7.17.2003
COMUNICAZIONE E CULTURA
Intervento di Gregorio Scalise al seminario dell'Associazione "Aprile" su "Bologna: idee per Cofferati"
Bologna, sala dell'Angelo, 10 Luglio 2003
Questo argomento, comunicazione e cultura, in realtà è esauribile in poche frasi, forse è più lunga la presentazione dell’argomento che la cosa in se stessa. Naturalmente qui si vuole solo esprimere un punto di vista basato sull’esperienza diretta più che su analisi di mercato, mappature del territorio, approfondimenti generali.
Bologna, lo si sa, è una città ricca di fermenti, di slanci, non sempre all’avanguardia, alle volte ancorata ad un proprio passato e ad una storia. Questa storia e questo passato, oggi, nel 2003, appaiono se non immaginari certamente lontani. I Comuni, Federico Barbarossa, il papato, molti saranno d’accordo sul fatto che si tratta di faccende di araldica. Si tratta semplicemente di vedere come vanno le cose adesso, cosa produce la nazione e la parte del mondi che esibisce pensiero e cultura, quale il rapporto, il bilancio.
Da un punto di vista virtuale una città italiana oggi è alle prese con una serie di questioni non del tutto dissimili da quelle che riguardano le grandi città, si vorrebbe dire, del mondo. Certo, la scala è diversa, diverso il retroterra, diverse le possibilità, ma per una certa possibilità ed aperture non differiscono molto. Informazione, cultura alta e cultura bassa, trash, divulgazione, largo pubblico da accontentare, sono asopetti comuni alle città e forse anche ai centri di piccola e media grandezza. Stare a discutere su bolognesità, storia della città, abitudini dei suoi cittadini, vizi provinciali e cose del genere si ha l’impressione che sia una perdita di tempo. E il tempo, si sa, non si perde ma si impiega. Oggi ogni città, ogni amministrazione avvertita bada a produrre cose ed eventi per il mondo: se ancora non è del tutto cos?, certamente la tendenza è questa. Allora, stop, qui si sta indicando l’orribile strada della globalizzazione? Respiro più largo, orizzonte, informazione diffusa, tentativo di stabilire un ordine relativo e provvisorio, interpretazione delle culture vicine e geograficamente lontane, non vuole certo dire cadere nell’unidimensionalità. Qui si vuole solo mettere in dubbio le voci della nostalgia, del territorio in quanto terra, heimat, della funzione salvifica dei dialetti, di Balanzone e San Petronio, insomma le voci di una cifra che pur esistendo – e chi lo nega – devono pu porsi in una posizione dialettica, di innovazione e ascolto. La tradizione, del resto, esiste proprio per essere messa in discussione – naturalmente i gradi della discussione sono diversi e vanno dall’integrazione alla negazione – e tanto per fare un esempio noto, i futuristi non avrebbero potuto disquisire contro il chiaro di luna se il chiaro di luna non fosse mai esistito né in sé né come tradizione.
In altre parole, non è dal vuoto che nascono le cose, ma da un pieno su cui si esercita, a torto o a ragione, una facoltà critica e di messa in discussione.
Un’amministrazione (nella fattispecie un assessorato alla cultura) si trova alle prese con una molteplice produzione culturale: quella universitaria, quella di soggetti indipendenti, delle associazioni, e con i contesti generali. Sembra razionale pensare che più che una propria produzione (certo, deve esserci anche quella) un’amministrazione debba porsi come ago della bilancia, come punto di riferimento, come garante. Per dirla in due parole: a Bologna, per esempio, manca un referente, un luogo, un gruppo di persone che sappia raccogliere e far fruttare le diverse proposte, che sappia stabilire un’agenda, che sappia tenere rapporti con altre città. Il lavoro di sintesi, di archivio, di catalogazione, sembra un lavoro umile e inutile, e invece un archivio (i n senso lato) è proprio il luogo dove si attiva la memoria e il confronto, e un archivio senza un suo ordine e una sua funzionalità è un archivio inutile. Riconoscere l’esistente, innescare processi che guardino al futuro, avere insomma un’idea della cultura e della cultura contemporanea non è certamente né una cosa facile né alla portata di tutti, e tuttavia è proprio nella messa in verifica di questa idea che si gioca il reale funzionamento.
