4.12.2003
DOV'E', O GUERRA,
LA TUA VITTORIA?
Note e pensieri contro la vittoria militare
a cura di Enrico Peyretti
«Dov'è, o morte, la tua vittoria?»
(San Paolo, Prima lettera ai Corinti, 15,55)
Questa piccola raccolta viene pubblicata nell'occasione dell'80° anniversario della conclusione della prima guerra mondiale, celebrata come "la Vittoria" nella storia italiana, ed è offerta a chi vuole meditare sulla vacuità e falsità del successo militare omicida, che è sempre una sconfitta umana. Non si vuole entrare nella discussione storica su quella guerra, nè sul «parecchio» che secondo Giolitti si sarebbe ottenuto con la neutralità, né sul giudizio di «inutile strage» dato da Benedetto XV, nè sull'uso dei fanti come carne da mitraglia fatto da Cadorna, né sui processi per disobbedienza e diserzione, nè sulle decimazioni dei soldati ordinate dagli ufficiali nei reparti indocili. Si vuole soltanto meditare sulla vittoria in guerra, in tutte le guerre.
Questa raccolta è stata inizialmente composta (e pubblicata su il foglio n. 178, anno XXI, febbraio 1991) nei giorni tragici e vergognosi del gennaio 91, nostra universale sconfitta nella guerra del Golfo, che spezzò le nuove speranze di pace, dopo il mirabile 1989, anno dei maggiori successi, nell'Europa dell'est, delle lotte nonviolente. Qui la raccolta viene rivista e molto ampliata. E' dedicata a tutte le vittime delle "vittorie", supplicandole di perdonare questa nostra miserabile umanità, che tuttavia è sempre di nuovo chiamata, anche proprio da quelli che calpesta ed uccide, a ritrovare una ragione e un cuore umani. L'ordine dei brani è del tutto casuale (e.p.).
1. Nel soffitto della sala del trono, nel palazzo reale di Torino, c'è un dipinto del Miel ("La Pace che tiene sottomesso il Furore guerriero e Marte addormentato"), nel quale un cartiglio porta la scritta Multis melior pax una triumphis (Una sola pace è migliore di molti trionfi), che ricorda un poco il concetto ripetuto da Erasmo (tanto nel Dulce bellum inexpertis quanto nella Querela pacis): «E' meglio una pace ingiusta di una guerra giusta». Infatti, nella prima si può ancora ottenere la giustizia, che nella seconda è perduta.
2. «Quante ignobili vittorie!». Con queste parole Michel de Montaigne (1533-1592) salutava il trionfo in America della conquista europea.
3. «Non si può chiedere all'obiezione l'efficacia immediata, essa non è che la restaurazione della categoricità della nonviolenza di fronte alla realtà, con l'esito inevitabile della sconfitta. Per la nonviolenza la sconfitta è una vittoria». (Ernesto Balducci, La rivoluzione nonviolenta, in Testimonianze, n. 328, settembre-ottobre 1990, p. 27)).
4. «Non c'è nessuna vittoria, signor generale, ci sono solo bandiere e uomini che cadono, e alla fine non ci saranno né bandiere né uomini». (ultima lettera al proprio padre, un generale, di un soldato tedesco andato in guerra volontario, che ora sa che non tornerà vivo, in Ultime lettere da Stalingrado, Einaudi, Torino 1963, p. 50).
5. Nell'ultimo brano della classica antologia di Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, curata da Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1996, pagina scritta il 7 luglio 1947, risaltano i quattro caratteri che il Mahatma vide subito nella vittoria americana sul Giappone ottenuta con la strage atomica, mentre il nemico già chiedeva la resa: una vittoria ignobile, vuota, avvelenata, ingiusta.
6. Testimonianza di Alvise, nonviolento, verso la metà degli anni 80: «In questi anni ho imparato una cosa semplice: non voler vincere».
7. I cristiani credono in un vinto, credono che il giusto vinto vince. Essi cantano a Pasqua: «La morte e la vita si sono affrontate in un grandioso duello: il signore della vita morto regna vivo».
8. La guerra, l'uccidere invece di discutere, è un vincolo di morte, un orrendo amplesso fisico che assimila l'uno all'altro. E' l'immagine capovolta del vincolo d'amore, che il Cantico dice forte come la morte, cioè in grado di sfidare la morte. Infatti, se uccidi con la guerra il violento, diventi come lui, è lui che ti vince. Se uccidi il giusto, lui vinto ti vince: Abele redime Caino, Cristo redime l'umanità omicida. Vince sempre il vinto, che sia buono o cattivo. La vittoria della forza non esiste, è apparenza sulla breve scena del tempo. La verità è sempre nel contrario di questa vittoria. La forza che presume di distruggere il nemico distrugge se stessa, piomba nel proprio vuoto. Vince il vinto cattivo: Hitler vinto ha vinto, perché la distruttività che lui non ha raggiunto è stata perfezionata e raffinata nello sterminismo atomico dei vincitori, non importa se entro altre ideologie. E vince il vinto buono: Cristo vinto ha vinto, perché nessuna speranza resta davanti a noi come la sua, seppure tante volte smentita.
9. Gandhi vedeva bene l'inconsistenza della vittoria armata: «Non riuscirete mai a eliminare il nazismo usando i suoi stessi metodi» (messaggio agli inglesi sotto i bombardamenti tedeschi, 7 luglio 1940, in Teoria e pratica della nonviolenza, curata da Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1996, pp. 248-249). Unica vittoria è quella che dà vita, quella della verità disarmata.
10. Nel film Wargames di John Badham (1983), un supercomputer calcola le possibilità di vittoria nella guerra totale e risponde: «L'unica mossa vincente è non giocare». La vittoria in guerra non esiste più. Le vittorie di ieri non erano vittorie, sembravano. La luce atomica illumina la guerra in ciò che è sempre stata: un'atroce stoltezza. Lo dimostrava già Bertrand Russell nel 1957 nella sua Lettera ai potenti della terra, facendo vedere che la vittoria è un'illusione (cit. in E. Balducci, L. Grassi, La pace, realismo di un'utopia, Principato, Milano 1985, p. 192).
11. «Una vittoria può dirsi tale soltanto se tutti in egual misura sono vincitori e nessuno è vinto». E' questa una massima buddista antica di più di due millenni, citata da Gorbaciov per la sua grande attualità, nel discorso in cui sottolineava l'importanza della Dichiarazione di Nuova Delhi del 26 novembre 1986, firmata da lui e dal primo ministro indiano Rajiv Gandhi. In questo documento, nel quale si affermava che «la nonviolenza deve essere alla base della vita della comunità mondiale», Gorbaciov vedeva il punto di incontro dei «massimi genî» dei due paesi, alludendo a Tolstoj e al Mahatma Gandhi. (Cfr E. Balducci, Gandhi, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1988, pp. 7-8).
12. Altri aforismi di Buddha sulla vittoria in guerra: «Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e chi soltanto vince se stesso, costui è il migliore dei vincitori di ogni battaglia» (Dhammapada, n. 103). «La vittoria alimenta inimicizia, perchè chi è vinto giace dolente. Chi ha abbandonato vittoria e sconfitta, costui ristà tranquillo e felice». (Dhammapada, n. 201, in Aforismi e discorsi del Buddha, a cura di Mario Piantelli, TEA, Milano 1988).
13. «Obiettivo della strategia della pace deve essere, in antitesi con la strategia di guerra - ed è questa la cosa sostanziale, quello di impedire la sconfitta del nemico» (Erich Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Mondadori, Milano 1988). Cioè, la pace non nasce mai dalla vittoria sul nemico, ma dalla vittoria sull'inimicizia. La vittoria della saggezza è impedire la sconfitta del nemico, sempre foriera di volontà di rivincita. La vera vittoria è quella comune alle parti, è l'attingere un risultato sovraordinato comune. Vincere è pericoloso. L'unica sicurezza è con-vincere, vincere insieme. E per questo è necessario con-vincer-si, cioè acquistare il potere su di sé, il più difficile e prezioso, la vera potenza.
14. Ascoltiamo Erasmo (1466-1536), il grande difensore della pace all'inizio del '500. Egli avvertì che lo Stato moderno si andava costituendo sul diritto di guerra, per il quale disponeva dei nuovi terribili armamenti da fuoco. Cioè, la guerra era il primo reale articolo delle costituzioni statali, ancora non scritte. Erasmo propose un' alternativa storica che non fu seguita. Noi oggi, al termine della modernità, nell'era della distruggibilità atomica, abbiamo un compito uguale: superare gli Stati e i super-Stati costituiti sulla violenza e la guerra. Erasmo fu un grande cristiano, che oggi la chiesa fa molto male a non ricordare. Dovrebbe essere proclamato "dottore della chiesa", Dottore Pacifico.
