10.31.2003
UN COPIAINCOLLA INTERESSANTE.
Riceviamo e volentieri copiamo ed incolliamo.
"Impegno nuovo"
FIERA DI ROMA
via Arcadia, 40
sabato 8 novembre 2003 - ore 9.30/18.30
ASSEMBLEA NAZIONALE
PACE DEMOCRAZIA LIBERTA’
DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO,
PER UNO SVILUPPO SOLIDALE E SOSTENIBILE
prime adesioni pervenute:
Adusbef; Ars; Laboratorio per la democrazia-Firenze;
Lavoro Società Cgil; Pdci; Prc; Sinistra DS - 14luglio;
Socialismo 2000; Verdi; V.Agnoletto;
S. Giovagnoli (Arci); G. Giulietti (Articolo 21);
V. Parlato (Il Manifesto); N.Tranfaglia (Aprile);
FORUM:
> Per una alternativa Programmatica di Governo
> Abbiamo vissuto una grande stagione ricca di
> iniziative e di mobilitazioni che hanno contrastato
> le politiche liberiste e l’azione di un Governo teso
> a modificare in profondità la società italiana.
> I movimenti contrari alla globalizzazione liberista
> e allo scempio ambientale, il movimento a difesa dei
> diritti e della dignità dei lavoratori, quello per
> la pace e quello per la difesa della costituzione e
> della democrazia, hanno dimostrato quanto siano
> radicate in Italia le idee di solidarietà ,
> eguaglianza e partecipazione. Solo politiche
> orientate da queste idee guida possono creare le
> condizioni economiche ,sociali e politiche per la
> emancipazione della persona e una piena e
> consapevole libertà individuale.
> L’individualismo, il mercato senza regole e senza
> responsabilità, condannano alla emarginazione
> significativi settori sociali; minano la coesione
> sociale e creano le condizione per la concentrazione
> dei poteri in pochi luoghi e in pochi uomini ,
> riducono gli spazi di partecipazione e di controllo
> democratico .Viene sconvolto il delicato equilibrio
> Costituzionale.
> Le ragioni che hanno spinto milioni di persone a
> mobilitarsi permangono; i movimenti tornano in
> campo. L’iniziativa ha raggiunto alcuni risultati:
> permane l’isolamento dei Paesi che occupano l’Iraq
> ed è vistosa la crisi dei loro premier, a Cancun i
> Paesi emergenti e quelli poveri non accettano la
> direzione dei Paesi ricchi, in Italia il blocco
> politico e sociale raccoltosi intorno al Governo sta
> entrando in crisi.
> E’ possibile che il Governo non riesca a realizzare
> la grande controriforma per cui è nato, e che le
> opposizioni trovino la capacità di unire le proprie
> forze per vincere il confronto politico ed
> elettorale. E’ possibile che il governo non arrivi
> alla naturale scadenza.
> L’esito non è pero' scontato ; come non è scontato
> che le forze politiche di opposizione assumano nel
> programma da concordare gli obiettivi dei movimenti
> che sono ben vivi nella società italiana , come
> dimostrano i quasi undici milioni di Si nel
> referendum per l’estensione dell’articolo 18.
> Il Forum Per una Alternativa Programmatica di
> Governo si costituisce perché gli obiettivi dei
> movimenti vengano assunti all’interno del programma
> generale che dovrà scaturire dal confronto tra tutti
> i partiti di opposizione e i movimenti. Il confronto
> programmatico deve iniziare subito anche in vista
> dei tempi crucciali nei quali stiamo entrando.
> Il Forum propone 13 punti quale contributo alla
> stesura del programma generale delle opposizioni .
> > Aderiscono al Forum coloro che condividono questi
> punti e si impegnano a sostenerli. Possono aderire
> ad esso associazioni, partiti, singole persone senza
> preclusioni ideologiche o politiche.
> Il Forum si articola a livello territoriale.
> L’otto novembre si terrà a Roma un incontro
> nazionale per il lancio dell’iniziativa
> programmatica. In quella occasione verranno resi
> noti i soggetti collettivi e individuali che
> costituiscono il Forum.
Punti per il programma di una alternativa di
governo e lo sviluppo dei movimenti
> 1. La battaglia per la pace fondata su un nuovo
> ordine mondiale non pu? che partire, in Italia, dal
> rispetto del dettato costituzionale e quindi dal
> ritiro dei militari italiani dalle missioni in Iraq
> e Afghanistan
> 2. Occorre acquisire il concetto di limite dello
> sviluppo, di armonia tra consumi e risorse, di
> superamento della crescita quantitativa per
> rilanciare la qualità dei consumi e l’etica della
> scelte.
> 3. La tutela della salute e dell’ambiente devono
> diventare un vincolo generale delle politiche
> economiche, industriali e delle infrastrutture.
> Alcuni beni dell’umanità non possono diventare merci
> e vanno garantiti a tutti gli esseri umani ( acqua e
> patrimonio genetico prime di tutto).
> 4. Democrazia e partecipazione
sono le condizioni
> senza le quali i diritti individuali e collettivi
> non possono affermarsi. Per questo è necessario
> difendere l’indipendenza della magistratura, il
> pluralismo dell’informazione e l’indipendenza del
> servizio pubblico nonché sviluppare la pratica della
> partecipazione. Andranno abrogate tutte le leggi ad
> personam approvate dall’attuale governo e andrà
> varata una legge organica sul conflitto d’interessi
> per chi intende ricoprire o ricopra cariche
> pubbliche. Occorre aumentare la partecipazione
> democratica senza sbarramenti e restrizioni della
> possibilità stessa di partecipazione, il pluralismo
> politico è un valore che non deve subire
> limitazioni. I sistemi elettorali devono garantire
> la maggiore possibilità di partecipazione dei
> cittadini alla scelta dei candidati e degli eletti
> 5. Occorre reinventare il pubblico come servizio di
> qualità per tutti i cittadini e le cittadine nonché
> difendere in modo intransigente lo stato sociale, il
> patrimonio ambientale e artistico, la formazione e
> la ricerca pubblica.Vanno ripensate quelle
> privatizzazioni e liberalizzazioni che non
> garantiscono quei servizi essenziali per garantire
> i quali era nato l’intervento pubblico o che
> producono gravi rischi in settori strategici
> dell’economia senza apportare benefici per i
> cittadini
> 6. Andranno difesi e sostenuti i diritti della
persona in una visione non unicamente centrata sul
> concetto di famiglia e per la realizzazione di una
> reale democrazia di genere
> 7. Una futura legge sull’immigrazione non potrà
> semplicemente riprendere la precedente legislazione,
> che ha trascurato il diritto di voto, istituito la
> reclusione nei CPT e dimenticato di formulare norme
> per l’asilo. Più in generale, l’immigrazione non
> deve più essere considerata innanzitutto come tema
> di ordine pubblico
> 8. La legge 30 modifica il rapporto tra legislazione
> e contratto collettivo e tra questo e il contratto
> individuale, dilata l’area della precarietà e del
> lavoro privo di tutele e diritti, privatizza e
> liberalizza il collocamento e muta in prospettiva il
> ruolo e la natura del sindacato.La legge 30, figlia
> di un progetto organico ( Libro Bianco ) non è
> emendabile. Va abolita.
> 9. Bisogna superare tutte quelle forme di lavoro che
> non garantiscono né un reddito sufficiente a vivere
> né la maturazione di una pensione. In particolare
> quelle flessibilità subite e non liberamente
> scelte. Va superata la figura dei collaboratori
> coordinati e continuativi che vanno ricondotti a
> lavoro dipendente o autonomo.L’introduzione di
> tutele nel mercato del lavoro non va contrapposta ai
> diritti nel lavoro. Si deve ampliare l’area del
> lavoro tutelato dall’articolo 18 della legge 300
> 10. L’articolo 39 della Costituzione va applicato
> attraverso una legge che impedisca alle controparti
> dei lavoratori di scegliersi gli interlocutori
> sindacali coi quali trattare e sottoscrivere i
> contratti. Il consenso dei lavoratori deve essere
> vincolante per la sottoscrizione degli accordi.
> 11. La spesa sociale deve evolvere verso la media
> europea, con particolare attenzione ai disoccupati,
> ai non autosufficienti, ai poveri e per garantire
> l’accesso alla formazione
> 12. Il prelievo fiscale deve basarsi sulla
> progressività
> 13. Deve riequilibrarsi la distribuzione dei redditi
> e devono crescere retribuzioni e pensioni e deve
> ridursi il gigantesco trasferimento alle rendite
Riceviamo e volentieri copiamo ed incolliamo.
"Impegno nuovo"
FIERA DI ROMA
via Arcadia, 40
sabato 8 novembre 2003 - ore 9.30/18.30
ASSEMBLEA NAZIONALE
PACE DEMOCRAZIA LIBERTA’
DIRITTI SOCIALI E DEL LAVORO,
PER UNO SVILUPPO SOLIDALE E SOSTENIBILE
prime adesioni pervenute:
Adusbef; Ars; Laboratorio per la democrazia-Firenze;
Lavoro Società Cgil; Pdci; Prc; Sinistra DS - 14luglio;
Socialismo 2000; Verdi; V.Agnoletto;
S. Giovagnoli (Arci); G. Giulietti (Articolo 21);
V. Parlato (Il Manifesto); N.Tranfaglia (Aprile);
FORUM:
> Per una alternativa Programmatica di Governo
> Abbiamo vissuto una grande stagione ricca di
> iniziative e di mobilitazioni che hanno contrastato
> le politiche liberiste e l’azione di un Governo teso
> a modificare in profondità la società italiana.
> I movimenti contrari alla globalizzazione liberista
> e allo scempio ambientale, il movimento a difesa dei
> diritti e della dignità dei lavoratori, quello per
> la pace e quello per la difesa della costituzione e
> della democrazia, hanno dimostrato quanto siano
> radicate in Italia le idee di solidarietà ,
> eguaglianza e partecipazione. Solo politiche
> orientate da queste idee guida possono creare le
> condizioni economiche ,sociali e politiche per la
> emancipazione della persona e una piena e
> consapevole libertà individuale.
> L’individualismo, il mercato senza regole e senza
> responsabilità, condannano alla emarginazione
> significativi settori sociali; minano la coesione
> sociale e creano le condizione per la concentrazione
> dei poteri in pochi luoghi e in pochi uomini ,
> riducono gli spazi di partecipazione e di controllo
> democratico .Viene sconvolto il delicato equilibrio
> Costituzionale.
> Le ragioni che hanno spinto milioni di persone a
> mobilitarsi permangono; i movimenti tornano in
> campo. L’iniziativa ha raggiunto alcuni risultati:
> permane l’isolamento dei Paesi che occupano l’Iraq
> ed è vistosa la crisi dei loro premier, a Cancun i
> Paesi emergenti e quelli poveri non accettano la
> direzione dei Paesi ricchi, in Italia il blocco
> politico e sociale raccoltosi intorno al Governo sta
> entrando in crisi.
> E’ possibile che il Governo non riesca a realizzare
> la grande controriforma per cui è nato, e che le
> opposizioni trovino la capacità di unire le proprie
> forze per vincere il confronto politico ed
> elettorale. E’ possibile che il governo non arrivi
> alla naturale scadenza.
> L’esito non è pero' scontato ; come non è scontato
> che le forze politiche di opposizione assumano nel
> programma da concordare gli obiettivi dei movimenti
> che sono ben vivi nella società italiana , come
> dimostrano i quasi undici milioni di Si nel
> referendum per l’estensione dell’articolo 18.
> Il Forum Per una Alternativa Programmatica di
> Governo si costituisce perché gli obiettivi dei
> movimenti vengano assunti all’interno del programma
> generale che dovrà scaturire dal confronto tra tutti
> i partiti di opposizione e i movimenti. Il confronto
> programmatico deve iniziare subito anche in vista
> dei tempi crucciali nei quali stiamo entrando.
> Il Forum propone 13 punti quale contributo alla
> stesura del programma generale delle opposizioni .
> > Aderiscono al Forum coloro che condividono questi
> punti e si impegnano a sostenerli. Possono aderire
> ad esso associazioni, partiti, singole persone senza
> preclusioni ideologiche o politiche.
> Il Forum si articola a livello territoriale.
> L’otto novembre si terrà a Roma un incontro
> nazionale per il lancio dell’iniziativa
> programmatica. In quella occasione verranno resi
> noti i soggetti collettivi e individuali che
> costituiscono il Forum.
Punti per il programma di una alternativa di
governo e lo sviluppo dei movimenti
> 1. La battaglia per la pace fondata su un nuovo
> ordine mondiale non pu? che partire, in Italia, dal
> rispetto del dettato costituzionale e quindi dal
> ritiro dei militari italiani dalle missioni in Iraq
> e Afghanistan
> 2. Occorre acquisire il concetto di limite dello
> sviluppo, di armonia tra consumi e risorse, di
> superamento della crescita quantitativa per
> rilanciare la qualità dei consumi e l’etica della
> scelte.
> 3. La tutela della salute e dell’ambiente devono
> diventare un vincolo generale delle politiche
> economiche, industriali e delle infrastrutture.
> Alcuni beni dell’umanità non possono diventare merci
> e vanno garantiti a tutti gli esseri umani ( acqua e
> patrimonio genetico prime di tutto).
