4.26.2005
Democratizzare il sapere per una società più giusta
Intervista a Marcello Cini sul rapporto tra conoscenza e valori
di Patrizio Paolinelli
(da Alternative
n° 2 marzo/aprile 2005)
Tra chi si occupa del ruolo della scienza nella nostra società il nome di Marcello Cini è uno di quelli maggiormente noti. Cini è nato a Firenze nel 1923 e dopo una lunga carriera di docente universitario di fisica teorica e teorie quantistiche è oggi Professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma. I suoi lavori di epistemologo hanno suscitato ampi dibatti. Celeberrimo è il caso del volume collettivo L’ape e l’architetto (Feltrinelli, 1976) in cui Marx è letto in maniera non canonica. A questo lavoro ne sono seguiti parecchi altri. Da Quantum Theory without Reduction (Adam Hilger, 1991, con J.M. Lévy-Leblond) all’autobiografia intellettuale uscita nel 2001 per Bollati Boringhieri e intitolata Dialoghi di un cattivo maestro.
Oggi Cini ha preso le distanze da Marx e ha indirizzato la sua riflessione sui processi della conoscenza utilizzando principalmente gli strumenti offerti dalla teoria dei sistemi e dall’approccio di Gregory Bateson. Ma al di là di ogni disputa una cosa è certa: Cini non ha perduto affatto la sua carica critica contro l’ingiustizia sociale né si è ammorbidita la sua posizione contro un sapere asservito al denaro. Anzi, come emerge dal nostro dialogo, il nesso tra i due temi si fa sempre più stretto.
La scienza e la tecnologia modificano sempre più l’esistente tanto che alcuni filosofi parlano dell’avvento di un’era post-umana. Fin dove può arrivare l’artificializzazione della vita?
L’introduzione di parti artificiali all’interno del corpo umano è un dato di fatto. La chirurgia innesta nel nostro corpo valvole cardiache di plastica, protesi di titanio e altro ancora. Lo sviluppo della genetica offre poi la possibilità di sostituire geni difettosi che producono malattie particolarmente gravi, per quanto non sia così facile. Ma se ad esempio parliamo di genoma il riduzionismo genetico è sbagliato teoricamente e infondato scientificamente. E’ assolutamente ingenua l’idea che ad ogni gene corrisponda un carattere e che il corpo umano sia una macchina fatta di pezzi intercambiabili con cui si può generare un essere diverso. La complicazione del sistema dei geni regolatori, l’intreccio tra evoluzione genetica e sviluppo delle reti neuronali, ossia la connessione cervello, mente, corpo rende l’essere umano assolutamente diverso da una macchina. Lo sviluppo delle conoscenze pongono limiti a questa prospettiva alla Frankenstein di costruire un cyborg.
Se la manipolazione tecno-scientifica del corpo umano ha dei limiti invalicabili qual è oggi la tendenza principale della produzione di conoscenza?
La sua riduzione a merce. Una riduzione che sottopone al solo mercato tutta la sfera dei vincoli sociali. Il timore non è tanto nella trasformazione della natura umana per mezzo della tecnica quanto la sua trasformazione attraverso la mercificazione della conoscenza e della complessità dei legami che rendono gli individui partecipi di una struttura sociale ricca e variegata. Il vero pericolo consiste nel tentativo di sottoporre alla logica del profitto la cultura, l’etica, le componenti del vastissimo arco dei sentimenti e della razionalità. La società contemporanea tende a formare la produzione della ricchezza sulla riduzione a merce dell’esperienza vissuta. Questo avviene sia sul piano della fruizione dei prodotti dell’ingegno umano sia sul piano dei surrogati che sostituiscono le manifestazioni emotive. L’obiettivo è vendere continuamente prodotti: farmaci, immaginario, intrattenimento.
Qual è l’effetto sociale più importante prodotto dalla mercificazione della conoscenza?
L’aumento delle disuguaglianze. Il mondo si avvia ad essere diviso tra una cittadella che difende il proprio tenore di vita con la forza e la minaccia della armi di distruzione di massa e la stragrande maggioranza del genere umano che vive in condizioni che diventano ogni giorno oggettivamente peggiori e che producono nuove separazioni come ad esempio il digital divide. Per usare una categoria di Bateson, l’aumento del distacco tra chi può usare Internet e chi no aumenta i processi di schismogenesi. Per usare un altro linguaggio, la omogeneizzazione di tutto alle leggi del mercato produce il male di questa società, le ingiustizie, gli orrori, le guerre, le devastazioni climatiche. Su questo Marx aveva ragione: il capitalismo genera nuove conoscenze, nuovi bisogni ma al tempo stesso li uniforma, produce le diversità ma poi immediatamente le nega riducendole a merce. Ed è questa riduzione che poi genera l’acuirsi delle disuguaglianze.
Fatte le dovute eccezioni a sinistra è assai scarso il dibattito sull’uso tecnocratico delle scienze…
La sinistra sconta un’arretratezza di fondo forse dovuta alla tradizione culturale del nostro Paese dove la scienza e la tecnica sono delegate a specialisti. Ma la scienza oggi non è più solo la conoscenza della materia inerte. Investe la vita, la mente umana, i rapporti sociali. La tecnica viene erroneamente considerata qualcosa di neutro mentre come per ogni attività umana è immersa in un contesto che ha una precisa natura di classe ed è permeato di ideologia. Ancora oggi nei programmi della sinistra si parla indiscriminatamente di sviluppo. Ma che tipo di sviluppo? E per produrre cosa? La sinistra per esempio non è preparata culturalmente ad affrontare il problema ambientale. Che non si riduce a destinare fondi per far crescere qualche albero o per ripulire un po’ di smog. Ma è collegato alle trasformazioni del clima e alla crescita delle disuguaglianze. L’ONU ci dice che il 95% delle vittime dei disastri che colpiscono il mondo risiede nei Paesi poveri e i Paesi ricchi si difendono meglio anche da questo tipo di eventi. Poi le catastrofi aumenteranno perchè sono provocate dall’eccesso dei consumi delle economie più forti. Il modello di produzione e di crescita occidentale è alla radice dei mali che la sinistra tenta teoricamente di combattere pur con tanta buona volontà.
E’ allora necessario mettere in discussione il nostro modello sociale?
Direi di limitarsi a cambiare gli stili di vita per strati sempre più larghi di popolazione. E allo stesso tempo è necessario intervenire sulle direzioni dello sviluppo. E’ irrealistico che in Italia pensiamo di competere con le multinazionali dell’alta tecnologia. Neppure possiamo competere con i bassi costi della manodopera cinese. Eppure oggi non c’è leader politico che non dica quanto sia necessario investire in ricerca. Verissimo. Ma per fare cosa? Solo per citare due esempi direi che è necessario sviluppare i settori delle energie rinnovabili e dei consumi efficienti dell’energia. Settori capaci di rivitalizzare una piccola e media industria a forte intensità di manodopera qualificata sviluppando servizi sia pubblici che privati. Per la nostra società è fondamentale affrontare problemi che sono importanti a medio-lungo termine e che non possono essere delegati al privato perché non producono reddito immediato. Mi riferisco agli investimenti per salvare il territorio dal degrado. In Olanda stanno rinaturalizzando vaste aree precedentemente sottratte al mare per scopi agricoli e i cui prodotti non sono oggi più competitivi. Ricostituiscono una natura ecologicamente adeguata, che si sviluppa autonomamente e che allo stesso tempo è fonte di reddito perché valorizzata in altre forme. Insomma, così come nel secolo scorso gran parte della popolazione attiva si è spostata dall’agricoltura all’industria oggi può essere occupata per uno sviluppo ambientalmente sostenibile.
Se il cambiamento degli stili di vita costituisce un piano privilegiato per una società più giusta vediamo che a fianco di una conoscenza fagocitata dalla logica del profitto prendono corpo importanti tentativi di socializzare il sapere. Ad esempio la produzione e diffusione di software libero. E’ questa la direzione giusta per uscire da una scienza e da una società che generano disuguaglianze crescenti?
Penso proprio di sì. Oggi con il declino della produzione industriale tradizionale è necessario puntare sulla produzione di merci immateriali tenendo conto della loro natura. Mentre una merce materiale se la consumo io non la può consumare un altro, una merce immateriale come la conoscenza non si consuma, può diventare inattuale, ma non si consuma. Anzi, quanta più gente acquista conoscenza tanta più nuova conoscenza si produce. Ciò significa che è inutile brevettare tutto per far sì che la conoscenza venga acquistata da pochi ricchi tentando così di riprodurre il circuito di profitto delle merci materiali. La merce immateriale si riproduce a costo zero. Una delle vie più interessanti è proprio il software libero. La Microsoft agisce ancora disperatamente con la logica del vecchio modo di produzione: fa di tutto per rendere scarsa la conoscenza allo scopo di venderla. Il software libero agisce con una filosofia contraria: più gente interagisce per la produzione del software meglio è per la creazione di programmi ancora più avanzati. E’ un’idea che apre la produzione alla partecipazione, alla costruzione di una società più egualitaria e più soddisfatta.
Il neo-liberismo consiste in fondo nella attualizzazione di vecchie teorie premarxiste come l’autoregolazione del mercato, la filosofia utilitaristica e un certo darwinismo sociale rinverdito dallo sviluppo dell’ingegneria genetica. I critici del pensiero unico contestano questo progetto neoconservatore e per quanto possibile mettono in moto pratiche alternative come nel caso del free software o del commercio equo e solidale. Come si caratterizza oggi il rapporto fra la trasformazione dei valori e l’evoluzione sociale?
