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5.17.2003

RIFLESSIONI SULLA PACE
Un articolo di "prima della guerra", un articolo per il "dopoguerra del silenzio".

Come la democrazia, la pace è un bene che non è dato una volta per tutte: sembra incredibile, ma occorre continuamente conquistarlo.
Un numero, un po’ datato per la verità, cioè del 1995, della rivista “Guerra e pace” parlava di 48 conflitti in corso e mancava il Kossovo che era indicato senza numero e con la dicitura “tensione con la Serbia”. L’Iraq veniva citato solo con la dicitura “embargo”.
Questo per dire che l’argomento guerra pace è delicato, difficile (e tale da assorbire le energie di una persona o di un gruppo). Ma in ogni caso, al di là delle dietrologie, occorre subito dire che bisognerebbe sgomberare il campo dai terribili (quanto a conseguenze) e miseri (quanto ad argomentazione) sofismi in cui ci troviamo legati ad ogni scoppio di conflitto. Nel suo recente scritto (“La guerra”) Asor Rosa dice, come molti altri, una cosa condivisibile: siamo entrati un periodo di guerra permanente. E difatti , scorrendo i nomi della Legenda della rivista citata, si può notare il progresso in circa sette o otto anni. L’Afghanistan è indicato come paese in cui c’è una guerra civile in corso: sugli altri (Kossovo, Iraq) pesa l’incubo di una guerra a venire. Sembra che l’Occidente stia reagendo bene, e per Occidente si intende anche l’Italia, e forse può sembrare tardi cercare di fare documenti o riflessioni adesso, poco prima di quella che è stata la grande manifestazione di Roma.
Anche se i processi di cambiamento sono lenti credo che oggi sarebbe difficile imbattersi in certi scritti, come nel primo Novecento italiano, quello di Prezzolini su “La voce” n.16 del 1914: “Forze oscure scaturite dalla profondità dell’essere sono al travaglio ed il parto avviene tra rivi mostruosi di sangue e gemiti. Noi non guarderemo soltanto al dolore. Salute al nuovo mondo. Ci darà, la guerra, quello che molti delle nostre generazioni hanno atteso da una rivoluzione? La civiltà indietreggia per prendere nuovo slancio. Si tuffa nella barbarie per rinvigorirsi.”
E’ un linguaggio abbastanza strano e significativo, fatto di sangue, parti, dolori, rinnovamenti, insomma una dialettica che purtroppo arriva da lontano. Comunque, sempre a proposito di intellettuali e violenza, più di mezzo secolo dopo, sessantadue anni per la precisione, un altro intellettuale, Pier Paolo Pasolini (“Lettere luterane”) avanza due proposte contro la criminalità: a) abolire la scuola media dell’obbligo; b) abolire la televisione. In linea di massima si potrebbe anche concordare, ma appunto, in linea di massima.
Ci troviamo di fronte a due tipi di provocazione con segno diverso: una violenza che richiede un rinnovamento, una violenza salvifica; dall’altra una proposta, anche se modesta, del tutto inattuabile. Le strade quindi devono essere diverse.
Franco Ferrarotti, in una sua pubblicazione del 1980, dice di essere sempre stato colpito, nella lettura dei documenti delle Br, dal contrasto tra la raffinatezza del loro tempismo e dalle loro risorse per la manipolazione di massa e la rozzezza delle loro dichiarazioni politiche.
Sembra questo un esempio fuori luogo, eppure ci troviamo di fronte, in questo momento dell’annunciata guerra all’Iraq, a una sorta di tempismo politico che grazie al cielo non sempre funziona. Il messaggio di Bin Laden, le prove di Powell, lo strano lapsus del ministro Frattini ad una trasmissione tv, “Otto e mezzo”: “Non basterebbero trecentomila ispettori, è come cercare un ago in un pagliaio”.
Un ago in un pagliaio? Dunque le terribili armi irachene di distruzione di massa sono dentro bunker misteriosi o in microlaboratori magari semoventi. Strano lapsus. E di bunker sotterranei, veri e propri aeroporti del sottosuolo, si era parlato durante la guerra del ’91: Luttwak aveva però decisamente avvertito: “L’esercito non è granché, non hanno neppure riserve alimentari”.
Certo, bisognerebbe essere versati in cose internazionali per affermare come qui si sta per fare che forse non è il petrolio la vera causa dell’ipotetica guerra e forse neppure la necessità di avere il controllo del Medio Oriente.
Viene il sospetto che si tratti di un’azione dimostrativa e che tutto il battage serva proprio per allargare il mercato della persuasione.
Dunque, una sorta di ricerca di mercato della psicologia della guerra. Se questo è vero, viene da dire che chi non vuol cadere in questo tranello deve rileggersi più il vecchio libro di Vance Packard (“I cacciatori di prestigio”, 1959) che le - ansiose – analisi dei giornali. I temi quindi sono due: a) un periodo in cui la guerra fa parte della nostra esistenza; b) il tempismo, ovvero la manipolazione di massa da parte della Casa Bianca e, si deve supporre, manipolazione fatta da un gruppo di esperti.
In questo tipo di ragionamento e riflessione i limiti sono evidenti: manca la politica, le conclusioni sono azzardate. E tuttavia è pur sempre di aggressività che si parla.
Vi è un’aggressività difensiva, e una maligna e distruttiva. E’ chiaro che in pensieri come questi si prescinde, forse troppo facilmente, dal quadro politico internazionale per puntare tutto sull’analisi della distruttività. D’altra parte vi sarà pure una forma di immagine dell’altro e degli altri fortemente atrofizzata se a tavolini si pensa di sganciare bombe e non si vedono i morti e le stragi.
Ora, quello che una democrazia e le sue forze politiche dovrebbero fare, e in permanenza, è una sorta di contro- guerriglia psicologica contro la psicologia della violenza. Gli Stati Uniti hanno dalla loro la formidabile arma dell’11 settembre, ma tanto per piangere sul latte versato, si doveva prevedere, soprattutto dopo la spedizione in Afghanistan, che non si sarebbero fermati. Se è vero quello che ha scritto Sandro Viola (“La Repubblica”, 11 febbraio 2003) i falchi, in Usa, sono in azione da tempo. Dick Cheney teorizzerebbe l’uso sistematico della forza. Sempre secondo Viola, non si tratterebbe che di una dozzina di persone sparse fra il Pentagono e il Dipartimento di Stato. I Rumsfeld, i Wolfowitz, dice ancora Viola, non sono usciti dal buio, furono loro ad operare la svolta ideologica del partito repubblicano negli anni ’80 e furono loro ad impostare la politica che avrebbe condotto alla caduta dell’Unione Sovietica.
“Se l’uomo di cultura non può garantire la pace, egli deve almeno astenersi dal giustificare la guerra” è una frase di Einstein. Ma vi sono altri punti che potrebbero essere messi in evidenza come studio per una strategia della pace. Due filosofi tedeschi, Scheler e Jasper, credevano che l’umanità giunta all’attuale fase di sviluppo avesse una spinta autodistruttiva più profonda del desiderio di sopravvivenza. E non sarebbe inopportuno riprendere il Freud degli studi sull’aggressività e la distruttività. Ma il punto da evidenziare è proprio quel bilanciamento fra sopravvivenza e voglia di distruzione. E’ appena il caso di accennare che il punto distruttivo trova la sua conferma nella vita e nella cultura di ogni giorno. Questa ipnosi della violenza avrà sicuramente le sue ragioni; ma altrettante ragioni esistono per contrastarla proprio alle radici. L’opinione pubblica contra la guerra mostra di avere, grazie al cielo, solidi anticorpi. Questi anticorpi è vitale che siano prodotti proprio durante i periodi, anzi le tregue, di pace. Una cultura della pace è permanente, proprio come una cultura della democrazia.