> 4. Democrazia e partecipazione
sono le condizioni
> senza le quali i diritti individuali e collettivi
> non possono affermarsi. Per questo è necessario
> difendere l’indipendenza della magistratura, il
> pluralismo dell’informazione e l’indipendenza del
> servizio pubblico nonché sviluppare la pratica della
> partecipazione. Andranno abrogate tutte le leggi ad
> personam approvate dall’attuale governo e andrà
> varata una legge organica sul conflitto d’interessi
> per chi intende ricoprire o ricopra cariche
> pubbliche. Occorre aumentare la partecipazione
> democratica senza sbarramenti e restrizioni della
> possibilità stessa di partecipazione, il pluralismo
> politico è un valore che non deve subire
> limitazioni. I sistemi elettorali devono garantire
> la maggiore possibilità di partecipazione dei
> cittadini alla scelta dei candidati e degli eletti
> 5. Occorre reinventare il pubblico come servizio di
> qualità per tutti i cittadini e le cittadine nonché
> difendere in modo intransigente lo stato sociale, il
> patrimonio ambientale e artistico, la formazione e
> la ricerca pubblica.Vanno ripensate quelle
> privatizzazioni e liberalizzazioni che non
> garantiscono quei servizi essenziali per garantire
> i quali era nato l’intervento pubblico o che
> producono gravi rischi in settori strategici
> dell’economia senza apportare benefici per i
> cittadini
> 6. Andranno difesi e sostenuti i diritti della
persona in una visione non unicamente centrata sul
> concetto di famiglia e per la realizzazione di una
> reale democrazia di genere
> 7. Una futura legge sull’immigrazione non potrà
> semplicemente riprendere la precedente legislazione,
> che ha trascurato il diritto di voto, istituito la
> reclusione nei CPT e dimenticato di formulare norme
> per l’asilo. Più in generale, l’immigrazione non
> deve più essere considerata innanzitutto come tema
> di ordine pubblico
> 8. La legge 30 modifica il rapporto tra legislazione
> e contratto collettivo e tra questo e il contratto
> individuale, dilata l’area della precarietà e del
> lavoro privo di tutele e diritti, privatizza e
> liberalizza il collocamento e muta in prospettiva il
> ruolo e la natura del sindacato.La legge 30, figlia
> di un progetto organico ( Libro Bianco ) non è
> emendabile. Va abolita.
> 9. Bisogna superare tutte quelle forme di lavoro che
> non garantiscono né un reddito sufficiente a vivere
> né la maturazione di una pensione. In particolare
> quelle flessibilità subite e non liberamente
> scelte. Va superata la figura dei collaboratori
> coordinati e continuativi che vanno ricondotti a
> lavoro dipendente o autonomo.L’introduzione di
> tutele nel mercato del lavoro non va contrapposta ai
> diritti nel lavoro. Si deve ampliare l’area del
> lavoro tutelato dall’articolo 18 della legge 300
> 10. L’articolo 39 della Costituzione va applicato
> attraverso una legge che impedisca alle controparti
> dei lavoratori di scegliersi gli interlocutori
> sindacali coi quali trattare e sottoscrivere i
> contratti. Il consenso dei lavoratori deve essere
> vincolante per la sottoscrizione degli accordi.
> 11. La spesa sociale deve evolvere verso la media
> europea, con particolare attenzione ai disoccupati,
> ai non autosufficienti, ai poveri e per garantire
> l’accesso alla formazione
> 12. Il prelievo fiscale deve basarsi sulla
> progressività
> 13. Deve riequilibrarsi la distribuzione dei redditi
> e devono crescere retribuzioni e pensioni e deve
> ridursi il gigantesco trasferimento alle rendite
10.19.2003
Se è cosi' scelgo il NO
E’ apprezzabile che, evitando tatticismi, Fassino abbia detto alla Direzione DS che la lista unica per le europee è la scelta per l’oggi, ma anche che è inserita in una prospettiva che guarda alla costruzione della federazione come passaggio per il partito riformista.
Non sono d’accordo, ma ho apprezzato la chiarezza.
25 componenti della Direzione, compreso chi scrive, hanno chiesto che questa scelta, proprio perché importante, fosse sottoposta ad un congresso straordinario dei DS. Siamo infatti di fronte ad una scelta di fondo, che peserà sul futuro della sinistra in Italia e in Europa.
In breve le (mie) ragioni contrarie a questa proposta.
Anzitutto c’è una contraddizione oggettiva tra la legge elettorale iperproporzionale vigente per le europee che spinge all’articolazione delle liste e il raggruppamento in un’unica lista di DS-Margherita-SDI. Questa contraddizione è nota a tutti e la maggioranza DS ha deciso di correre il rischio. Ma ci sono almeno 4 ragioni più di fondo che portano a non essere d’accordo con la lista unica:
1) Si dice, giustamente, che occorre ridare forza alla prospettiva europea, come fu con l’euro. Tuttavia si finisce con l’attribuire alle elezioni europee un significato prevalentemente nazionale. Eppure abbiamo avuto di recente una prova politica impropria alle regionali del 2000, il cui esito non positivo port? alla crisi del Governo D’Alema;
2) Per fare un gruppo in Europa occorrono parlamentari di almeno 5 paesi. Dove si collocheranno gli eletti della lista unica? I DS sono stati cofondatori del PSE e i partiti socialisti sono una famiglia politica fondamentale in Europa e il legame dei DS, oggi, non pu? che essere con questa. In ogni caso non possiamo decidere da soli. Occorre un’evoluzione politica del PSE? Discutiamo in quale direzione. Per fare un esempio, il punto in discussione è semmai tra chi ha voluto la guerra in IRAQ e chi è stato contrario;
3) La proposta di lista unica apre uno scenario di nuove differenze nello schieramento di opposizione;
4) Perché esporre la candidatura, o almeno il nome di Prodi nella sede impropria delle elezioni europee? Prodi è il candidato più naturale dell’opposizione per le elezioni politiche. Esporlo nella sede impropria è un azzardo.
Quindi la lista unica non convince anzitutto per la proposta in sé, tuttavia la preoccupazione politica iù forte è certamente sulla prospettiva.
Malgrado tante discussioni, ancora non sembrano assimilate le ragioni della sconfitta del 2001. La sconfitta c’è stata sia perché l’opposizione attuale si è divisa (rovesciando il 1996) sia perché c’è stata delusione in settori popolari dell’elettorato. Dopo la sconfitta del 2001 i movimenti di protesta, per la democrazia e la CGIL hanno aiutato l’opposizione a riprendere forza. Per di più il centrodestra sta creando guasti forti nell’economia, nella società, nell’assetto istituzionale e arriva ad intaccare libertà essenziali. Il centro destra è ormai un pericolo di cui occorre liberarsi al più presto, pena conseguenze pesanti.
Per sconfiggere il centro destra è indispensabile l’unità di tutta l’opposizione. Pian piano questa consapevolezza si è fatta strada nel centrosinistra e in Rifondazione. Il tema che oggi dovrebbe essere al centro del nostro lavoro è l’unità di tutta l’opposizione per sconfiggere il centro destra. Invece ci sono ritardi, resistenze, incertezze e ancora oggi, purtroppo, non è al centro l’obiettivo di una vera e propria Costituente di tutta l’opposizione, politica e sociale, per identificare le ragioni comuni dell’opposizione e il futuro progetto alternativo.
Manca ancora, purtroppo, all’opposizione un piglio nettamente alternativo. Per questo occorre concentrare la discussione sul merito. Ad esempio, siamo tutti d’accordo di prendere l’impegno, vinte le elezioni, di abrogare le leggi “salvaladri” e quella sull’impunità di Berlusconi? Siamo tutti d’accordo di abrogare sia la legge 30 che sta precarizzando il mercato del lavoro che l’intera controriforma fiscale Tremonti, e cos? la proposta sulle pensioni del Governo che entrerà in vigore nel 2008? Siamo tutti d’accordo di impegnarci ad approvare una legge che estenda i diritti a tutti i lavoratori compiendo l’opera che il referendum non è stato in grado di fare, e una sulla rappresentanza sindacale per dare voce ai lavoratori e impedire gli accordi separati?
Siamo tutti d’accordo di proporre alle elezioni europee la modifica del patto di stabilità da sinistra aggiungendo agli attuali parametri finanziari quelli relativi alla buona occupazione, allo stato sociale, all’ambiente?
Siamo tutti d’accordo di proporre la modifica della proposta di Costituzione europea, raccogliendo il messaggio che viene dalle manifestazioni di sabato scorso? I sindacati chiedevano di riconoscere il lavoro e i suoi diritti come fondamento costituzionale europeo. I movimenti chiedevano un’Europa di pace, nel cui ambito l’Italia dovrebbe ritirare i soldati dall’IRAQ occupato dagli angloamericani ed essere protagonista di un’idea diversa di globalizzazione, resa necessaria dal fallimento di Cancun a cui l’Europa non è certo estranea.
L’unità, di cui c’è urgente bisogno, dovrebbe essere cercata su questi ed altri punti.
In questo quadro i DS possono e debbono svolgere il loro ruolo di forza di sinistra. I DS sono un partito plurale, con molte anime, ma con un ruolo a sinistra che li mette in grado di dialogare con le altre sinistre e con il centro democratico. Il centro sinistra, appunto. Chi ritiene che la sinistra abbia concluso il suo ruolo storico sbaglia.
E’ poco importante che questa opinione venga espressa un po’ per volta. Stiamo parlando di una prospettiva politica.
C’è bisogno più che mai in Italia e in Europa di una sinistra (o se si vuole di sinistre) capace di affrontare le ingiustizie sociali (in crescita) e di influire sulla globalizzazione (che emargina gran parte del pianeta) con l’ambizione di costruire una società profondamente diversa. Parlare di socialismo non è una bestemmia, ma una modernissima concezione del cambiamento necessario delle relazioni sociali nel mondo.
Si dice che i DS resteranno come partito, almeno per ora. Non si pu? nascondere che la proposta di lista unica ha l’obiettivo di aprire un processo il cui orizzonte, più o meno vicino, è la costruzione di un partito riformista. Quindi non più di sinistra, non più socialista. Al massimo le posizioni socialiste potranno essere una corrente di pensiero. Che senso ha? Che problemi apre? Che spazi lascia ad altri? O si pensa seriamente che la sinistra in Italia è destinata ad estinguersi, oppure si sta facendo un clamoroso errore, come a me sembra. Per discutere di questo comunque ci vuole un congresso. La maggioranza, sbagliando, ha scelto un referendum tra gli iscritti, cioè una scelta ridotta a prendere o lasciare e solo sulla prima tappa: la lista unica. Se è cos? scelgo il NO per mantenere aperta una prospettiva di sinistra e socialista.
Alfiero Grandi
8 10 2003
E’ apprezzabile che, evitando tatticismi, Fassino abbia detto alla Direzione DS che la lista unica per le europee è la scelta per l’oggi, ma anche che è inserita in una prospettiva che guarda alla costruzione della federazione come passaggio per il partito riformista.
Non sono d’accordo, ma ho apprezzato la chiarezza.
25 componenti della Direzione, compreso chi scrive, hanno chiesto che questa scelta, proprio perché importante, fosse sottoposta ad un congresso straordinario dei DS. Siamo infatti di fronte ad una scelta di fondo, che peserà sul futuro della sinistra in Italia e in Europa.
In breve le (mie) ragioni contrarie a questa proposta.
Anzitutto c’è una contraddizione oggettiva tra la legge elettorale iperproporzionale vigente per le europee che spinge all’articolazione delle liste e il raggruppamento in un’unica lista di DS-Margherita-SDI. Questa contraddizione è nota a tutti e la maggioranza DS ha deciso di correre il rischio. Ma ci sono almeno 4 ragioni più di fondo che portano a non essere d’accordo con la lista unica:
1) Si dice, giustamente, che occorre ridare forza alla prospettiva europea, come fu con l’euro. Tuttavia si finisce con l’attribuire alle elezioni europee un significato prevalentemente nazionale. Eppure abbiamo avuto di recente una prova politica impropria alle regionali del 2000, il cui esito non positivo port? alla crisi del Governo D’Alema;
2) Per fare un gruppo in Europa occorrono parlamentari di almeno 5 paesi. Dove si collocheranno gli eletti della lista unica? I DS sono stati cofondatori del PSE e i partiti socialisti sono una famiglia politica fondamentale in Europa e il legame dei DS, oggi, non pu? che essere con questa. In ogni caso non possiamo decidere da soli. Occorre un’evoluzione politica del PSE? Discutiamo in quale direzione. Per fare un esempio, il punto in discussione è semmai tra chi ha voluto la guerra in IRAQ e chi è stato contrario;
3) La proposta di lista unica apre uno scenario di nuove differenze nello schieramento di opposizione;
4) Perché esporre la candidatura, o almeno il nome di Prodi nella sede impropria delle elezioni europee? Prodi è il candidato più naturale dell’opposizione per le elezioni politiche. Esporlo nella sede impropria è un azzardo.
Quindi la lista unica non convince anzitutto per la proposta in sé, tuttavia la preoccupazione politica iù forte è certamente sulla prospettiva.
Malgrado tante discussioni, ancora non sembrano assimilate le ragioni della sconfitta del 2001. La sconfitta c’è stata sia perché l’opposizione attuale si è divisa (rovesciando il 1996) sia perché c’è stata delusione in settori popolari dell’elettorato. Dopo la sconfitta del 2001 i movimenti di protesta, per la democrazia e la CGIL hanno aiutato l’opposizione a riprendere forza. Per di più il centrodestra sta creando guasti forti nell’economia, nella società, nell’assetto istituzionale e arriva ad intaccare libertà essenziali. Il centro destra è ormai un pericolo di cui occorre liberarsi al più presto, pena conseguenze pesanti.
Per sconfiggere il centro destra è indispensabile l’unità di tutta l’opposizione. Pian piano questa consapevolezza si è fatta strada nel centrosinistra e in Rifondazione. Il tema che oggi dovrebbe essere al centro del nostro lavoro è l’unità di tutta l’opposizione per sconfiggere il centro destra. Invece ci sono ritardi, resistenze, incertezze e ancora oggi, purtroppo, non è al centro l’obiettivo di una vera e propria Costituente di tutta l’opposizione, politica e sociale, per identificare le ragioni comuni dell’opposizione e il futuro progetto alternativo.