Ciò che è comune a tutti i processi evolutivi, biologici o culturali che siano, è la creazione delle diversità. La presenza continua di fattori che generano diversità fa sì che mutamenti ambientali, ossia di contesto, trovino elementi che si adattano e che dirigono in un senso piuttosto che in un altro l’evoluzione del sistema nel suo complesso. Questo meccanismo di creazione della diversità e di selezione delle variazioni più adatte alle mutate condizioni del contesto è l’essenza di qualsiasi processo evolutivo. C’è anche la retroazione dell’evoluzione del sistema sul contesto che a sua volta crea un metalivello di controllo. Ma qui mi fermo sul piano del ragionamento astratto per tornare allo scontro tra valori che caratterizza la nostra fase storica. Per rispondere alla tua domanda, la sfida è tra la lotta per la diversità contro la tendenza a ridurre tutto a compravendita. Per vincere questa sfida la via è quella di introdurre elementi di contraddizione, di raggiungere tappe intermedie. L’esempio del free software mi sembra particolarmente pertinente. Ma ci sono altri obiettivi: l’accesso ai medicinali, combattere la riduzione delle varietà dei cereali, impedire la distruzione della biodiversità. Si tratta di obiettivi specifici che concentrano l’azione di gruppi non isolati. Per questo l’idea e la pratica del movimento dei movimenti mi sembrano assai feconde. Ogni movimento ha obiettivi concreti e diversi che puntano ad un indebolimento della macchina globale di mercificazione. La forza del movimento sta nella diversità.
La pluralità del movimento altermondialista va in direzione opposta alla logica novecentesca del modello sociale da realizzare in un futuro più o meno lontano. Tuttavia mi sembra sia necessario un punto di convergenza tra le tante differenze. Quale potrebbe essere?
L’ideale dell’eguaglianza rispetto alla crescita delle disuguaglianze a cui assistiamo è un ideale positivo per una società migliore. Quello che contesto è un modello di società che realizzi l’eguaglianza con strumenti prefigurati. Per me la prefigurazione di un modello va contro la processualità dell’evoluzione nel senso che suppone dei vincoli che poi non si possono realizzare perché non tengono conto del cambiamento. Oggi è importante assecondare movimenti che nascono dal basso, dal tessuto sociale. In particolare quelli che si pongono obiettivi di trasformazione non sulla base di modelli di organizzazione ma di orientamento. Assecondare la spinta alla realizzazione di un modello di conoscenza libera e a disposizione di tutti è uno degli obiettivi per una società migliore.
Vorrei chiudere questa intervista parlando ancora del ruolo dal sapere nella nostra società. E vorrei parlarne in termini assai materiali. Mi riferisco alla figura dello scienziato-imprenditore. C’è un’alternativa a questa ulteriore mercificazione della conoscenza?
Lo scienziato a cui ti riferisci è mercante da un lato e un agente funzionario delle multinazionali dall’altro. Perché è quello che crea la sua piccola azienda di biotecnologie con un brevetto, poi arriva la multinazionale e lo compra. Detto questo, una delle alternative alla mercificazione della conoscenza è il potenziamento della ricerca pubblica e una differenziazione deontologica e normativa che separi controllori da controllati. La ricerca pubblica deve essere in grado di controllare nel medio-lungo termine gli effetti positivi e negativi di quella privata, che è avanzatissima ma persegue la competizione nell’immediato. Inoltre, gli scienziati della ricerca pubblica non dovrebbero competere con il privato nel realizzare più brevetti. E’ un compito assurdo che oggi ipotizzano anche eccellenti menti della sinistra quando rivendicano maggiori investimenti nel pubblico. No. L’obiettivo della ricerca pubblica dovrebbe essere quello di non mercificare la conoscenza e di distribuirla a tutti. Un’altra possibilità è interna alla stessa economia di mercato e consiste nel favorire orientamenti di tipo interdisciplinare. Ad esempio negli USA alcune città industriali in declino sono state rivitalizzate grazie all’insediamento di artisti, progettisti, scienziati e innovatori. Un mix di menti creative che produce qualità urbana e comunità molto tolleranti.
Intervista a Marcello Cini sul rapporto tra conoscenza e valori
di Patrizio Paolinelli
(da Alternative
n° 2 marzo/aprile 2005)
Tra chi si occupa del ruolo della scienza nella nostra società il nome di Marcello Cini è uno di quelli maggiormente noti. Cini è nato a Firenze nel 1923 e dopo una lunga carriera di docente universitario di fisica teorica e teorie quantistiche è oggi Professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma. I suoi lavori di epistemologo hanno suscitato ampi dibatti. Celeberrimo è il caso del volume collettivo L’ape e l’architetto (Feltrinelli, 1976) in cui Marx è letto in maniera non canonica. A questo lavoro ne sono seguiti parecchi altri. Da Quantum Theory without Reduction (Adam Hilger, 1991, con J.M. Lévy-Leblond) all’autobiografia intellettuale uscita nel 2001 per Bollati Boringhieri e intitolata Dialoghi di un cattivo maestro.
Oggi Cini ha preso le distanze da Marx e ha indirizzato la sua riflessione sui processi della conoscenza utilizzando principalmente gli strumenti offerti dalla teoria dei sistemi e dall’approccio di Gregory Bateson. Ma al di là di ogni disputa una cosa è certa: Cini non ha perduto affatto la sua carica critica contro l’ingiustizia sociale né si è ammorbidita la sua posizione contro un sapere asservito al denaro. Anzi, come emerge dal nostro dialogo, il nesso tra i due temi si fa sempre più stretto.
La scienza e la tecnologia modificano sempre più l’esistente tanto che alcuni filosofi parlano dell’avvento di un’era post-umana. Fin dove può arrivare l’artificializzazione della vita?
L’introduzione di parti artificiali all’interno del corpo umano è un dato di fatto. La chirurgia innesta nel nostro corpo valvole cardiache di plastica, protesi di titanio e altro ancora. Lo sviluppo della genetica offre poi la possibilità di sostituire geni difettosi che producono malattie particolarmente gravi, per quanto non sia così facile. Ma se ad esempio parliamo di genoma il riduzionismo genetico è sbagliato teoricamente e infondato scientificamente. E’ assolutamente ingenua l’idea che ad ogni gene corrisponda un carattere e che il corpo umano sia una macchina fatta di pezzi intercambiabili con cui si può generare un essere diverso. La complicazione del sistema dei geni regolatori, l’intreccio tra evoluzione genetica e sviluppo delle reti neuronali, ossia la connessione cervello, mente, corpo rende l’essere umano assolutamente diverso da una macchina. Lo sviluppo delle conoscenze pongono limiti a questa prospettiva alla Frankenstein di costruire un cyborg.
Se la manipolazione tecno-scientifica del corpo umano ha dei limiti invalicabili qual è oggi la tendenza principale della produzione di conoscenza?
La sua riduzione a merce. Una riduzione che sottopone al solo mercato tutta la sfera dei vincoli sociali. Il timore non è tanto nella trasformazione della natura umana per mezzo della tecnica quanto la sua trasformazione attraverso la mercificazione della conoscenza e della complessità dei legami che rendono gli individui partecipi di una struttura sociale ricca e variegata. Il vero pericolo consiste nel tentativo di sottoporre alla logica del profitto la cultura, l’etica, le componenti del vastissimo arco dei sentimenti e della razionalità. La società contemporanea tende a formare la produzione della ricchezza sulla riduzione a merce dell’esperienza vissuta. Questo avviene sia sul piano della fruizione dei prodotti dell’ingegno umano sia sul piano dei surrogati che sostituiscono le manifestazioni emotive. L’obiettivo è vendere continuamente prodotti: farmaci, immaginario, intrattenimento.
Qual è l’effetto sociale più importante prodotto dalla mercificazione della conoscenza?
L’aumento delle disuguaglianze. Il mondo si avvia ad essere diviso tra una cittadella che difende il proprio tenore di vita con la forza e la minaccia della armi di distruzione di massa e la stragrande maggioranza del genere umano che vive in condizioni che diventano ogni giorno oggettivamente peggiori e che producono nuove separazioni come ad esempio il digital divide. Per usare una categoria di Bateson, l’aumento del distacco tra chi può usare Internet e chi no aumenta i processi di schismogenesi. Per usare un altro linguaggio, la omogeneizzazione di tutto alle leggi del mercato produce il male di questa società, le ingiustizie, gli orrori, le guerre, le devastazioni climatiche. Su questo Marx aveva ragione: il capitalismo genera nuove conoscenze, nuovi bisogni ma al tempo stesso li uniforma, produce le diversità ma poi immediatamente le nega riducendole a merce. Ed è questa riduzione che poi genera l’acuirsi delle disuguaglianze.
Fatte le dovute eccezioni a sinistra è assai scarso il dibattito sull’uso tecnocratico delle scienze…
La sinistra sconta un’arretratezza di fondo forse dovuta alla tradizione culturale del nostro Paese dove la scienza e la tecnica sono delegate a specialisti. Ma la scienza oggi non è più solo la conoscenza della materia inerte. Investe la vita, la mente umana, i rapporti sociali. La tecnica viene erroneamente considerata qualcosa di neutro mentre come per ogni attività umana è immersa in un contesto che ha una precisa natura di classe ed è permeato di ideologia. Ancora oggi nei programmi della sinistra si parla indiscriminatamente di sviluppo. Ma che tipo di sviluppo? E per produrre cosa? La sinistra per esempio non è preparata culturalmente ad affrontare il problema ambientale. Che non si riduce a destinare fondi per far crescere qualche albero o per ripulire un po’ di smog. Ma è collegato alle trasformazioni del clima e alla crescita delle disuguaglianze. L’ONU ci dice che il 95% delle vittime dei disastri che colpiscono il mondo risiede nei Paesi poveri e i Paesi ricchi si difendono meglio anche da questo tipo di eventi. Poi le catastrofi aumenteranno perchè sono provocate dall’eccesso dei consumi delle economie più forti. Il modello di produzione e di crescita occidentale è alla radice dei mali che la sinistra tenta teoricamente di combattere pur con tanta buona volontà.
