutamente indispensabile che la scuola si faccia carico della trasmissione dei contenuti fondamentali della democrazia.
Resistenza e Costituzione
Tra pochi giorni ci sarà il sessantesimo anniversario della liberazione e ci si potrebbe chiedere quali connessioni siano rinvenibili tra la resistenza e la nostra carta fondamentale.
In un suo articolo dedicato proprio alle origini della Costituzione Norberto Bobbio (N. Bobbio, Dal fascismo alla democrazia, Origini e caratteri della Costituzione, Baldini e Castaldi, 1997, p.66) ci proponeva la seguente riflessione:” Il testo costituzionale venne approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Una maggioranza di tali dimensioni non può essere raggiunta se non attraverso una lenta opera di persuasione reciproca, di concessioni di una parte all’altra, di accordi tattici, tanto più che le varie parti erano ideologicamente lontanissime le une dalle altre. Come da questo coacervo di forze sia venuto fuori un testo unitario quasi ad unanimità sarebbe difficile spiegare, se non ci si rendesse conto che essi avevano in comune almeno un’idea, non soltanto negativa, l’antifascismo, ma positiva. Questa idea comune era la democrazia intesa come un insieme di principi, di regole, di istituti, che permettono la più ampia partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica e quindi il più ampio controllo dei poteri dello stato. Se di una ideologia della resistenza si può parlare, questa ideologia era stata la democrazia, nella sua più ampia accezione del termine, in quanto antidemocratico, nel senso più ampio della parola, era stato il fascismo”.
Sono convinto che l’ideologia della democrazia si un bene fondamentale e che tutti, insegnanti e non, abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani.
Forlì, 20/4/2005
Carlo Sorgi
L'intervento è stato svolto durante una conferenza che è parte di un ciclo promosso dalle principali realtà associative democratiche della città romagnola.
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Educare alla legalità per costruire cittadinanza
di CARLO SORGI
Introduzione
“L’educazione dei cittadini al rispetto della legalità è compito di tutti: diffondere la nostra Costituzione nelle scuole è il miglior modo di affermare i valori della democrazia. L’eguaglianza e la giustizia, i diritti inviolabili dell’uomo, i doveri di solidarietà sono i fondamenti di una cittadinanza autentica, libera, condivisa e partecipe”. Questa frase del nostro Presidente Carlo Azeglio Ciampi costituisce la sintesi dello sforzo che si intende compiere con il nostro progetto “A scuola di Costituzione ”.
Sono particolarmente orgoglioso di parlare ad un uditorio prevalentemente di insegnanti perché, lo dico senza enfasi, ritengo che il grado di civiltà di un popolo si misuri dalla scuola che ha. Non possiamo lasciare gli insegnanti soli nel loro compito fondamentale di formare i nuovi cittadini, dobbiamo aiutarli come genitori e come cittadini, ognuno secondo le proprie competenze.
Spero che questo colloquio possa essere utile per quello che sarà il lavoro in prospettiva con gli studenti.
Il decalogo contro l’apatia politica
Nel suo intervento al recente convegno nazionale del CIDI (vedi “La Repubblica”, 4 e 8 marzo 2005) intitolato significativamente: ”una scuola per la cultura, il lavoro, la democrazia” Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, parlava di un decalogo contro l’apatia politica. Indicava dieci punti da tenere presenti per la formazione:
- la fede in qualcosa che vale (la democrazia deve credere in sé stessa, per il resto essere relativistica);
- la cura delle individualità personali (contro l’appiattimento e la massificazione);
- lo spirito del dialogo;
- lo spirito dell’uguaglianza (ricordando l’isonomia, la più dolce delle parole, cioè l’uguaglianza delle leggi);
- il rispetto delle identità diverse (la cittadinanza uguale per tutti);
- la diffidenza verso le decisioni irrimediabili (con il portato della contrarietà alla pena di morte ed alla guerra nella loro irrimediabilità);
- l’atteggiamento sperimentale (raccomandando il superamento dell’astrattezza per l’istituzione scolastica);
- coscienza di maggioranza e di minoranza (ritenendo terroristica la massima vox populi, vox dei);
- l’atteggiamento altruistico (con la conseguente tendenza solidaristica);
- la cura delle parole (come numero, ricordando la scuola di Barbiana, e come qualità .
