<$BlogRSDUrl$>

3.30.2005

"Impegno nuovo" per la Regione.

Fra pochi giorni si vota e abbiamo voluto esserci.
Come facemmo in occasione delle elezioni amministrative dell'anno scorso, in particolare approfondendo i temi legati alla città di Bologna, non vogliamo mancare oggi.
Vasco Errani si ripresenta e merita la fiducia della società emiliano-romagnola.
Dalla scuola, al sociale, al lavoro, la legislatura alle spalle ha visto uno sforzo crescente per riqualificare la presenza istituzionale dell'Emilia-Romagna in senso nettamente alternativo al governo delle controriforme e dello scasso istituzionale.
E' con lui una coalizione vasta, mentre il centrodestra sembra rarefarsi.
Ma meno discussa è stata la proposta programmatica, anche per la distrazione nella quale sembrano svolgersi queste elezioni, "isolate" tra la tornata delle comunali e le ormai vicine politiche.
Eppure il ruolo democratico delle Regioni non solo rimane ma, a fronte della devolution, acquista un valore ancora più grande.Se inteso bene, come programmazione e rappresentanza dialogata delle città e del territorio.
Anche per questo cerchiamo di dare un contributo perchè alcuni temi importanti non scompaiano.
Un apporto critico, ma convinto.
Come è nel nostro stile.


www.impegnonuovo.tk
Rivista diretta da Davide Ferrari e Gregorio Scalise
....................................................................................................................................................................