E’ allora necessario mettere in discussione il nostro modello sociale?
Direi di limitarsi a cambiare gli stili di vita per strati sempre più larghi di popolazione. E allo stesso tempo è necessario intervenire sulle direzioni dello sviluppo. E’ irrealistico che in Italia pensiamo di competere con le multinazionali dell’alta tecnologia. Neppure possiamo competere con i bassi costi della manodopera cinese. Eppure oggi non c’è leader politico che non dica quanto sia necessario investire in ricerca. Verissimo. Ma per fare cosa? Solo per citare due esempi direi che è necessario sviluppare i settori delle energie rinnovabili e dei consumi efficienti dell’energia. Settori capaci di rivitalizzare una piccola e media industria a forte intensità di manodopera qualificata sviluppando servizi sia pubblici che privati. Per la nostra società è fondamentale affrontare problemi che sono importanti a medio-lungo termine e che non possono essere delegati al privato perché non producono reddito immediato. Mi riferisco agli investimenti per salvare il territorio dal degrado. In Olanda stanno rinaturalizzando vaste aree precedentemente sottratte al mare per scopi agricoli e i cui prodotti non sono oggi più competitivi. Ricostituiscono una natura ecologicamente adeguata, che si sviluppa autonomamente e che allo stesso tempo è fonte di reddito perché valorizzata in altre forme. Insomma, così come nel secolo scorso gran parte della popolazione attiva si è spostata dall’agricoltura all’industria oggi può essere occupata per uno sviluppo ambientalmente sostenibile.
Se il cambiamento degli stili di vita costituisce un piano privilegiato per una società più giusta vediamo che a fianco di una conoscenza fagocitata dalla logica del profitto prendono corpo importanti tentativi di socializzare il sapere. Ad esempio la produzione e diffusione di software libero. E’ questa la direzione giusta per uscire da una scienza e da una società che generano disuguaglianze crescenti?
Penso proprio di sì. Oggi con il declino della produzione industriale tradizionale è necessario puntare sulla produzione di merci immateriali tenendo conto della loro natura. Mentre una merce materiale se la consumo io non la può consumare un altro, una merce immateriale come la conoscenza non si consuma, può diventare inattuale, ma non si consuma. Anzi, quanta più gente acquista conoscenza tanta più nuova conoscenza si produce. Ciò significa che è inutile brevettare tutto per far sì che la conoscenza venga acquistata da pochi ricchi tentando così di riprodurre il circuito di profitto delle merci materiali. La merce immateriale si riproduce a costo zero. Una delle vie più interessanti è proprio il software libero. La Microsoft agisce ancora disperatamente con la logica del vecchio modo di produzione: fa di tutto per rendere scarsa la conoscenza allo scopo di venderla. Il software libero agisce con una filosofia contraria: più gente interagisce per la produzione del software meglio è per la creazione di programmi ancora più avanzati. E’ un’idea che apre la produzione alla partecipazione, alla costruzione di una società più egualitaria e più soddisfatta.
Il neo-liberismo consiste in fondo nella attualizzazione di vecchie teorie premarxiste come l’autoregolazione del mercato, la filosofia utilitaristica e un certo darwinismo sociale rinverdito dallo sviluppo dell’ingegneria genetica. I critici del pensiero unico contestano questo progetto neoconservatore e per quanto possibile mettono in moto pratiche alternative come nel caso del free software o del commercio equo e solidale. Come si caratterizza oggi il rapporto fra la trasformazione dei valori e l’evoluzione sociale?
Ciò che è comune a tutti i processi evolutivi, biologici o culturali che siano, è la creazione delle diversità. La presenza continua di fattori che generano diversità fa sì che mutamenti ambientali, ossia di contesto, trovino elementi che si adattano e che dirigono in un senso piuttosto che in un altro l’evoluzione del sistema nel suo complesso. Questo meccanismo di creazione della diversità e di selezione delle variazioni più adatte alle mutate condizioni del contesto è l’essenza di qualsiasi processo evolutivo. C’è anche la retroazione dell’evoluzione del sistema sul contesto che a sua volta crea un metalivello di controllo. Ma qui mi fermo sul piano del ragionamento astratto per tornare allo scontro tra valori che caratterizza la nostra fase storica. Per rispondere alla tua domanda, la sfida è tra la lotta per la diversità contro la tendenza a ridurre tutto a compravendita. Per vincere questa sfida la via è quella di introdurre elementi di contraddizione, di raggiungere tappe intermedie. L’esempio del free software mi sembra particolarmente pertinente. Ma ci sono altri obiettivi: l’accesso ai medicinali, combattere la riduzione delle varietà dei cereali, impedire la distruzione della biodiversità. Si tratta di obiettivi specifici che concentrano l’azione di gruppi non isolati. Per questo l’idea e la pratica del movimento dei movimenti mi sembrano assai feconde. Ogni movimento ha obiettivi concreti e diversi che puntano ad un indebolimento della macchina globale di mercificazione. La forza del movimento sta nella diversità.
La pluralità del movimento altermondialista va in direzione opposta alla logica novecentesca del modello sociale da realizzare in un futuro più o meno lontano. Tuttavia mi sembra sia necessario un punto di convergenza tra le tante differenze. Quale potrebbe essere?
L’ideale dell’eguaglianza rispetto alla crescita delle disuguaglianze a cui assistiamo è un ideale positivo per una società migliore. Quello che contesto è un modello di società che realizzi l’eguaglianza con strumenti prefigurati. Per me la prefigurazione di un modello va contro la processualità dell’evoluzione nel senso che suppone dei vincoli che poi non si possono realizzare perché non tengono conto del cambiamento. Oggi è importante assecondare movimenti che nascono dal basso, dal tessuto sociale. In particolare quelli che si pongono obiettivi di trasformazione non sulla base di modelli di organizzazione ma di orientamento. Assecondare la spinta alla realizzazione di un modello di conoscenza libera e a disposizione di tutti è uno degli obiettivi per una società migliore.
Vorrei chiudere questa intervista parlando ancora del ruolo dal sapere nella nostra società. E vorrei parlarne in termini assai materiali. Mi riferisco alla figura dello scienziato-imprenditore. C’è un’alternativa a questa ulteriore mercificazione della conoscenza?
Lo scienziato a cui ti riferisci è mercante da un lato e un agente funzionario delle multinazionali dall’altro. Perché è quello che crea la sua piccola azienda di biotecnologie con un brevetto, poi arriva la multinazionale e lo compra. Detto questo, una delle alternative alla mercificazione della conoscenza è il potenziamento della ricerca pubblica e una differenziazione deontologica e normativa che separi controllori da controllati. La ricerca pubblica deve essere in grado di controllare nel medio-lungo termine gli effetti positivi e negativi di quella privata, che è avanzatissima ma persegue la competizione nell’immediato. Inoltre, gli scienziati della ricerca pubblica non dovrebbero competere con il privato nel realizzare più brevetti. E’ un compito assurdo che oggi ipotizzano anche eccellenti menti della sinistra quando rivendicano maggiori investimenti nel pubblico. No. L’obiettivo della ricerca pubblica dovrebbe essere quello di non mercificare la conoscenza e di distribuirla a tutti. Un’altra possibilità è interna alla stessa economia di mercato e consiste nel favorire orientamenti di tipo interdisciplinare. Ad esempio negli USA alcune città industriali in declino sono state rivitalizzate grazie all’insediamento di artisti, progettisti, scienziati e innovatori. Un mix di menti creative che produce qualità urbana e comunità molto tolleranti.
4.15.2005
Pubblichiamo la relazione dell’Assessore Virginio Merola in occasione dell’apertura del Forum Cittadino
"Bologna. Città che cambia", promossa dall'Amministrazione comunale.
E' un modo per sollecitare, e auto-sollecitarci, a tornare al dibattito ed alla riflessione su temi che "Impegno nuovo" ha più volte proposto in passato.
La redazione
Bologna.Città che cambia
“Urbanistica partecipata per scegliere il futuro”
Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio
14 aprile 2005
A vent’anni dal vecchio piano dell’85 abbiamo finalmente le condizioni per rinnovare le nostre politiche urbanistiche. In questi mesi ci siamo occupati di rimediare ad alcune previsioni che non ci convincevano, migliori soluzioni e localizzazioni (via Villari, via Baroni, via della Villa, modifica del progetto ex-Seabo, revisione del regolamento edilizio).
Ma è nostra intenzione attuare il PRG imprimendo una accelerazione per due zone nevralgiche della città, che devono dare una prima, significativa risposta al bisogno di edilizia sociale e in affitto: l’ex mercato ortofrutticolo e il Lazzaretto, dove è previsto anche il secondo polo universitario. Si tratta di circa 1.000 alloggi per rispondere in concreto all’esigenza di giovani coppie, di studenti, di ceti medi a rischio di precarizzazione, di lavoratori.