Manca ancora, purtroppo, all’opposizione un piglio nettamente alternativo. Per questo occorre concentrare la discussione sul merito. Ad esempio, siamo tutti d’accordo di prendere l’impegno, vinte le elezioni, di abrogare le leggi “salvaladri” e quella sull’impunità di Berlusconi? Siamo tutti d’accordo di abrogare sia la legge 30 che sta precarizzando il mercato del lavoro che l’intera controriforma fiscale Tremonti, e cos? la proposta sulle pensioni del Governo che entrerà in vigore nel 2008? Siamo tutti d’accordo di impegnarci ad approvare una legge che estenda i diritti a tutti i lavoratori compiendo l’opera che il referendum non è stato in grado di fare, e una sulla rappresentanza sindacale per dare voce ai lavoratori e impedire gli accordi separati?
Siamo tutti d’accordo di proporre alle elezioni europee la modifica del patto di stabilità da sinistra aggiungendo agli attuali parametri finanziari quelli relativi alla buona occupazione, allo stato sociale, all’ambiente?
Siamo tutti d’accordo di proporre la modifica della proposta di Costituzione europea, raccogliendo il messaggio che viene dalle manifestazioni di sabato scorso? I sindacati chiedevano di riconoscere il lavoro e i suoi diritti come fondamento costituzionale europeo. I movimenti chiedevano un’Europa di pace, nel cui ambito l’Italia dovrebbe ritirare i soldati dall’IRAQ occupato dagli angloamericani ed essere protagonista di un’idea diversa di globalizzazione, resa necessaria dal fallimento di Cancun a cui l’Europa non è certo estranea.
L’unità, di cui c’è urgente bisogno, dovrebbe essere cercata su questi ed altri punti.
In questo quadro i DS possono e debbono svolgere il loro ruolo di forza di sinistra. I DS sono un partito plurale, con molte anime, ma con un ruolo a sinistra che li mette in grado di dialogare con le altre sinistre e con il centro democratico. Il centro sinistra, appunto. Chi ritiene che la sinistra abbia concluso il suo ruolo storico sbaglia.
E’ poco importante che questa opinione venga espressa un po’ per volta. Stiamo parlando di una prospettiva politica.
C’è bisogno più che mai in Italia e in Europa di una sinistra (o se si vuole di sinistre) capace di affrontare le ingiustizie sociali (in crescita) e di influire sulla globalizzazione (che emargina gran parte del pianeta) con l’ambizione di costruire una società profondamente diversa. Parlare di socialismo non è una bestemmia, ma una modernissima concezione del cambiamento necessario delle relazioni sociali nel mondo.
Si dice che i DS resteranno come partito, almeno per ora. Non si pu? nascondere che la proposta di lista unica ha l’obiettivo di aprire un processo il cui orizzonte, più o meno vicino, è la costruzione di un partito riformista. Quindi non più di sinistra, non più socialista. Al massimo le posizioni socialiste potranno essere una corrente di pensiero. Che senso ha? Che problemi apre? Che spazi lascia ad altri? O si pensa seriamente che la sinistra in Italia è destinata ad estinguersi, oppure si sta facendo un clamoroso errore, come a me sembra. Per discutere di questo comunque ci vuole un congresso. La maggioranza, sbagliando, ha scelto un referendum tra gli iscritti, cioè una scelta ridotta a prendere o lasciare e solo sulla prima tappa: la lista unica. Se è cos? scelgo il NO per mantenere aperta una prospettiva di sinistra e socialista.
Alfiero Grandi
8 10 2003
10.16.2003
Assemblea nazionale di Socialismo 2000 del 5 ottobre 2003
Relazione introduttiva
di Massimo Villone
Care compagne, cari compagni,
siamo a un passaggio delicatissimo, forse decisivo, per la sinistra nel nostro paese. Un passaggio che non viene per caso, per l’estemporaneo comporsi delle spinte di un ceto politico inquieto ed incerto. Ma un passaggio che si iscrive invece in una vicenda politica complessa, in corso da anni, che ha visto confrontarsi nel nostro partito essenzialmente due opzioni, al di là di una geografia politica interna che ormai non trova alcuna rispondenza nella politica reale. Un’opzione moderata volta essenzialmente al centro, e un’opzione di segno socialista volta essenzialmente a sinistra.
L’opzione moderata è fondata su alcuni elementi essenziali:
a) scelta di un sistema bipolare, fondato sul maggioritario;
b) competizione per il governo fortemente orientata verso il centro dello schieramento politico.
c) bassa partecipazione elettorale, non lontana dalla metà degli aventi diritto al voto, e fisiologica in sistema bipolare. Qualunque strategia di vittoria elettorale deve puntare ai cittadini attivi, senza puntare al recupero di quelli che si sono emarginati rispetto ad una scelta di partecipazione;
d) sostanziale emarginazione politica degli interessi cui non è realisticamente possibile dare risposta nelle condizioni di oggi. Tali interessi sarebbero ostativi ad una strategia efficace nella competizione per il governo, e alla stessa azione di governo in caso di vittoria. In ogni caso, tali interessi sono in generale quelli riferibili alle fasce deboli, e tendono a rientrare nella fascia di non partecipazione.
Con molti di voi ho svolto in altre sedi e momenti una riflessione approfondita sull’opzione ora descritta. Un’analisi più ampia si può ora leggere nel sito web di Socialismo 2000. Non mi ripeterò, e la richiamerò qui per cenni, ricordando solo che l’opzione moderata è in campo da anni. In essa si evidenzia il filo che lega i principali momenti della vicenda politica e istituzionale sul versante dell’Ulivo, inclusa l’azione dei governi della scorsa legislatura. Si spiegano scelte decisive, sulla politica fiscale, sull’azione a favore dei ceti deboli, sulla rappresentanza sindacale, sulle proposte di riforma istituzionale e sulla funzione della rappresentanza politica. Si spiega il mancato accordo con RC nelle elezioni del 2001, la scelta sul referendum per l’art. 18, la spinta all’Ulivo stretto, a un singolo gruppo e al coordinamento unico in sede parlamentare. Si comprende la vicenda del correntone DS, la rottura del 14 luglio, ed oggi la proposta di lista unica, e di partito federativo come fase transitoria verso un partito unico dei riformisti.
Ritengo l’opzione moderata perdente. In realtà, è quella che ha perso nel 2001, ed è perdente ancora oggi. Ma importa ora valutarla in vista della Direzione nazionale di domani e delle decisioni da assumere. Ed è chiaro che l’esito più coerente con quella opzione è comunque la nascita di un nuovo soggetto politico, identificabile oggi nel partito unico dei riformisti, e non lontano da quello che in altri momenti si chiamava partito democratico. Un nuovo partito. Quindi l’opzione moderata torna con forza in campo nella proposta del segretario.
Ma qual è esattamente la proposta del segretario? Diciamo subito quel che non è. Non è solo la lista unica per le europee.
Lo dice lo stesso segretario, anzitutto, che esplicitamente si riferisce alla lista come passaggio preliminare e strumentale verso un partito federativo prima, un partito unico riformista poi, definito talvolta più genericamente – per un residuo di pudore - un nuovo soggetto politico. Abbiamo letto dichiarazioni autorevoli secondo cui la lista unica non avrebbe alcun senso al di fuori di un progetto politico di più ampia e incisiva portata. Dichiarazioni e prospettazioni che non erano indispensabili sulla base della prima esternazione di Prodi, che solo alla lista faceva riferimento. Tanto che nella velocissima accettazione della proposta da parte della dirigenza del nostro partito la parte più qualificante e politicamente significativa si mostra quella aggiunta: appunto, il partito federativo, e il nuovo soggetto politico. Aggiunta che viene nel dibattito politico soprattutto da una valutazione e una scelta del gruppo dirigente dei DS.
E dunque non è solo lista unica. Lo dimostra anche il fatto che, se fosse solo la lista, il percorso indicato sarebbe ampiamente sovradimensionato. Che bisogno c’è di assemblee congressuali e di referendum per decidere su una lista elettorale in una singola competizione? Basterebbe un buon dibattito in direzione. Ci si potrebbe serenamente misurare sulla convenienza di una lista unica in una elezione proporzionale, in cui generalmente le liste separate ottengono migliori risultati. Ma in realtà la proposta non è questa. E lo capiamo chiedendoci se è vero o no che dal 2004 in poi, sulle schede delle elezioni a venire, l’ipotesi reale è che non ci sia più un simbolo dei DS.
E dunque non è solo lista unica. Lo dice il disagio evidente del gruppo dirigente del partito quando si tocca il tema del nuovo soggetto politico. Eppure, basterebbero una parola finalmente chiara: i DS mantengono il proprio simbolo, il proprio statuto, la propria identità, partecipano alle elezioni in coalizione, ma con proprie liste e candidature. E invece viene la proposta di assemblee dei DS, della Margherita e dello SDI nello stesso giorno. Cosa è, se non l’anticipazione mediatica del futuro e nuovo soggetto politico? Magari di qui a un poco a qualcuno verrà in mente che quelle assemblee si facciano non solo nello stesso giorno, ma anche nello stesso luogo.
L’obiettivo vero è il partito federativo, e ancor più il partito unico. Ma allora il percorso che si propone è largamente sottodimensionato, ed anzi inidoneo rispetto al fine.
Partito federativo e partito unico non sono questione di mera opportunità politica, su cui è sempre lecito dividersi. Si tratta invece di scelte che toccano lo statuto, la costituzione del partito, la regola delle regole, che nessuno può violare.
Perché c’è una rilevanza statutaria? Nel partito federativo per definizione abbiamo una cessione di sovranità. Gli organi federali sono titolari di quella quota. Ora, lo Statuto dei DS prevede possibili cessioni di sovranità. Ma, badate bene, per la coalizione, espressamente richiamata a tal fine. Solo verso la coalizione si può cedere sovranità ai sensi dello statuto. E c’è una differenza di fondo: che la coalizione è intrinsecamente temporanea, e finalizzata al governo; in essa ogni partito mantiene con chiarezza la sua identità, il suo progetto politico. Non così la federazione, che è un soggetto organizzato, con un suo statuto, un suo progetto politico.
In ogni caso, il partito federativo è solo una fase transitoria. Il vero obiettivo è il nuovo soggetto politico. E qui si svela in modo netto il contrasto con lo statuto. Una cosa è certa. Il nuovo partito non potrebbe essere un partito socialista, appartenente al PSE, la famiglia del socialismo europeo. Qui è il punto. Per statuto noi siamo appunto questo: un partito che si colloca nella tradizione socialista, ha un progetto politico socialista, appartiene al PSE, al socialismo europeo. Lo dice lo statuto, non io, non voi.
Perciò chiediamo un congresso. Solo un congresso può toccare lo statuto. Un congresso, con le sue garanzie procedurali di confronto paritario, di voto libero ed eguale, di platea definita di aventi diritto al voto. Un Congresso, e non un’Assemblea congressuale, che non si può certo ritenere equivalente. L’Assemblea nasce in un congresso e ne è espressione, fino al successivo. Non può modificare lo statuto, se non su esplicito mandato del congresso, che in questo caso non c’è. Nella specie, l’Assemblea esprimerebbe gli equilibri di Pesaro, e non quelli di un partito che si è misurato sui quesiti di oggi. Proprio questi dimostrano che la geografia interna del dopo Pesaro è un pezzo di archeologia politica. Ed è davvero una singolare contraddizione: il segretario con la sua proposta certifica il definitivo superamento del congresso di Pesaro, e al tempo stesso chiama in campo proprio l’organo che nasce da quel congresso. Più giusta e corretta è la via scelta dalla Margherita, che anticipa un pezzo del futuro congresso.
Questi sono i profili formali. Ma c’è anche una sostanza, una ragione politica. Altra cosa è stare in coalizione con altri soggetti politici, altra avere forme organizzative comuni. Non sfugge a nessuno che tra DS e Margherita esistano diversità rilevanti. Sono legittime. Letta dice no allo sciopero per le pensioni ed il welfare. Non è un caso. Le diversità sono evidenti: i diritti di chi lavora, la scuola pubblica, la fecondazione assistita oggi, e forse la legge sull’aborto domani, il rapporto tra pubblico e privato nell’economia e nei servizi. Posizioni con cui è indispensabile mediare nell’azione di governo. Ma la necessaria sintesi sul piano del governo non comporta l’abbandono dell’identità e del progetto politico del partito. Quando si comprimono oltre misura posizioni politiche diverse in un unico soggetto politico, i risultati possibili sono due. Se i contenuti diversi vivono comunque, allora il soggetto politico diventa afasico, per l’impossibilità di scegliere. Questa è stata in molte occasioni l’esperienza dell’Ulivo, e dello stesso correntone. Oppure i contenuti diversi non vivono davvero, ad esempio perché le decisioni sono assunte in un circolo ristretto ed esclusivo – come il club dei segretari - passando poi all’approvazione frettolosa in sedi assembleari dove si decide a maggioranza: una forma oligarchico-plebiscitaria. Qualche esperimento in tal senso è vissuto ad esempio nelle assemblee dei parlamentari dell’Ulivo, in cui dall’introduzione del segretario attraverso pochissimi interventi si è giunti - con la scusa dei tempi stretti e del gran numero di partecipanti - a comprimere il dibattito e soprattutto il dissenso. Se questo è già accaduto nella forma soft della coalizione, figuriamoci cosa può accadere nella forma hard del partito federativo, e ancor più del partito unico dei riformisti. Quindi, non si meravigli nessuno se di fronte alla proposta di partito federativo o di partito unico rispondiamo: no, grazie, abbiamo già dato.