Si è detto tante volte che in politica la cultura e l’assessorato alla cultura sono il fanalino di cosa perché non portano voti: eppure viene voglia di non prendere neppure in considerazione un simile punto di vista, perché francamente antimoderno e soprattutto sprovvisto di ogni sensibilità di comunicazione. In senso antropologico, cultura è tutto, dai bottoni a Kant, dalla Coca Cola al teatro dell’Arena del Sole, ma in senso culturale tutti sappiamo cosa è cultura: libri, mostre, cinema, teatro, concerti, manifestazioni. E soprattutto idee ovvero luoghi dove si formano opinioni e punti di vista. In pratica, occorre un clima culturale, un clima che sappia essere aperto e selettivo, che sappia esistere come luogo di comunicazione e formazione. In questa comunicazione, nell’ambito della manifestazione “Idee per Cofferati”, più che idee (che in fondo premono e vogliono dire la loro) si vuole dare un’idea di cos’è una città della cultura oggi. Impossibile quindi non ripercorrere, sia pure a volo di uccello, alcuni punti che ci hanno caratterizzato sin qui, punti generali, non solo riguardanti la città. Se la cultura a volte è in un angolo è anche perché questo angolo se l’è andato a cercare. Offesa e respinta dalla cultura cosiddetta di massa, la cultura medio alta si è un po’ rintanata, salvando forse se stessa e non sempre, ma perdendo un suo grande appuntamento con la diffusione. Eppure si registrano strani fenomeni: gli incontri di filosofia al teatro Pierlombardo di Milano hanno fatto il pieno. Tutte quelle persone capivano Heidegger? E’ chiaro che c’è un bisogno d’informazione, relegato alle riviste specializzate, e non assolto dalla tv (filosofia e cultura all’1 di notte) e neppure dai quotidiani. Un’amministrazione deve tener contro di questo e tener conto che il Novecento ha sviluppato una cultura un po’ scostante, una continua filosofia della crisi (si pensi solo alla lunghissima solfa della crisi dell’Europa e dell’Occidente) mentre questa solitudine, proprio per definizione, in epoca di cultura di massa, viene interrotta, messa a sua volta in crisi. Gli esistenzialisti francesi vivevano l’equivoco di un processo liberatorio partendo da testi che erano analisi fenomenologiche, i beats erano contro tutto e contro i conformismi, ma la storia dei giovani che si ribellano e vanno on the road comincia già nell’Ottocento con “Il garofano verde”, libro sugli esteti londinesi amici di Oscar Wilde, passa per la generazione perduta, esplode con l’equivoco esistenzialista, arriva sino a San Francisco, i campus americani e le rivolte giovanili del 1968 e del 1977. Eppure è possibile rintracciare alcuni segnali: eccoli innanzitutto alcune cose di quelle rivolte sono entrate nel corpo vivo delle abitudini sociali, in secondo luogo una sensazione estetica tipica della cultura (dei dandy) è diventata comportamento di massa, l’alfabetismo è diffuso, le persone che sanno tenere un bel discorso sono in aumento, tutti vogliono dire la loro e in un certo senso ne hanno diritto. Questo per dire che una città non pu? sottrarsi a questi appuntamenti colla vivacità contemporanea e arroccarsi nel deserto ovvero nascondersi dietro la sua
Tradizione, mentre tutto il mondo preme in direzione opposta e desidera esserci ed esserci esteticamente e culturalmente. Perché la definizione antropologica , tutto è cultura, non funziona solo in una direzione, tutto è cultura e dunque tutto non lo è, ma anche nel senso che la culturalizzazione è un elemento diffuso, partecipativo, integrativo, richiesto a gran voce.