Il contesto in cui lavoreremo in questo Forum è perciò nel vivo di un processo di cose da fare e da decidere. Ma senza questo Forum e senza l’approvazione conseguente del nuovo Piano non avremo la forza per indirizzare il cambiamento necessario. E il cambiamento di cui abbiamo bisogno deve nascere da questa consapevolezza comune: siamo ad un bivio come comunità, tra due prospettive: quella del declino o quella di un nuovo rinascimento urbano, una nuova capacità di innovazione e di nuova coesione sociale. C’è bisogno di tornare a decisioni di governo della nostra città capaci di pensare il tempo lungo, ma insieme di riattivare una nuova leva di cittadinanza attiva, di coinvolgimento diffuso di donne e uomini di Bologna per un traguardo ambizioso, capace di suscitare fiducia e speranza: ri-formare la città.
Per questo la domanda che vi propongo è radicale, nel senso che va alla radice del nostro comune problema, e perciò precede i tanti singoli interrogativi che potremo e dovremo porci intorno all’idea di quale città vogliamo insieme provare a costruire. Questa domanda è: Bologna, la città, può essere ancora il luogo, lo spazio pubblico dove davvero si sceglie di vivere perché assicura una convivenza serena e ordinata, perché garantisce una migliore qualità della vita, una maggiore sicurezza, un benessere e una pratica di solidarietà diffusa, una piattaforma competitiva per stare nel mondo?
Questa domanda radicale non è retorica, ma fa i conti con il tema della crisi della città. Che è crisi vera: pensiamo ad esempio al nostro attuale sistema infrastrutturale, alle condizioni del traffico e dell’inquinamento urbano, alla crisi ambientale e quindi ai pesanti freni e ostacoli per la nostra ulteriore produzione di ricchezza economica, fino ad arrivare alla crisi e al conflitto fra i diversi stili di vita che percorrono la nostra realtà urbana.
Bologna è ancora al top, con questa Regione, tra i sistemi urbani europei. Vive meglio che altre città nazionali ed estere il proprio confronto con il presente. Ma proprio per questo non può accontentarsi o illudersi con misure parziali, tentando di rinviare i problemi con analisi riduttive e soprattutto falsamente rassicuranti. Per noi non si tratta di “accompagnare” la città nel suo sviluppo, si tratta di uno scatto di orgoglio per afferrare il futuro, di scegliere una prospettiva.
In questi anni le città, Bologna tra queste sono state il motore effettivo della azione amministrativa, hanno garantito una politica di investimenti e insieme praticato e sperimentato una difesa e una parziale riforma del nostro sistema di welfare e di istruzione.
Le città, e Bologna tra queste, si sono confermate come luogo principale del cambiamento, in una fase storica caratterizzata da processi di riadeguamento degli stati nazionali, di allargamento dell’Europa e di competizione tra i sistemi urbani per l’integrazione nell’economia globale. Questa sapienza delle città nel nostro paese non trova finora una sponda, un interlocutore efficace nel governo nazionale, per raccogliere le risorse e le misure necessarie a sostenere le comunità locali nell’innovazione e nella ricerca di una nuova coesione sociale.
Senza questa rinnovata capacità di governo nazionale non è più pensabile che le città possano continuare a reggere le sfide del futuro e i problemi del presente: infrastrutture, ricerca, sistema fiscale rinnovato sono obiettivi irrinunciabili ormai, senza i quali l’azione di supplenza delle città non potrà più continuare. Non c’è più modo di arrangiarsi. La creatività e l’innovazione non sono praticabili senza un quadro di riferimento certo e efficace promosso dal governo nazionale.
Senza nuove risorse e una politica prioritaria per le aree urbane i bilanci dei comuni non saranno in grado di reggere un livello adeguato di servizi.
Ma se questo quadro nazionale di governo rinnovato si riuscirà ad affermare, la capacità delle comunità locali di fondare lo sviluppo urbano sulla economia e sulla cultura della conoscenza diventerà determinante. Dobbiamo scommettere sulla centralità della conoscenza, del sapere e del saper fare, per attivare in modo sistematico progetti per riabitare Bologna, per riqualificare lo spazio urbano, per rilanciare l’idea di città quale luogo migliore in cui vivere e spendere la propria esistenza; puntando alla qualità ambientale, alla sicurezza, alla convivenza, alla mobilità sostenibile, ad un efficace sistema di welfare e di istruzione, ad uno sviluppo economico fondato sull’innovazione e la ricerca.
La pianificazione urbanistica e territoriale torna perciò ad essere il nodo di una rete di azioni strategiche per governare la crescita e lo sviluppo. Non abbiamo bisogno di rinunciare all’idea di piano. Abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle l’ideologia dell’assenza di piano, così come l’ideologia della pianificazione astratta e vincolistica.
Voglio dire che la sapienza della città ha trovato e specificato una terza via che affida al piano il compito di definire certezza di indirizzi, di potenzialità insediative e produttive e di limiti ecologicamente sostenibili e, insieme, di delineare una ampia gamma di strumenti attuativi flessibili per attuare le decisioni:
una urbanistica partecipata, insomma, fondata sulla pratica della condivisione strategica degli obiettivi, un programma urbano che indica e persegue una idea complessiva di città articolata in specifici progetti territoriali.
Con questa impostazione, insieme alla Provincia e ai Comuni metropolitani, il Comune di Bologna intende dare il proprio contributo.
Forte è stato il ruolo della Provincia in questi anni di assenza del comune di Bologna e forte è l’esigenza per noi, per il Comune di Bologna di tornare in gioco per giocare insieme, assumendo gli indirizzi del PTCP e condividendo l’elaborazione del nostro PSC con quello degli altri comuni associati.
L’urbanistica che vi propongo è perciò un’urbanistica attenta alla vita quotidiana delle donne e degli uomini. Un programma urbano con al centro l’attenzione alla cura delle persone e dei luoghi, come volano di una nuova capacità di produrre benessere, ricchezza sociale e cittadinanza attiva e creativa.
Per il nostro rinascimento urbano, è importante condividere degli orientamenti preliminari di fondo:
a) la dimensione di ciò che chiamiamo città
b) i soggetti protagonisti del cambiamento di cui abbiamo bisogno
a) La dimensione è data dalla città reale in cui già viviamo da tempo: l’area vasta metropolitana bolognese. E’ una città che si configura come un arcipelago, una città diffusa in modo policentrico che si estende su tutto il territorio provinciale. E’ una città reale senza un governo reale, senza un corrispondente Consiglio Comunale e un corrispondente Sindaco. Ma la città vera è quella dei 900.000 abitanti, non quella dei 370.000 residenti bolognesi. Obiettivo perciò da condividere è quello di fare grande la città che già c’è, ma che non è riconosciuta attraverso adeguate politiche sovracomunali. Lavorare per la città metropolitana può avere questo significato: trasformare l’arcipelago metropolitano in una città di città, una città federata metropolitana che decide insieme le politiche necessarie a dare effettiva cittadinanza e quindi attuare politiche adeguate ed incisive.
In questi anni i 60 comuni della provincia di Bologna non sono stati fermi: il circondario imolese ha assunto sempre più autonomia e specificità; sono nate diverse associazioni intercomunali che affrontano insieme il governo dei problemi a cominciare dalla pianificazione urbanistica e territoriale; il nostro appennino è da tempo al lavoro per valorizzare la propria peculiarità e vocazione.
Il Comune di Bologna è tornato a collaborare a questo progetto: si è formato un comitato interistituzionale per l’elaborazione congiunta dei Piani Strutturali Sovracomunali e del Piano Strutturale di Bologna, nel quadro del coordinamento assicurato dal PTCP.
Dobbiamo condividere le scelte che riguardano l’area vasta:
- sistema della mobilità e delle infrastrutture
- sistema ambientale e di salvaguardia del territorio
- sistema insediativo, residenziale e produttivo
e puntare ad un accordo complessivo, articolato in accordi specifici, a cominciare dall’accordo di pianificazione con la Provincia
b) Ma dicevo, c’è un altro orientamento preliminare da condividere: quali sono i soggetti da individuare come i protagonisti del cambiamento. La città abitata da donne e da uomini deve riconoscere nel proprio programma urbano la necessità di affrontare i temi della vita quotidiana e della cura a partire da una libertà eguale tra donne e uomini, che significa indirizzare tutta la vita amministrativa al riconoscimento e alla valorizzazione della differenza di genere, insieme alla esigenza di eguaglianza economica e sociale che non va mai dimenticata. Penso, per fare un esempio, al fatto che permangono disparità sociali tra la retribuzione e la possibilità di carriera tra i generi, che il lavoro di cura resta soprattutto una attività femminile, che il lavoro di cura stesso si gerarchizza e crea disuguaglianze tra donne, per cui alle donne italiane si assicura un lavoro meno retribuito e meno prestigioso e alle donne immigrate un lavoro di cura degli anziani non regolamentato e ancor meno retribuito.
Abbiamo di fronte l’esigenza vitale di pensare alla città in termini di cosa vogliamo per le future generazioni, di quale ambiente e di quali certezze lasciamo ai giovani, insieme al tema dirompente, specifico della civiltà occidentale, di un aumento così consistente delle persone anziane, della possibilità di vita delle persone. E perché più possibilità di vita richiama il diritto dei giovani a ricordarci che la vita è adesso, e che non c’è futuro per una città che non lasci una città migliore alle giovani generazioni, a cominciare dal saper accogliere, sostenere, indirizzare e favorire la scelta dei giovani di vivere in questa città.
Infine il rilancio e la possibilità di una migliore convivenza urbana passa attraverso la capacità di vivere con l’altro, di integrare le diverse provenienze nazionali o locali nella comune scelta di essere cittadini, cercando politiche di riconciliazione e di accoglienza fondate sull’idea di una libertà responsabile.