Questi principi così chiari servono per indicare i caratteri peculiari per essere fedeli allo spirito della nostra Costituzione, cioè di quella che Hans Kelsen, il padre della filosofia del diritto, avrebbe chiamato la “Grundnorm”, cioè la norma fondamentale, il criterio finale di validità dell’ordinamento.
Iniziamo, allora, dall’esame delle parole e proviamo a definire il concetto di legalità.
Definizione di legalità
Ho cercato di trovare nei testi fondamentali del diritto una definizione del termine legalità, ma quella che mi è sembrata la più precisa, al tempo stesso antica ed attuale, è quella che fornisce Norberto Bobbio nel “Dizionario della Politica” del 1976. Leggiamone alcuni passi: ”Nel linguaggio politico per legalità si intende un attributo e un requisito del potere per cui si dice che un potere è legale o agisce legalmente o ha carattere di legalità quando viene esercitato nell’ambito o in conformità delle leggi stabilite o comunque accettate. … Nonostante il principio di legalità sia considerato uno dei cardini dello stato costituzionale moderno esso è antico e si ricollega all’ideale greco della isonomia, cioè dell’eguaglianza di fronte alle leggi…dove governano le leggi, ivi è il regno della giustizia; dove governano gli uomini ivi è il regno dell’arbitrio. … Come tutte le idee cardine della teoria politica anche il principio di legalità non è un’idea semplice. Se ne possono distinguere almeno tre significati. Il primo è quello tra legge e principe: a questo livello governo della legge significa che il principe non è mai legibus solutus e pertanto deve governare in conformità delle leggi che gli sono superiori. Il secondo livello è quello tra principe e sudditi ed in questo senso legittimità vuole dire che i governanti debbono esercitare il loro potere soltanto mediante l’emanazione di leggi generali ed astratte. Il terzo livello è quello relativo all’applicazione delle leggi al caso singolo ed in questo senso legalità vuole dire che i giudici non decidono secondo equità ma in base a prescrizioni stabilite in forma di norme legislative. … l’importanza del principio di legalità sta nel fatto che esso assicura i due valori fondamentali nella cui realizzazione consiste la funzione del diritto, il valore della certezza ed il valore dell’eguaglianza”.
Una volta chiarito il concetto stesso di legalità passiamo a verificare come attuarlo in concreto per la formazione di un moderno Stato di diritto. Perché si possa parlare di questa istituzione, almeno da Montesquieu in poi, cioè tendenzialmente dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese, non può non parlarsi della teoria della divisione dei poteri. Questione antica e, al tempo stesso, attualissima.
La divisione dei poteri: poteri politici e poteri di “garanzia”
Quello della divisione dei poteri costituisce un momento fondamentale per la comprensione dell’attuale equilibrio istituzionale e, con l’aiuto di un recente e chiarissimo articolo dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida (V. Onida, Costituzione e garanzia dei diritti, separazione dei poteri, in Questione Giustizia, 1/2005, pag. 1 ), cercherò di sintetizzarlo.
La divisione, o separazione, dei poteri e cioè il rapporto tra il chi era chiamato a deliberare le leggi e chi era chiamato ad applicarle ha visto in seguito attenuarsi, se non perdersi del tutto, questo significato. L’espansione del principio democratico ha ricondotto ad un’unica fonte di legittimazione i poteri legislativo ed esecutivo. Oggi può dirsi che il vero significato costituzionale del principio di separazione dei poteri consiste nella separazione e nella reciproca indipendenza fra poteri di governo o politici da un lato, poteri di garanzia dall’altro.