Questi punti, sotto gli occhi di tutti, in realtà sono raramente presi in considerazione, e tutto questo per dire che una visione un po’ sulla difensiva e che poi magari su apre su grandi eventi una tantum è probabilmente una visione che manda la città in sofferenza. I punti dovrebbero essere circa questi: amministrazione come occhio aperto sul mondo, amministrazione come luogo di elaborazione di progetti futuri., amministrazione come luogo vitale e propositivo e non come una cisterna dove le cose transitano per poi cadere nell’oblio, ovvero amministrazione come luogo di cancellazione dell’esistente. Non si tratta più di avere un’idea della cultura come luogo paludato che si esibisce nei riti di una borghesia tardo-municipale, e non tratta neppure di avere un’idea di cultura come oggetto-straccio che va bene per tutto, tanto tutto è cultura. Si tratta di valutare di volta in volta oggetti e fenomeni che poi, forse, tutti insieme daranno un’edea di cultura diversa, non composta di altezze retoriche o bassezze populistiche. Il discorso sarebbe lungo. Ma davvero, per cultura nazional-popolare, Gramsci intendeva Pippo Baudo o le soap-opera? Non sembra: andiamo a rileggerlo. L’Università on line come a Barcellona la faremo più avanti, ora occorre guardare a ci? che c’è e a ci? che sarà, meno a ci? che è stato, occorre saper valutare il presente con gli occhi critici del presente, il che vuol dire non cadere nella tentazione di sovrapporre al presente le idee del passato. Le idee, per tornare a vivere, per tornare a vincere, devono presentarsi proprio nel presente, non come monumenti (storia monumentale), ma come memoria critica e attiva, vale a dire come memoria comunicante. Non si riesce a sfuggire alla tentazione di fermare questa comunicazione con uno slogan: la memoria e il presente o sono entrambi uniti o comunicanti non sono.
Intervento di Gregorio Scalise al seminario dell'Associazione "Aprile" su "Bologna: idee per Cofferati"
Bologna, sala dell'Angelo, 10 Luglio 2003
Questo argomento, comunicazione e cultura, in realtà è esauribile in poche frasi, forse è più lunga la presentazione dell’argomento che la cosa in se stessa. Naturalmente qui si vuole solo esprimere un punto di vista basato sull’esperienza diretta più che su analisi di mercato, mappature del territorio, approfondimenti generali.
Bologna, lo si sa, è una città ricca di fermenti, di slanci, non sempre all’avanguardia, alle volte ancorata ad un proprio passato e ad una storia. Questa storia e questo passato, oggi, nel 2003, appaiono se non immaginari certamente lontani. I Comuni, Federico Barbarossa, il papato, molti saranno d’accordo sul fatto che si tratta di faccende di araldica. Si tratta semplicemente di vedere come vanno le cose adesso, cosa produce la nazione e la parte del mondi che esibisce pensiero e cultura, quale il rapporto, il bilancio.
Da un punto di vista virtuale una città italiana oggi è alle prese con una serie di questioni non del tutto dissimili da quelle che riguardano le grandi città, si vorrebbe dire, del mondo. Certo, la scala è diversa, diverso il retroterra, diverse le possibilità, ma per una certa possibilità ed aperture non differiscono molto. Informazione, cultura alta e cultura bassa, trash, divulgazione, largo pubblico da accontentare, sono asopetti comuni alle città e forse anche ai centri di piccola e media grandezza. Stare a discutere su bolognesità, storia della città, abitudini dei suoi cittadini, vizi provinciali e cose del genere si ha l’impressione che sia una perdita di tempo. E il tempo, si sa, non si perde ma si impiega. Oggi ogni città, ogni amministrazione avvertita bada a produrre cose ed eventi per il mondo: se ancora non è del tutto cos?, certamente la tendenza è questa. Allora, stop, qui si sta indicando l’orribile strada della globalizzazione? Respiro più largo, orizzonte, informazione diffusa, tentativo di stabilire un ordine relativo e provvisorio, interpretazione delle culture vicine e geograficamente lontane, non vuole certo dire cadere nell’unidimensionalità. Qui si vuole solo mettere in dubbio le voci della nostalgia, del territorio in quanto terra, heimat, della funzione salvifica dei dialetti, di Balanzone e San Petronio, insomma le voci di una cifra che pur esistendo – e chi lo nega – devono pu porsi in una posizione dialettica, di innovazione e ascolto. La tradizione, del resto, esiste proprio per essere messa in discussione – naturalmente i gradi della discussione sono diversi e vanno dall’integrazione alla negazione – e tanto per fare un esempio noto, i futuristi non avrebbero potuto disquisire contro il chiaro di luna se il chiaro di luna non fosse mai esistito né in sé né come tradizione.
In altre parole, non è dal vuoto che nascono le cose, ma da un pieno su cui si esercita, a torto o a ragione, una facoltà critica e di messa in discussione.