Sto cercando di attirare la vostra attenzione sul fatto che abbiamo da condividere prima di tutto un progetto culturale, e poi, un progetto politico. Perché è di una battaglia di grande respiro per un nuovo senso civico, quella di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di valori e idee in cui credere, dell’esatta fantasia di un sogno collettivo: già conosciamo la generosità pragmatica di cui siamo capaci come bolognesi. Ma la città deve saper riscoprire la voglia di mettersi in gioco per il futuro, deve abbandonare una certa presunzione di se stessa e del proprio passato, deve ritrovare le radici del proprio successo che sono nate dal fatto che culture diverse in questa città si sono incontrate e hanno saputo convivere, riconciliarsi, producendo una cultura più avanzata.
Questa è perciò l’idea di città che vi propongo: Bologna come moderno sistema urbano in Europa, Bologna come città dell’incontro e del dialogo, di relazioni economiche e culturali aperte, di scambio di comunicazioni non solo infrastrutturali ma anche immateriali. Una città federata al suo interno e aperta all’esterno, una città come piattaforma urbana di conoscenza, di promozione del saper fare e del saper far fare, che si muove per un salto di qualità dal made in Bo al creato in Bo.
Per questa idea di città non basta certo il Piano Strutturale o le politiche urbanistiche. Ma il disegno urbano resta una leva fondamentale per dare risposte ai problemi del presente.
Per la rinascita e la riqualificazione urbana è (come sempre nelle storie delle crisi urbane) fondamentale il problema di tornare a riabitare la città. RIABITARE Bologna è perciò il primo filone di temi urbanistici che vi propongo.
Riabitare nel senso di delineare un adeguato sistema ecologico urbano, capace di contrastare la congestione del traffico e la mobilità caotica, di contenere il consumo di territorio, di valorizzare la rete di verde urbano, di favorire una edilizia e una produzione a risparmio energetico.
Su questo punto i filoni da approfondire sono:
? Il sistema della mobilità e del trasporto pubblico collettivo:
a) la diffusione nel territorio urbano di isole ambientali e di un arcipelago di pedonalizzazioni
b) il diritto alla mobilità privata per pedoni, ciclisti, automobilisti
c) il trasporto collettivo come occasione di riqualificazione del contesto urbano attraversato: penso ad esempio alla necessità di prevedere palazzi a parcheggio sulle principali direttrici del trasporto pubblico protetto.
? Il sistema del verde e dell’ambiente
Su questo punto è necessaria una discussione consapevole non solo sulla quantità ma sulla qualità del verde. Bologna ha anticipato a livello nazionale l’idea del verde come standard. Questa idea va aggiornata nel senso che verde deve sempre più coincidere con ALBERO. Abbiamo bisogno di immaginare una città degli alberi, di una adeguata piantumazione di alberi per contrastare l’inquinamento atmosferico e acustico, ma anche per boschi urbani, a cominciare dalla collina.
- La Collina, come parco di eccellenza della città sapendo immaginare un utilizzo compatibile di quel territorio, leva indispensabile per garantire attività agricole e manutenzione contro il dissesto idrogeologico, e insieme un sistema di accesso che interpreti in termini moderni l’idea dei portici di San Luca, verificando la possibilità di una rete di percorsi pedonali e di trasporto collettivo moderni.
Occorre pensare alla collina come territorio di eccellenza per ospitare attività di conoscenza avanzate, del tempo libero e dello sport, qualificate e a minimo impatto.
- Dal confronto con il Ministro della Difesa e l’Agenzia del Demanio deve uscire un accordo complessivo sulle aree militari in città, con l’obiettivo da parte nostra di acquisire le aree della Staveco e dei Prati di Caprara, allo scopo di realizzare servizi e aree verdi urbane nell’area centrale della cosiddetta città consolidata.
L’area della Staveco può diventare la porta di accesso effettiva alla collina attraverso il ripristino del collegamento con San Michele in Bosco e la sua veduta panoramica sulla città.
Riabitare la città significa ripensare lo spazio pubblico, i luoghi per costruire nuove centralità urbane e contrastare l’idea e l’effetto concreto della periferia, attraverso una nuova pratica dell’architettura contemporanea fondata sulla pratica diffusa dei concorsi di architettura, e una localizzazione dei servizi pubblici e privati adeguata.
E’ questo lo spazio per il protagonismo dei Quartieri attraverso i Laboratori di Urbanistica Partecipata e il lavoro di ridisegno istituzionale dei loro confini e poteri attuali verso vere e proprie municipalità, con loro vocazioni specifiche.
La Stazione deve diventare l’accesso effettivo e simbolico al sistema urbano Regionale Bolognese Occorre pensare ad un progetto urbanistico di insieme, attraverso un concorso internazionale, che studi insieme la valorizzazione a residenziale e a verde delle aree ferroviarie, i servizi e le attività di una grande stazione e delinei la realizzazione di un nuovo centro cittadino dall’area della stazione fino alla Montagnola e fino all’area culturale della ex Manifattura Tabacchi.
Riabitare la città significa anche affrontare il tema degli stili di vita differenti e della loro reciproca convivenza e immaginare luoghi e attività che rendano possibile il diritto alla città per tutti, senza creare ghetti o zone a elevato rischio di insicurezza o degrado, usando il conflitto tra i cittadini come occasione per soluzioni condivise e non come contrasto irrimediabile.
Il progetto urbanistico e architettonico delle nuove aree deve assumere la valutazione di impatto sulla sicurezza come componente fondamentale e preventiva del potenziale conflitto tra stili di vita differenti. Questo deve valere ad esempio per la progettazione delle nuove zone universitarie e delle attività di tempo libero collegate ma anche per le tipologie del verde e dei servizi.
Una città ospitale con i giovani deve prevedere luoghi dove la musica, lo spettacolo, l’attività culturale giovanile possano trovare modo e tempo per svilupparsi. Luoghi serviti dai mezzi pubblici e adeguati come servizi installati, non emarginati nelle periferie e abbandonati come terre di nessuno nelle ore notturne.
Riabitare la città può significare anche ritrovare vocazioni di attività produttive moderne nel contesto urbano, alternative alla pura e semplice dismissione delle attuali aree produttive. Si tratta di attivare un meccanismo per attirare imprese interessate a nuove localizzazioni, attraverso specifiche attività promozionali e incentivi di tipo economico, urbanistico, fiscale.
Comunque il tema delle aree dismesse in via definitiva deve essere affrontato con uno sguardo di insieme con il Piano Strutturale, perché queste aree sono prima di tutto occasioni di riqualificazione dei contesti urbani.
Infine, il ruolo del lavoro, come imprese e come lavoratori, deve diventare componente fondamentale del processo di riqualificazione urbana.
Dobbiamo anticipare nelle proposte del PSC l’idea che il motore del cambiamento deve essere il mondo del lavoro attraverso un patto condiviso tra imprese, lavoratori e istituzioni per nuova innovazione e nuova coesione sociale, per la città.
Un patto da allargare all’Università e agli studenti per promuovere un salto di rango della nostra identità territoriale, per fare crescere la dimensione delle aziende e la capacità di innovare processi e prodotti in stretta relazione con il mondo della formazione e della ricerca che l’Università esprime.
Un patto per assicurare che nuovi insediamenti siano possibili senza continuare nel consumo del territorio e nella dispersione della città, ma puntando a ricompattare la città di Bologna, il consolidato urbano, ripristinando soluzioni di continuità tra città e zone agricole e creando corridoi ecologici e sistemi di trasporto rapido di massa, usando il trasporto collettivo come agente principale dei processi di riqualificazione.
Riabitare Bologna deve significare anche porre il tema di RIPOPOLARE la città, di attrarre e sapere accogliere nuovi residenti, insieme a nuove attività produttive.
Questo significa lavorare per una decisa opzione a favore dell’edilizia sociale e delle case in affitto.
Emergono forti novità rispetto al recente passato:
i dati del censimento ci dicono che il grosso dei nuovi residenti si è concentrato nei Comuni e non a Bologna. Le proiezioni demografiche, se confermate al ritmo attuale, ci dicono che Bologna perde residenza e attrae nuovi residenti. Mentre il resto dei Comuni attraggono nuovi residenti sia da Bologna che da fuori.
Va rovesciata perciò una logica interpretativa, il mito di una Bologna pigliatutto:
se mai lo è stata, Bologna non è più matrigna di suburbanizzazioni più o meno ordinate. E’ una sorella maggiore che ha bisogno della famiglia metropolitana per fare patti volontari ma cogenti, sulle previsioni di nuovi residenti possibili, per invertire la perdita di popolazione con l’obiettivo di un equilibrio sicuro e più favorevole tra popolazione giovane e in età da lavoro e popolazione anziana.
Abbiamo perciò di fronte la grande opportunità di cogliere una crescita della popolazione, che, tuttavia, comporterà per tutti i comuni una crescente domanda di servizi.
Si tratta di comprendere che davvero occorre lavorare insieme per un complessivo incremento di rango dell’area metropolitana bolognese riuscendo a fare sistema piuttosto che insistere sul policentrismo e quindi procedere a una redistribuzione dei pesi e dei vantaggi rispetto alle quote di popolazione e i relativi servizi.
Su questo versante è di particolare importanza comprendere cosa intendiamo per piano strutturale. Noi siamo per attuare l’urbanistica riformista che ha ispirato la legge 20 regionale.
Pianificazione e concertazione non solo possono coesistere, ma sono lo strumento più adeguato e flessibile di cui possiamo disporre.