Il problema non l’abbiamo posto noi. Noi non abbiamo bisogno di diventare un partito socialista. Lo siamo già. Lo dice lo statuto, lo dicono i deliberati congressuali. Non c’è organo o autorità di questo partito oggi legittimato a dire il contrario. E comunque su chi afferma il contrario cade l’onere della prova, non su di noi. Su chi afferma il contrario cade l’obbligo di seguire le corrette procedure per cambiare la natura di questo partito, non su di noi. Non ci si autoscioglie per esternazione di segretario. Compagne e compagni, noi sappiamo di essere nel giusto.
Socialismo 2000, con i compagni del 14 luglio e quanti vorranno essere con noi, porrà il caso alla direzione nazionale di domani, che probabilmente deciderà con un voto. Ma dobbiamo sapere che la vicenda non finisce domani. Inizia domani. Si apre comunque un percorso, e dobbiamo anzitutto sapere che non si sarebbe aperto senza la battaglia da noi svolta fin qui. La maggioranza aveva in testa altro. E anche il correntone avrebbe preso una strada molto diversa. Inizia un percorso che noi dobbiamo arricchire di contenuti, di riflessioni, di confronti. Dobbiamo pretendere ed imporre che non si risolva tutto nella scelta tra un si o un no alla lista unica per le europee. Se così fosse avremmo sprecato il tempo nostro, e di tutti gli iscritti al partito. Abbiamo un percorso che coinvolgerà tutto il partito. Qui è l’occasione per noi di far vivere e di misurare un progetto politico. Il nostro progetto politico. Un manifesto per una sinistra socialista e di governo, dentro e fuori dei DS, e il progetto politico di un partito di sinistra, socialista e di governo, un partito che sappia parlare non solo il linguaggio delle compatibilità economiche, ma anche – e di nuovo - il linguaggio dei diritti, della libertà e dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della tutela dei più deboli. Un partito che dia nuova centralità e rappresentanza politica al mondo del lavoro nelle forme antiche e in quelle nuove, e sappia combattere le moderne schiavitù come la sinistra nella sua storia ha combattuto quelle del passato. Un partito che nelle istituzioni riscopra il ruolo della rappresentanza politica democratica e contrasti la crescente personalizzazione della politica e le pulsioni leaderistiche di un bipolarismo forzato e perennemente instabile. Un partito che dia fondamento alle speranze di tante donne e uomini di questo paese. Un partito socialista: perché socialismo non è parola vuota e altisonante; è progetto, è politiche pubbliche, è indirizzi di governo.
Badate, solo noi chiederemo questo. Chi oggi balbetta di fronte al futuro prefigurato dalla maggioranza del partito farà anche una battaglia di bandiera, ma non andrà oltre. Ed è qui la differenza che segna la nostra posizione. La nostra non deve essere soltanto una battaglia di bandiera.
Noi non vogliamo solo impedire che i DS si spostino a destra, come dice Mussi. Noi vogliamo che i DS si spostino a sinistra. Questo era già il nostro obiettivo a Pesaro, era quel che il correntone avrebbe dovuto fare per la stessa ragione della sua nascita, e non ha fatto per il suo immobilismo politico. Noi continuiamo a pensare che la frana di consenso ai DS si sia fermata per i piccoli passi fatti – pur con tante incertezze e timidezze – nel senso di un recupero dell’identità di sinistra. Bisogna insistere e consolidare quei piccoli passi. Una partita non giocata in difesa, ma al contrario all’attacco.
E dunque non dobbiamo limitarci nei prossimi mesi a discutere di Prodi e D’Alema, Fassino e Veltroni, o Rutelli. Dobbiamo porre delle domande a noi stessi e a tutte le compagne e i compagni, e a tutta la sinistra anche fuori del partito. Le domande che ci vengono dalla nostra storia, certo, ma anche dalla vita quotidiana, dall’esperienza di oggi. Ha diritto o no chi lavora a un’esistenza libera e dignitosa, come dice la nostra Costituzione? Sono ancora vere per noi queste parole bellissime, consegnateci dalla Costituzione del 1948? Ha diritto o no una donna alla sua maternità, senza dovere per questo temere di perdere il posto di lavoro? Ha diritto o no un giovane a una scuola pubblica di qualità che lo prepari davvero al domani, una scuola libera, laica, aperta a tutti? Ha diritto o no una persona avanti negli anni a una pensione decente? Ha diritto o no un anziano a non morire, in una notte troppo calda di un’estate troppo lunga? Troviamo ancora in questo il senso del nostro stare insieme? O non più?
Compagne e compagni, questa è la posta in gioco, questo il compito che ci aspetta. E l’augurio e la volontà di oggi sono che nessuno di noi - nei mesi difficili che ci attendono – venga meno a questo compito, e abbandoni il campo.
Relazione introduttiva
di Massimo Villone
Care compagne, cari compagni,
siamo a un passaggio delicatissimo, forse decisivo, per la sinistra nel nostro paese. Un passaggio che non viene per caso, per l’estemporaneo comporsi delle spinte di un ceto politico inquieto ed incerto. Ma un passaggio che si iscrive invece in una vicenda politica complessa, in corso da anni, che ha visto confrontarsi nel nostro partito essenzialmente due opzioni, al di là di una geografia politica interna che ormai non trova alcuna rispondenza nella politica reale. Un’opzione moderata volta essenzialmente al centro, e un’opzione di segno socialista volta essenzialmente a sinistra.
L’opzione moderata è fondata su alcuni elementi essenziali:
a) scelta di un sistema bipolare, fondato sul maggioritario;
b) competizione per il governo fortemente orientata verso il centro dello schieramento politico.
c) bassa partecipazione elettorale, non lontana dalla metà degli aventi diritto al voto, e fisiologica in sistema bipolare. Qualunque strategia di vittoria elettorale deve puntare ai cittadini attivi, senza puntare al recupero di quelli che si sono emarginati rispetto ad una scelta di partecipazione;
d) sostanziale emarginazione politica degli interessi cui non è realisticamente possibile dare risposta nelle condizioni di oggi. Tali interessi sarebbero ostativi ad una strategia efficace nella competizione per il governo, e alla stessa azione di governo in caso di vittoria. In ogni caso, tali interessi sono in generale quelli riferibili alle fasce deboli, e tendono a rientrare nella fascia di non partecipazione.
Con molti di voi ho svolto in altre sedi e momenti una riflessione approfondita sull’opzione ora descritta. Un’analisi più ampia si può ora leggere nel sito web di Socialismo 2000. Non mi ripeterò, e la richiamerò qui per cenni, ricordando solo che l’opzione moderata è in campo da anni. In essa si evidenzia il filo che lega i principali momenti della vicenda politica e istituzionale sul versante dell’Ulivo, inclusa l’azione dei governi della scorsa legislatura. Si spiegano scelte decisive, sulla politica fiscale, sull’azione a favore dei ceti deboli, sulla rappresentanza sindacale, sulle proposte di riforma istituzionale e sulla funzione della rappresentanza politica. Si spiega il mancato accordo con RC nelle elezioni del 2001, la scelta sul referendum per l’art. 18, la spinta all’Ulivo stretto, a un singolo gruppo e al coordinamento unico in sede parlamentare. Si comprende la vicenda del correntone DS, la rottura del 14 luglio, ed oggi la proposta di lista unica, e di partito federativo come fase transitoria verso un partito unico dei riformisti.
Ritengo l’opzione moderata perdente. In realtà, è quella che ha perso nel 2001, ed è perdente ancora oggi. Ma importa ora valutarla in vista della Direzione nazionale di domani e delle decisioni da assumere. Ed è chiaro che l’esito più coerente con quella opzione è comunque la nascita di un nuovo soggetto politico, identificabile oggi nel partito unico dei riformisti, e non lontano da quello che in altri momenti si chiamava partito democratico. Un nuovo partito. Quindi l’opzione moderata torna con forza in campo nella proposta del segretario.
Ma qual è esattamente la proposta del segretario? Diciamo subito quel che non è. Non è solo la lista unica per le europee.
Lo dice lo stesso segretario, anzitutto, che esplicitamente si riferisce alla lista come passaggio preliminare e strumentale verso un partito federativo prima, un partito unico riformista poi, definito talvolta più genericamente – per un residuo di pudore - un nuovo soggetto politico. Abbiamo letto dichiarazioni autorevoli secondo cui la lista unica non avrebbe alcun senso al di fuori di un progetto politico di più ampia e incisiva portata. Dichiarazioni e prospettazioni che non erano indispensabili sulla base della prima esternazione di Prodi, che solo alla lista faceva riferimento. Tanto che nella velocissima accettazione della proposta da parte della dirigenza del nostro partito la parte più qualificante e politicamente significativa si mostra quella aggiunta: appunto, il partito federativo, e il nuovo soggetto politico. Aggiunta che viene nel dibattito politico soprattutto da una valutazione e una scelta del gruppo dirigente dei DS.
E dunque non è solo lista unica. Lo dimostra anche il fatto che, se fosse solo la lista, il percorso indicato sarebbe ampiamente sovradimensionato. Che bisogno c’è di assemblee congressuali e di referendum per decidere su una lista elettorale in una singola competizione? Basterebbe un buon dibattito in direzione. Ci si potrebbe serenamente misurare sulla convenienza di una lista unica in una elezione proporzionale, in cui generalmente le liste separate ottengono migliori risultati. Ma in realtà la proposta non è questa. E lo capiamo chiedendoci se è vero o no che dal 2004 in poi, sulle schede delle elezioni a venire, l’ipotesi reale è che non ci sia più un simbolo dei DS.
E dunque non è solo lista unica. Lo dice il disagio evidente del gruppo dirigente del partito quando si tocca il tema del nuovo soggetto politico. Eppure, basterebbero una parola finalmente chiara: i DS mantengono il proprio simbolo, il proprio statuto, la propria identità, partecipano alle elezioni in coalizione, ma con proprie liste e candidature. E invece viene la proposta di assemblee dei DS, della Margherita e dello SDI nello stesso giorno. Cosa è, se non l’anticipazione mediatica del futuro e nuovo soggetto politico? Magari di qui a un poco a qualcuno verrà in mente che quelle assemblee si facciano non solo nello stesso giorno, ma anche nello stesso luogo.
L’obiettivo vero è il partito federativo, e ancor più il partito unico. Ma allora il percorso che si propone è largamente sottodimensionato, ed anzi inidoneo rispetto al fine.
Partito federativo e partito unico non sono questione di mera opportunità politica, su cui è sempre lecito dividersi. Si tratta invece di scelte che toccano lo statuto, la costituzione del partito, la regola delle regole, che nessuno può violare.
Perché c’è una rilevanza statutaria? Nel partito federativo per definizione abbiamo una cessione di sovranità. Gli organi federali sono titolari di quella quota. Ora, lo Statuto dei DS prevede possibili cessioni di sovranità. Ma, badate bene, per la coalizione, espressamente richiamata a tal fine. Solo verso la coalizione si può cedere sovranità ai sensi dello statuto. E c’è una differenza di fondo: che la coalizione è intrinsecamente temporanea, e finalizzata al governo; in essa ogni partito mantiene con chiarezza la sua identità, il suo progetto politico. Non così la federazione, che è un soggetto organizzato, con un suo statuto, un suo progetto politico.
In ogni caso, il partito federativo è solo una fase transitoria. Il vero obiettivo è il nuovo soggetto politico. E qui si svela in modo netto il contrasto con lo statuto. Una cosa è certa. Il nuovo partito non potrebbe essere un partito socialista, appartenente al PSE, la famiglia del socialismo europeo. Qui è il punto. Per statuto noi siamo appunto questo: un partito che si colloca nella tradizione socialista, ha un progetto politico socialista, appartiene al PSE, al socialismo europeo. Lo dice lo statuto, non io, non voi.
Perciò chiediamo un congresso. Solo un congresso può toccare lo statuto. Un congresso, con le sue garanzie procedurali di confronto paritario, di voto libero ed eguale, di platea definita di aventi diritto al voto. Un Congresso, e non un’Assemblea congressuale, che non si può certo ritenere equivalente. L’Assemblea nasce in un congresso e ne è espressione, fino al successivo. Non può modificare lo statuto, se non su esplicito mandato del congresso, che in questo caso non c’è. Nella specie, l’Assemblea esprimerebbe gli equilibri di Pesaro, e non quelli di un partito che si è misurato sui quesiti di oggi. Proprio questi dimostrano che la geografia interna del dopo Pesaro è un pezzo di archeologia politica. Ed è davvero una singolare contraddizione: il segretario con la sua proposta certifica il definitivo superamento del congresso di Pesaro, e al tempo stesso chiama in campo proprio l’organo che nasce da quel congresso. Più giusta e corretta è la via scelta dalla Margherita, che anticipa un pezzo del futuro congresso.
Questi sono i profili formali. Ma c’è anche una sostanza, una ragione politica. Altra cosa è stare in coalizione con altri soggetti politici, altra avere forme organizzative comuni. Non sfugge a nessuno che tra DS e Margherita esistano diversità rilevanti. Sono legittime. Letta dice no allo sciopero per le pensioni ed il welfare. Non è un caso. Le diversità sono evidenti: i diritti di chi lavora, la scuola pubblica, la fecondazione assistita oggi, e forse la legge sull’aborto domani, il rapporto tra pubblico e privato nell’economia e nei servizi. Posizioni con cui è indispensabile mediare nell’azione di governo. Ma la necessaria sintesi sul piano del governo non comporta l’abbandono dell’identità e del progetto politico del partito. Quando si comprimono oltre misura posizioni politiche diverse in un unico soggetto politico, i risultati possibili sono due. Se i contenuti diversi vivono comunque, allora il soggetto politico diventa afasico, per l’impossibilità di scegliere. Questa è stata in molte occasioni l’esperienza dell’Ulivo, e dello stesso correntone. Oppure i contenuti diversi non vivono davvero, ad esempio perché le decisioni sono assunte in un circolo ristretto ed esclusivo – come il club dei segretari - passando poi all’approvazione frettolosa in sedi assembleari dove si decide a maggioranza: una forma oligarchico-plebiscitaria. Qualche esperimento in tal senso è vissuto ad esempio nelle assemblee dei parlamentari dell’Ulivo, in cui dall’introduzione del segretario attraverso pochissimi interventi si è giunti - con la scusa dei tempi stretti e del gran numero di partecipanti - a comprimere il dibattito e soprattutto il dissenso. Se questo è già accaduto nella forma soft della coalizione, figuriamoci cosa può accadere nella forma hard del partito federativo, e ancor più del partito unico dei riformisti. Quindi, non si meravigli nessuno se di fronte alla proposta di partito federativo o di partito unico rispondiamo: no, grazie, abbiamo già dato.