Alla distinzione dei relativi ruoli corrisponde una netta differenziazione quanto a fonte di legittimazione. I primi, poteri politici, rispondono al criterio di legittimazione democratico-elettivo, caratterizzato dalle regole della maggioranza; i secondi, i poteri di garanzia, trovano la loro fonte di legittimazione nei compiti ad essi affidati di salvaguardia dei diritti e delle regole costituite, e nei requisiti di competenza e indipendenza che essi debbono possedere.
Gli apparati di tipo giurisdizionale sono per lo più privi di legittimazione democratica: la fonte e la ragione del loro potere non sta nella volontà della maggioranza elettorale o parlamentare ma, al contrario, nel ruolo ad essi affidato di assicurare con competenza e indipendenza il rispetto dei limiti frapposti ai poteri politici, a garanzia dei diritti di tutti e dell’osservanza delle regole.
La democrazia esige che il sistema rappresentativo e la regola della maggioranza si fermino e cedano il campo là dove si tratta di poteri di garanzia, il cui compito è proprio quello di salvaguardare i limiti costituzionali al potere della maggioranza. Se pensiamo alla famosa “legge truffa” (quella che nel 1952 doveva garantire un premio di maggioranza alla coalizione centrista) è facile ritenere che con la Corte Costituzionale avrebbe avuto vita breve. La garanzia dei diritti richiede, infatti, di essere affidata a soggetti e procedure nettamente distinti da quelli in cui si esprime il potere democratico della maggioranza, e da essi indipendenti.
Svilire, dunque, il ruolo dei poteri di garanzia in quanto non legittimati democraticamente vuole dire non comprendere il meccanismo costituzionale che non si basa sulla concezione assoluta della sovranità popolare, ma piuttosto sull’idea della sovranità che si esercita non solo nelle forme ma anche nei limiti della Costituzione stessa. (art. 1, comma II° “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“). Delegittimare la magistratura è anche questo un grave pericolo proprio per il discorso degli equilibri che potrebbero essere messi in crisi con tali operazioni, a meno di non avere come fine proprio il superamento di tali equilibri.
Quindi poteri politici e poteri di garanzia sono entrambi necessari, sullo stesso piano, per il funzionamento della democrazia costituzionale.
Naturalmente tra poteri politici e poteri di garanzia possono manifestarsi forme di fisiologica tensione. Si tratta di poteri destinati a confrontarsi più che a collaborare: quello che non può mancare è il reciproco rispetto e la reciproca lealtà.
L’elemento fondamentale per giudicare della salute di un sistema, in un regime di divisione dei poteri, è appunto l’equilibrio, nel senso cioè che ciascuno dei due sottosistemi eviti o riduca al minimo i rischi di violazione dei propri confini, cioè i rischi di cedere alla tentazione di onnipotenza.
I poteri politici non dovrebbero mai dimenticare di operare in un quadro che ha dei confini e dei limiti a guardia dei quali stanno i poteri di garanzia.
A loro volta i poteri di garanzia non dovrebbero mai cedere alla tentazione di sostituire le proprie valutazioni di opportunità a quelle espresse nelle decisioni politiche invadendo il campo delle scelte legislative o amministrative.
In ogni caso il rimedio alle eventuali esorbitanze dei poteri di garanzia non può stare nell’indebolirne la funzione o nel ridurne l’indipendenza quanto, piuttosto, nelle stesse potenzialità interne dei sistemi di garanzia affidati ad una pluralità di organi e di istanze, secondo lo schema del potere diffuso e nello strumento del conflitto di attribuzioni, vera e propria valvola di chiusura del sistema dei poteri azionabile davanti alla Corte Costituzionale, esso stesso organo di garanzia.
La “crisi” della giustizia in Italia
La mia funzione di magistrato mi impone un approfondimento di quell’apparato di garanzia costituito dalla magistratura. Affronterò brevemente il tema della crisi della giustizia, da valutare come momento di difficoltà nell’equilibrio dei poteri che il nostro ordinamento prevede.
Il dato saliente che balza davanti agli occhi di tutti è l’inefficienza della giustizia, con processi che appaiono destinati a durare tempi biblici.