Il piano strutturale dovrà indicare le potenzialità territoriali, gli ambiti residenziali, produttivi e di riqualificazione.
Ma non attribuisce diritti edificatori.
Sarà il piano operativo comunale a rendere certo quali iniziative saranno attuate, in un tempo prefissato, pena la perdita dei diritti maturati, sia per il pubblico che per il privato.
Questo è un modo, a nostro avviso, per contrastare le aspettative della rendita urbana e il fatto che il costo dei terreni oggi incide al 40% sul costo totale degli immobili, insieme alla messa in gioco delle aree comunali dell’attuale PRG e ad una pratica di perequazione urbanistica in città e di perequazione territoriali con gli altri comuni.
Si tratta di un patto contro la rendita e per favorire la crescita dimensionale, la capacità di mettersi insieme delle aziende produttive del ciclo edilizio, ma il privato potrà contribuire non risolvere il tema: il diritto alla casa deve trovare in un governo nazionale e regionale risorse adeguate e leggi più incisive.
Ma il patto per la città avrà fondamenta anche nella condivisione delle proposte di sviluppo dei nostri poli funzionali, non solo focalizzando l’attenzione sulle necessità di espansione fisica, se si verificheranno necessarie, ma soprattutto puntando a una nuova capacità di integrazione, di costruzione di alleanze con nuovi partner di altre città per assumere come decisivo il tema della attrattività, di diventare il nodo riconosciuto di una rete di relazioni.
Della Stazione ho già detto. Per l’Aeroporto che è l’altra porta di accesso al sistema regionale urbano, si tratta di rafforzare la prospettiva di un aeroporto di rango intercontinentale sviluppando le potenzialità di riqualificazione della zona dell’aeroporto, verso la realizzazione di attività, di moderni servizi, in relazione al collegamento, da prevedere, con un sistema di trasporto rapido tra Aeroporto e Fiera.
Per la Fiera, si tratta di agire per sviluppare le potenzialità di sviluppo ancora non praticate e di ragionare sugli insediamenti attualmente previsti, sulla loro riqualificazione e anche su potenzialità significative da delocalizzare in accordo con gli altri comuni.
L’Università infine non è un semplice polo funzionale tra i tanti, è il cuore dell’economia della conoscenza di cui abbiamo bisogno. E davvero penso che ogni nostra proposta nel nostro Forum deve integrarsi con le esigenze e con le azioni da chiedere alla nostra Università e ai nostri giovani studenti. In particolare, per l’Università, si tratta di dare attuazione allo sviluppo di residenze per studenti nell’area del Navile e del Lazzaretto e di attuare le nuove zone universitarie di ricerca in modo integrato con il sistema delle imprese.
Il tema delle residenze per gli studenti deve essere immaginato come un percorso che non si limiti alle residenze universitarie, ma faccia riferimento a una tipologia di alloggi e a un sistema di incentivi pubblici che preveda la possibilità di accompagnare lo studente fino al suo impegno nel mondo del lavoro, usando la trasformazione dell’alloggio in residenza, come contributo concreto alla scelta di abitare a Bologna e di creare qui il proprio futuro di vita e lavorativo.
Mi fermo qui. Spero che tante delle cose che ho detto vi abbiano invogliato a partecipare e a discutere.
E spero che vi abbiano dato il senso dell’impegno che attende quanti di voi vorranno aderire al Forum. Sono prime idee, che si ispirano al programma di mandato del Sindaco.
Sono idee che si possono meglio perfezionare oppure cambiare. Quello che conta oggi, che ho davvero il desiderio di suscitare in voi la motivazione a stare in questo percorso, è di credere davvero che siamo liberi di costruire insieme un pezzo del nostro futuro e che possiamo farlo, perché abbiamo alle spalle, e viva, una tradizione e una pratica di autentica libertà, quella libertà responsabile, vero patrimonio di Bologna, che voglio richiamare attraverso una citazione di San Paolo, dalla prima lettera ai Corinti, che mi piacerebbe avere come introduzione al Piano Strutturale che scriveremo insieme:
“tutto è permesso, ma non tutto è necessario, tutto è permesso, ma non tutto edifica”
Virginio Merola
Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna
"Bologna. Città che cambia", promossa dall'Amministrazione comunale.
E' un modo per sollecitare, e auto-sollecitarci, a tornare al dibattito ed alla riflessione su temi che "Impegno nuovo" ha più volte proposto in passato.
La redazione
Bologna.Città che cambia
“Urbanistica partecipata per scegliere il futuro”
Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio
14 aprile 2005
A vent’anni dal vecchio piano dell’85 abbiamo finalmente le condizioni per rinnovare le nostre politiche urbanistiche. In questi mesi ci siamo occupati di rimediare ad alcune previsioni che non ci convincevano, migliori soluzioni e localizzazioni (via Villari, via Baroni, via della Villa, modifica del progetto ex-Seabo, revisione del regolamento edilizio).
Ma è nostra intenzione attuare il PRG imprimendo una accelerazione per due zone nevralgiche della città, che devono dare una prima, significativa risposta al bisogno di edilizia sociale e in affitto: l’ex mercato ortofrutticolo e il Lazzaretto, dove è previsto anche il secondo polo universitario. Si tratta di circa 1.000 alloggi per rispondere in concreto all’esigenza di giovani coppie, di studenti, di ceti medi a rischio di precarizzazione, di lavoratori.
Il contesto in cui lavoreremo in questo Forum è perciò nel vivo di un processo di cose da fare e da decidere. Ma senza questo Forum e senza l’approvazione conseguente del nuovo Piano non avremo la forza per indirizzare il cambiamento necessario. E il cambiamento di cui abbiamo bisogno deve nascere da questa consapevolezza comune: siamo ad un bivio come comunità, tra due prospettive: quella del declino o quella di un nuovo rinascimento urbano, una nuova capacità di innovazione e di nuova coesione sociale. C’è bisogno di tornare a decisioni di governo della nostra città capaci di pensare il tempo lungo, ma insieme di riattivare una nuova leva di cittadinanza attiva, di coinvolgimento diffuso di donne e uomini di Bologna per un traguardo ambizioso, capace di suscitare fiducia e speranza: ri-formare la città.
Per questo la domanda che vi propongo è radicale, nel senso che va alla radice del nostro comune problema, e perciò precede i tanti singoli interrogativi che potremo e dovremo porci intorno all’idea di quale città vogliamo insieme provare a costruire. Questa domanda è: Bologna, la città, può essere ancora il luogo, lo spazio pubblico dove davvero si sceglie di vivere perché assicura una convivenza serena e ordinata, perché garantisce una migliore qualità della vita, una maggiore sicurezza, un benessere e una pratica di solidarietà diffusa, una piattaforma competitiva per stare nel mondo?
Questa domanda radicale non è retorica, ma fa i conti con il tema della crisi della città. Che è crisi vera: pensiamo ad esempio al nostro attuale sistema infrastrutturale, alle condizioni del traffico e dell’inquinamento urbano, alla crisi ambientale e quindi ai pesanti freni e ostacoli per la nostra ulteriore produzione di ricchezza economica, fino ad arrivare alla crisi e al conflitto fra i diversi stili di vita che percorrono la nostra realtà urbana.
Bologna è ancora al top, con questa Regione, tra i sistemi urbani europei. Vive meglio che altre città nazionali ed estere il proprio confronto con il presente. Ma proprio per questo non può accontentarsi o illudersi con misure parziali, tentando di rinviare i problemi con analisi riduttive e soprattutto falsamente rassicuranti. Per noi non si tratta di “accompagnare” la città nel suo sviluppo, si tratta di uno scatto di orgoglio per afferrare il futuro, di scegliere una prospettiva.
In questi anni le città, Bologna tra queste sono state il motore effettivo della azione amministrativa, hanno garantito una politica di investimenti e insieme praticato e sperimentato una difesa e una parziale riforma del nostro sistema di welfare e di istruzione.
Le città, e Bologna tra queste, si sono confermate come luogo principale del cambiamento, in una fase storica caratterizzata da processi di riadeguamento degli stati nazionali, di allargamento dell’Europa e di competizione tra i sistemi urbani per l’integrazione nell’economia globale. Questa sapienza delle città nel nostro paese non trova finora una sponda, un interlocutore efficace nel governo nazionale, per raccogliere le risorse e le misure necessarie a sostenere le comunità locali nell’innovazione e nella ricerca di una nuova coesione sociale.
Senza questa rinnovata capacità di governo nazionale non è più pensabile che le città possano continuare a reggere le sfide del futuro e i problemi del presente: infrastrutture, ricerca, sistema fiscale rinnovato sono obiettivi irrinunciabili ormai, senza i quali l’azione di supplenza delle città non potrà più continuare. Non c’è più modo di arrangiarsi. La creatività e l’innovazione non sono praticabili senza un quadro di riferimento certo e efficace promosso dal governo nazionale.
Senza nuove risorse e una politica prioritaria per le aree urbane i bilanci dei comuni non saranno in grado di reggere un livello adeguato di servizi.
Ma se questo quadro nazionale di governo rinnovato si riuscirà ad affermare, la capacità delle comunità locali di fondare lo sviluppo urbano sulla economia e sulla cultura della conoscenza diventerà determinante. Dobbiamo scommettere sulla centralità della conoscenza, del sapere e del saper fare, per attivare in modo sistematico progetti per riabitare Bologna, per riqualificare lo spazio urbano, per rilanciare l’idea di città quale luogo migliore in cui vivere e spendere la propria esistenza; puntando alla qualità ambientale, alla sicurezza, alla convivenza, alla mobilità sostenibile, ad un efficace sistema di welfare e di istruzione, ad uno sviluppo economico fondato sull’innovazione e la ricerca.