Una Regione per un nuovo welfare.
di Maria Rita Lodi


Il sistema di welfare emiliano romagnolo vanta, a buon diritto, una tradizione fra le migliori non solo a livello nazionale, ma europeo, e bene fa il Presidente Errani a rivendicarlo . Ricordo che, in qualche circostanza, ha affermato che il welfare regionale è il settore per cui vorrebbe essere ricordato. Condivido questa valutazione.
"Ripensare" il sociale e gli interventi in questo campo mantenendone immutata la capacità di garanzia è forse oggi la sfida più complessa da affrontare.
Il nodo cruciale del mantenimento del sistema di welfare garantito dalla Costituzione italiana è messo a dura prova dai provvedimenti del Governo.
Germi devolutivi negano l’universalismo dei diritti di cittadinanza ,minando alle radici i presupposti solidaristici su cui si regge l’intera esperienza del diritto del nostro paese.
Si tratta quindi, continuando a contrastare le modifiche costituzionali che si stanno addensando come nubi nere sul nostro paese , di valorizzare la legislazione nazionale precedente ma tuttora in vigore,la legislazione regionale e le esperienze dei sistemi locali per garantire il raggiungimento di tre obiettivi fondamentali:
Garantire l’universalità dell’accesso e la personalizzazione della risposta
Coniugare la risposta ai bisogni con l’efficacia del sistema
Favorire i processi di partecipazione e condivisione degli obiettivi
nel quadro di un complessivo sistema di tutele dei diritti fondamentali di cittadinanza: lavoro, salute, istruzione, autodeterminazione.
I fondamenti normativi nazionali e regionali certamente non mancano, e sono di qualità.
La legge 328/2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) che ha operato il passaggio da una concezione di compassionevole risarcimento del danno al riconoscimento dei diritti sociali come diritti di cittadinanza di uomini e donne, e al principio attivo di cittadinanza sociale nel quadro di un sistema di welfare solidale, individuando i piani di zona come strumento principale di una programmazione che valorizza i processi di concertazione di Enti Locali protagonisti con le forze sociali e il terzo settore.
La L.R. 2 del marzo 2003 "Norme per la promozione della cittadinanza sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali ha individuato a livello regionale norme attuative in questo campo, valorizzando le esperienze di eccellenza realizzate sul territorio regionale a partire dagli anni 70/80 , ponendo al centro il principio di universalismo per contrastare derive di privatizzazione,affermando il diritto alla prestazione a prescindere dalla condizione economica del cittadino e valorizzando il principio di progressività nella contribuzione economica del singolo.
Come è davanti agli occhi di tutti, la risposta del governo mira a svuotare di fatto la legge 328 riducendo anno dopo anno i trasferimenti; proponendo una riforma istituzionale che pone in capo alle Regioni l’individuazione dei LIVEAS (livelli essenziali di assistenza nel sociale) impedendo alle stesse contemporaneamente il finanziamento attraverso la fiscalità generale e comunque introducendo gravi sperequazioni e diseguaglianze fra le diverse parti del paese.
Sono trattenute a livello centrale risorse che sarebbero preziose per i Comuni per finanziare magniloquenti quanto inutili progetti nell’attuazione dei quali gli Enti Locali hanno solo un inutile appesantimento
Burocratico( es il ridicolo assegno alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa).
Tutto ciò mentre non sono rifinanziate leggi fondamentali per la piena attuazione della cittadinanza sociale come la 285 a favore dei bambini e degli adolescenti e la 286 per gli interventi a favore degli immigrati, aggravando pertanto compiti nel breve e nel medio termine dei Comuni.
Per portare avanti obiettivi obiettivi positivi bisogna al contrario procedere all’individuazione dei criteri per l’accesso ai servizi e alle prestazioni, all’integrazione socio sanitaria, alla garanzia dei livelli essenziali di assistenza intesi non come livelli minimi, ma come risposte di qualità ai bisogni essenziali, all’individuazione di modelli partecipativi nella programmazione e nelle scelte di priorità
Ma al di là delle modalità attuative di tali principi e degli strumenti operativi di programmazione è importante il ruolo politico e non solo amministrativo della Regione (intesa come istituzione ma anche come comunità e soggetto collettivo) nel proporre un modello culturale di società che è antitetica a quella imposta, più che proposta, dal Governo : solidale, responsabile, rispettosa delle capacità e dei bisogni quella è individualista,egoista, immatura e quindi bisognosa di "guida". Un modello sociale in cui il sistema di welfare sia strettamente collegato all’esercizio del diritto al lavoro e dei diritti e delle tutele del lavoro, per non cadere nella trappola di un nuovo assistenzialismo; un modello sociale, quello in cui crediamo, impostato sui valori del rispetto delle scelte individuali, della laicità dello Stato, dell’accettazione delle diversità e della valorizzazione delle differenze, dell’"altro", contrapposto a quello basato sulla repressione, sull’omologazione, sull’oscurantismo.