Il problema non l’abbiamo posto noi. Noi non abbiamo bisogno di diventare un partito socialista. Lo siamo già. Lo dice lo statuto, lo dicono i deliberati congressuali. Non c’è organo o autorità di questo partito oggi legittimato a dire il contrario. E comunque su chi afferma il contrario cade l’onere della prova, non su di noi. Su chi afferma il contrario cade l’obbligo di seguire le corrette procedure per cambiare la natura di questo partito, non su di noi. Non ci si autoscioglie per esternazione di segretario. Compagne e compagni, noi sappiamo di essere nel giusto.
Socialismo 2000, con i compagni del 14 luglio e quanti vorranno essere con noi, porrà il caso alla direzione nazionale di domani, che probabilmente deciderà con un voto. Ma dobbiamo sapere che la vicenda non finisce domani. Inizia domani. Si apre comunque un percorso, e dobbiamo anzitutto sapere che non si sarebbe aperto senza la battaglia da noi svolta fin qui. La maggioranza aveva in testa altro. E anche il correntone avrebbe preso una strada molto diversa. Inizia un percorso che noi dobbiamo arricchire di contenuti, di riflessioni, di confronti. Dobbiamo pretendere ed imporre che non si risolva tutto nella scelta tra un si o un no alla lista unica per le europee. Se così fosse avremmo sprecato il tempo nostro, e di tutti gli iscritti al partito. Abbiamo un percorso che coinvolgerà tutto il partito. Qui è l’occasione per noi di far vivere e di misurare un progetto politico. Il nostro progetto politico. Un manifesto per una sinistra socialista e di governo, dentro e fuori dei DS, e il progetto politico di un partito di sinistra, socialista e di governo, un partito che sappia parlare non solo il linguaggio delle compatibilità economiche, ma anche – e di nuovo - il linguaggio dei diritti, della libertà e dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della tutela dei più deboli. Un partito che dia nuova centralità e rappresentanza politica al mondo del lavoro nelle forme antiche e in quelle nuove, e sappia combattere le moderne schiavitù come la sinistra nella sua storia ha combattuto quelle del passato. Un partito che nelle istituzioni riscopra il ruolo della rappresentanza politica democratica e contrasti la crescente personalizzazione della politica e le pulsioni leaderistiche di un bipolarismo forzato e perennemente instabile. Un partito che dia fondamento alle speranze di tante donne e uomini di questo paese. Un partito socialista: perché socialismo non è parola vuota e altisonante; è progetto, è politiche pubbliche, è indirizzi di governo.
Badate, solo noi chiederemo questo. Chi oggi balbetta di fronte al futuro prefigurato dalla maggioranza del partito farà anche una battaglia di bandiera, ma non andrà oltre. Ed è qui la differenza che segna la nostra posizione. La nostra non deve essere soltanto una battaglia di bandiera.
Noi non vogliamo solo impedire che i DS si spostino a destra, come dice Mussi. Noi vogliamo che i DS si spostino a sinistra. Questo era già il nostro obiettivo a Pesaro, era quel che il correntone avrebbe dovuto fare per la stessa ragione della sua nascita, e non ha fatto per il suo immobilismo politico. Noi continuiamo a pensare che la frana di consenso ai DS si sia fermata per i piccoli passi fatti – pur con tante incertezze e timidezze – nel senso di un recupero dell’identità di sinistra. Bisogna insistere e consolidare quei piccoli passi. Una partita non giocata in difesa, ma al contrario all’attacco.
E dunque non dobbiamo limitarci nei prossimi mesi a discutere di Prodi e D’Alema, Fassino e Veltroni, o Rutelli. Dobbiamo porre delle domande a noi stessi e a tutte le compagne e i compagni, e a tutta la sinistra anche fuori del partito. Le domande che ci vengono dalla nostra storia, certo, ma anche dalla vita quotidiana, dall’esperienza di oggi. Ha diritto o no chi lavora a un’esistenza libera e dignitosa, come dice la nostra Costituzione? Sono ancora vere per noi queste parole bellissime, consegnateci dalla Costituzione del 1948? Ha diritto o no una donna alla sua maternità, senza dovere per questo temere di perdere il posto di lavoro? Ha diritto o no un giovane a una scuola pubblica di qualità che lo prepari davvero al domani, una scuola libera, laica, aperta a tutti? Ha diritto o no una persona avanti negli anni a una pensione decente? Ha diritto o no un anziano a non morire, in una notte troppo calda di un’estate troppo lunga? Troviamo ancora in questo il senso del nostro stare insieme? O non più?
Compagne e compagni, questa è la posta in gioco, questo il compito che ci aspetta. E l’augurio e la volontà di oggi sono che nessuno di noi - nei mesi difficili che ci attendono – venga meno a questo compito, e abbandoni il campo.
Lista unica per le europee, partito federativo,
partito unico dei riformisti.
Di Massimo Villone
I. L’opzione strategica moderata
La proposta messa in campo negli ultimi due mesi, oggi precisata come lista unica per le europee, partito federativo e in prospettiva partito unico dei riformisti, non è il prodotto di un occasionale confronto estivo di ceto politico. Si presenta, piuttosto, come fase di una complessa opzione strategica in atto da anni, già vissuta nelle principali vicende politiche e istituzionali.
L’opzione è fondata su alcuni elementi essenziali:
a) scelta di un sistema bipolare, fondato su un sistema elettorale di impianto maggioritario;
b) competizione per il governo fortemente orientata verso il centro dello schieramento politico.
Queste variabili sono state ripetutamente ed esplicitamente affermate, negli atti ufficiali delle forze politiche dell’Ulivo, nei programmi, nell’azione di governo e nei comportamenti politicamente rilevanti adottati dai principali attori. Altre due variabili entrano a comporre l’opzione strategica richiamata, pur non poste con esplicita e pari chiarezza come le precedenti:
c) in un sistema bipolare la partecipazione politica, ed in specie la partecipazione alle competizioni elettorali, è fisiologicamente bassa, non lontana dalla metà degli aventi diritto al voto. Qualunque strategia di vittoria elettorale deve puntare ai cittadini attivi, senza puntare al recupero di quelli che si sono emarginati rispetto ad una scelta di partecipazione;
d) è opportuno che agli interessi non realisticamente suscettibili di trovare risposta nelle condizioni di oggi non si offra una voce politicamente rilevante. Tali interessi sarebbero ostativi ad una strategia efficace nella competizione per il governo, e alla stessa azione di governo in caso di vittoria. In ogni caso, tali interessi sono in generale quelli riferibili alle fasce deboli, e tendono a rientrare nella fascia di non partecipazione.
In sintesi, l’opzione strategica moderata si fonda su:
a) bipolarismo
b) competizione al centro
c) bassa partecipazione
d) taglio degli interessi non rappresentabili
Va compreso che si tratta appunto di un opzione strategica. Essa si collega alle riflessioni e alle analisi che trovano nella crisi fiscale dello Stato un passaggio cruciale per la moderna socialdemocrazia, messa alla prova dalla difficoltà di trovare le crescenti risorse necessarie a soddisfare la domanda di promozione, equità sociale ed inclusione da essa stessa generata. È anche per questo - non per mera disattenzione o pressappochismo politico - che l’opzione moderata assume l’esistenza di un’area di interessi non suscettibili di essere efficacemente rappresentati, e che dunque non possono e non devono essere posti a base della strategia di una sinistra di governo.
Nell’esperienza concreta, l’opzione moderata trova riscontri significativi in grandi sistemi democratici di antica tradizione, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In tali sistemi essa si mostra sostanzialmente realizzata e, dal punto di vista di chi l’adotta, vincente. Un’opzione moderata, dunque, che va affrontata nella sua valenza strategica. Essa non va banalizzata nei meri termini di ceto politico in cerca di collocazione, che si vuole in specie definire a un tavolo centralizzato di trattativa per evitare l’oggettivo e puntuale vaglio di un consenso elettorale effettivo e misurato. Indubbiamente, anche le vicende personali e di gruppo sono rilevanti in questo caso – come sempre, in politica – ma non forniscono la chiave di lettura principale, e tanto meno conclusiva.
Nel nostro paese l’opzione richiamata è in campo da anni. In essa si evidenzia il filo che lega i principali momenti della vicenda politica e istituzionale sul versante dell’Ulivo, inclusa l’azione dei governi della scorsa legislatura. Si spiegano scelte decisive, come quella di puntare a una politica fiscale che assuma non diversamente dal centrodestra la diminuzione del carico fiscale come obiettivo primario; quella di non considerare prioritaria una decisa azione a favore delle fasce deboli, ad esempio sul piano delle pensioni minime, o di una vera questione salariale; quella di non ritenere strategica la legge sulla rappresentanza sindacale. Si spiegano le proposte sul piano delle istituzioni, complessivamente tendenti a depotenziare la funzione della rappresentanza politica. Si spiega la scelta di non giungere a un accordo con RC nelle elezioni del 2001, che non appare solo frutto di un’occasionale impossibilità dell’accordo medesimo, ma anche dell’esigenza strategica di puntare alla vittoria escludendo RC e gli interessi da questo partito rappresentati. Si spiega la scelta sul referendum per l’art. 18, effetto non solo della paura di perdere, ma anche della necessità che non diventassero inevitabilmente da rappresentare interessi in ipotesi non rappresentabili. Si comprende la spinta all’Ulivo stretto, la tendenza ad escludere da passaggi significativi altre componenti come Verdi e PDCI, le forzature nell’esperienza parlamentare come il tentativo di pervenire a un singolo gruppo e al coordinamento unico anche escludendo alcuni segmenti dell’Ulivo. Si comprende la vicenda del correntone DS, in parte del quale l’opzione moderata ha vissuto esattamente in parallelo con la maggioranza del partito, creando un’ambiguità che la rottura del 14 luglio – lungi dall’essere frutto di una questione di ceto politico - ha contribuito ad avviare a chiarimento. E si spiega oggi la proposta di lista unica, e di partito federativo come fase transitoria verso un partito unico dei riformisti.
Il fatto che si tratti di una opzione strategica ci dice che rimarrà in campo. Anche se la discussione in corso si chiudesse senza risultato, e non si giungesse alla lista unica per le europee, la questione tornerebbe, nella stessa o in altra forma. Ed è chiaro che l’esito più coerente con l’opzione strategica moderata è comunque la nascita di un nuovo soggetto politico, identificabile oggi nel partito unico dei riformisti, e non lontano da quello che in altri momenti si chiamava partito democratico. Un nuovo partito.
II. L’opzione moderata è vincente?
Una domanda è da porre pregiudizialmente: l’opzione moderata può in concreto realizzarsi nell’esperienza italiana, analogamente a quanto vediamo in altri paesi? Se così fosse, pur rimanendo giusto e necessario un confronto di principio, chi dissente potrebbe trovarsi nella prospettiva di una sostanziale emarginazione, e di una battaglia minoritaria destinata a sicura sconfitta.
Non basterebbe rammentare che nelle elezioni del 2001 per molti versi è proprio l’opzione moderata che ha vissuto nel confronto tra l’Ulivo e il centrodestra, e ha perso. Il tempo trascorso, le mutate condizioni di oggi, la prova fallimentare del governo Berlusconi potrebbero consentire una valutazione diversa. Ma la risposta rimane comunque negativa.
Il nodo cruciale è nel fatto che il taglio degli interessi non rappresentabili, e la loro collocazione nell’area del politicamente irrilevante, è destinato a fallire nelle concrete condizioni del sistema italiano. Il taglio è possibile nei sistemi in cui non esiste - per le specificità del sistema politico e istituzionale - un contenitore politico utile. Ma nell’esperienza italiana un contenitore esiste, in particolare a sinistra nei DS e/o fuori dei DS, e continuerà ad esistere per ragioni non occasionali, ma di sistema. In specie, il maggioritario adottato in Italia ha aumentato la frammentazione, consegnando un sostanziale swing vote a forze politiche minori collocate sui versanti opposti delle coalizioni sia di centrodestra che di centrosinistra. Forse, questa condizione potrebbe essere in tempi medi o lunghi superata con l’adozione di un maggioritario secco all’inglese. Ma, per la struttura delle coalizioni, non sussistono allo stato le condizioni in cui tale scelta possa - con qualsiasi maggioranza - realizzarsi.
Ne segue, guardando dalla sinistra dei DS, che gli interessi che l’opzione moderata assume come non rappresentabili sarebbero comunque rappresentati, al di fuori del partito unico riformista. Questo dato si mostra fondato in specie considerando che l’ambito degli interessi non rappresentabili copre in ampia parte il mondo del lavoro, le fasce deboli interessate a incisive politiche di welfare, il mezzogiorno. In ogni caso, gli interessi non rappresentabili sono necessari a vincere, perché il partito unico non è abbastanza forte. Questo dato è assunto in partenza dagli stessi proponenti, che collocano il partito unico intorno al 30/35%. Nella migliore delle ipotesi, non un partito maggioritario e legittimato a governare, ma semplicemente un partito di maggioranza relativa nell’ambito di una coalizione di governo. Il vero termine di raffronto è il maggior partito della coalizione contrapposta, e non la soglia del consenso necessario a vincere nella competizione per il governo. Ma si lasciano così fuori del partito unico soggetti politici che rappresentano dal 15 al 20% del corpo elettorale attivo e votante, e che si trovano nella condizione di interlocutori inevitabili e partners necessari di coalizione, indispensabili a vincere.