La pianificazione urbanistica e territoriale torna perciò ad essere il nodo di una rete di azioni strategiche per governare la crescita e lo sviluppo. Non abbiamo bisogno di rinunciare all’idea di piano. Abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle l’ideologia dell’assenza di piano, così come l’ideologia della pianificazione astratta e vincolistica.
Voglio dire che la sapienza della città ha trovato e specificato una terza via che affida al piano il compito di definire certezza di indirizzi, di potenzialità insediative e produttive e di limiti ecologicamente sostenibili e, insieme, di delineare una ampia gamma di strumenti attuativi flessibili per attuare le decisioni:
una urbanistica partecipata, insomma, fondata sulla pratica della condivisione strategica degli obiettivi, un programma urbano che indica e persegue una idea complessiva di città articolata in specifici progetti territoriali.
Con questa impostazione, insieme alla Provincia e ai Comuni metropolitani, il Comune di Bologna intende dare il proprio contributo.
Forte è stato il ruolo della Provincia in questi anni di assenza del comune di Bologna e forte è l’esigenza per noi, per il Comune di Bologna di tornare in gioco per giocare insieme, assumendo gli indirizzi del PTCP e condividendo l’elaborazione del nostro PSC con quello degli altri comuni associati.
L’urbanistica che vi propongo è perciò un’urbanistica attenta alla vita quotidiana delle donne e degli uomini. Un programma urbano con al centro l’attenzione alla cura delle persone e dei luoghi, come volano di una nuova capacità di produrre benessere, ricchezza sociale e cittadinanza attiva e creativa.
Per il nostro rinascimento urbano, è importante condividere degli orientamenti preliminari di fondo:
a) la dimensione di ciò che chiamiamo città
b) i soggetti protagonisti del cambiamento di cui abbiamo bisogno
a) La dimensione è data dalla città reale in cui già viviamo da tempo: l’area vasta metropolitana bolognese. E’ una città che si configura come un arcipelago, una città diffusa in modo policentrico che si estende su tutto il territorio provinciale. E’ una città reale senza un governo reale, senza un corrispondente Consiglio Comunale e un corrispondente Sindaco. Ma la città vera è quella dei 900.000 abitanti, non quella dei 370.000 residenti bolognesi. Obiettivo perciò da condividere è quello di fare grande la città che già c’è, ma che non è riconosciuta attraverso adeguate politiche sovracomunali. Lavorare per la città metropolitana può avere questo significato: trasformare l’arcipelago metropolitano in una città di città, una città federata metropolitana che decide insieme le politiche necessarie a dare effettiva cittadinanza e quindi attuare politiche adeguate ed incisive.
In questi anni i 60 comuni della provincia di Bologna non sono stati fermi: il circondario imolese ha assunto sempre più autonomia e specificità; sono nate diverse associazioni intercomunali che affrontano insieme il governo dei problemi a cominciare dalla pianificazione urbanistica e territoriale; il nostro appennino è da tempo al lavoro per valorizzare la propria peculiarità e vocazione.
Il Comune di Bologna è tornato a collaborare a questo progetto: si è formato un comitato interistituzionale per l’elaborazione congiunta dei Piani Strutturali Sovracomunali e del Piano Strutturale di Bologna, nel quadro del coordinamento assicurato dal PTCP.
Dobbiamo condividere le scelte che riguardano l’area vasta:
- sistema della mobilità e delle infrastrutture
- sistema ambientale e di salvaguardia del territorio
- sistema insediativo, residenziale e produttivo
e puntare ad un accordo complessivo, articolato in accordi specifici, a cominciare dall’accordo di pianificazione con la Provincia
b) Ma dicevo, c’è un altro orientamento preliminare da condividere: quali sono i soggetti da individuare come i protagonisti del cambiamento. La città abitata da donne e da uomini deve riconoscere nel proprio programma urbano la necessità di affrontare i temi della vita quotidiana e della cura a partire da una libertà eguale tra donne e uomini, che significa indirizzare tutta la vita amministrativa al riconoscimento e alla valorizzazione della differenza di genere, insieme alla esigenza di eguaglianza economica e sociale che non va mai dimenticata. Penso, per fare un esempio, al fatto che permangono disparità sociali tra la retribuzione e la possibilità di carriera tra i generi, che il lavoro di cura resta soprattutto una attività femminile, che il lavoro di cura stesso si gerarchizza e crea disuguaglianze tra donne, per cui alle donne italiane si assicura un lavoro meno retribuito e meno prestigioso e alle donne immigrate un lavoro di cura degli anziani non regolamentato e ancor meno retribuito.
Abbiamo di fronte l’esigenza vitale di pensare alla città in termini di cosa vogliamo per le future generazioni, di quale ambiente e di quali certezze lasciamo ai giovani, insieme al tema dirompente, specifico della civiltà occidentale, di un aumento così consistente delle persone anziane, della possibilità di vita delle persone. E perché più possibilità di vita richiama il diritto dei giovani a ricordarci che la vita è adesso, e che non c’è futuro per una città che non lasci una città migliore alle giovani generazioni, a cominciare dal saper accogliere, sostenere, indirizzare e favorire la scelta dei giovani di vivere in questa città.
Infine il rilancio e la possibilità di una migliore convivenza urbana passa attraverso la capacità di vivere con l’altro, di integrare le diverse provenienze nazionali o locali nella comune scelta di essere cittadini, cercando politiche di riconciliazione e di accoglienza fondate sull’idea di una libertà responsabile.
Sto cercando di attirare la vostra attenzione sul fatto che abbiamo da condividere prima di tutto un progetto culturale, e poi, un progetto politico. Perché è di una battaglia di grande respiro per un nuovo senso civico, quella di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di valori e idee in cui credere, dell’esatta fantasia di un sogno collettivo: già conosciamo la generosità pragmatica di cui siamo capaci come bolognesi. Ma la città deve saper riscoprire la voglia di mettersi in gioco per il futuro, deve abbandonare una certa presunzione di se stessa e del proprio passato, deve ritrovare le radici del proprio successo che sono nate dal fatto che culture diverse in questa città si sono incontrate e hanno saputo convivere, riconciliarsi, producendo una cultura più avanzata.
Questa è perciò l’idea di città che vi propongo: Bologna come moderno sistema urbano in Europa, Bologna come città dell’incontro e del dialogo, di relazioni economiche e culturali aperte, di scambio di comunicazioni non solo infrastrutturali ma anche immateriali. Una città federata al suo interno e aperta all’esterno, una città come piattaforma urbana di conoscenza, di promozione del saper fare e del saper far fare, che si muove per un salto di qualità dal made in Bo al creato in Bo.
Per questa idea di città non basta certo il Piano Strutturale o le politiche urbanistiche. Ma il disegno urbano resta una leva fondamentale per dare risposte ai problemi del presente.
Per la rinascita e la riqualificazione urbana è (come sempre nelle storie delle crisi urbane) fondamentale il problema di tornare a riabitare la città. RIABITARE Bologna è perciò il primo filone di temi urbanistici che vi propongo.
Riabitare nel senso di delineare un adeguato sistema ecologico urbano, capace di contrastare la congestione del traffico e la mobilità caotica, di contenere il consumo di territorio, di valorizzare la rete di verde urbano, di favorire una edilizia e una produzione a risparmio energetico.
Su questo punto i filoni da approfondire sono:
? Il sistema della mobilità e del trasporto pubblico collettivo:
a) la diffusione nel territorio urbano di isole ambientali e di un arcipelago di pedonalizzazioni
b) il diritto alla mobilità privata per pedoni, ciclisti, automobilisti
c) il trasporto collettivo come occasione di riqualificazione del contesto urbano attraversato: penso ad esempio alla necessità di prevedere palazzi a parcheggio sulle principali direttrici del trasporto pubblico protetto.
? Il sistema del verde e dell’ambiente
Su questo punto è necessaria una discussione consapevole non solo sulla quantità ma sulla qualità del verde. Bologna ha anticipato a livello nazionale l’idea del verde come standard. Questa idea va aggiornata nel senso che verde deve sempre più coincidere con ALBERO. Abbiamo bisogno di immaginare una città degli alberi, di una adeguata piantumazione di alberi per contrastare l’inquinamento atmosferico e acustico, ma anche per boschi urbani, a cominciare dalla collina.
- La Collina, come parco di eccellenza della città sapendo immaginare un utilizzo compatibile di quel territorio, leva indispensabile per garantire attività agricole e manutenzione contro il dissesto idrogeologico, e insieme un sistema di accesso che interpreti in termini moderni l’idea dei portici di San Luca, verificando la possibilità di una rete di percorsi pedonali e di trasporto collettivo moderni.
Occorre pensare alla collina come territorio di eccellenza per ospitare attività di conoscenza avanzate, del tempo libero e dello sport, qualificate e a minimo impatto.
- Dal confronto con il Ministro della Difesa e l’Agenzia del Demanio deve uscire un accordo complessivo sulle aree militari in città, con l’obiettivo da parte nostra di acquisire le aree della Staveco e dei Prati di Caprara, allo scopo di realizzare servizi e aree verdi urbane nell’area centrale della cosiddetta città consolidata.
L’area della Staveco può diventare la porta di accesso effettiva alla collina attraverso il ripristino del collegamento con San Michele in Bosco e la sua veduta panoramica sulla città.
Riabitare la città significa ripensare lo spazio pubblico, i luoghi per costruire nuove centralità urbane e contrastare l’idea e l’effetto concreto della periferia, attraverso una nuova pratica dell’architettura contemporanea fondata sulla pratica diffusa dei concorsi di architettura, e una localizzazione dei servizi pubblici e privati adeguata.