Un’amministrazione (nella fattispecie un assessorato alla cultura) si trova alle prese con una molteplice produzione culturale: quella universitaria, quella di soggetti indipendenti, delle associazioni, e con i contesti generali. Sembra razionale pensare che più che una propria produzione (certo, deve esserci anche quella) un’amministrazione debba porsi come ago della bilancia, come punto di riferimento, come garante. Per dirla in due parole: a Bologna, per esempio, manca un referente, un luogo, un gruppo di persone che sappia raccogliere e far fruttare le diverse proposte, che sappia stabilire un’agenda, che sappia tenere rapporti con altre città. Il lavoro di sintesi, di archivio, di catalogazione, sembra un lavoro umile e inutile, e invece un archivio (i n senso lato) è proprio il luogo dove si attiva la memoria e il confronto, e un archivio senza un suo ordine e una sua funzionalità è un archivio inutile. Riconoscere l’esistente, innescare processi che guardino al futuro, avere insomma un’idea della cultura e della cultura contemporanea non è certamente né una cosa facile né alla portata di tutti, e tuttavia è proprio nella messa in verifica di questa idea che si gioca il reale funzionamento.
Si è detto tante volte che in politica la cultura e l’assessorato alla cultura sono il fanalino di cosa perché non portano voti: eppure viene voglia di non prendere neppure in considerazione un simile punto di vista, perché francamente antimoderno e soprattutto sprovvisto di ogni sensibilità di comunicazione. In senso antropologico, cultura è tutto, dai bottoni a Kant, dalla Coca Cola al teatro dell’Arena del Sole, ma in senso culturale tutti sappiamo cosa è cultura: libri, mostre, cinema, teatro, concerti, manifestazioni. E soprattutto idee ovvero luoghi dove si formano opinioni e punti di vista. In pratica, occorre un clima culturale, un clima che sappia essere aperto e selettivo, che sappia esistere come luogo di comunicazione e formazione. In questa comunicazione, nell’ambito della manifestazione “Idee per Cofferati”, più che idee (che in fondo premono e vogliono dire la loro) si vuole dare un’idea di cos’è una città della cultura oggi. Impossibile quindi non ripercorrere, sia pure a volo di uccello, alcuni punti che ci hanno caratterizzato sin qui, punti generali, non solo riguardanti la città. Se la cultura a volte è in un angolo è anche perché questo angolo se l’è andato a cercare. Offesa e respinta dalla cultura cosiddetta di massa, la cultura medio alta si è un po’ rintanata, salvando forse se stessa e non sempre, ma perdendo un suo grande appuntamento con la diffusione. Eppure si registrano strani fenomeni: gli incontri di filosofia al teatro Pierlombardo di Milano hanno fatto il pieno. Tutte quelle persone capivano Heidegger? E’ chiaro che c’è un bisogno d’informazione, relegato alle riviste specializzate, e non assolto dalla tv (filosofia e cultura all’1 di notte) e neppure dai quotidiani. Un’amministrazione deve tener contro di questo e tener conto che il Novecento ha sviluppato una cultura un po’ scostante, una continua filosofia della crisi (si pensi solo alla lunghissima solfa della crisi dell’Europa e dell’Occidente) mentre questa solitudine, proprio per definizione, in epoca di cultura di massa, viene interrotta, messa a sua volta in crisi. Gli esistenzialisti francesi vivevano l’equivoco di un processo liberatorio partendo da testi che erano analisi fenomenologiche, i beats erano contro tutto e contro i conformismi, ma la storia dei giovani che si ribellano e vanno on the road comincia già nell’Ottocento con “Il garofano verde”, libro sugli esteti londinesi amici di Oscar Wilde, passa per la generazione perduta, esplode con l’equivoco esistenzialista, arriva sino a San Francisco, i campus americani e le rivolte giovanili del 1968 e del 1977. Eppure è possibile rintracciare alcuni segnali: eccoli innanzitutto alcune cose di quelle rivolte sono entrate nel corpo vivo delle abitudini sociali, in secondo luogo una sensazione estetica tipica della cultura (dei dandy) è diventata comportamento di massa, l’alfabetismo è diffuso, le persone che sanno tenere un bel discorso sono in aumento, tutti vogliono dire la loro e in un certo senso ne hanno diritto. Questo per dire che una città non pu? sottrarsi a questi appuntamenti colla vivacità contemporanea e arroccarsi nel deserto ovvero nascondersi dietro la sua
Tradizione, mentre tutto il mondo preme in direzione opposta e desidera esserci ed esserci esteticamente e culturalmente. Perché la definizione antropologica , tutto è cultura, non funziona solo in una direzione, tutto è cultura e dunque tutto non lo è, ma anche nel senso che la culturalizzazione è un elemento diffuso, partecipativo, integrativo, richiesto a gran voce.