È dunque la stessa opzione moderata che definisce i limiti della propria efficacia, e le condizioni del proprio insuccesso. Contemporaneamente pone i parametri per l’iniziativa di chi dissente.
III. Per una proposta socialista.
Qual è lo spazio politico utile di dissenso rispetto all’opzione moderata? Anzitutto, un’opzione diversa – proprio per la valenza strategica di quella - deve distaccarsi nell’impianto.
In questa prospettiva, vanno capovolte le due premesse di fondo dell’opzione moderata concernenti il taglio degli interessi rappresentabili e la bassa partecipazione elettorale, puntando invece all’inclusione e al recupero dei voti perduti a sinistra. E va formulato un progetto politico che nel merito le svolga coerentemente, dalla politica fiscale alla formulazione di puntuali indirizzi di governo, passando per la definizione di una strategia di redistribuzione delle risorse. Respingendo, in specie, il banale tentativo di qualificare il progetto come espressione di un radicalismo astratto, incapace di competere per il governo in quanto racchiuso nel recinto di uno sterile massimalismo.
Socialismo 2000 ha – fin dalla sua nascita – immediatamente posto il problema del recupero dei tre milioni di voti persi a sinistra, in un astensionismo elettorale derivante dal moderatismo del progetto politico e dell’azione di governo dell’Ulivo. Ed ha già in buona parte avanzato proposte di merito, dai diritti dei lavoratori alle politiche istituzionali, esattamente in linea con le considerazioni qui svolte. Tali proposte vanno ora composte in un progetto di moderno riformismo che non si risolva in una etichetta generica e insignificante, ma possa correttamente definirsi come riformismo socialista, in coerenza con lo statuto del partito dei DS e con le convinzioni delle donne e degli uomini iscritti al partito. Questo progetto va portato nel dibattito politico, per contribuire a orientarne i contenuti e le scelte conseguenti.
Ma quali sono gli interlocutori? Vanno cercati in due direzioni.
1. Il partito dei DS.
Questo è in principio politicamente dovuto, e in concreto risponde a criteri di utilità politica.
In primo luogo, è dovuto alle compagne e ai compagni che hanno seguito Socialismo 2000 dalla sua nascita, e a quanti hanno visto nel correntone la possibilità di una linea più incisivamente spostata a sinistra. A tutti è dovuto il tentativo di contribuire alla linea del partito orientandola in tal senso.
È dovuto a tutte le compagne e i compagni dei DS, ai quali atti formali, precisi deliberati congressuali e lo statuto hanno indicato e indicano il progetto politico di un moderno partito socialista come punto di approdo della complessa evoluzione iniziata con la svolta. Tanto che l’opzione del partito unico riformista, e le scelte preparatorie e funzionali a quel progetto, potrebbero correttamente realizzarsi solo attraverso un percorso di natura congressuale.
È atto politicamente utile. Se l’opzione moderata e in specie quella del partito unico riformista non sono come tali in grado di conseguire un consenso maggioritario, è chiara l’opportunità che rimangano nei DS una posizione, una proposta e una progettualità nel segno di un riformismo autenticamente socialista. Non avrebbe senso alcuno, nemmeno per una maggioranza del partito orientata in senso diverso, lasciare completamente il campo ad altri soggetti politici, con i quali si dovrebbe poi comunque andare ad una trattativa e ad un accordo inevitabili.
2. I soggetti politici esterni ai DS.
Se l’opzione moderata si contrasta dando voce e rappresentanza agli interessi che quella opzione vorrebbe escludere, a partire dal lavoro, è evidente la necessità di una interlocuzione con i soggetti politici – partiti, sindacato, movimenti - portatori dei medesimi interessi, o di interessi affini. Quali che siano l’effetto e le conseguenze dell’iniziativa nel partito dei DS, infatti, tale interlocuzione produrrà comunque un risultato utile.
Al minimo, contribuirà a portare con maggior forza quegli interessi all’attenzione di tutto il centrosinistra, aumentandone il peso ai fini dei programmi e dell’azione di governo.
Al massimo, contribuirà a una ridefinizione della geografia politica della sinistra, e all’evoluzione del sistema politico nel suo complesso.
In ogni caso, contribuirà ad ampliare i consensi per il centrosinistra, e dunque a determinare la sconfitta politica ed elettorale delle forze politiche che oggi governano il paese.
24 settembre 2003
partito unico dei riformisti.
Di Massimo Villone
I. L’opzione strategica moderata
La proposta messa in campo negli ultimi due mesi, oggi precisata come lista unica per le europee, partito federativo e in prospettiva partito unico dei riformisti, non è il prodotto di un occasionale confronto estivo di ceto politico. Si presenta, piuttosto, come fase di una complessa opzione strategica in atto da anni, già vissuta nelle principali vicende politiche e istituzionali.
L’opzione è fondata su alcuni elementi essenziali:
a) scelta di un sistema bipolare, fondato su un sistema elettorale di impianto maggioritario;
b) competizione per il governo fortemente orientata verso il centro dello schieramento politico.
Queste variabili sono state ripetutamente ed esplicitamente affermate, negli atti ufficiali delle forze politiche dell’Ulivo, nei programmi, nell’azione di governo e nei comportamenti politicamente rilevanti adottati dai principali attori. Altre due variabili entrano a comporre l’opzione strategica richiamata, pur non poste con esplicita e pari chiarezza come le precedenti:
c) in un sistema bipolare la partecipazione politica, ed in specie la partecipazione alle competizioni elettorali, è fisiologicamente bassa, non lontana dalla metà degli aventi diritto al voto. Qualunque strategia di vittoria elettorale deve puntare ai cittadini attivi, senza puntare al recupero di quelli che si sono emarginati rispetto ad una scelta di partecipazione;
d) è opportuno che agli interessi non realisticamente suscettibili di trovare risposta nelle condizioni di oggi non si offra una voce politicamente rilevante. Tali interessi sarebbero ostativi ad una strategia efficace nella competizione per il governo, e alla stessa azione di governo in caso di vittoria. In ogni caso, tali interessi sono in generale quelli riferibili alle fasce deboli, e tendono a rientrare nella fascia di non partecipazione.
In sintesi, l’opzione strategica moderata si fonda su:
a) bipolarismo
b) competizione al centro
c) bassa partecipazione
d) taglio degli interessi non rappresentabili
Va compreso che si tratta appunto di un opzione strategica. Essa si collega alle riflessioni e alle analisi che trovano nella crisi fiscale dello Stato un passaggio cruciale per la moderna socialdemocrazia, messa alla prova dalla difficoltà di trovare le crescenti risorse necessarie a soddisfare la domanda di promozione, equità sociale ed inclusione da essa stessa generata. È anche per questo - non per mera disattenzione o pressappochismo politico - che l’opzione moderata assume l’esistenza di un’area di interessi non suscettibili di essere efficacemente rappresentati, e che dunque non possono e non devono essere posti a base della strategia di una sinistra di governo.
Nell’esperienza concreta, l’opzione moderata trova riscontri significativi in grandi sistemi democratici di antica tradizione, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In tali sistemi essa si mostra sostanzialmente realizzata e, dal punto di vista di chi l’adotta, vincente. Un’opzione moderata, dunque, che va affrontata nella sua valenza strategica. Essa non va banalizzata nei meri termini di ceto politico in cerca di collocazione, che si vuole in specie definire a un tavolo centralizzato di trattativa per evitare l’oggettivo e puntuale vaglio di un consenso elettorale effettivo e misurato. Indubbiamente, anche le vicende personali e di gruppo sono rilevanti in questo caso – come sempre, in politica – ma non forniscono la chiave di lettura principale, e tanto meno conclusiva.
Nel nostro paese l’opzione richiamata è in campo da anni. In essa si evidenzia il filo che lega i principali momenti della vicenda politica e istituzionale sul versante dell’Ulivo, inclusa l’azione dei governi della scorsa legislatura. Si spiegano scelte decisive, come quella di puntare a una politica fiscale che assuma non diversamente dal centrodestra la diminuzione del carico fiscale come obiettivo primario; quella di non considerare prioritaria una decisa azione a favore delle fasce deboli, ad esempio sul piano delle pensioni minime, o di una vera questione salariale; quella di non ritenere strategica la legge sulla rappresentanza sindacale. Si spiegano le proposte sul piano delle istituzioni, complessivamente tendenti a depotenziare la funzione della rappresentanza politica. Si spiega la scelta di non giungere a un accordo con RC nelle elezioni del 2001, che non appare solo frutto di un’occasionale impossibilità dell’accordo medesimo, ma anche dell’esigenza strategica di puntare alla vittoria escludendo RC e gli interessi da questo partito rappresentati. Si spiega la scelta sul referendum per l’art. 18, effetto non solo della paura di perdere, ma anche della necessità che non diventassero inevitabilmente da rappresentare interessi in ipotesi non rappresentabili. Si comprende la spinta all’Ulivo stretto, la tendenza ad escludere da passaggi significativi altre componenti come Verdi e PDCI, le forzature nell’esperienza parlamentare come il tentativo di pervenire a un singolo gruppo e al coordinamento unico anche escludendo alcuni segmenti dell’Ulivo. Si comprende la vicenda del correntone DS, in parte del quale l’opzione moderata ha vissuto esattamente in parallelo con la maggioranza del partito, creando un’ambiguità che la rottura del 14 luglio – lungi dall’essere frutto di una questione di ceto politico - ha contribuito ad avviare a chiarimento. E si spiega oggi la proposta di lista unica, e di partito federativo come fase transitoria verso un partito unico dei riformisti.
Il fatto che si tratti di una opzione strategica ci dice che rimarrà in campo. Anche se la discussione in corso si chiudesse senza risultato, e non si giungesse alla lista unica per le europee, la questione tornerebbe, nella stessa o in altra forma. Ed è chiaro che l’esito più coerente con l’opzione strategica moderata è comunque la nascita di un nuovo soggetto politico, identificabile oggi nel partito unico dei riformisti, e non lontano da quello che in altri momenti si chiamava partito democratico. Un nuovo partito.
II. L’opzione moderata è vincente?
Una domanda è da porre pregiudizialmente: l’opzione moderata può in concreto realizzarsi nell’esperienza italiana, analogamente a quanto vediamo in altri paesi? Se così fosse, pur rimanendo giusto e necessario un confronto di principio, chi dissente potrebbe trovarsi nella prospettiva di una sostanziale emarginazione, e di una battaglia minoritaria destinata a sicura sconfitta.
Non basterebbe rammentare che nelle elezioni del 2001 per molti versi è proprio l’opzione moderata che ha vissuto nel confronto tra l’Ulivo e il centrodestra, e ha perso. Il tempo trascorso, le mutate condizioni di oggi, la prova fallimentare del governo Berlusconi potrebbero consentire una valutazione diversa. Ma la risposta rimane comunque negativa.
Il nodo cruciale è nel fatto che il taglio degli interessi non rappresentabili, e la loro collocazione nell’area del politicamente irrilevante, è destinato a fallire nelle concrete condizioni del sistema italiano. Il taglio è possibile nei sistemi in cui non esiste - per le specificità del sistema politico e istituzionale - un contenitore politico utile. Ma nell’esperienza italiana un contenitore esiste, in particolare a sinistra nei DS e/o fuori dei DS, e continuerà ad esistere per ragioni non occasionali, ma di sistema. In specie, il maggioritario adottato in Italia ha aumentato la frammentazione, consegnando un sostanziale swing vote a forze politiche minori collocate sui versanti opposti delle coalizioni sia di centrodestra che di centrosinistra. Forse, questa condizione potrebbe essere in tempi medi o lunghi superata con l’adozione di un maggioritario secco all’inglese. Ma, per la struttura delle coalizioni, non sussistono allo stato le condizioni in cui tale scelta possa - con qualsiasi maggioranza - realizzarsi.
Ne segue, guardando dalla sinistra dei DS, che gli interessi che l’opzione moderata assume come non rappresentabili sarebbero comunque rappresentati, al di fuori del partito unico riformista. Questo dato si mostra fondato in specie considerando che l’ambito degli interessi non rappresentabili copre in ampia parte il mondo del lavoro, le fasce deboli interessate a incisive politiche di welfare, il mezzogiorno. In ogni caso, gli interessi non rappresentabili sono necessari a vincere, perché il partito unico non è abbastanza forte. Questo dato è assunto in partenza dagli stessi proponenti, che collocano il partito unico intorno al 30/35%. Nella migliore delle ipotesi, non un partito maggioritario e legittimato a governare, ma semplicemente un partito di maggioranza relativa nell’ambito di una coalizione di governo. Il vero termine di raffronto è il maggior partito della coalizione contrapposta, e non la soglia del consenso necessario a vincere nella competizione per il governo. Ma si lasciano così fuori del partito unico soggetti politici che rappresentano dal 15 al 20% del corpo elettorale attivo e votante, e che si trovano nella condizione di interlocutori inevitabili e partners necessari di coalizione, indispensabili a vincere.
È dunque la stessa opzione moderata che definisce i limiti della propria efficacia, e le condizioni del proprio insuccesso. Contemporaneamente pone i parametri per l’iniziativa di chi dissente.