Ecco alcune riflessioni al riguardo che non mettono, per altro, in discussione il dato appena rilevato.
In primo luogo occorre avere presente che è sempre stato così: la giustizia è sempre stata lenta. Basta leggere un gustoso brano di un famoso testo del Calamandrei (P. Calamandrei, Elogio del giudice scritto da un avvocato, Ponte alle grazie, 2001, pag. 153) per avere la conferma. L’autore, insigne giurista della metà dello scorso secolo, nel suo libro “elogio del giudice” racconta di un contadino toscano che, negli anni quaranta circa, si rivolge a lui in qualità di avvocato per una causa che in primo grado era già durata sei anni: ”Egli, con sorriso bonario e rassegnato– scrive Calamandrei – mi disse: Sor avvocato, a questa causa mi ci sono affezionato. La metto nelle sue mani. Vede, l’ha sei anni: l’è digià grandina. La si può cominciare a mandare a scuola”.
Quindi la verità è che i processi sono sempre durati un’eternità. Ma allora cosa è cambiato che ha reso la società sempre più sensibile alla disfunzione dell’apparato giudiziario? È cambiato il numero dei processi, che si è decuplicato. Pensiamo oggi alle separazioni e ai divorzi o ai processi previdenziali oppure alla superfetazione del sistema penale. Una volta se i medici mi operavano male pensavo “almeno ho salvato la pelle”, oggi la prima cosa che faccio è andare dall’avvocato. Proprio questa figura professionale è, presumibilmente, alla base del grande “successo“ della giustizia, insieme con la naturale evoluzione dovuta all’aumentata complessità del vivere civile. Pensiamo che in Italia abbiamo circa 150.000 avvocati, il doppio che in Francia, con un aumento che è paragonabile, significativamente, soltanto all’aumento del numero dei processi.
Rimane il fatto che i processi sono di una lentezza estrema e che rispetto al resto dell’Europa siamo oramai ad una situazione insostenibile.
Le soluzioni possibili sono molteplici e tutte sostanzialmente praticabili con la buona volontà. Predisporre filtri conciliativi efficaci, ridurre il numero dei gradi del giudizio, prevedere sanzioni processuali rilevanti in caso di strumentalità nelle impugnazioni, prevedere controlli efficaci sulla produttività dei magistrati, oggi praticamente inesistenti.
Eppure oggi tutte le proposte di riforma relative all’ordinamento giudiziario non mirano in alcun modo ad aumentare l’efficienza della magistratura, ma esclusivamente a ridurne gli spazi di indipendenza: soluzione assolutamente grave per un potere di controllo che deve essere indipendente. Secondo il Professor Carlo Guarnieri, esperto di sistemi giudiziari comparati e certamente non tacciabile di parzialità, “Quanto alle proposte di riforma dell’Ordinamento Giudiziario attualmente in discussione, definirle deludenti è il meno che si possa dire”. (C. Guarnieri, Giustizia e Politica, 2003, Il Mulino, Bologna, pag. 190).
Non è inutile ricordare, per altro, che di riforma di ordinamento giudiziario, con selezioni di merito e separazioni delle carriere, parlava già il piano di rinascita democratica del venerabile Licio Gelli, che gode del diritto d’autore circa la proposta di introduzione dei test psico-attitudinali per i magistrati ripresentata recentemente.
Non sembra, quindi, che le riforme mirino a migliorare l’efficienza della giustizia. Questa amara considerazione non vale solo per la legge sull’ordinamento. Pensiamo alla c.d. legge Cirielli per ridurre i termini di prescrizione, che è il meccanismo che estingue il reato dopo un certo numero di anni.