A questo proposito trovo illuminante ciò che sta accadendo a livello mediatico nel nostro paese sulla questione dei referendum abrogativi della legge 40 (sulla procreazione medicalmente assistita) attorno ai quali si è scatenata una vera e propria crociata per l’astensionismo.
Mantenere questa legge, opporsi al referendum contribuisce a determinare un modello di società omologato, fatto di persone non responsabili, legittima un processo di normalizzazione delle coscienze e dei comportamenti assai facilitante per prese di posizioni autoritarie. Non stupisce che a certe alte gerarchie ecclesiastiche non paia vero porre sotto "tutela etica" una classe politica senza idee e senza valori.
Certo, la Regione non può limitarsi alla "riduzione del danno" rispetto alla legislazione nazionale: deve contribuire a mettere a disposizione del paese un’esperienza attiva e positiva, come è stato nella tradizione ad esempio degli asili nido e delle scuole d’infanzia, o in quella dei consultori familiari.
Queste tipologie di servizi devono rimanere il punto di forza del nostro welfare, rappresentando i capisaldi dell’investimento educativo sui bambini e le bambine e sulla libertà delle donne. Troppo spesso invece oggi, anche nelle nostre aziende sanitarie, si corre il rischio che i consultori si riducano a pur utili ambulatori ginecologici….Dove le donne perdono i luoghi della propria crescita, della propria autodeterminazione, rischiano un pesante ritorno indietro a concentrare su di sé in un ideologico familismo di maniera il peso delle cure familiari e dell’assistenza, in un’improbabile quando non impossibile concilazione fra tempi di vita personale e familiare e tempi di lavoro.E tutta la società arretra.
E’ d’altro canto vero che, se è giusto ribadire dei principi e riproporre delle esperienze, non possiamo limitarci a proporre un welfare regionale stereotipato sui modelli già sperimentati, proprio per le straordinarie trasformazioni che la società regionale ha vissuto e sta vivendo. Cito senza approfondire per brevità il tema degli anziani e degli immigrati perché nell’ultimo decennio sono stati forse quelli sui quali molto si è giustamente concentrato l’impegno della programmazione.
E tutto ciò senza dimenticare le persone disabili, che sempre più, insieme alle loro famiglie, devono essere supportate ad esercitare al pari tutti i cittadini il proprio protagonismo nella vita e nel lavoro, il che significa per la società garantire tutta una rete di sostegni e di opportunità dedicate e non improvvisate.
Famiglie, associazioni, volontariato oggi non devono più essere considerati solo "supporti" a un sistema pubblico che rischia altrimenti di collassare, ma devono essere protagonisti della programmazione.
Nella nostra Regione stiamo sperimentando modelli partecipati di programmazione, che a mio avviso vanno valorizzati senza però accollare ad essi compiti che non sono propri.
In particolare il piano di zona,individuato dalla legge nazionale e dalla legge regionale come il principale strumento di programmazione, ha rappresentato anche per le nostre comunità e per ciascuna zona sociale (a livello distrettuale o sub-distrettuale) il momento di sintesi dell’analisi attuata dalla comunità locale rispetto ai propri bisogni e l’assunzione di responsabilità nell’individuazione delle priorità. Altrettanto si può dire dei piani per la salute, modello che rappresenta il passaggio dalla politica di assistenza sanitaria alla politica per la salute, dalla centralità dell’offerta dei servizi alla centralità dei problemi della comunità.
E’ importante sottolineare che partecipazione e responsabilizzazione dei soggetti condivisione delle scelte non possono toccare i diritti delle persone, né possono abbassare il livello delle prestazioni e di responsabilità del soggetto pubblico.
Questa ottica presuppone un fortissimo livello di integrazione fra interventi sociali e sanitari (es il caso dell’assistenza ad anziani non autosufficienti nell’interfacciarsi di strutture/assistenza domiciliare/badanti/ sostegno alle famiglie…) e in particolare impone il tema degli standard di qualità dei servizi dell’accreditamento dei soggetti erogatori delle prestazioni e del controllo sugli stessi. Il tema dell’accreditamento dei soggetti gestori di servizi sociosanitari è pertanto il corollario del principio di sussidiarietà oramai patrimonio comune della legislazione citata e della impostazione delle esperienze locali.
Ed è proprio su queste questioni, che, è inutile negarlo, attengono il rapporto pubblico/privato, che la nostra Regione deve impegnarsi con approccio laico e aperto, ma rigoroso, perché, se i cittadini competenti devono essere compartecipi della programmazione, essi sono anche fruitori di servizi la cui qualità, correttezza e regolarità , trasparenza delle assegnazioni non possono non essere garantite dal soggetto pubblico in quanto "res publica" e rappresentante della comunità.