In guerra, «il trionfo di questi è il lutto di quelli... atroce e grondante di sangue è la felicità». «Alla fine, anche se ottengo vittoria completa, è più lo scapito che il guadagno». «Se vogliamo vincere con Cristo... vinceremo veramente allorquando saremo vinti». «Il bello è che non ottengono mai proprio quello che vogliono, e mentre stupidamente cercano di evitare questo o quello scoglio, piombano in altri guai, o negli stessi ma molto peggiorati». «Chi vince è un assassino. Chi è vinto muore, ma non è meno colpevole: muore solo per non essere riuscito a compiere lui l'assassinio che tentava». «In guerra piange anche chi vince». «Noi ti preferiamo pacifico piuttosto che vittorioso» (a Filippo di Borgogna). «La vittoria (in guerra) non rientra mai fra i beni che appagano».
Sono parole tratte dal Dulce bellum inexpertis (la guerra piace a chi non la conosce), dalla Querela pacis, dalla Lettera ad Antonio di Bergen, e da altri testi, oggi accessibili a tutti nel libro curato da Garin nelle Edizioni Cultura della Pace (Fiesole, 1988). In Erasmo si coalizzano contro la guerra l'argomento del sano utilitarismo e quello morale, per cui l'uomo è fallito quando uccide l'uomo.
15. All'obiezione del realismo cinico che si ammanta di giustizia, Erasmo risponde: «Quanto meglio lasciare impunito il misfatto di pochi, che cercare di infliggere una problematica pena a un paio di furfanti a prezzo del rischio certo di amici e nemici (come li chiamiamo), che non hanno fatto nulla». Leggevo queste parole nel gennaio 1991, durante le prime ore dell'orribile sacrificio umano in cui si celebrava, contro innocenti vite irachene, una sanguinaria «giustizia internazionale» nei confronti del dittatore e aggressore Saddam. Trovavo deboli le parole di Erasmo, per quella strage, ma vi riconoscevo lo stesso dolore che in quel momento ci schiacciava. Si dirà poi che avrà vinto la ragione e la giustizia... Quando «giustiziare» vuol dire uccidere - fosse anche il colpevole, con la pena di morte, e a maggior ragione migliaia di innocenti - la parola giustizia è del tutto falsata, tradita, sconfitta: ha vinto solo il mistero di male che oscura il mondo.
16. «Non sarebbe male che un popolo, a guerra finita e dopo aver concluso il trattato di pace, dopo la festa del ringraziamento decretasse un giorno di espiazione per chiedere persono al Cielo, in nome dello Stato, per la grave colpa della quale il genere umano continua a macchiarsi, rifiutando di sottomettersi ad una costituzione legale che regoli i rapporti con gli altri popoli, e preferendo usare, fiero della sua indipendenza, il barbaro mezzo della guerra (per mezzo del quale tuttavia non si decide ciò che si cerca, vale a dire il diritto di ogni Stato). I festeggiamenti coi quali si rende grazie per una vittoria conseguita in guerra, gli inni cantati (alla maniera degli Ebrei) al Signore degli eserciti, non contrastano meno nettamente con l'idea morale del padre degli uomini; infatti, a parte la già abbastanza triste indifferenza a riguardo dei mezzi coi quali i popoli perseguono il proprio reciproco diritto, esprimono per di più la soddisfazione d'avere annientato un bel numero di uomini, o distrutto la loro felicità». Così Kant, in una nota del suo grande scritto Per la pace perpetua. Progetto filosofico (pubblicato nel 1795; traduzione e cura di Alberto Bosi; Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1995, pp. 135-136). La guerra è dunque per lui la «grave colpa», il «barbaro (e inutile) mezzo», e ringraziare Dio per la vittoria è offesa all'idea morale di Dio, indifferenza alla crudeltà dei mezzi bellici, soddisfazione per aver dato morte e dolore.
17. Ma non è solo il grande nobile animo di Kant a parlare così. Ascoltiamo un altro autore, il quale dice che in guerra le potenze belligeranti sono «tutte d'accordo su un punto solo, fare il maggior male possibile. La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga [il Te Deum laudamus, preghiera usata come bestemmia classica nelle feste per la vittoria; n.d.r.], composta in una lingua sconosciuta a tutti coloro che hanno combattuto... La medesima canzone serve per i matrimoni e per le nascite, e al tempo stesso per la strage: questo è imperdonabile» . E' quell'arciscomunicato di Voltaire (nella voce Guerra del suo Dizionario filosofico), in questa occasione vero teologo, più cristiano di un papa e più pio di un monaco.
18. Tommaso Moro (1478-1535), il grande amico di Erasmo, non arriva ad escludere la guerra dalla sua isola di Utopia, eppure scrive: «La guerra è profondamente detestata in Utopia, come cosa veramente belluina [come dice il suo nome latino; n.d.r.], sebbene nessuna specie di belva la pratichi così spesso come l'uomo; e nulla si ritiene tanto inglorioso - al contrario di quasi tutti gli altri popoli - quanto la gloria acquistata con la guerra». Se è la cosa più ingloriosa, la vittoria in guerra è dunque la cosa più vergognosa.
Ma questo, dirà il realista freddo, avviene nell'isola che non c'è. A parte il fatto che Utopia può significare anche il buon luogo, il solo criterio che dà respiro e futuro all'intelligenza e alla vita è quello che lo stesso Moro ci dice: «Ci interessa tutto quello che non conosciamo ancora».
19. Ancora Kant cita un detto antico, nel fare il bilancio dei vantaggi e svantaggi della guerra: «La guerra è un male, perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo» (Per la pace perpetua, Primo supplemento). Dunque, chi vince nella guerra? Il male.
20. «Inutile strage, orrenda carneficina che disonora l'Europa». Così definì la guerra in corso, nel 1917, papa Benedetto XV, e fu coperto di improperi come disfattista.
«La guerra sarebbe il declino dell'umanità intera». «La pace ottenuta con le armi non potrebbe preparare che nuove violenze». Così, il 12 gennaio 1991, inutilmente avvertì le potenze occidentali papa Giovanni Paolo II, delegittimando solennemente la guerra del Golfo e la volontà di potenza dell'Occidente. Declino, in luogo del progresso. Nuove violenze, in luogo del nuovo ordine internazionale. E' questa la vittoria della legalità, della democrazia?
21. «La guerra è una sconfitta anche per coloro che pensano di esserne eventuali vincitori» (L'Osservatore Romano, 20 gennaio 1991). «Una guerra è sempre una sconfitta» disse una ragazza della 1ªE, quattordici anni, durante un'assemblea nel mio liceo contro la guerra del Golfo. Era più saggia di quei pazzi potenti, più capace di Andreotti, Demichelis e Cossiga, di governare l'Italia.
22. E ogni sconfitta camuffata
con sonanti peana
di vittoria. Poi
il rimorso inutile:
e lamenti e preghiere
a riempire i cieli, e sempre
un Salvatore atteso
e poi respinto.
David Maria Turoldo
Nel segno del Tau, Mondadori, Milano 1988, p. 109
23. «Le stesse potenze che hanno "vinto" l'ultima guerra mondiale a proprio danno (...) non sono riuscite a ricavarne altro insegnamento se non che bisogna armarsi più accanitamente che mai. (...) Nulla hanno imparato e nulla vogliono imparare, dopo la loro triste "vittoria" hanno fatto poco o nulla per la pace e molto invece per rendere possibili nuove guerre». (Hermann Hesse, nel settembre 1950, in Non uccidere, Considerazioni politiche, Mondadori, Milano 1987, p. 178).
24. Tra i commenti americani immediatamente successivi alle bombe di Hiroshima e Nagasaki troviamo anche questo, del settimanale cattolico Commonwealth, in un editoriale intitolato Orrore e vergogna: «Non dovremo più affannarci per mantenere limpida la nostra vittoria. E' disonorata. Il nome Hiroshima, il nome Nagasaki, sono i nomi della vergogna e della colpa americana». (Dal libro di Gar Alperovitz, Atomic Diplomacy, 2a edizione 1985).
25. L'Onu è una preziosissima conquista del nostro secolo per il futuro dell'umanità, e deve sviluppare il suo significato e le sue potenzialità, al di là dei suoi limiti attuali. Infatti, il suo vizio costituzionale, diventato col tempo tragicamente evidente, è di essere una istituzione nata per «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Preambolo dello Statuto), ma fondata sulla vittoria, sul diritto di guerra, sul privilegio dei vincitori, sul loro potere di veto. Nessuna pace può nascere dal diritto della forza, che è l'unico diritto sancito dalla vittoria in guerra, solo occasionalmente e casualmente coincidente con il diritto e la ragione.