III. Per una proposta socialista.
Qual è lo spazio politico utile di dissenso rispetto all’opzione moderata? Anzitutto, un’opzione diversa – proprio per la valenza strategica di quella - deve distaccarsi nell’impianto.
In questa prospettiva, vanno capovolte le due premesse di fondo dell’opzione moderata concernenti il taglio degli interessi rappresentabili e la bassa partecipazione elettorale, puntando invece all’inclusione e al recupero dei voti perduti a sinistra. E va formulato un progetto politico che nel merito le svolga coerentemente, dalla politica fiscale alla formulazione di puntuali indirizzi di governo, passando per la definizione di una strategia di redistribuzione delle risorse. Respingendo, in specie, il banale tentativo di qualificare il progetto come espressione di un radicalismo astratto, incapace di competere per il governo in quanto racchiuso nel recinto di uno sterile massimalismo.
Socialismo 2000 ha – fin dalla sua nascita – immediatamente posto il problema del recupero dei tre milioni di voti persi a sinistra, in un astensionismo elettorale derivante dal moderatismo del progetto politico e dell’azione di governo dell’Ulivo. Ed ha già in buona parte avanzato proposte di merito, dai diritti dei lavoratori alle politiche istituzionali, esattamente in linea con le considerazioni qui svolte. Tali proposte vanno ora composte in un progetto di moderno riformismo che non si risolva in una etichetta generica e insignificante, ma possa correttamente definirsi come riformismo socialista, in coerenza con lo statuto del partito dei DS e con le convinzioni delle donne e degli uomini iscritti al partito. Questo progetto va portato nel dibattito politico, per contribuire a orientarne i contenuti e le scelte conseguenti.
Ma quali sono gli interlocutori? Vanno cercati in due direzioni.
1. Il partito dei DS.
Questo è in principio politicamente dovuto, e in concreto risponde a criteri di utilità politica.
In primo luogo, è dovuto alle compagne e ai compagni che hanno seguito Socialismo 2000 dalla sua nascita, e a quanti hanno visto nel correntone la possibilità di una linea più incisivamente spostata a sinistra. A tutti è dovuto il tentativo di contribuire alla linea del partito orientandola in tal senso.
È dovuto a tutte le compagne e i compagni dei DS, ai quali atti formali, precisi deliberati congressuali e lo statuto hanno indicato e indicano il progetto politico di un moderno partito socialista come punto di approdo della complessa evoluzione iniziata con la svolta. Tanto che l’opzione del partito unico riformista, e le scelte preparatorie e funzionali a quel progetto, potrebbero correttamente realizzarsi solo attraverso un percorso di natura congressuale.
È atto politicamente utile. Se l’opzione moderata e in specie quella del partito unico riformista non sono come tali in grado di conseguire un consenso maggioritario, è chiara l’opportunità che rimangano nei DS una posizione, una proposta e una progettualità nel segno di un riformismo autenticamente socialista. Non avrebbe senso alcuno, nemmeno per una maggioranza del partito orientata in senso diverso, lasciare completamente il campo ad altri soggetti politici, con i quali si dovrebbe poi comunque andare ad una trattativa e ad un accordo inevitabili.
2. I soggetti politici esterni ai DS.
Se l’opzione moderata si contrasta dando voce e rappresentanza agli interessi che quella opzione vorrebbe escludere, a partire dal lavoro, è evidente la necessità di una interlocuzione con i soggetti politici – partiti, sindacato, movimenti - portatori dei medesimi interessi, o di interessi affini. Quali che siano l’effetto e le conseguenze dell’iniziativa nel partito dei DS, infatti, tale interlocuzione produrrà comunque un risultato utile.
Al minimo, contribuirà a portare con maggior forza quegli interessi all’attenzione di tutto il centrosinistra, aumentandone il peso ai fini dei programmi e dell’azione di governo.
Al massimo, contribuirà a una ridefinizione della geografia politica della sinistra, e all’evoluzione del sistema politico nel suo complesso.
In ogni caso, contribuirà ad ampliare i consensi per il centrosinistra, e dunque a determinare la sconfitta politica ed elettorale delle forze politiche che oggi governano il paese.
24 settembre 2003
10.15.2003
Cgil Bologna. Melloni: Comune e imprese, miopia perdente.
Assemblea con Epifani. Il Sindacato chiede fondo per il welfare
---------------------------------------------------------------
La giunta di Guazzaloca in quattro anni di amministrazione "non ha aperto un solo nido nuovo".
Dal palco del Teatro Testoni di via Matteotti, il Segretario generale della Cgil di Bologna, Cesare Melloni, attacca l'amministrazione che guida palazzo d'Accursio e dice: "Noi vogliamo discutere con l'amministrazione non solo di spesa corrente e ordinaria manutenzione, ma anche di investimenti e di progetti" per lo sviluppo del territorio e la sua qualita'.
All'assemblea territoriale dei quadri e dei delegati della confederazione generale del lavoro, Melloni apre i lavori ai quali prende parte, tra gli altri, il numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani. Melloni affronta i temi nazionali e annuncia una massiccia campagna di "controinformazione" per rispondere all'"offensiva comunicativa" annunciata dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi in tema di riforma delle pensioni. "Attraverso le centinaia di assemblee nei luoghi di lavoro e nel territorio- dice Melloni- dobbiamo svolgere una capillare opera di controinformazione. un lavoro grande ci attende. decisiva e' la chiarezza degli argomenti e del linguaggio". Ma, soprattutto, Melloni si rivolge alla platea per affrontare le questioni "di casa".
Bologna "e' giunta ad un passaggio cruciale della propria vicenda economica- dice- l'elemento che detta maggiore preoccupazione e' rappresentato dalla perdita di quel tratto peculiare del nostro territorio che, anche nei momenti piu' difficili del ciclo congiunturale, gli consentiva di preservare una dinamica produttiva in controtendenza rispetto a quella nazionale". insomma, sotto le due torri e nella provincia bolognese e' venuto meno quel "differenziale" positivo che dava impulso all'economia e la trascinava ai primi posti nella classifica nazionale.
Ma non e' tutto. Anche qui si assiste ad una tendenza, nel sistema imprenditoriale, a ripiegare sulla "competizione bassa", a comprimere cioe' i costi del lavoro, della sicurezza e a precarizzare i rapporti di lavoro. Melloni cita i dati: il 6% delle imprese ispezionate risulta non in regola e un quarto opera in nero. gli infortuni sul lavoro restano stabili (-0,5%) e quelli mortali sono addirittura aumentati del 9%. melloni punta il dito soprattutto nei confronti di quelle imprese che non hanno saputo fare dell'innovazione un elemento di crescita. tra queste anche l'ortopedia rizzoli dove "occorrerebbe procedere in tutt'altra direzione rispetto a quella prospettata dall'azienda" che si concentra nella compressione dei costi e sembra incapace di innovare. melloni parla anche del Comune di Bologna, per ricordare che, grazie alla quotazione in borsa di Hera, l'amministrazione disporra' di 150 milioni di euro, piu' del 25% del suo bilancio ordinario. Queste risorse, dice il segretario della Cgil bolognese, vanno utilizzate per la comunita'. "Noi chiediamo di discuterne la destinazione- dice- non possiamo accontentarci del gia' deciso". Ma non solo.
Melloni critica la miopia dell'amministrazione comunale che non ha investito nel sistema di welfare, in particolare sui nidi, provocando una lista di attesa di 480 bambini. Da rivedere anche la questione delle "badanti" a domicilio e l'intera rete di assistenza degli anziani. Infine, da affrontare c'e il problema casa: ci vogliono 6000 alloggi pubblici. Insomma: infanzia, anziani, non autosufficienza, casa, sanita', sono questi i temi sui quali si deve aprire un confronto che investa anche le politiche tariffarie. Per Melloni e' necessario costituire "un fondo per le politiche sociali e della casa, finanziati su base territoriale dalle istituzioni locali, dalla regione, dalle fondazioni bancarie, dalle ipab e dal sistema delle imprese".
Assemblea con Epifani. Il Sindacato chiede fondo per il welfare
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La giunta di Guazzaloca in quattro anni di amministrazione "non ha aperto un solo nido nuovo".
Dal palco del Teatro Testoni di via Matteotti, il Segretario generale della Cgil di Bologna, Cesare Melloni, attacca l'amministrazione che guida palazzo d'Accursio e dice: "Noi vogliamo discutere con l'amministrazione non solo di spesa corrente e ordinaria manutenzione, ma anche di investimenti e di progetti" per lo sviluppo del territorio e la sua qualita'.
All'assemblea territoriale dei quadri e dei delegati della confederazione generale del lavoro, Melloni apre i lavori ai quali prende parte, tra gli altri, il numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani. Melloni affronta i temi nazionali e annuncia una massiccia campagna di "controinformazione" per rispondere all'"offensiva comunicativa" annunciata dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi in tema di riforma delle pensioni. "Attraverso le centinaia di assemblee nei luoghi di lavoro e nel territorio- dice Melloni- dobbiamo svolgere una capillare opera di controinformazione. un lavoro grande ci attende. decisiva e' la chiarezza degli argomenti e del linguaggio". Ma, soprattutto, Melloni si rivolge alla platea per affrontare le questioni "di casa".
Bologna "e' giunta ad un passaggio cruciale della propria vicenda economica- dice- l'elemento che detta maggiore preoccupazione e' rappresentato dalla perdita di quel tratto peculiare del nostro territorio che, anche nei momenti piu' difficili del ciclo congiunturale, gli consentiva di preservare una dinamica produttiva in controtendenza rispetto a quella nazionale". insomma, sotto le due torri e nella provincia bolognese e' venuto meno quel "differenziale" positivo che dava impulso all'economia e la trascinava ai primi posti nella classifica nazionale.
Ma non e' tutto. Anche qui si assiste ad una tendenza, nel sistema imprenditoriale, a ripiegare sulla "competizione bassa", a comprimere cioe' i costi del lavoro, della sicurezza e a precarizzare i rapporti di lavoro. Melloni cita i dati: il 6% delle imprese ispezionate risulta non in regola e un quarto opera in nero. gli infortuni sul lavoro restano stabili (-0,5%) e quelli mortali sono addirittura aumentati del 9%. melloni punta il dito soprattutto nei confronti di quelle imprese che non hanno saputo fare dell'innovazione un elemento di crescita. tra queste anche l'ortopedia rizzoli dove "occorrerebbe procedere in tutt'altra direzione rispetto a quella prospettata dall'azienda" che si concentra nella compressione dei costi e sembra incapace di innovare. melloni parla anche del Comune di Bologna, per ricordare che, grazie alla quotazione in borsa di Hera, l'amministrazione disporra' di 150 milioni di euro, piu' del 25% del suo bilancio ordinario. Queste risorse, dice il segretario della Cgil bolognese, vanno utilizzate per la comunita'. "Noi chiediamo di discuterne la destinazione- dice- non possiamo accontentarci del gia' deciso". Ma non solo.
Melloni critica la miopia dell'amministrazione comunale che non ha investito nel sistema di welfare, in particolare sui nidi, provocando una lista di attesa di 480 bambini. Da rivedere anche la questione delle "badanti" a domicilio e l'intera rete di assistenza degli anziani. Infine, da affrontare c'e il problema casa: ci vogliono 6000 alloggi pubblici. Insomma: infanzia, anziani, non autosufficienza, casa, sanita', sono questi i temi sui quali si deve aprire un confronto che investa anche le politiche tariffarie. Per Melloni e' necessario costituire "un fondo per le politiche sociali e della casa, finanziati su base territoriale dalle istituzioni locali, dalla regione, dalle fondazioni bancarie, dalle ipab e dal sistema delle imprese".
10.07.2003
La discussione sul "Partito Riformista"
Pubblichiamo il documento proposto Lunedi' 6 Ottobre, alla riunione della Direzione nazionale dei DS, da 25 compagne e compagni per richiedere un vero e proprio congresso per decidere della costituzione di un "partito riformista".
Il documento è stato respinto ed approvato invece il percorso proposto dal segretario On. Fassino.
Si svolgeranno quindi prima dibattiti nelle Federazioni, poi una Assemblea congressuale, composta quindi dai delegati del Congresso di Pesaro, e poi un Referendum fra gli iscritti.
"Impegno nuovo" intende partecipare a questo processo, pubblicando anche posizioni differenti.
Certamente non puo' non preoccuparci la sbrigatività con la quale il processo è iniziato ed i rischi evidenti di concludere con una ulteriore virata a destra il processo di "cambiamento" del Centrosinistra che si voleva da parte di tanti, nostra come dei protagonisti di questi anni di forti movimenti di massa, portare da tutt'altra parte.
C'è molto da riflettere, senza scomuniche ed anatemi.
Nella chiarezza.
I.N.
DIREZIONE DS- 6 OTTOBRE
Ordine del giorno
La proposta politica della segreteria del Partito va ben oltre la presentazione, alle elezioni europee del prossimo anno, di una lista comune con altri partiti.
Essa, infatti, prevedendo la confluenza dei Ds in un soggetto politico federativo, che avrà il proprio programma e si presentera' come tale non solo alle elezioni europee, ma anche nelle successive competizioni elettorali, avvia un processo che porta al superamento di un'autonoma forza di sinistra e socialista in Italia.
Con la delega al soggetto politico federativo di compiti che concorrono alla sostanza stessa di un partito politico - la definizione del programma, la partecipazione alle competizioni elettorali - si riduce il ruolo dei Ds a costituire non più un autonomo partito di sinistra e socialista, ma la componente di un partito - ancorchè costituito su basi federative - non di sinistra nè socialista.
La proposta della segreteria ha pertanto una tale portata che puo' essere decisa soltanto dagli iscritti al Partito con un Congresso straordinario.
Quella proposta intende venire incontro alla giusta esigenza di unità e di semplificazione del campo delle attuali opposizioni.