Questi punti, sotto gli occhi di tutti, in realtà sono raramente presi in considerazione, e tutto questo per dire che una visione un po’ sulla difensiva e che poi magari su apre su grandi eventi una tantum è probabilmente una visione che manda la città in sofferenza. I punti dovrebbero essere circa questi: amministrazione come occhio aperto sul mondo, amministrazione come luogo di elaborazione di progetti futuri., amministrazione come luogo vitale e propositivo e non come una cisterna dove le cose transitano per poi cadere nell’oblio, ovvero amministrazione come luogo di cancellazione dell’esistente. Non si tratta più di avere un’idea della cultura come luogo paludato che si esibisce nei riti di una borghesia tardo-municipale, e non tratta neppure di avere un’idea di cultura come oggetto-straccio che va bene per tutto, tanto tutto è cultura. Si tratta di valutare di volta in volta oggetti e fenomeni che poi, forse, tutti insieme daranno un’edea di cultura diversa, non composta di altezze retoriche o bassezze populistiche. Il discorso sarebbe lungo. Ma davvero, per cultura nazional-popolare, Gramsci intendeva Pippo Baudo o le soap-opera? Non sembra: andiamo a rileggerlo. L’Università on line come a Barcellona la faremo più avanti, ora occorre guardare a ci? che c’è e a ci? che sarà, meno a ci? che è stato, occorre saper valutare il presente con gli occhi critici del presente, il che vuol dire non cadere nella tentazione di sovrapporre al presente le idee del passato. Le idee, per tornare a vivere, per tornare a vincere, devono presentarsi proprio nel presente, non come monumenti (storia monumentale), ma come memoria critica e attiva, vale a dire come memoria comunicante. Non si riesce a sfuggire alla tentazione di fermare questa comunicazione con uno slogan: la memoria e il presente o sono entrambi uniti o comunicanti non sono.
7.12.2003
"Time out"
Car* compagn*,
la prossima riunione nazionale del coordinamento
della Mozione, di Lunedi' 14, avrà, probabilmente,
una importanza non secondaria, non solo per
la vicenda politica di chi, come noi, ha condiviso
la battaglia congressuale e il suo proseguire
ma per il partito dei Ds e la sinistra italiana.
Eppure non pare esserci consapevolezza
fra i militanti e nemmeno notizia fra gli
iscritti, in Aprile, nelle sezioni.
Non c'è a Bologna e nemmeno in altre città dove
collaboriamo con altre riviste.
Non pare che si sia perseguito l'obiettivo di una
discussione ampia.
Non ci scandalizza ma ci induce ad una
riflessione.
Pare che, prima l'annuncio e la presentazione di
documenti senza una calendarizzazione condivisa
su come discuterli, poi l'attualizzare, a quanto
si propone, la nomina di un nuovo coordinatore
indichi che il modo è già la sostanza della
proposta.
A fronte di fatti importanti, l'affermazione nel
turno amministrativo e la grave difficoltà della
coalizione di Berlusconi, le divisioni profonde,
anche fra noi, e poi l'esito del Referendum sull'art.18,
si è evidentemente diffusa una volontà, che certo va'
attentamente considerata, di approdare ad un rapporto
più stretto con la Direzione del partito eletta a Pesaro,
lo si vuole più incidente ed incalzante,
capace forse di determinare un asse innovativo.
Non di meno conviene approfondire e riflettere.
Fra noi ci sono compagni di diverso percorso nel
partito e nella mozione, ma convergiamo nel
presentarvi i punti seguenti di riflessione:
a)Il risultato elettorale dell'opposizione
democratica è del tutto positivo, quello dei Ds è
confortante, ma una eventuale eclissi della
dialettica interna ai Ds potrebbe contribuire a non
consolidare il consenso.
Certo, serve un clima unitario, corresponsabile,
ma al contempo occorre battersi perchè differenze
importanti e non archiviabili su pace, lavoro,
democrazia abbiano corso, siano parte delle
possibilità di scelta dell'elettorato.
Il venire a mancare, anche per nostra
responsabilità, di questa dialettica
rappresenterebbe un contributo del tutto negativo
all'Ulivo e allo schieramento più largo che vogliamo
consolidare contro Berlusconi.