26. «La lettera bagnata di lacrime con cui il duca di Wellington annunciava di avere vinto Napoleone a Waterloo, perdendo 50 mila soldati, è stata acquistata dalla British Library per 350 mila sterline (750 milioni di lire)» (da La Stampa, 23 gennaio 1990). Se ben ricordo una lontana lettura, Wellington disse allora che una vittoria è poco meno tragica di una sconfitta.
27. Un film di Peter Brook (1989) ha proposto agli europei il Mahabharata, antico poema sacro indiano di tre o quattro secoli precedente all'era cristiana, che contiene il famoso Bhagavadgita (il Canto del Beato). Questo testo sembra addirittura inculcare il dovere della guerra, contro le esitazioni della coscienza. Ecco uno dei punti (nemmeno il più importante) dell'interpretazione datane da Gandhi, che lo ha meditato per tutta la vita: «L'immortale autore (...) ha mostrato al mondo l'inutilità della guerra, dando ai vincitori una vuota gloria» (Teoria e pratica della nonviolenza, cit., p. 9).
28. «Il dolore inflitto a milioni di individui non è nemmeno per il presunto vincitore configurabile come il prezzo della vittoria, quanto l'indice della sconfitta che su ogni piano lo accomuna al nemico». (Luciano Gallino, La Stampa, 12 settembre 1990).
29. «L'esito della guerra dimostrò ancora una volta quanto illusoria sia la convinzione popolare secondo cui "vittoria" significa pace. Valse, invece, a confermare che essa è solo un "miraggio nel deserto": il deserto che una lunga guerra, tanto più se combattuta con armi moderne e metodi illimitati, si lascia inevitabilmente alle spalle». (B.H. Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1974, p. 6).
30. «L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che ci si incoraggi a ricuperare la stima di noi stessi sui campi di battaglia... Il senso di fiducia in se stessi e di autostima che gli americani desiderano veder ripristinato sarebbe sentito in modo più appropriato, in una democrazia come la nostra, se si fondasse sulla prova di salute e forza anziché su riferite distanti glorie di battaglie». (Paul Kennedy, storico statunitense, su L'Unità, 26 gennaio 1991).
31. «...Infatti la guerra, diventando sempre più stupida, più sporca, più tragica, non potrà non partorire che una vittoria stupida, sporca, tragica... Invece che il nuovo ordine mondiale sta preparando un nuovo disordine che solo i ciechi non vedono». (Alberto Cavallari, che all'inizio riteneva necessaria la guerra del Golfo, su La Repubblica, 27 gennaio 1991).
32. «Ora, poiché le armi più eccellenti sono oggetti sfortunati, ognuno le detesta. Perciò colui che segue la via non se ne occupa. (...) Le armi sono strumenti di sventura, non sono strumenti del nobile. Questi le usa solo se non ha nessun'altra alternativa, e considera superiori la calma e l'indifferenza. Se vince, non lo trova bello. Colui che lo trova bello gioisce di uccidere degli uomini. Ora, chi gioisce di uccidere uomini non può realizzare i propri intenti sull'impero. (...) L'uccisione di una moltitudine di uomini è pianta con dolore e lamentazioni; vinta una battaglia, ci si dispone come nei riti funebri». (Lao-tzu, Tao-teh-ching, Il libro del Tao, traduzioni diverse, n. 31).
33. Asoka, il grande re buddhista dell'India antica (3° sec. a.C.), si era dedicato in un primo tempo all'espansione dell'impero. Nel corso della conquista del Kalinga rimase profondamente scosso dall'orrore e dalla pietà provati di fronte alle stragi perpetrate dai suoi soldati. Allora - sappiamo dal suo XIII editto rupestre - espresse pubblicamente il suo rimorso e dichiarò solennemente che da quel momento solo la vittoria del Dhamma (dovere, precetto, pietà) sarebbe stata da lui considerata vera vittoria. (cfr Per un percorso etico tra culture, Testi antichi di tradizione scritta, a cura di Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996, p. 123).
34. L'alternativa è questa: o vittoria, o giustizia. Scrive Norberto Bobbio: «Fra due contendenti la pace può essere ottenuta o con la vittoria e la supremazia dell'uno sull'altro, o con la interferenza determinante di un terzo super partes. Nel primo caso si ha la cosiddetta pace d'impero, nel secondo caso una pace di compromesso, che Raymond Aron ha chiamato la "pace di soddisfazione"» (Autobiografia, Laterza 1997, p. 234). Quindi, la vittoria in guerra fa finire la guerra, ma non ottiene la pace giusta, bensì un dominio, che è impero, offesa, ingiustizia, della stessa qualità della guerra, benché non così immediatamente cruenta. Ricordiamo Erasmo: meglio una pace ingiusta di una guerra giusta. Ma non accontentiamoci. O vittoria, o giustizia.
35. «Per quanto giusta sia la causa del vincitore, per quanto giusta sia la causa del vinto, il male prodotto dalla vittoria come dalla sconfitta non è meno inevitabile». (Simone Weil, Quaderni, I, trad. di G. Gaeta, 3ª edizione, Adelphi, Milano 1991, p. 232).
36. «La Giustizia fugge dal campo dei vincitori», scriveva Simone Weil (Quaderni, III, trad. di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 158). Fugge per andare a pesare sull'altro piatto, a pareggiare la giusta bilancia. In questo brano la Weil dice che la società è forza, e che, se si è consapevoli dello squilibrio sociale, occorre «aggiungere peso sul piatto troppo leggero», con ogni mezzo, ma «bisogna aver concepito l'equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia». Ogni vittoria, per diventare giusta, deve essere riequilibrata, abbandonata in favore dei vinti.
37. Quando alla vittoria si aggiunge il piacere di trionfare e di umiliare il vinto (il che accade ben facilmente), la vittoria diventa più vergognosa. Dice ancora Simone Weil: «Avevo dieci anni al tempo del trattato di Versailles. Fino ad allora ero stata patriota con tutta l'esaltazione dei bambini in periodo di guerra. La volontà di umiliare il nemico vinto, che invase tutto in quel momento (e negli anni successivi) in maniera così repellente, mi guarì una volta per tutte da questo patriottismo ingenuo. Le umiliazioni inflitte dal mio paese mi sono più dolorose di quelle che può subire». (Al termine della Lettera a Georges Bernanos, scritta presumibilmente nel 1938, si trova in G. Gaeta, Simone Weil, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1992, pp. 95-100).
38. La vittoria delle armi dimostra la maggior forza e ferocia delle armi, nient'altro. Non dimostra nulla riguardo al diritto e alla giustizia. Può anche darsi che vinca la parte più giusta. Ma accade pure che le armi indeboliscano e inquinino le ragioni giuste, fino a perderle.
39. Quando Davide ricevette la notizia della morte di Assalonne, che si era ribellato contro di lui, fu scosso da tremito e salì a piangere nella stanza di sopra, gridando: «Assalonne, figlio mio, figlio mio! Perchè non sono morto io al tuo posto? Figlio mio, figlio mio Assalonne!». Davide, che pure fu un duro guerriero, qui profetizza la verità su ogni vittoria omicida: è sempre un figlio, un fratello, un consanguineo, che il vincitore ha ucciso. Ogni vittoria è sporca di sangue familiare. E' lutto, tanto quanto la sconfitta. «La vittoria in quel giorno si trasformò in lutto per tutto il popolo. (...) I soldati entrarono in città quasi di nascosto, come quando un esercito torna vergognoso dopo essere fuggito in battaglia» (2° libro di Samuele, 19, 1-4).
40. Accanto alla foto di un bambino col braccio destro amputato compare la scritta in inglese: «E' per questo che combattiamo? La guerra non vince la pace». E' un manifesto del National Peace Council, di Colombo, nello Sri Lanka (da Echoes, rivista del Consiglio Ecumenico delle Chiese sul programma Giustizia, Pace, Salvaguardia del creato, n. 13/1998, p. 23).