Nel 1989 in Italia il sistema inquisitorio del processo penale è stato sostituito dal sistema accusatorio di tipo americano. Presupposto per la riuscita di questo nuovo modello, sicuramente più garantista ma più dispendioso in termini di risorse umane e temporali, era la presenza di filtri efficaci: negli Usa solo il 10% dei processi affronta il dibattimento, tutti gli altri si esauriscono con patteggiamento o con riti alternativi. Perché questi riti funzionino è necessario che ci sia la certezza della pena, quindi i termini di prescrizione devono essere lunghi, altrimenti tutti mirerebbero ad allungare il più possibile il processo per fare prescrivere il reato. Oggi in Italia, constatato il fallimento del processo accusatorio per il mancato funzionamento dei filtri, i termini di prescrizione invece di essere aumentati vengono ridotti. Per una volta anche gli avvocati hanno concordato con i giudici sull’inopportunità della decisione.
Sistema del lavoro e mercato del lavoro
La mia funzione specifica di giudice del lavoro mi consente di passare agilmente ad un altro tema che ritengo centrale, se parliamo di scuola pensando al momento in cui tutti i vostri studenti termineranno gli studi.
Uno dei motivi di disaffezione rispetto all’istituzione scolastica credo sia rappresentato dal fatto che i giovani vedono nella scuola uno strumento di scarsa utilità in vista di un loro futuro e sempre più problematico inserimento nel mercato del lavoro. Quanto poi al fenomeno della precarizzazione del lavoro, con tutto quello che comporta in termini di costi umani, credo che sia perfettamente a conoscenza dei giovani, sempre più demotivati con tali prospettive. In tema di costi umani della così detta flessibilità invito alla lettura del testo di Luciano Gallino dall’omonimo titolo (L. Gallino, Il costo umano della flessibilità, Laterza, 2001 ) che costituisce la riflessione più lucida che ho trovato sull’argomento e che può servire per comprendere lo stato d’animo di chi si accinge ad entrare nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista l’approfondimento di tematiche lavoristiche in senso generale potrebbe costituire oltre che una manifestazione di ricerca dell’interesse anche uno stimolo per riflessioni su questo fondamentale tema, visto in tutte le sue connessioni e non solo in prospettiva meramente occupazionale e individualistica.
Il sistema del lavoro letto nel contesto del dettato costituzionale è l’esempio di come questo testo viva nel tempo e si espanda nelle contingenze favorevoli.
Il richiamo al diritto al lavoro, al rispetto della salute e della dignità del lavoratore sono principi che hanno trovato nel grande periodo delle riforme in Italia il massimo sviluppo: pensiamo allo Statuto dei lavoratori del 1970 o al nuovo processo del lavoro del 1973, per avere un’idea di come i principi costituzionali anche dopo anni hanno costituito il riferimento ideale e culturale per la grande stagione riformista del paese.
Il processo del lavoro, in particolare, costituisce un esempio di come il legislatore abbia compreso integralmente la necessità di diversificare le regole del rito per adattarle ad una situazione peculiare nella quale la caratteristica era la disparità dei contendenti. Il giudice del lavoro non parteggia, non sarebbe più un giudice, ma ha la possibilità di intervenire nel momento fondamentale della giurisdizione che è costituito dalla valutazione della prova, con poteri istruttori assolutamente sconosciuti per l’ordinario processo: un giudice attivo e presente nel processo per sollecitare le parti ed acquisire le prove ritenute indispensabili. È questo un chiaro esempio di realizzazione del principio di eguaglianza ex art. 3 della Costituzione intesa in senso sostanziale e non solo formale, che si concretizza con la presa in carico delle differenze. Oggi il processo del lavoro è considerato quasi un lusso e in molte parti del paese è soffocato dai numeri, perdendo un requisito fondamentale che è quello della celerità di giudizio. Ma il processo del lavoro, per la struttura nella fase della formazione della prova e per le caratteristiche culturali dei giudici del lavoro, costituisce il luogo naturale nel quale viene tutelata la dignità del lavoratore, in particolare nell’attuale momento di grande fragilità di tale aspetto: pensiamo alle conseguenze della flessibilità in termini di precarizzazione e poi al mobbing o al demansionamento, fenomeni che solo il giudice nel processo del lavoro è in grado di ricostruire e valutare.