........................................................................................................................................................................

EMILIA ROMAGNA : un libro da scrivere ancora
di Gregorio Scalise


E se un vero libro sull’Emilia Romagna non fosse ancora stato scritto? Ipotesi audace, al limite della provocazione, eppure se si guarda a certe pubblicazioni (anche di successo) ci si rende conto che certe strizzate d’occhio al folklore, alla tradizione, al conformismo emiliano non rendono più l’idea. L’Emilia Romagna è sotto stress da mutazione e da modernizzazione e molti fattori sono visibili anche ad occhio nudo. Che ci farebbe, tanto per fare un esempio anche grossolano, il dottor Balanzone su un autobus cittadino, la sera, tra cinesi, extra, asiatici in generale?
E’ evidente che tutto va riscritto e che le cose così come le conoscevamo (neppure approvandole tutte) ormai appartengono alla storia. Fissiamo uno spartiacque del tutto arbitrario, gli anni duemila. Da una parte il passato, il conosciuto, dall’altra il tutto da ridescrivere. Sono anacronistici molti aggettivi, molte definizioni.
Cibo, bonomia, comunicazione, stare assieme, che ci stanno a fare queste parole evocate in un clima di cucina internazionale, di nervosismo a mille, di non ascolto perpetuo, di solitudine metropolitana? Belle parole del tempo antico che si riuniscono in un vocabolario fuori tempo per festeggiare il loro non essere più come un raduno di compagni del liceo.
Oggi, come si dovrebbe sapere, per una di quelle giravolte della storia, imprevedibili e odiose, stiamo tutti assumendo passato a dosi vistose. Ne sono la spia i giochi con i vecchi cantanti, i rapimenti e i riscatti che ci riportano a stagioni lontane forse neppure mai esistite, i discorsi sul laicismo, il fiorire delle sette ecc ecc. Per non parlare dei giorni della memoria, sicuramente benemeriti ma che, soprattutto quando moltiplicati senza guardar troppo per il sottile, nel complesso e nella chiacchiera fanno rigalleggiare brandelli e mezzi ricordi che sarebbe bene rubricare con rigore, giudicarli con chiarezza ed esibirli con pudore e precisione. Bene, si dirà, allora, se è vero che ingeriamo passato perché si afferma con tanta decisione che il libro sull’Emilia Romagna è da riscrivere? Perché quanto passa il convento dell’informazione e della celebrazione e della moda è la tipica "sovrastruttura" di questo periodo e mentre gli uomini parlano e pensano e magari regrediscono, in realtà il tempo e la storia passano, producono nuove situazioni, sfondano gli argini del folklore, le coordinate spazio-temporali: la chiacchiera si fissa su alcuni punti (del passato) ma lavoro, necessità della vita e la tecnica producono situazioni sempre diverse, nuove malizie, aspirazioni d’altro tipo, progetti non ancora pensati. Spinte dal "turbocapitalismo" contro le zone arretrate per cui (tesi abbastanza diffusa) occorre choccare e sveltire queste enclave che non corrispondono ai nuovi bisogni?
Tesi, questa sì, un po’ azzardata, anche perché l’ultimo anello del ragionamento porterebbe, per opposizione, ad esaltare folklori e dialetti e oscurantismi vari come l’ultima Tule del premoderno contro l’assalto selvaggio e indistinto del profitto. L’Emilia-Romagna non sembra più sublimata nel luogo comune che la vuole addormentata e calda nella couche della sua storia. L’irruzione della necessità del moderno ha inceppato questo meccanismo virtuale, sia con il lavoro e la produzione di ogni giorno sia con le più violente lacerazioni della storia . E mentre le tv sparano la sera gas paralizzanti, gli uomini del lavoro e della superficie avvertono questa contraddizione, questo "finto" peso di un passato che si accosta malamente alla loro innegabile laboriosità e inventività.
.....................................................................................................................................................................


LE SCUOLE ALL’OPPOSIZIONE, contro tagli e Moratti. Servono risposte.
di Davide Ferrari