41. I calciatori che, fatto un gol, danno in furiose esultanze, tirano pugni nell'aria, esibiscono grinte più feroci che felici, come se stessero sbranando un odiato nemico, dimostrano una malsana cultura della vittoria sportiva. Il gioco, la prova di abilità e forza fisica rappresenta, nel corso del lungo faticoso processo di umanizzazione, la neutralizzazione della guerra, la trasformazione della vittoria da dolore ad allegria. Invece, quel brutto modo di giocare e di vincere fa il cammino inverso, è la regressione umana dal gioco alla guerra. La barbarie di quei calciatori, corrotti dai troppi soldi che guadagnano e dalla psicosi sportiva di massa, riflette le violenze collettive degli stadi, che tornano a somigliare all'arena dei gladiatori. In questo senso, Alex Langer denunciava il motto olimpico «citius, altius, fortius» (più veloce, più alto, più forte) come emblematico del «modello della gara» che informa fino all'esasperazione e alla follia il modo di vita dominante (cfr Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Scritti 1961-1995, Sellerio editore, Palermo 1996, p. 329). Se giocare vuol essere solo vincere, quel vincere non è più leggero come il giocare, ma pesante come il combattere. A questa civiltà della competizione che produce più vittime che successi umani, più rifiuti che prodotti, a questo "progresso" che (come dice Eduardo Galeano) è un viaggio con più naufraghi che passeggeri, Alex Langer opponeva un altro motto: «lentius, profundius, suavius» (con più calma, più profondità, più dolcezza).
42. Conosco questa storia familiare: il padre era tornato vincitore, nel 1918, e trovò disoccupazione, miseria, disordini, sofferenze, violenze, sfociate nella dittatura fascista. Passano più di vent'anni e Mussolini, dopo la vigliacca vittoria sull'Etiopia, butta l'Italia nella fornace della seconda guerra mondiale. Il figlio di quell'uomo viene mandato in guerra. Il padre gli dice: «Senti bene, figlio mio: io l'altra guerra l'ho vinta e non ho avuto che guai. Tu prova a perderla, chissà che non ti vada meglio». Spedito in Africa, il ragazzo appena vede gli inglesi butta a terra il fucile e si arrende. Passa il resto della guerra da prigioniero. Tornato a casa, trova un lavoro come reduce e se la passa a sufficienza nell'Italia della ricostruzione. In quella famiglia non credono molto nella vittoria. Del resto, è vero in generale che all'Italia sconfitta nel 1945 è andata assai meglio che all'Italia vittoriosa nel 1918.
43. Le feste per la vittoria sono «danza sulle bare». Così scrive Benjamin Constant in Dello spirito di conquista e dell'usurpazione, edizione BUR.
44. La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.
Bertolt Brecht
* * *
Prego i lettori di voler continuare, con altri documenti e testimonianze, a disonorare la vittoria militare.
Enrico Peyretti
45. Aggiunta 24-9-02
La guerra non ha più senso per il semplice fatto che non si vince più. Per il semplice fatto che anche una guerra vinta non chiude il conflitto che voleva chiudere: lo riapre in forme più nuove e terribili.
Ernesto Balducci
46. Aggiunta 3-10-02
Lamento di David sul gigante ucciso
La vittoria di David su Golia è una delle vittorie in armi più celebrate e di più “santa” fama. Perciò la aggiungo nella mia raccolta Dov’è, o guerra, la tua vittoria? come uno dei pezzi più significativi per togliere gloria alla vittoria in guerra e mostrarne tutta l’infinita tristezza.
La notte è troppo pesante sopra il mio capo
la luna non s’alza
non s’alza sulle colline,
io grido
e non mi risponde la terra di bronzo.
Ma ieri chiamavo la luna su quelle colline
e il giovane vento a giuocare
nella foresta
e i cani e le nuvole
l’acqua del fiume
ed il sonno.
Docile sonno, o mio agnello perduto
io non so dove.
Giuochi che David
non giuocherà mai più.
Se io fossi morto, mia madre
piangerebbe su di me,
s’io fossi ferito, qualcuno
laverebbe il mio sangue.
Non piange nessuno
se in qualche parte ho perduto
il mio vergine cuore;
se grondo del sangue di un altro
nessuno mi lava.
Tutti laggiù fanno festa,
io sono qui solo
con quello che ho ucciso.
Alzati, rosso gigante
ammucchiato ai miei piedi,
riprenditi il tuo respiro le cento teste
e l’ira e le armi di bronzo.
Ridammi la semplice fionda
e il mio cuore
il mio veloce cuore
in corsa sulle colline.
Tu non rispondi, gigante di bronzo.
Terra, tu non rispondi.
E sia pure così. È inutile gridare.
Dunque la luna ieri
non si alzava per me.
------------
Elena Bono, Dalla raccolta Alzati, Orfeo, riproposta nel 1981 nella antologia Piccola Italia, p.37-38.
47. Aggiunta 6-1-03
Alessandro Manzoni, Il Conte di Carmagnola, Coro dall’atto secondo:
I fratelli hanno ucciso i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.
Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona del canto;
Già s’innalzan dai cori omicidi
Grazie ed inni che abomina il ciel.
…….
……..
Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talora nel superbo viaggio
Non t’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.
4.02.2003
SENZA PERDERE TEMPO.
DISCUTERE LA GUERRA, AFFERMARE LA PACE
Saggio redatto dagli autori poche settimane
prima dell'inizio dell'attacco americano all'Iraq.
"Ci sono le armi, non ci sono le armi?".
"Gli ispettori hanno detto,
gli ispettori non hanno detto".
Dentro questo cerchio infernale, e
infernale perché semplificato se non abbrutito su questioni di
importanza neppure descrivibili a parole, si gioca la nostra
informazione e si giocano le nostre scelte.
E' stato autorevolmente detto che la guerra è paragonabile ad
un periodo di calamità e rassegnazione, quasi una peste, e che la
guerra va contrastata proprio nei periodi di pace. Quei momenti
vengono indicati come il tempo ideale per preparare gli anticorpi e
soprattutto per trovare le armi, almeno argomentative, per uscire dai
cerchi e dai dilemmi di cui l'urgenza della guerra ogni volta ci
pone. Nel suo discusso libro "La guerra", Asor Rosa parla di un
conflitto permanente che ormai fa parte della nostra esistenza, tanto
che, alla dinamica pace-guerra si potrebbe aggiungere un'altra
condizione che si potrebbe anche definire pace della guerra, e guerra
della pace.
I polemologi hanno da sempre notato che di fronte a questa catastrofe
non vi è mai stata una riflessione sufficiente: sembra quasi, anzi,
che una ostilità generale ed inconscia si opponga ad una ricerca.
Se gli uomini di pensiero non filosofico tendono forse a semplificare
le questioni, gli uomini della filosofia costruiscono oggetti
argomentativi che risultano chiusi nella specificità dei punti
raggiunti ed efficienti nel raggio delle terminologie messe in luce.
Manca, in sostanza, una opinione diffusa e preparata, che sappia far
tesoro dei dati filosofici (e diciamo pure dall'antichità ai giorni
nostri) e che nello stesso tempo sappia portare questi dati a livello
di una volgarizzazione accettabile e di una diffusione che rafforzi
la consapevolezza del proprio esser contrari alla guerra. Si
ricorderà come per la guerra del Kossovo il dilemma agitato era fra
guerra giusta e ingiusta; al momento attuale tutto si gioca su armi
chimiche nascoste e si ricorderà ancora come nei bunker, si diceva
nel '91, si nascondevano gli aerei di Saddam mentre negli aeroporti
c'erano solo sagome di cartone.
Non è una novità affermare che la guerra di fine secolo e dell'inizio=
di questo è una guerra di televisione e informazione.
Che nasconte e dissipa la tragicità della morte.
Baudrillard, sempre nel '91, parlò di guerra virtuale.
Ma il punto è che ci troviamo di fronte, con sempre maggiore
frequenza, a situazioni che ci colgono impreparati anche perché
pensiamo di aver familiarità con l'idea della guerra: si pensa sempre=
di saperne abbastanza. Eppure le cause appaiono sempre più
sconcertanti, le motivazioni sempre più discutibili, mentre un
servizio di informazione e preparazione, che sembra uscito da un
ufficio di torture psicologiche, gioca con noi a mostrare e
nascondere nello stesso tempo le condizioni reali in cui questo
fenomeno, si fa per dire, avviene. Rispetto dunque ad un cittadino
europeo della guerra '15 - '18, mentre da una parte siamo saturati di
informazioni (e lo scopo di questa saturazione non potrebbe essere
anche quello di accogliere la guerra come una liberazione?),
dall'altra siamo portati ad una sorta di miopia. È vero che anche in =
questo frangente ci saranno mobilitazioni, manifestazioni, gesti di
pace, appelli contro la guerra. Ma è anche vero che è necessario
tenere verso questa situazione un discorso che sia al tempo stesso
alto e specifico, chiarificatore e efficace.
La scuola e la cultura ci appaiono particolarmente interpellate.
La scuola pubblica non deve sfuggire al tema della identità primaria
del suo sistema di formazione, istruzione, educazione.