Credo che un elemento fondamentale di riflessione possa essere proprio quello della dignità del lavoro e del lavoratore, pensiero strettamente connesso con il fondamento stesso della democrazia descritto mirabilmente da Zagrebelsky nell’intervento ricordato e che riguarda il rispetto per sé stessi e per gli altri. Parlare con i giovani e riflettere con loro sulla dignità della persona e sulla dignità del lavoro come fondamento di una società effettivamente democratica penso possa rappresentare un momento importante per costruire dei cittadini coscienti dei propri doveri e consapevoli dei propri diritti.
Capacità critica
Personalmente ritengo che centrale per la scuola oggi sia la necessità di sviluppare la capacità critica dei giovani. Il richiamo è al punto 2 del decalogo di Zagrebelsky “La cura delle individualità personali”. Scrive l’autore: “La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. … dobbiamo vedere con preoccupazione l’appiattimento di molti livelli dell’esistenza, consumi e cultura, divertimenti e comunicazione: tutto di massa… ci si rivolge proprio alla scuola perché alimenti e non reprima caratteri e vocazioni personali delle giovani vite con cui ha a che fare”.
Il pericolo nella nostra società è rappresentato in primo luogo, anche se non esclusivamente, dalla televisione, la cattiva maestra. Scriveva Karl Popper (K. Popper, Cattiva maestra televisione, Donzelli, 1994, p.24 ) nel famoso saggio sul tema: ”la democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. È questa la sua caratteristica essenziale. Non ci dovrebbe essere nessun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora, è accaduto che la televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione”. In precedenza il pensiero dell’autore era ancora più categorico: ”il nucleo fondamentale dello Stato di diritto è la non violenza. Quanto più trascureremo il compito di educazione alla non violenza tanto più ci troveremo costretti ad estendere l’applicazione delle leggi penali e di dure norme restrittive nei campi dell’editoria, della televisione, della comunicazione di massa “.
Indubbiamente oggi viviamo in un contesto di “vulnerabilità cognitiva” come la definisce Giuliano da Empoli, uno studioso di comunicazione (G. da Empoli, Overdose: la società dell’informazione eccessiva, Marsilio, 2002, p.23), cioè come un contesto di pioggia di informazioni che riduce la capacità individuale di procedere ad un riesame critico delle stesse. Una società sopraffatta dall’overdose cognitiva è una società nella quale tutti i commentatori tendono ad alzare il tono della voce, proprio come ciascuno farebbe per farsi sentire in una sala affollata o in una discoteca. Accade così che tutti, compresi gli uomini politici, lancino messaggi sempre più iperbolici nel tentativo di uscire dal coro, di catturare l’attenzione del pubblico. Ritorna alla mente una vecchia canzone di Bennato, festa di piazza, dove veniva descritta con sagace spirito anticipatore per i tempi la figura del politico che per far presa sulla folla continuava a ripetere: è ora di finirla adesso basta. Questo avviene a scapito della chiarezza del messaggio. Ma solo chi ha idee interessanti da esporre può correre il rischio di essere chiaro.
Quindi una situazione caratterizzata da un eccesso informativo accompagnato da una condizione generale di confusione del messaggio vede i giovani sempre meno capaci di filtrare e più indotti a recepire prodotti preconfezionati. La scuola deve contribuire a sviluppare lo spirito critico dei giovani aiutandoli nell’operazione, certamente difficile, di discernimento di tutto quanto viene loro offerto, per avere i mezzi per formarsi una gerarchia di valori che sia diversa da quella offerta loro da Maria De Filippi.
Idiosincrasia per le regole
Parlare di leggi è parlare di regole e questo tema non incontra l’adesione immediata dei giovani. Un dato connaturale per il giovane è il rifiuto per tutto ciò che è regola, comando, imposizione.