In Emilia-Romagna, di questi tempi, nelle scuole si discute e, spesso e volentieri, si protesta.
La politica sembra non accorgersene, e così anche il confronto elettorale, altre volte accesissimo su questo terreno.
Ma dobbiamo aprire gli occhi e capire il perché di una nuova stagione di conflitto che si è aperta nelle scuole.
Vi sono state, è noto, al principio manifestazioni in difesa e per lo sviluppo del tempo pieno.
E’ chiaro il motivo: non c'e' nelle nostre città emergenza sociale più fortemente avvertita e condivisa negli effetti.Si risponde NO alla richiesta di un servizio sociale, che è considerato fondamentale e in qualche modo "un diritto acquisito" da oltre trent'anni.
Fino a ieri era rimasto un po’ in ombra il tema della scuola media superiore. Oggi non è più così Forse mobilitarsi "in ritardo" ha permesso una maturazione delleopinioni diversa, maggiore che nel passato. Sono, in particolare, oltre agli insegnanti, gli studenti e i genitori, che stanno approfondendo, in questi giorni, un’analisi critica molto seria, del dettato della riforma Moratti. Con un linguaggio spudoratamente bugiardo il governo afferma di volere tutti a scuola, in "veri e propri licei", fino ai diciotto anni. Ma l’obbligo è già stato ridotto di un anno e se "tutto diventerà liceo", questo liceo non sarà per tutti.Ci sarà invece un canale di avviamento al lavoro, cancellando la lunga esperienza degli Istituti professionali. Sarà una "Non scuola", dove chi viene ad esempio da famiglie operaie, dovrà vedere per forza collocato il suo futuro.
Non - come si dice- il modello "alla tedesca", ma semplicemente la scuola che l’Italia ha già conosciuto, ereditata del fascismo.Allora c’erano, con gli "avviamenti" e un sistema di possibili cambi di percorso soltanto degli scorrimenti, in un sistema di netta separazione, fin dai 10 anni, fra scuole preprofessionali, alle quali andavano i poveri, perchéquesta è la verità, e invece scuole medie, come i ginnasi, e licei per chi se lo poteva permettere.Nella "riforma" Moratti c’è questo, con la differenza, però, che i canali di "avviamento" e di scorrimento dauna banda all’altra, dalla professionalizzazione alla liceizzazione, non sono nemmeno previsti.Ma c’è un’altra cosa che suscita davvero preoccupazione.Nel modello che si vuole imporre, tutto tende a ridursi: gli anni di scuola, le ore, e, in primo luogo, le risorse. E, ragioniamo: che razza di liceo potrà mai esserci, con meno insegnanti, meno spazi, meno soldi e meno ore?

Quindi, da un lato, si avrà una fortissima discriminazione sociale, e, dall’altro, un forte indebolimento di tutta la struttura della scuola pubblica, anche quella che si vorrebbe di élite.Questo non piace alla generalità dei genitori, agli insegnanti e agli studenti.Non solo non piace, ma inquieta, spaventa.
La Regione ha fatto molto, in questi anni.
Sul piano legislativo, proponendo un rapporto fra scuola e lavoro diverso da quello del governo.
Oggi bisogna insistere, anche sul piano direttamente politico.
E’ in gioco una parte essenziale del modello di eguaglianza, il presente ed il futuro dei diritti alla cultura ed alla progressività sociale.
Non si può lasciare solo un movimento spontaneo che da mesi tiene vivo l'interesse con fantasia e tenacia.Occorrono molti passi, ogni giorno, di sponda e sostegno alle scuole.
E anche iniziative di più alto profilo istituzionale per unire un fronte di proposta contro tagli e "controriforme". Può essere molto utile proporre e battersi per realizzare una "Conferenza permanente" fra Regione, Enti locali, Direzione scolastica regionale e CSA e le associazioni delle autonomie scolastiche, per la programmazione comune degli organici e degli indirizzi.
Una vera "unità di crisi", non solo un momento di confronto come quelli che già esistono o sono esistiti.
Non si tratta solo di uno strumento di buon senso per "gestire la miseria" con la massima equità e razionalità, ma anche di una sede per fare con la massima autorevolezza il quadro della situazione e parlare a Roma con una voce sola.
Per la Direzione regionale potrebbe essere un’occasione. O accettare facendo del proprio ruolo qualcosa che appartiene alla scuola di domani, o negarsi relegandosi a fare al peggio i microfoni della Moratti, al meglio un vecchio ruolo burocratico.
Proviamo. Non ci si deve rassegnare ad una scuola pubblica condannata al degrado, all’arida scarsità tra riforme assurde e reazionarie e ripetute leggi finanziarie antisociali.

....................................................................................................................................................................