La scuola pubblica è certamente una scuola laica e pluralista.
Non di meno occorre darle un'asse e un obiettivo culturale.
L'Europa è ad una svolta. Deve assolutamente rafforzarsi, attorno ai =
suoi punti di forza: un ruolo di mediazione nel mondo, la democrazia,
l'economia partecipata, la ricchezza meglio diffusa in sintesi
l'oggettiva attitudine ad una funzione di pace nell'epoca odier=
na.
Altrimenti si sbriciola.
In uno scenario di "finis europae" non c'è spazio per il =
futuro della
cultura italiana.
La grande tradizione umanistica che ha affermato la penisola nel
mondo da 3000 anni, così come la fondazione della tradizione
scientifica che ha trovato anch'essa qui alcune fra le sue radici più
robuste: tutto scomparirebbe in una globalizzazione mortificante e
dissipatrice.
Non c'è spazio per Petrarca e Luca Pacioli, per Dante e per Galileo
se l'Europa non vince la sua battaglia per il mantenimento e la
trasformazione delle grandi culture che animano il globo.
Non ci si può sottrarre.
O si costruisce una identità europeista, democratica, basata sul
rispetto dell'individuo e della socialità, sulla condivisione delle
possibilità, oppure la scuola pubblica sarà ingoiata da una offensiva
privatistica che vedrà oggettivamente combinarsi rigurgiti
confessionalisti ed integralisti con l'onnivora presenza del mercato.=
O Europa e pace o il trionfo di quel regno del Nulla, ricordate
la "storia infinita" di Hende? Nella sua visione il Nulla divorava lo
spazio, in un Universo senza tempo. Qui il "Nulla" sta divorando il tempo,
cioè la storia, cioè la cultura.
Il tempo stringe, anche se tutto non termina in iraq, bisogna agire,
anche con il pensiero, senza perdere tempo.
Per questi motivi pensiamo di iniziare a indirizzarci verso una
prospettiva di studio e di chiarificazione organizzando un Forum che
vorremmo chiamare:
"una tavola rotonda sulla pace e sulla guerra".
Una occasione permanente, certo non episodica,
per ascoltare e per parlare.
Internet può aiutarci.
Pensiamo di iniziare raccogliendo una ventina di interventi di uomini e donne
che, nel nostro paese ed in Europa stanno producendo pensiero sulla
guerra.
Pensiamo poi di aprire, in questo sito di Impegno nuovo
ed altri luoghi del web un forum di
dibattito e di pubblicarlo integralmente.
Sempre disponibili a discutere anche direttamente, a Bologna, nei
Quartieri, nelle città della nostra Provincia.
Diffondere e de-virtualizzare, in sostanza.
Confidiamo nella qualità del dibattito. Si è presentato alla fine del
millennio un mondo abbastanza diverso da quello in cui in qualche
modo avevamo sperato; e verrebbe da dire: non resta che prenderne
atto e affinare gli strumenti di interpretazione e di analisi. Anche
l'opinione, si sa, conta in questi frangenti. Non è determinante, ma
conta. E per queste ragioni il discorso deve essere reso più acuto e
all'altezza del compito che lo attende.
Sentiamo l'urgenza e la responsabilità, oggi di più, per rispondere insieme,
dopo i tanti , in ogni città del mondo, del 15 Febbraio.
Gregorio Scalise
Gabriella Maini
Davide Ferrari
DISCUTERE LA GUERRA, AFFERMARE LA PACE
Saggio redatto dagli autori poche settimane
prima dell'inizio dell'attacco americano all'Iraq.
"Ci sono le armi, non ci sono le armi?".
"Gli ispettori hanno detto,
gli ispettori non hanno detto".
Dentro questo cerchio infernale, e
infernale perché semplificato se non abbrutito su questioni di
importanza neppure descrivibili a parole, si gioca la nostra
informazione e si giocano le nostre scelte.
E' stato autorevolmente detto che la guerra è paragonabile ad
un periodo di calamità e rassegnazione, quasi una peste, e che la
guerra va contrastata proprio nei periodi di pace. Quei momenti
vengono indicati come il tempo ideale per preparare gli anticorpi e
soprattutto per trovare le armi, almeno argomentative, per uscire dai
cerchi e dai dilemmi di cui l'urgenza della guerra ogni volta ci
pone. Nel suo discusso libro "La guerra", Asor Rosa parla di un
conflitto permanente che ormai fa parte della nostra esistenza, tanto
che, alla dinamica pace-guerra si potrebbe aggiungere un'altra
condizione che si potrebbe anche definire pace della guerra, e guerra
della pace.
I polemologi hanno da sempre notato che di fronte a questa catastrofe
non vi è mai stata una riflessione sufficiente: sembra quasi, anzi,
che una ostilità generale ed inconscia si opponga ad una ricerca.
Se gli uomini di pensiero non filosofico tendono forse a semplificare
le questioni, gli uomini della filosofia costruiscono oggetti
argomentativi che risultano chiusi nella specificità dei punti
raggiunti ed efficienti nel raggio delle terminologie messe in luce.
Manca, in sostanza, una opinione diffusa e preparata, che sappia far
tesoro dei dati filosofici (e diciamo pure dall'antichità ai giorni
nostri) e che nello stesso tempo sappia portare questi dati a livello
di una volgarizzazione accettabile e di una diffusione che rafforzi
la consapevolezza del proprio esser contrari alla guerra. Si
ricorderà come per la guerra del Kossovo il dilemma agitato era fra
guerra giusta e ingiusta; al momento attuale tutto si gioca su armi
chimiche nascoste e si ricorderà ancora come nei bunker, si diceva
nel '91, si nascondevano gli aerei di Saddam mentre negli aeroporti
c'erano solo sagome di cartone.
Non è una novità affermare che la guerra di fine secolo e dell'inizio=
di questo è una guerra di televisione e informazione.
Che nasconte e dissipa la tragicità della morte.
Baudrillard, sempre nel '91, parlò di guerra virtuale.
Ma il punto è che ci troviamo di fronte, con sempre maggiore
frequenza, a situazioni che ci colgono impreparati anche perché
pensiamo di aver familiarità con l'idea della guerra: si pensa sempre=
di saperne abbastanza. Eppure le cause appaiono sempre più
sconcertanti, le motivazioni sempre più discutibili, mentre un
servizio di informazione e preparazione, che sembra uscito da un
ufficio di torture psicologiche, gioca con noi a mostrare e
nascondere nello stesso tempo le condizioni reali in cui questo
fenomeno, si fa per dire, avviene. Rispetto dunque ad un cittadino
europeo della guerra '15 - '18, mentre da una parte siamo saturati di
informazioni (e lo scopo di questa saturazione non potrebbe essere
anche quello di accogliere la guerra come una liberazione?),
dall'altra siamo portati ad una sorta di miopia. È vero che anche in =
questo frangente ci saranno mobilitazioni, manifestazioni, gesti di
pace, appelli contro la guerra. Ma è anche vero che è necessario
tenere verso questa situazione un discorso che sia al tempo stesso
alto e specifico, chiarificatore e efficace.
La scuola e la cultura ci appaiono particolarmente interpellate.
La scuola pubblica non deve sfuggire al tema della identità primaria
del suo sistema di formazione, istruzione, educazione.
La scuola pubblica è certamente una scuola laica e pluralista.
Non di meno occorre darle un'asse e un obiettivo culturale.
L'Europa è ad una svolta. Deve assolutamente rafforzarsi, attorno ai =
suoi punti di forza: un ruolo di mediazione nel mondo, la democrazia,
l'economia partecipata, la ricchezza meglio diffusa in sintesi
l'oggettiva attitudine ad una funzione di pace nell'epoca odier=
na.
Altrimenti si sbriciola.
In uno scenario di "finis europae" non c'è spazio per il =
futuro della
cultura italiana.
La grande tradizione umanistica che ha affermato la penisola nel
mondo da 3000 anni, così come la fondazione della tradizione
scientifica che ha trovato anch'essa qui alcune fra le sue radici più
robuste: tutto scomparirebbe in una globalizzazione mortificante e
dissipatrice.
Non c'è spazio per Petrarca e Luca Pacioli, per Dante e per Galileo
se l'Europa non vince la sua battaglia per il mantenimento e la
trasformazione delle grandi culture che animano il globo.
Non ci si può sottrarre.
O si costruisce una identità europeista, democratica, basata sul
rispetto dell'individuo e della socialità, sulla condivisione delle
possibilità, oppure la scuola pubblica sarà ingoiata da una offensiva
privatistica che vedrà oggettivamente combinarsi rigurgiti
confessionalisti ed integralisti con l'onnivora presenza del mercato.=
O Europa e pace o il trionfo di quel regno del Nulla, ricordate
la "storia infinita" di Hende? Nella sua visione il Nulla divorava lo
spazio, in un Universo senza tempo. Qui il "Nulla" sta divorando il tempo,
cioè la storia, cioè la cultura.