Ma tale obiettivo va realizzato attraverso una iniziativa unitaria orientata non al Centro,
ma a sinistra, rivolgendo a tutte le attuali forze della Sinistra la proposta di un rapporto federativo fondato sul riferimento alla Sinistra e al Socialismo, e sulla scelta strategica dell'alleanza con il centro democratico, di ispirazione cristiana e liberale.
per queste ragioni, la Direzione convoca il Congresso straordinario del partito, nel quale gli iscritti saranno chiamati a pronunciarsi sulle proposte e piattaforme alternative presentate, da svolgersi entro il prossimo dicembre.
La discussione e il voto degli iscritti dovranno svolgersi secondo modalità tali da garantire ad esse parità di trattamento nel dibattito e nella decisione.
Antonio Amato, Gianni Battaglia, Francesco Barra, Anna Bernasconi, Angela Bottari, Paolo Brutti, Pippo Di Falco, Piero Di siena, Fiorella Falci, Davide Ferrari, Alfiero Grandi, Ugo Mazza, Giorgio Mele, Silvano Micele, Luciano Mineo, Corrado Morgia, Vittorio Parola, Luciano Pettinari, Andrea Pubusa, Ersilia Salvato, Cesare Salvi, Ferdinando Sbizzera, Concetto Scivoletto, Mauro Torelli, Massimo Villone.
Riceviamo e pubblichiamo questa bella ed importante lettera di magistratura Democratica.
I.N.
MAGISTRATURA DEMOCRATICA
LA QUESTIONE GIUSTIZIA E LA DEMOCRAZIA
Lettera aperta a sindacati, movimenti, società
civile
Nei giorni scorsi la Commissione giustizia del
Senato ha varato, in sede
referente, una vera e propria controriforma
dell'ordinamento giudiziario.
Non si tratta di una delle tante discusse (e
talora incomprensibili) misure
in tema di giustizia, ma di un attacco frontale
alla qualità della nostra
democrazia. Con essa, infatti, vengono messi in
forse i fondamenti della
giurisdizione e la stessa possibilità, per i
cittadini più deboli, di avere
effettiva tutela davanti a un giudice
indipendente. Se la legge verrà
approvata, nessuno sarà più in condizione di
poter affermare, con il
mugnaio prussiano insofferente delle
prevaricazioni del suo re, "ci sarà
pure un giudice a Berlino!". Non è una
esagerazione.
La portata di ogni singolo cambiamento pu?, a
prima lettura, sfuggire ai
non tecnici, ma il quadro complessivo è di
immediata evidenza. I punti
principali del progetto sono noti: - separazione
sostanzialmente
irreversibile tra giudicanti e requirenti, -
suddivisione della
magistratura in gradi e categorie chiuse (dodici,
complessivamente) con
accesso non secondo criteri di idoneità e
attitudini, ma con concorsi per
titoli ed esami che privilegiano i bravi
studiosi, - introduzione di una
struttura gerarchica rigida funzionale a
consentire il controllo politico
(attraverso il dirigente) di interi uffici, -
sottrazione al Consiglio
superiore (e, dunque, all'autogoverno) di
funzioni e poteri fondamentali
(dall'organizzazione degli uffici alla
formazione, dalla valutazione dei
magistrati per il conferimento di incarichi sino
al trasferimento di
ufficio per incompatibilità) e cosi' via. Un
emendamento dell'ultima ora,
poi, ha cancellato diritti fondamentali del
magistrato e amputato la
giurisdizione di compiti che strutturalmente le
competono: al magistrato
viene inibita, con una sorta di grottesca e
incostituzionale capitis
deminutio, la possibilità di aderire a movimenti
e associazioni che
perseguano anche "finalità politiche", di
partecipare a "attività o
iniziative che non abbiano carattere scientifico,
ricreativo, sportivo o
solidaristico", di "tenere rapporti con gli
organi di informazione"; la
giurisdizione, in macroscopica violazione
dell'art. 101, comma 2
Costituzione, viene militarizzata e ridotta ad
attività servente dei
desiderata della maggioranza politica mediante la
previsione dell'obbligo
di interpretazione conforme "alla lettera e alla
volontà della legge"
(stabilite dal ministro attraverso l'esercizio
dell'azione disciplinare...)
e del divieto di interpretazione "di contenuto
creativo" (sic!). Né è
casuale che la controriforma ordinamentale
proceda parallelamente al
progetto di abolizione dei tribunali minorili
(approvato dalla Commissione
Giustizia della Camera), destinato a ridurre il
livello di tutela dei
minorenni, in omaggio alla tendenza ad escludere
lo Stato da ogni ingerenza
nella vita della famiglia (anche di quella
violenta ed abusante).
Se il disegno dovesse essere definitivamente
approvato le conseguenze
sarebbero devastanti per il sistema e per i
cittadini. La vita quotidiana
di giudici e pubblici ministeri sarebbe scandita
dalla continua
partecipazione a concorsi (almeno sette nella
carriera), da una mobilità
forzata e dalla accentuata soggezione (di diritto
o di fatto) ai dirigenti
degli uffici. E cio' senza quella crescita di
professionalità complessiva
che è , invece, l'obiettivo fondamentale: perché
tutti i magistrati
indistintamente sono chiamati, nello svolgimento
delle loro funzioni, ad
adottare decisioni che incidono sulla libertà
personale, sull'onore, sui
beni, sulla attività lavorativa, sulla vita
familiare dei cittadini. Il
modello di buon magistrato diventerebbe quello di
un burocrate preoccupato
di preparare concorsi più che di svolgere bene il
proprio lavoro, impegnato
soprattutto a eliminare carte, distratto dalla
attenzione ai contenuti
della sua attività. Ne risulterebbero ferite e
mortificate l'uguaglianza
dei cittadini davanti alla legge e la possibilità
stessa di tutela dei
diritti di tutti, inevitabilmente connesse, nella
nostra esperienza
storica, con il pluralismo culturale dei
magistrati e con il lavorio
giurisprudenziale teso a conformare la
legislazione ordinaria al sistema
costituzionale e ad adattarla ai continui
mutamenti sociali (basti pensare
alle controversie bioetiche o alla questione del
danno biologico).
Questa torsione del sistema si inserisce in un
contesto di sfascio
organizzativo che sta intaccando persino la
possibilità di celebrare i
processi ordinari. Il tentativo di modificare lo
status dei magistrati si
accompagna, infatti, al più totale disinteresse
per l'efficienza e la
funzionalità del servizio giustizia, paralizzato
dai tagli di fondi,
risorse e progetti di innovazione,
consapevolmente realizzati dal ministro
della giustizia (che continua, seppur con sempre
minor credibilità, a
occultare il fallimento della propria gestione
con pretestuose accuse ai
magistrati). Le ripetute leggi ad personam degli
ultimi anni hanno avuto
effetti solo parziali in termini di
depotenziamento del sistema: di qui il
tentativo di cambiare il giudice e la deliberata
corsa allo sfascio (per
rendere accettabile l'operazione, addossandone la
responsabilità ai
magistrati).
Tutto cio' - inutile dirlo - non ha nulla a che
fare con la modernizzazione
dello Stato e con l'attuazione dei principi
costituzionali. Sono in gioco
l'indipendenza e la libertà di giudicare: beni
irrinunciabili, per i
cittadini prima che per i magistrati. Solo la
crescita di questa
consapevolezza e la conseguente mobilitazione dei
cittadini possono
produrre una inversione di tendenza. Per favorire
questo processo siamo
disponibili, nei limiti che la specificità del
nostro ruolo istituzionale
impone, ad ogni forma di collaborazione.
30 settembre 2003
Magistratura
democratica
I.N.
MAGISTRATURA DEMOCRATICA
LA QUESTIONE GIUSTIZIA E LA DEMOCRAZIA
Lettera aperta a sindacati, movimenti, società
civile
Nei giorni scorsi la Commissione giustizia del
Senato ha varato, in sede
referente, una vera e propria controriforma
dell'ordinamento giudiziario.
Non si tratta di una delle tante discusse (e
talora incomprensibili) misure
in tema di giustizia, ma di un attacco frontale
alla qualità della nostra
democrazia. Con essa, infatti, vengono messi in
forse i fondamenti della
giurisdizione e la stessa possibilità, per i
cittadini più deboli, di avere
effettiva tutela davanti a un giudice
indipendente. Se la legge verrà
approvata, nessuno sarà più in condizione di
poter affermare, con il
mugnaio prussiano insofferente delle
prevaricazioni del suo re, "ci sarà
pure un giudice a Berlino!". Non è una
esagerazione.
La portata di ogni singolo cambiamento pu?, a
prima lettura, sfuggire ai
non tecnici, ma il quadro complessivo è di
immediata evidenza. I punti
principali del progetto sono noti: - separazione
sostanzialmente
irreversibile tra giudicanti e requirenti, -
suddivisione della
magistratura in gradi e categorie chiuse (dodici,
complessivamente) con
accesso non secondo criteri di idoneità e
attitudini, ma con concorsi per
titoli ed esami che privilegiano i bravi
studiosi, - introduzione di una
struttura gerarchica rigida funzionale a
consentire il controllo politico
(attraverso il dirigente) di interi uffici, -
sottrazione al Consiglio
superiore (e, dunque, all'autogoverno) di
funzioni e poteri fondamentali
(dall'organizzazione degli uffici alla
formazione, dalla valutazione dei
magistrati per il conferimento di incarichi sino
al trasferimento di
ufficio per incompatibilità) e cosi' via. Un
emendamento dell'ultima ora,
poi, ha cancellato diritti fondamentali del
magistrato e amputato la
giurisdizione di compiti che strutturalmente le
competono: al magistrato
viene inibita, con una sorta di grottesca e
incostituzionale capitis
deminutio, la possibilità di aderire a movimenti
e associazioni che
perseguano anche "finalità politiche", di
partecipare a "attività o
iniziative che non abbiano carattere scientifico,
ricreativo, sportivo o
solidaristico", di "tenere rapporti con gli
organi di informazione"; la
giurisdizione, in macroscopica violazione
dell'art. 101, comma 2
Costituzione, viene militarizzata e ridotta ad
attività servente dei
desiderata della maggioranza politica mediante la
previsione dell'obbligo
di interpretazione conforme "alla lettera e alla
volontà della legge"
(stabilite dal ministro attraverso l'esercizio
dell'azione disciplinare...)
e del divieto di interpretazione "di contenuto
creativo" (sic!). Né è
casuale che la controriforma ordinamentale
proceda parallelamente al
progetto di abolizione dei tribunali minorili
(approvato dalla Commissione
Giustizia della Camera), destinato a ridurre il
livello di tutela dei
minorenni, in omaggio alla tendenza ad escludere
lo Stato da ogni ingerenza
nella vita della famiglia (anche di quella
violenta ed abusante).
Se il disegno dovesse essere definitivamente
approvato le conseguenze
sarebbero devastanti per il sistema e per i
cittadini. La vita quotidiana
di giudici e pubblici ministeri sarebbe scandita
dalla continua
partecipazione a concorsi (almeno sette nella
carriera), da una mobilità
forzata e dalla accentuata soggezione (di diritto
o di fatto) ai dirigenti
degli uffici. E cio' senza quella crescita di
professionalità complessiva
che è , invece, l'obiettivo fondamentale: perché
tutti i magistrati
indistintamente sono chiamati, nello svolgimento
delle loro funzioni, ad
adottare decisioni che incidono sulla libertà
personale, sull'onore, sui
beni, sulla attività lavorativa, sulla vita
familiare dei cittadini. Il
modello di buon magistrato diventerebbe quello di
un burocrate preoccupato
di preparare concorsi più che di svolgere bene il
proprio lavoro, impegnato
soprattutto a eliminare carte, distratto dalla
attenzione ai contenuti
della sua attività. Ne risulterebbero ferite e
mortificate l'uguaglianza
dei cittadini davanti alla legge e la possibilità
stessa di tutela dei
diritti di tutti, inevitabilmente connesse, nella
nostra esperienza
storica, con il pluralismo culturale dei
magistrati e con il lavorio
giurisprudenziale teso a conformare la
legislazione ordinaria al sistema
costituzionale e ad adattarla ai continui
mutamenti sociali (basti pensare
alle controversie bioetiche o alla questione del
danno biologico).
Questa torsione del sistema si inserisce in un
contesto di sfascio
organizzativo che sta intaccando persino la
possibilità di celebrare i
processi ordinari. Il tentativo di modificare lo
status dei magistrati si
accompagna, infatti, al più totale disinteresse
per l'efficienza e la
funzionalità del servizio giustizia, paralizzato
dai tagli di fondi,
risorse e progetti di innovazione,
consapevolmente realizzati dal ministro
della giustizia (che continua, seppur con sempre
minor credibilità, a
occultare il fallimento della propria gestione
con pretestuose accuse ai
magistrati). Le ripetute leggi ad personam degli
ultimi anni hanno avuto
effetti solo parziali in termini di
depotenziamento del sistema: di qui il
tentativo di cambiare il giudice e la deliberata
corsa allo sfascio (per
rendere accettabile l'operazione, addossandone la
responsabilità ai
magistrati).
Tutto cio' - inutile dirlo - non ha nulla a che
fare con la modernizzazione
dello Stato e con l'attuazione dei principi
costituzionali. Sono in gioco
l'indipendenza e la libertà di giudicare: beni
irrinunciabili, per i
cittadini prima che per i magistrati. Solo la
crescita di questa
consapevolezza e la conseguente mobilitazione dei
cittadini possono
produrre una inversione di tendenza. Per favorire
questo processo siamo
disponibili, nei limiti che la specificità del
nostro ruolo istituzionale
impone, ad ogni forma di collaborazione.
30 settembre 2003
Magistratura
democratica