E’ questo lo spazio per il protagonismo dei Quartieri attraverso i Laboratori di Urbanistica Partecipata e il lavoro di ridisegno istituzionale dei loro confini e poteri attuali verso vere e proprie municipalità, con loro vocazioni specifiche.
La Stazione deve diventare l’accesso effettivo e simbolico al sistema urbano Regionale Bolognese Occorre pensare ad un progetto urbanistico di insieme, attraverso un concorso internazionale, che studi insieme la valorizzazione a residenziale e a verde delle aree ferroviarie, i servizi e le attività di una grande stazione e delinei la realizzazione di un nuovo centro cittadino dall’area della stazione fino alla Montagnola e fino all’area culturale della ex Manifattura Tabacchi.
Riabitare la città significa anche affrontare il tema degli stili di vita differenti e della loro reciproca convivenza e immaginare luoghi e attività che rendano possibile il diritto alla città per tutti, senza creare ghetti o zone a elevato rischio di insicurezza o degrado, usando il conflitto tra i cittadini come occasione per soluzioni condivise e non come contrasto irrimediabile.
Il progetto urbanistico e architettonico delle nuove aree deve assumere la valutazione di impatto sulla sicurezza come componente fondamentale e preventiva del potenziale conflitto tra stili di vita differenti. Questo deve valere ad esempio per la progettazione delle nuove zone universitarie e delle attività di tempo libero collegate ma anche per le tipologie del verde e dei servizi.
Una città ospitale con i giovani deve prevedere luoghi dove la musica, lo spettacolo, l’attività culturale giovanile possano trovare modo e tempo per svilupparsi. Luoghi serviti dai mezzi pubblici e adeguati come servizi installati, non emarginati nelle periferie e abbandonati come terre di nessuno nelle ore notturne.
Riabitare la città può significare anche ritrovare vocazioni di attività produttive moderne nel contesto urbano, alternative alla pura e semplice dismissione delle attuali aree produttive. Si tratta di attivare un meccanismo per attirare imprese interessate a nuove localizzazioni, attraverso specifiche attività promozionali e incentivi di tipo economico, urbanistico, fiscale.
Comunque il tema delle aree dismesse in via definitiva deve essere affrontato con uno sguardo di insieme con il Piano Strutturale, perché queste aree sono prima di tutto occasioni di riqualificazione dei contesti urbani.
Infine, il ruolo del lavoro, come imprese e come lavoratori, deve diventare componente fondamentale del processo di riqualificazione urbana.
Dobbiamo anticipare nelle proposte del PSC l’idea che il motore del cambiamento deve essere il mondo del lavoro attraverso un patto condiviso tra imprese, lavoratori e istituzioni per nuova innovazione e nuova coesione sociale, per la città.
Un patto da allargare all’Università e agli studenti per promuovere un salto di rango della nostra identità territoriale, per fare crescere la dimensione delle aziende e la capacità di innovare processi e prodotti in stretta relazione con il mondo della formazione e della ricerca che l’Università esprime.
Un patto per assicurare che nuovi insediamenti siano possibili senza continuare nel consumo del territorio e nella dispersione della città, ma puntando a ricompattare la città di Bologna, il consolidato urbano, ripristinando soluzioni di continuità tra città e zone agricole e creando corridoi ecologici e sistemi di trasporto rapido di massa, usando il trasporto collettivo come agente principale dei processi di riqualificazione.
Riabitare Bologna deve significare anche porre il tema di RIPOPOLARE la città, di attrarre e sapere accogliere nuovi residenti, insieme a nuove attività produttive.
Questo significa lavorare per una decisa opzione a favore dell’edilizia sociale e delle case in affitto.
Emergono forti novità rispetto al recente passato:
i dati del censimento ci dicono che il grosso dei nuovi residenti si è concentrato nei Comuni e non a Bologna. Le proiezioni demografiche, se confermate al ritmo attuale, ci dicono che Bologna perde residenza e attrae nuovi residenti. Mentre il resto dei Comuni attraggono nuovi residenti sia da Bologna che da fuori.
Va rovesciata perciò una logica interpretativa, il mito di una Bologna pigliatutto:
se mai lo è stata, Bologna non è più matrigna di suburbanizzazioni più o meno ordinate. E’ una sorella maggiore che ha bisogno della famiglia metropolitana per fare patti volontari ma cogenti, sulle previsioni di nuovi residenti possibili, per invertire la perdita di popolazione con l’obiettivo di un equilibrio sicuro e più favorevole tra popolazione giovane e in età da lavoro e popolazione anziana.
Abbiamo perciò di fronte la grande opportunità di cogliere una crescita della popolazione, che, tuttavia, comporterà per tutti i comuni una crescente domanda di servizi.
Si tratta di comprendere che davvero occorre lavorare insieme per un complessivo incremento di rango dell’area metropolitana bolognese riuscendo a fare sistema piuttosto che insistere sul policentrismo e quindi procedere a una redistribuzione dei pesi e dei vantaggi rispetto alle quote di popolazione e i relativi servizi.
Su questo versante è di particolare importanza comprendere cosa intendiamo per piano strutturale. Noi siamo per attuare l’urbanistica riformista che ha ispirato la legge 20 regionale.
Pianificazione e concertazione non solo possono coesistere, ma sono lo strumento più adeguato e flessibile di cui possiamo disporre.
Il piano strutturale dovrà indicare le potenzialità territoriali, gli ambiti residenziali, produttivi e di riqualificazione.
Ma non attribuisce diritti edificatori.
Sarà il piano operativo comunale a rendere certo quali iniziative saranno attuate, in un tempo prefissato, pena la perdita dei diritti maturati, sia per il pubblico che per il privato.
Questo è un modo, a nostro avviso, per contrastare le aspettative della rendita urbana e il fatto che il costo dei terreni oggi incide al 40% sul costo totale degli immobili, insieme alla messa in gioco delle aree comunali dell’attuale PRG e ad una pratica di perequazione urbanistica in città e di perequazione territoriali con gli altri comuni.
Si tratta di un patto contro la rendita e per favorire la crescita dimensionale, la capacità di mettersi insieme delle aziende produttive del ciclo edilizio, ma il privato potrà contribuire non risolvere il tema: il diritto alla casa deve trovare in un governo nazionale e regionale risorse adeguate e leggi più incisive.
Ma il patto per la città avrà fondamenta anche nella condivisione delle proposte di sviluppo dei nostri poli funzionali, non solo focalizzando l’attenzione sulle necessità di espansione fisica, se si verificheranno necessarie, ma soprattutto puntando a una nuova capacità di integrazione, di costruzione di alleanze con nuovi partner di altre città per assumere come decisivo il tema della attrattività, di diventare il nodo riconosciuto di una rete di relazioni.
Della Stazione ho già detto. Per l’Aeroporto che è l’altra porta di accesso al sistema regionale urbano, si tratta di rafforzare la prospettiva di un aeroporto di rango intercontinentale sviluppando le potenzialità di riqualificazione della zona dell’aeroporto, verso la realizzazione di attività, di moderni servizi, in relazione al collegamento, da prevedere, con un sistema di trasporto rapido tra Aeroporto e Fiera.
Per la Fiera, si tratta di agire per sviluppare le potenzialità di sviluppo ancora non praticate e di ragionare sugli insediamenti attualmente previsti, sulla loro riqualificazione e anche su potenzialità significative da delocalizzare in accordo con gli altri comuni.
L’Università infine non è un semplice polo funzionale tra i tanti, è il cuore dell’economia della conoscenza di cui abbiamo bisogno. E davvero penso che ogni nostra proposta nel nostro Forum deve integrarsi con le esigenze e con le azioni da chiedere alla nostra Università e ai nostri giovani studenti. In particolare, per l’Università, si tratta di dare attuazione allo sviluppo di residenze per studenti nell’area del Navile e del Lazzaretto e di attuare le nuove zone universitarie di ricerca in modo integrato con il sistema delle imprese.
Il tema delle residenze per gli studenti deve essere immaginato come un percorso che non si limiti alle residenze universitarie, ma faccia riferimento a una tipologia di alloggi e a un sistema di incentivi pubblici che preveda la possibilità di accompagnare lo studente fino al suo impegno nel mondo del lavoro, usando la trasformazione dell’alloggio in residenza, come contributo concreto alla scelta di abitare a Bologna e di creare qui il proprio futuro di vita e lavorativo.
Mi fermo qui. Spero che tante delle cose che ho detto vi abbiano invogliato a partecipare e a discutere.
E spero che vi abbiano dato il senso dell’impegno che attende quanti di voi vorranno aderire al Forum. Sono prime idee, che si ispirano al programma di mandato del Sindaco.
Sono idee che si possono meglio perfezionare oppure cambiare. Quello che conta oggi, che ho davvero il desiderio di suscitare in voi la motivazione a stare in questo percorso, è di credere davvero che siamo liberi di costruire insieme un pezzo del nostro futuro e che possiamo farlo, perché abbiamo alle spalle, e viva, una tradizione e una pratica di autentica libertà, quella libertà responsabile, vero patrimonio di Bologna, che voglio richiamare attraverso una citazione di San Paolo, dalla prima lettera ai Corinti, che mi piacerebbe avere come introduzione al Piano Strutturale che scriveremo insieme:
“tutto è permesso, ma non tutto è necessario, tutto è permesso, ma non tutto edifica”
Virginio Merola
Assessore all'Urbanistica del Comune di Bologna