Il tempo stringe, anche se tutto non termina in iraq, bisogna agire,
anche con il pensiero, senza perdere tempo.
Per questi motivi pensiamo di iniziare a indirizzarci verso una
prospettiva di studio e di chiarificazione organizzando un Forum che
vorremmo chiamare:
"una tavola rotonda sulla pace e sulla guerra".
Una occasione permanente, certo non episodica,
per ascoltare e per parlare.
Internet può aiutarci.
Pensiamo di iniziare raccogliendo una ventina di interventi di uomini e donne
che, nel nostro paese ed in Europa stanno producendo pensiero sulla
guerra.
Pensiamo poi di aprire, in questo sito di Impegno nuovo
ed altri luoghi del web un forum di
dibattito e di pubblicarlo integralmente.
Sempre disponibili a discutere anche direttamente, a Bologna, nei
Quartieri, nelle città della nostra Provincia.
Diffondere e de-virtualizzare, in sostanza.
Confidiamo nella qualità del dibattito. Si è presentato alla fine del
millennio un mondo abbastanza diverso da quello in cui in qualche
modo avevamo sperato; e verrebbe da dire: non resta che prenderne
atto e affinare gli strumenti di interpretazione e di analisi. Anche
l'opinione, si sa, conta in questi frangenti. Non è determinante, ma
conta. E per queste ragioni il discorso deve essere reso più acuto e
all'altezza del compito che lo attende.
Sentiamo l'urgenza e la responsabilità, oggi di più, per rispondere insieme,
dopo i tanti , in ogni città del mondo, del 15 Febbraio.
Gregorio Scalise
Gabriella Maini
Davide Ferrari
RIPUBBLICHIAMO QUI ALCUNI CONTRIBUTI DELLA PRECEDENTE SERIE DI
Impegno nuovo
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Saturday, July 06, 2002
Dieci punti per discutere di famiglie.
1. La Costituzione della Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio(art.27). Anche alla base di questa formulazione vi fu una continua mediazione fra la cultura dei comunisti italiani e la prevalente impostazione dei cristiani di ispirazione democratica, Ma vi è anche l'articolo 2 che riconosce e promuove le formazioni intermedie fra Stato ed individui che siano capaci di promuovere solidarietà. Il buon senso, il rispetto per le persone e per l'evoluzione storica della nostra società induce a concludere che, se la Costituzione intende favorire la famiglia e distinguere fra la famiglia fondata sul matrimonio e le altre forme di convivenza, queste trovano tuttavia anch'esse una tutela costituzionale. Quindi un principio utile è quello di rifiutare interpretazioni ideologiche della Costituzione e favorire una evoluzione della legge, del diritto, e della politica che sia rivolta alla comprensione e all'aiuto non alla condanna e alla discriminazione. Essere per la famiglia vuol dire mettere in rilievo soprattutto il "per", piuttosto che ciò che andrebbe sottratto alle politiche familiari perché rivolto a modelli familiari differenti dal matrimonio. Per amare e difendere la famiglia bisogna impostare, dunque, anche a livello locale politiche attive e positive, che l'aiutino a vivere concretamente, a rafforzarsi nella libertà e nella responsabilità dei suoi componenti.
2. In tanti lamentano il declino della famiglia, il suo ridursi a nuclei anagrafici sempre più ristretti, fino ad individuare una tendenza, che sarebbe frutto della modernità, a dissolvere la famiglia nella solitudine o, ed è quello che è ritenuto peggio, nella promiscuità e nella infecondità. Molti problemi esistono. Tuttavia ritengo che il fenomeno più importante, che è davvero curioso che sia così nascosto e privo di riconoscimenti, è che "la famiglia ha vinto". Voglio dire che modelli di vita, che per millenni sono stati molto diffusi per il peso della povertà oppure tendenze, più recenti, sviluppate a fronte di istanze di libertà e di autodeterminazione della persona, sembrano tutte ricomporsi, in qualche modo, in una "ricerca della vita familiare". D'altra parte è questo il fondamento oggettivo delle polemiche sulle "famiglie di fatto". Gli individui vogliono misurare la diversità dei propri percorsi, che è pure considerata un diritto irrinunciabile, con la "prova della famiglia, della vita familiare". Davvero non comprendo come non sia salutata come cosa straordinariamente positiva la volontà di fare famiglia, di stabilizzare legami, qualunque siano i generi e le generazioni coinvolte. In realtà la cosiddetta famiglia borghese, solida ma non patriarcale, con i coniugi avviati a maggiore parità, con bambini e anziani assistiti ed educati ma in condizioni tali da garantire un uso più libero del tempo di ognuno, da privilegio di pochissimi è diventato, con luci e ombre una aspirazione ed anche una possibilità per la quasi universalità della società italiana. Se questo è vero derivano conseguenze e responsabilità importanti per la politica, proviamo a considerarla.
3. Bisogna fare molto per le famiglie, perché molti, sempre di più vogliono "essere famiglia". Anche a Bologna. La politica e l'Amministrazione deve agire su tutti i punti di crisi della vita quotidiana di una famiglia, del suo formarsi, del suo mantenersi, del suo evolversi secondo il tempo.
4. Formare una famiglia. Il problema più sentito anche dai bolognesi è quello della casa. (Vedi articolo di C.Merighi). E' del tutto sbagliato inseguire il mito della casa in proprietà come unica risposta. Accanto ad un forte nucleo di proprietà diffusa incrementare con tutte le forme, le possibilità in affitto è necessario per dare flessibilità e libertà, anche dal punto di vista delle stesse tipologie di appartamento, per una vita familiare che trovi i suoi spazi, nella giovinezza della coppia, poi nel ricongiungimento con i genitori più anziani, e soprattutto nell'allargarsi fecondo con le nascite.
5. Mantenere serena e viva una famiglia.Servizi educativi e scuole adeguate e flessibili, di buona qualità sono necessari, sempre di più, non solo per permettere il lavoro di entrambi i coniugi ma, in primo luogo, per alleviare e qualificare i compiti di cura. Per essere più "genitori", più vicini ai figli bisogna avere la possibilità di esserlo per un "tempo sostenibile", che ponga la genitorialità al centro della vita ma non in alternativa alla vita delle persone - genitori. Sono convinto che questo aspetto sia altrettanto importante, per le conseguenze nei rapporti fra le generazioni, del valore educativo - che va comunque sempre ribadito - dei servizi e delle scuole per l'infanzia e l'età evolutiva.
6. Una famiglia dalle tante età. Va favorita la convivenza, che deve essere una libera scelta, delle tre età, fanciullezza, maturità e anzianità in una famiglia. Servono spazi, lo abbiamo detto, servizi per l'infanzia e, appunto, una gamma plurale di servizi per gli anziani. La prevenzione prima della cura, la cura è quindi il mantenimento del domicilio proprio prima del ricovero e dall'allontanamento dalla famiglia. Può essere questa la catena delle priorità per una compresenza delle generazioni che porti esperienza, saperi, gioia.
7. La famiglia come luogo, essa stessa, di servizio, di cura, di educazione, di benessere. La priorità di queste funzioni della famiglia deve indurre a realizzare un mix fra politiche di sostegno fiscale e di rimborso economico con politiche di incremento dei servizi pubblici. Il punto di equilibrio non può essere basato solo sulle esigenze di risparmiare spesa pubblica, scaricando quindi sulla famiglia maggiori oneri, magari più monetizzati. In questo modo si indeboliscono, in primo luogo i processi di formazione di nuove famiglie e, comunque, si riducono le possibilità di libertà. Bisogna invece cercare di scegliere,in ogni occasione, la misura più adatta alla famiglia, che non sempre è un servizio disponibile all'esterno.
8. Una famiglia di cittadini. Aiutare fiscalmente la famiglia, affiancarle servizi, entrambe queste scelte e soprattutto un loro positivo equilibrio richiede la considerazione della famiglia come luogo di condivisione delle scelte, di prova della libertà, di assunzione di doveri oltre che di esercizio dei diritti. L'insieme di questi elementi fa assomigliare quanto è richiesto alla famiglia ad un vero e proprio concetto di cittadinanza. Non basta più dire che la famiglia è il nucleo della società. L'aumentare inevitabile dei momenti di confronto fra Stato e istituzioni, da una parte, e famiglie, dall'altra, richiede che si debba anche dire come la famiglia può essere davvero punto di riferimento per tutta la società e per la sua sfera pubblica istituzionale. Acquista quindi una nuova importanza l'insieme delle tematiche legate ai ruoli familiari, che sono state avanzate nel tempo dal movimento delle donne, e che oggi si ripropongono, spesso, per altra via. Una famiglia autoritaria, oberata da compiti che non ha scelto, condizionata da figli che non riescono a prendere una propria strada autonoma è un soggetto di welfare inaffidabile, è un punto di sussidiarietà insufficiente, è una debolezza per la società pubblica.