Questa considerazione conduce a valorizzare le
nostre responsabilità soggettive.
b)D'altra parte, allargando lo sguardo al campo
generale della fase:
Berlusconi è in difficoltà strategica, l'ascesa
del suo consenso si è fermata, il paese sembra in
attesa di uno sbocco diverso.
Il tema della preparazione di una alternativa è
per l'oggi, è dunque vero, e questo deve condurre a un
cambio di prospettive anche nella sinistra
dell'Ulivo e dei Ds, ma la costruzione di uno
schieramento alternativo non puo' essere intesa
come una sommatoria in un epoca di tranquillità.
La guerra ha dimostrato una crisi profonda della
democrazia e dei suoi istituti, a livello planetario,
i poteri si ricombinano, i pericoli di una transizione
verso governance di guerra e società senza
rappresentanza sono molto forti, anche se non imbattibili.
Berlusconi è un particolare di questo quadro, che
infatti lo sostiene e promuove, assai più di
quanto sia un buffo e impresentabile incidente.
L'Ulivo non tornerà al governo con la logica
dell'Heri dicebamus.
Avremo passaggi di crisi e di scontro politico e
sociale di grande ampiezza.
Da ci? responsabilità non residuali per le nostre
stesse forze.
Saremo non molto, ma niente non siamo.
Non convincono scorciatoie per afferrare
il carro del partito: potrebbero accelerarne il
corso, non riuscirebbero a garantire lo sterzo.
Non convincono riproposizioni di sinistra che
sottintendono tempi lunghissimi: possono indicare
i temi, con merito grande, non sono in grado di
considerare l'autonomia delle forze sociali
esistenti, il loro livello concreto e quindi di
organizzarle nella politica.
Vorremmo poterne discutere.
Non basta una giornata.
Forme di discussione diverse faranno giungere a
diversi risultati.
Dalla spaccatura e la speculare affermazione, se
non erriamo, dei due rischi sopracitati- che
sembra la prospettiva oggi segnata- all'approdo
contrario:
la formazione di una coesione, forse non unanime
ma larga, su una agenda di compiti.
Fra questi, concordiamo, il coinvolgimento pieno
delle altre energie, fuori di noi, del partito,
della CGIL, dei movimenti che non chiedono nessuna di
fare da sola.
Chiediamo al Coordinamento nazionale il tempo di
una discussione seria e di una decisione davvero
produttiva.
Se un "Congresso della mozione" avrebbe il senso
di una internità difficilmente sostenibile, la
pratica di una decisione pregressa a maggioranza
potrebbe avere esiti accelerativi di una crisi di
funzione e di possibilità di iniziativa, certo non
risulterebbe capace di orientare il timone dei Ds
e della coalizione.
I punti di Forum che il compagno Giovanni
Berlinguer propone non possono essere "dopo" la
decisione ma costituirne sedi di preparazione.
Gli elementi di programma che ne scaturiranno
saranno allora, dopo la Festa nazionale, alla
piena ripresa politica, elementi di unità e di
differenziazione più solidi, ed allora
decideremo.
Un fraterno saluto, un augurio di buon lavoro,
Le compagne ed i compagni della redazione di I.N
Car* compagn*,
la prossima riunione nazionale del coordinamento
della Mozione, di Lunedi' 14, avrà, probabilmente,
una importanza non secondaria, non solo per
la vicenda politica di chi, come noi, ha condiviso
la battaglia congressuale e il suo proseguire
ma per il partito dei Ds e la sinistra italiana.
Eppure non pare esserci consapevolezza
fra i militanti e nemmeno notizia fra gli
iscritti, in Aprile, nelle sezioni.
Non c'è a Bologna e nemmeno in altre città dove
collaboriamo con altre riviste.
Non pare che si sia perseguito l'obiettivo di una
discussione ampia.
Non ci scandalizza ma ci induce ad una
riflessione.
Pare che, prima l'annuncio e la presentazione di
documenti senza una calendarizzazione condivisa
su come discuterli, poi l'attualizzare, a quanto
si propone, la nomina di un nuovo coordinatore
indichi che il modo è già la sostanza della
proposta.