Il sano e fisiologico ribellismo giovanile ha delle radici profonde e sostenibili: ci si opponeva all’ordine costituito che imponeva delle regole non condivise perché non accettabili in quanto portavano all’omologazione ed alla massificazione. In questo senso il rifiuto era una manifestazione di vitalità intellettuale e di capacità critica e, dunque, assolutamente positivo in sé, senza considerare le modalità nelle quali si estrinsecava che potevano non essere condivise, in particolare quelle contenenti elementi di violenza.
Ma questo fenomeno non ha niente a che vedere con un altro, dai contenuti assolutamente privi di valori, che appare oggi imperante e che vede il rifiuto della regola solo perché faticosa o anche solamente incomprensibile.
Oggi assistiamo ad una serie di regole totalmente condivisibili che necessitano esclusivamente un supporto in termini di informazione e spiegazione per essere accettate. Il pericolo di assunzione di sostanze stupefacenti per la guida, il casco sulla moto, il divieto di fumo, la cintura in macchina sono regole che ai giovani vanno spiegate nella loro valenza positiva: problema di comunicazione che si amplifica nel contesto ricordato di vulnerabilità cognitiva.
Ma una regola non può non passare come centrale e questo la scuola deve trasmettere ed è la regola del rispetto.
Dal fondamentale contenuto della democrazia che è il rispetto per la dignità propria ed altrui deve derivare la regola centrale per la convivenza civile da trasmettere alle giovani generazioni. In una società caratterizzata dall’intolleranza (negli stadi come nella televisione e massimamente nel mondo politico) è veramente difficile trasmettere un messaggio diametralmente opposto che è non solo di tolleranza, che è concetto troppo ridotto per una democrazia (l’assolutismo quando si ammorbidisce può parlare di tolleranza, non la democrazia, dice Zabrebelsky), ma di rispetto e di cittadinanza uguale per tutti.
In questo senso la palestra scolastica con la presenza sempre più significativa di culture diverse deve essere fondamentale: ci avviamo verso una società multirazziale della quale, tra l’altro abbiamo bisogno per vincere le sfide della globalizzazione e del terrorismo. Se questa nuova società non sarà basata essenzialmente sul principio del rispetto reciproco avremo solo un supermercato di forza-lavoro in casa propria in breve tempo totalmente inutile (e sarebbe il frutto peggiore della globalizzazione) ed un ulteriore incentivo allo scontro tra culture ( che è l’humus nel quale si genera il terrorismo internazionale ).
Ecco perché è assolutamente indispensabile che la scuola si faccia carico della trasmissione dei contenuti fondamentali della democrazia.
Resistenza e Costituzione
Tra pochi giorni ci sarà il sessantesimo anniversario della liberazione e ci si potrebbe chiedere quali connessioni siano rinvenibili tra la resistenza e la nostra carta fondamentale.
In un suo articolo dedicato proprio alle origini della Costituzione Norberto Bobbio (N. Bobbio, Dal fascismo alla democrazia, Origini e caratteri della Costituzione, Baldini e Castaldi, 1997, p.66) ci proponeva la seguente riflessione:” Il testo costituzionale venne approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Una maggioranza di tali dimensioni non può essere raggiunta se non attraverso una lenta opera di persuasione reciproca, di concessioni di una parte all’altra, di accordi tattici, tanto più che le varie parti erano ideologicamente lontanissime le une dalle altre. Come da questo coacervo di forze sia venuto fuori un testo unitario quasi ad unanimità sarebbe difficile spiegare, se non ci si rendesse conto che essi avevano in comune almeno un’idea, non soltanto negativa, l’antifascismo, ma positiva. Questa idea comune era la democrazia intesa come un insieme di principi, di regole, di istituti, che permettono la più ampia partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica e quindi il più ampio controllo dei poteri dello stato. Se di una ideologia della resistenza si può parlare, questa ideologia era stata la democrazia, nella sua più ampia accezione del termine, in quanto antidemocratico, nel senso più ampio della parola, era stato il fascismo”.
Sono convinto che l’ideologia della democrazia si un bene fondamentale e che tutti, insegnanti e non, abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani.
Forlì, 20/4/2005
Carlo Sorgi