9. Una famiglia per proteggere e superare la paura. La famiglia è un ambito importante anche per definire obiettivi e possibilità delle politiche di sicurezza. Se affrontate individualmente le cause di disagio e di sofferenza di fronte al crimine appaiono ancora più gravi e inaffrontabili. Esse infatti non sono le medesime per un uomo o per una donna, per una anziano o per un giovane. Chiamare le famiglie al confronto, non davanti ad "un" crimine "un" rischio, ma per affrontare i problemi di sicurezza di un territorio è necessario per amalgamare i punti di vista, indirizzare l'azione pubblica, superare la paura.
10. La famiglia nelle nuove condizioni del lavoro. Se è del tutto illusorio pensare di fare carico alla famiglia delle insicurezze dovute al cambiamento del mercato del lavoro è però decisivo sostenere i percorsi di educazione dei figli, di formazione e riqualificazione degli adulti che passano anche dentro la famiglia e dentro le sue scemlte, le sue "priorità di bilancio", La Famiglia aiuta a "sostenere"la flessibilità, sia con risorse economiche, sia nel fornire tempo. Anche questo peso è oggi redistribuito in modo ineguale, a danno dei soggetti femminili, delle donne ed anche delle ragazze. Una politica che aiuti le famiglie, "con prestiti pubblici", ma anche sociali, di tempo e di denaro per favorire il lavoro dei suoi membri e la sua qualità è molto opportuna, deve diventare un obiettivo, sempre più importante, di un welfare rinnovato, perché la flessibilità del lavoro non sia solo un inganno ed un maggiore sfruttamento.
Questi dieci punti non sono una proposta politica. E' evidente. Vorrebbero però rappresentare una base per riflettere e costruire una proposta politica. Ad essi vogliamo aggiungere, e cominciamo a farlo, oggi qui in questo giornale, una analisi sui dati della realtà bolognese e su alcune battaglie aperte sul fronte delle opportunità e dei servizi, che stiamo conducendo nel Comune di Bologna.
Tutti i materiali per arrivare, anche su questo punto, ad una proposta, vincente per il 2004.
Vincente perché vicina alle persone, alla vita quotidiana.
Davide Ferrari
Monday, June 17, 2002 :::
APRILE, IL SILENZIO DEI COMUNISTI, IL LIBRO MAI STAMPATO
Su La Repubblica del 24 maggio 2002, recensione-intervento di Mario Pirani sul libro intitolato Il silenzio dei comunisti (Einaudi) con l'intreccio dei punti di vista della Mafai, di Vittorio Foa e di Reichlin. Malauguratamente il libro viene ritirato in questi giorni causa errori di stampa, dice il libraio della Zanichelli-Feltrinelli.
Qualcosa blocca i Ds, sembra di poter dire sulle notizie fornite da Pirani, è arrivato il momento di aprire una discussione che non si è fatta.
In realtà, anche senza ricorrere a liste bibliografiche, e quindi soltanto a lume di naso, la discussione c'è stata in questi decenni, e i libri non sono mancati.
Il lettore non specialista ricorderà almeno i nomi di Conquest e di Medvedev. Nel '97 era uscito in Francia Le livre noir du comunisme che aveva dato adito ad ampi dibattiti e alla dissociazione di alcuni redattori del libro dalla prefazione di Stéphane Courtois. In un articolo su Le Monde (14 novembre '97), Nicola Werth e Jean Luis Margolin rispondevano punto per punto alle questioni poste da Courtois. In italia, e siamo nel '98, uscirà un libro importante con i contributi di Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Luciano Canfora, Pietro Ingrao, Domenico Losurdo, autore, fra l'altro, proprio in quello stesso anno di "Il peccato originale del novecento".
Che in qualche modo la discussione sia ancora in corso, anche per stemperare le tesi dei revisionisti o addirittura dei negazionisti è indubbio, come è indubbio che tutta la qualità del novecento è ora più che mai oggetto di riflessione. Se a partire dagli anni novanta si era pensato di poter giungere alla fine della storia e approdare al mercato come segno unficante, gli anni successivi (dall'Iraq alla Bosnia, dalla scomparsa dell'Urss alla comparsa dei movimenti islamici) indicavano che i fili della storia andavano ripresi, come era necessario ripristinare la cultura critica contro l'affermazione del mercato, dell'immagine e della chiacchiera. Queste entità venivano anzi definite negli ultimi anni come pensiero unidirezionale. Se le cose stanno così, sembra plausibile pensare che l'Italia sia stata una delle vittime del pensiero unidirezionale.
Ecco che un'associazione come Aprile, in questo momento alle prese con questioni costitutive e di indirizzo, potrebbe anche farsi carico di un inizio di riflessione in questo senso.
La questione forse non si pone come sembra indicare la pubblicazione su cui qui si è iniziato il discorso, ma sembra piuttosto essere quella della raccolta e della messa a fuoco dei dati e delle elaborazioni sin qui evidenziate. Più che di silenzio, occorrerebbe parlare di una sorta di un non eccessivo entusiasmo nell'affrontare temi scomodi. Lo indica per esempio il quasi silenzio che accolse in Italia il libro di Furet, storico cui si devono, fra l'altro, interessantissime analisi su Marx e la rivoluzione francese (Il passato di una illusione, 1995).
La strada da percorrere, anche se nessuno forse ne ha ancora disegnato il tracciato, in realtà è fatta, pronta proprio perché gli avvenimenti l'hanno costruita e i nuovi viandanti non devono far altro che riconoscerla e nominarla come loro percorso. Si tratterebbe di un filo riannodabile, delicato ma resistentissimo, che indica ciò che resta al netto di una illusione e nello stesso tempo mette a fuoco i nuovi accostamenti e le questioni che oggi si pongono.
Ma la unidirezionalità invasiva e sciocca degli atteggiamenti contemporanei che il centro destra ha acquistato en bloc non può essere minimamente scalfita senza una scelta accurata dell'informazione, una messa in chiaro di alcuni punti, e la risoluta messa in scacco dei numerosi sofismi che sono circolati in questi anni. Si tratta di un'alternanza, di una pantalonnade, di una violazione costituzionale? Qualcuno ha cercato di richiamare l'attenzione su questi termini di scelta, la strategia generale sembra voler accettare il vago e giocare con le stesse carte.
Errore? Valutazione, invece, dotata di una sua saggezza? Qualche altro, proprio ad una riunione della costituenda associazione, ha ricordato i temi della guerra, su cui andrebbe presa una posizione oggi prima che gli effetti di un attacco all'Iraq o a qualche altro candidato canaglia, possano produrre effetti di divisione laceranti.
Niente da dire sul fatto di navigare a vista, soprattutto se i timonieri hanno esperienza, ma il fragile rapporto fra una politica moderna e di superficie e la costituzione di un pensiero riflessivo e dotato di vitalità critica è un rapporto che va reso agibile.
Se ne parla? E se sì, in che termini?
Molte cose lasciano piuttosto pensare ad una cultura di sinistra che ha un po' abbandonato i suoi punti non ancora ripristinati e chiarificati, e che ha scelto nei decenni scorsi di accostarsi alla cultura di destra e mettendo poi in mora i punti acquisiti e non praticabili (Nietzsche per tutti, come suonava un articolo di Franco Fortini di tempo fa).
Da un certo punto in poi - diciamo anni novanta - la sinistra gareggiava direttamente col pensiero unidirezionale, puntando tutto sul pensiero comico, con la scrittura di superficie scambiata per leggerezza.
Né la consacrazione di Pasolini e neppure le radici di Guccini sembrano punti confortanti per una ripresa critica che ha bisogno di punti di pensiero, di dati, di informazione ricca e fertile, di una radice reale che assicuri lo scorrimento di un pensiero e ridia fiducia esistenziale e interiore a quelle persone (e non sono poche) che oggi sembrano esserne sprovviste.