Sviluppo e qualità della vita.
Quale futuro per i servizi di pubblica utilità?
di Massimo Bonavita


I servizi di pubblica utilità (acqua, gas, energia e trasporti) sono sempre stati (ancor di più lo saranno nel futuro) un elemento strutturale del welfare.
Nella nostra regione le vecchie gestioni privatistiche, con il crescere del movimento democratico e l’ingresso sulla scena politica dei movimenti di massa, hanno dovuto cedere il passo alle Aziende Municipalizzate, i cui consigli di Amministrazione rispondevano del proprio operato direttamente ai Consigli comunali.
La gestione pubblica (a differenza del monopolio privato) ha teso a garantire a tutti i cittadini l’accesso a servizi fondamentali, che congiuntamente a sanità, previdenza e istruzione rappresentano i pilastri fondamentali dello stato sociale e garantiscono concretamente i diritti di cittadinanza.
In questo modo veniva affermato un principio: per i servizi di pubblica utilità non poteva valere la sola logica del profitto o del mercato, ma la gestione economica doveva tener presente il carattere sociale del servizio offerto.
Da queste considerazioni si è partiti per definire sistemi tariffari che aiutassero le fasce sociali più deboli ed altri interventi tesi a caratterizzare l'accessibilità ai servizi di pubblica utilità.
Non sempre le buone intenzioni producono buoni effetti e senza dubbio vi sono stati momenti in cui sono stati sottovalutati gli elementi economici nella gestione di questo particolare tipo di aziende pubbliche.
Si poteva tendere a gestioni più efficienti senza ridurre l’aspetto sociale delle aziende operanti nel settore?
Credo di si, ma è stata scelta un’altra strada: quella della trasformazione delle aziende municipalizzate in società di capitali e poi la scelta definitiva del mercato con la loro quotazione in borsa.
La vicenda di Hera ne è un esempio. Nessuno può mettere in discussione la necessità di favorire fusioni e/o alleanze fra aziende operanti a livello regionale nello stesso settore per avere massa critica e sinergie aziendali in grado di abbassare i costi e le tariffe.
La scelta di quotare in borsa questo tipo d’azienda invece è stata quella di trasferire quote di potere sulle decisioni strategiche dagli enti locali al mercato ed agli investitori finanziari, riducendo il controllo democratico delle comunità locali sulle scelte aziendali fatta nell’erogazione di servizi indispensabili, allontanando nel contempo il "management" dal rapporto con i territorio.
Nelle aziende quotate in borsa quello che conta è il ROE (return on equity) ovvero la remunerazione del capitale investito e, poiché, le aziende che operano nel settore delle pubblic utility sono tutte monopoliste (non vedo come possa essere diverso),
il ROE può essere determinato principalmente i due modi: dall’innalzamento delle tariffe o dalle riduzioni dei costi del personale.
La politica e le istituzioni hanno ceduto le quote di potere in un settore delicato, che interessa la vita di tutti i cittadini, al mercato, rinunciando a strumenti importanti per esercitare quella funzione regolatrice che il potere pubblico può e deve svolgere, sia pure con la formula del mantenimento del 51% delle azioni in mano agli enti locali.
I comuni oppressi dai tagli finanziari dei governi del centro destra, hanno certamente ricevuto risorse finanziarie, in qualche caso cospicue, in altri assai meno, dalla quotazione in borsa delle proprie aziende ed in alcuni casi anche delle reti ( un patrimonio nato con gli sforzi ed i sacrifici degli enti locali e dei cittadini che dovrebbe essere considerato inalienabile), ma hanno perso ruolo e peso nell’organizzazione di pezzi importanti del welfare.
Il rifiuto della direttiva Bolkestein, sulla deregulation nel settore dei servizi di pubblica utilità, da parte dei governi di Francia e Germania dimostra che, ove si ha volontà politica, si possono contrastare i processi di destrutturazione sociale operati in nome del mercato.
Questi processi riducono la coesione sociale, limitano il ruolo dell’intervento pubblico in settori decisivi dei diritti di cittadinanza, aumentano in questo modo le disuguaglianze sociali e l’apatia dei cittadini rispetto alla politica.
In passato la sinistra è stata in grado di elaborare un pensiero critico e di offrire alternative concrete; siamo oggi in grado di svolgere questo ruolo?
Queste tematiche dovrebbero essere inserite, almeno come tema di discussione, nel dibattito nella definizione di un programma per il governo della nostra regione e francamente mi sembra sia il minimo per determinare politiche sociali adeguate a produrre politiche sociali inclusive.



This page is powered by Blogger. Isn't yours?