Gregorio Scalise

5.06.2003

Rete di Lilliput . Nodo di Bologna

Pubblichiamo la riflessione con la quale la Rete Lilliput di
Bologna ha aderito alle manifestazioni per il 25 Aprile.


25 aprile

Il Nodo di Bologna della Rete di Lilliput partecipa,
con tutte le altre realtà del "Tavolo contro la
guerra", alla festa del 25 aprile.

Non è fuori luogo tornare a chiedersi: chi e cosa
vogliamo che sia ricordato?

Non erano eroi. Non erano superuomini. Tanto meno
erano dei "Rambo". In prevalenza ragazzi, e ragazze, e
tanti i minorenni fra loro (chi aveva passato i venti,
si sentiva dare del "vecchio")?
Senza fare calcoli, senza tanti discorsi, uno per uno,
essi scelsero: disertarono i bandi di Salo'. Si fecero
clandestini. Combatterono contro fascisti e nazisti,
per la liberazione e la pace. Furono partigiani.
Questo, di loro noi ricordiamo.

Alcuni politici non lo sopportano. Ma non provare
gratitudine e commozione al pensiero di quei giovani,
è solo un problema loro. "E' una festa di parte",
dicono. Be', era una "parte" che comprendeva
badogliani e liberali, azionisti e democristiani,
comunisti e socialisti, e non poche bande autonome,
apartitiche, come la "Stella Rossa" di Monte Sole...
Cosa poté mai unirli? Forse, il fatto che l'unica vera
"parte" dei resistenti era quella della dignità e
della libertà dell'Italia.

Va detto: non perché sono morti, ricordiamo, ma per
come scelsero di vivere e di morire.

Fu con loro che inizio' il riscatto dalla colpevole
vergogna del portare guerra a popoli, vicini o
lontani, che mai ci avevano minacciato: in Francia ed
in Grecia, in Nord Africa e in Russia?
Il nome di Italia torno' ad essere familiare ed amico
agli stessi italiani e all'Europa, e questo, non
grazie a qualche potenza straniera (che poteva
sconfiggere i tedeschi, e lo fece, ma non poteva
ridare all'Italia la dignità che aveva perduta), bens?
grazie al sacrificio di chi resistette.

Alcuni politici dicono che tutti i morti andrebbero
ricordati e onorati ugualmente, di una parte e
dell'altra. Ma ricordando tanti morti, noi tutti
ricordiamo persone ben vive, scelte, luoghi ed eventi.
Il 25 aprile non è principalmente una festa dei morti.
La festa dei morti già esiste, e del resto sta scritto
che c'è un tempo e un luogo per ogni cosa. E il 25
aprile è la festa della Liberazione italiana
dall'oppressione fascista e nazista.

Noi oggi ricordiamo tutti i partigiani, la loro lotta
e il loro sacrificio, e tutti coloro, uomini e donne,
che in mille modi li protessero, li aiutarono, li
sostennero, rischiando ogni giorno la vita.
E' questo che oggi noi ricordiamo.

24 Aprile 2003. Rete di Lilliput, nodo di Bologna

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