A fronte di fatti importanti, l'affermazione nel
turno amministrativo e la grave difficoltà della
coalizione di Berlusconi, le divisioni profonde,
anche fra noi, e poi l'esito del Referendum sull'art.18,
si è evidentemente diffusa una volontà, che certo va'
attentamente considerata, di approdare ad un rapporto
più stretto con la Direzione del partito eletta a Pesaro,
lo si vuole più incidente ed incalzante,
capace forse di determinare un asse innovativo.
Non di meno conviene approfondire e riflettere.
Fra noi ci sono compagni di diverso percorso nel
partito e nella mozione, ma convergiamo nel
presentarvi i punti seguenti di riflessione:
a)Il risultato elettorale dell'opposizione
democratica è del tutto positivo, quello dei Ds è
confortante, ma una eventuale eclissi della
dialettica interna ai Ds potrebbe contribuire a non
consolidare il consenso.
Certo, serve un clima unitario, corresponsabile,
ma al contempo occorre battersi perchè differenze
importanti e non archiviabili su pace, lavoro,
democrazia abbiano corso, siano parte delle
possibilità di scelta dell'elettorato.
Il venire a mancare, anche per nostra
responsabilità, di questa dialettica
rappresenterebbe un contributo del tutto negativo
all'Ulivo e allo schieramento più largo che vogliamo
consolidare contro Berlusconi.
Questa considerazione conduce a valorizzare le
nostre responsabilità soggettive.
b)D'altra parte, allargando lo sguardo al campo
generale della fase:
Berlusconi è in difficoltà strategica, l'ascesa
del suo consenso si è fermata, il paese sembra in
attesa di uno sbocco diverso.
Il tema della preparazione di una alternativa è
per l'oggi, è dunque vero, e questo deve condurre a un
cambio di prospettive anche nella sinistra
dell'Ulivo e dei Ds, ma la costruzione di uno
schieramento alternativo non puo' essere intesa
come una sommatoria in un epoca di tranquillità.
La guerra ha dimostrato una crisi profonda della
democrazia e dei suoi istituti, a livello planetario,
i poteri si ricombinano, i pericoli di una transizione
verso governance di guerra e società senza
rappresentanza sono molto forti, anche se non imbattibili.
Berlusconi è un particolare di questo quadro, che
infatti lo sostiene e promuove, assai più di
quanto sia un buffo e impresentabile incidente.
L'Ulivo non tornerà al governo con la logica
dell'Heri dicebamus.
Avremo passaggi di crisi e di scontro politico e
sociale di grande ampiezza.
Da ci? responsabilità non residuali per le nostre
stesse forze.
Saremo non molto, ma niente non siamo.
Non convincono scorciatoie per afferrare
il carro del partito: potrebbero accelerarne il
corso, non riuscirebbero a garantire lo sterzo.
Non convincono riproposizioni di sinistra che
sottintendono tempi lunghissimi: possono indicare
i temi, con merito grande, non sono in grado di
considerare l'autonomia delle forze sociali
esistenti, il loro livello concreto e quindi di
organizzarle nella politica.
Vorremmo poterne discutere.
Non basta una giornata.
Forme di discussione diverse faranno giungere a
diversi risultati.
Dalla spaccatura e la speculare affermazione, se
non erriamo, dei due rischi sopracitati- che
sembra la prospettiva oggi segnata- all'approdo
contrario:
la formazione di una coesione, forse non unanime
ma larga, su una agenda di compiti.
Fra questi, concordiamo, il coinvolgimento pieno
delle altre energie, fuori di noi, del partito,
della CGIL, dei movimenti che non chiedono nessuna di
fare da sola.
Chiediamo al Coordinamento nazionale il tempo di
una discussione seria e di una decisione davvero
produttiva.
Se un "Congresso della mozione" avrebbe il senso
di una internità difficilmente sostenibile, la
pratica di una decisione pregressa a maggioranza
potrebbe avere esiti accelerativi di una crisi di
funzione e di possibilità di iniziativa, certo non
risulterebbe capace di orientare il timone dei Ds
e della coalizione.
I punti di Forum che il compagno Giovanni
Berlinguer propone non possono essere "dopo" la
decisione ma costituirne sedi di preparazione.
Gli elementi di programma che ne scaturiranno
saranno allora, dopo la Festa nazionale, alla
piena ripresa politica, elementi di unità e di
differenziazione più solidi, ed allora
decideremo.
Un fraterno saluto, un augurio di buon lavoro,
Le compagne ed i compagni della redazione di I.N