Questa linea della verità o oggettività (come diceva un giovane alla citata riunione) non è che poi abbia bisogno di grandi idee, di sovrumane illuminazioni, di afflati epici. Le idee sono quelle che erano e che restano dopo il vaglio del bancone della storia (per riprendere un'espressione di Augusto Del Noce, altro studioso che andrebbe ripensato) e la strada (già segnata dai fatti) è proprio il rapporto di tessitura fra il passato di un illusione e l'illusione di questa sorta di eterno presente da cui non ci hanno schiodato neppure i terribili eventi statunitensi. Se il mondo fosse un Eden, l'eterno presente andrebbe benissimo, ma dal momento che eterno presente è solo la vetrina del mercato e non la storia, ecco che la messa in luce di un pensiero critico costituirebbe la rottura della vetrina, ovvero dell'eterno presente come fattore indiscutibile di verità.
Adattare il linguaggio critico culturale alla politica è veramente uno sforzo, eppure proprio in questo dislivello, in questa frattura si nasconde, probabilmente, il segreto del silenzio, la cifra di una quasi afasia di fronte al potere (di carta?) di un pensiero unidrezionale trionfante ma cosparso di punti vulnerabili e destrutturabili.
(Il titolo di questo scritto, a pensarci bene se se non fosse un po' troppo enigmatico-poetico, potrebbe anche essere La difficoltà di destrutturare il niente).
Gregorio Scalise
...............................................................................................................................................................................................
Friday, May 24, 2002 :::
BERLINGUER 80 ANNI. INTERVISTA DI SVT A DAVIDE FERRARI
D. FERRARI risponde alle domande di Carmen Striegel (SVT)
sull'ottantesimo anniversario della nascita di Enrico
Berlinguer (25 Maggio 1922).
La redazione di Impegno nuovo.
......................................................
Enrico Berlinguer, per l'oggi più che per il suo
stesso tempo.
Intervista a Davide Ferrari
......................................................
Berlinguer è stato un innovatore od un conservatore ?
=Berlinguer amava dire che occorre essere
rivoluzionari e conservatori. Era il segno di una
contraddizione permanente del marxismo italiano e del
PCI. A lungo le architetture, pure sofisticatissime
del materialismo storico italiano , della linea che da
Labriola va a Togliatti,non sono più riuscite a
reggere questa contraddizione.
Berlinguer cercava una via per mantenere il meglio
della tradizione culturale italiana, dal cattolicesimo
democratico fino appunto al materialismo marxista
gramsciano, riletto con le prudenti lenti
togliattiane.
L'intento era forse impossibile da raggiungere ma
lodevole, di alto profilo, come tutto del resto in
"Enrico".
Berlinguer continuatore di Togliatti, dunque?
=Si è detto spesso il contrario, ma la mia risposta è
sì.
Certamente sì. Ne è stato l'erede più vero, il
prescelto.
Ma il carattere dei due uomini politici era, o almeno
appariva, molto diverso.
Più pronto nel fissare mete politicamente
raggiungibili e realistiche Togliatti, più capace di
vedere e descrivere uno scenario di prospettiva
Berlinguer.
Togliatti era un politico capace di filosofia.
Berlinguer un uomo di pensiero, se non un filosofo,
appassionato alla lotta politica.Berlinguer
assomigliava più a Gramsci, aveva certamente una
minore ampiezza intellettuale ma, dico una eresia,
possedeva più fermezza morale e senso dell'ascolto
degli altri, del plurale flusso degli eventi, dello
stesso Gramsci.
Gramsci era più soggettivista, "soreliano",
gentiliano.
Berlinguer era un crociano, ma, se si può dire, con
una grande simpatia per Cristo, per l'assoluto,
intendo.
Questa dote, guardare all'assoluto per scoprirsi
limitati e quindi veramente "democratici", attraverso
la riscoperta del valore della nostra personale
individualità, del nostro essere di uomini e donne, e
insieme di quella altrui,dei prossimi, e di quelli
solo apparentemente distanti, lo avvicina molto alle
generazioni nuove che dagli anni settanta ad oggi
hanno questi segni.
Molto al pensiero, immenso e spesso misconosciuto, dei
movimenti di liberazione femminile.
Sì in qualcosa Berlinguer è stato più avanti anche di
Gramsci, non solo di Togliatti.
Perchè Berlinguer era molto amato dal popolo italiano
e pochissimo dai dirigenti del suo partito, il PCI,
ora DS ?
=Non so se è stato poco amato. Certo è stato poco
compreso. Piacque a molti il compromesso storico
perchè sembrava dare uno sbocco di governo a decenni
di lotte.
Non me la sento di condannare questa ansia di
governare, che pure ha fatto molti danni.
In un politico è anche il segno della volontà di fare.
Ma il compromesso di Berlinguer dilatava, non
restringeva, l'ambito delle riforme, fino a
ricomprendere spazi di siocialismo, cioè di
rivoluzione.
Mentre molto del pensiero ufficiale del PCI tendeva a
declamazioni verbali impegnative, con richiami a Lenin
e alla solidarietà internazionalista rivoluzionaria,
ma ad una proposta politica molto molto più
accomodante di quella di Berlinguer.
Quando con l'alternativa e la critica alla
degenerazione morale della vita dei partiti è stata
più evidente questa distinzione fra il pensiero di
Berlinguer e quello della grande parte dei quadri e
degli stessi militanti, "Enrico" è rimasto solo. Credo
che gli anni dell'alternativa, dei bagni di folla ai
cancelli della Fiat, del duro confronto con Craxi,
siano stati di grande solitudine, nonostante il
possente e ingenuo amore di tanti di noi, soprattutto
chi allora era giovane o giovanissimo.
Ma se era così isolato perchè riceveva tanto affetto
popolare?
=Berlinguer rappresentava la sicurezza ed il fascino
di un uomo fermo nei suoi principi ma non
irragiungibile, più avanti di noi tutti ma non in
un'altra dimensione.
Credo che tanti italiani comprendessero che i talenti
di "Enrico" avrebbero potuto portarlo ad esprimersi in
altri campi ma che egli aveva scelto la militanza, e
la proseguiva, per condivisione, per amore verso il
popolo. Un sentimento cristiano, che appartiene molto
agli italiani soprattutto a quelli che erano i
comunisti italiani.
Qual' è l'idea di Berlinguer che le sembra ancora
attuale?
= Molte idee di Enrico Berlinguer sull'Italia sono non
solo attuali ma appartengono all'oggi, più che al suo
stesso tempo.
Basta pensare al richiamo alla "questione morale".
Ma essendo queste parole rivolte a lettori e spettatori di un
altro paese sono certo di dover indicare un'idea più
generale, che va oltre i confini della nazione
italiana.
E' l'idea che il mondo ha bisogno di un governo unico
e democratico e che tutto deve rivolgersi alla
dimensione universale dei problemi.
Una sorta di internazionalismo democratico
universalista.
Assomiglia molto alla parola d'ordine dei movimenti
new global: "globalizzare i diritti".
Non solo è un'idea attuale ma è anche profondamente
giusta.
E' quello che resta e resterà della "terza via" di
Berlinguer. Non un pasticcio per salvare il retaggio
sovietico ma il senso che il mondo deve darsi una
democrazia nuova, ben più forte, allargata ai
cittadini di tutto il pianeta.
E' a ben vedere una visione del tutto anti-ideologica,
perchè le ideologie tendono a bastare a se stesse,
mentre l'universalismo berlingueriano no, comprendeva
bene la loro drammatica insufficienza.
Berlinguer ha molto da dire alla sinistra europea di
oggi, in profonda crisi ma che deve ritrovarsi,
combattere l'immoralità del populismo, della
demagogia, di un ritorno alla forza, al terrore, alla
ritorsione.
Con lui Palme, Brandt, Kreisky. Uomini che non
poterono incontrarsi e lavorare assieme compiutamente
ma che avevano il senso della mondialità, del
conflitto nord-sud.
Allora era preveggenza. Oggi il mondo è in ognuno dei
nostri quartieri.
(Trascrizione di A. Accattato)
Impegno nuovo
..........................................
Saturday, July 06, 2002
Dieci punti per discutere di famiglie.
1. La Costituzione della Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio(art.27). Anche alla base di questa formulazione vi fu una continua mediazione fra la cultura dei comunisti italiani e la prevalente impostazione dei cristiani di ispirazione democratica, Ma vi è anche l'articolo 2 che riconosce e promuove le formazioni intermedie fra Stato ed individui che siano capaci di promuovere solidarietà. Il buon senso, il rispetto per le persone e per l'evoluzione storica della nostra società induce a concludere che, se la Costituzione intende favorire la famiglia e distinguere fra la famiglia fondata sul matrimonio e le altre forme di convivenza, queste trovano tuttavia anch'esse una tutela costituzionale. Quindi un principio utile è quello di rifiutare interpretazioni ideologiche della Costituzione e favorire una evoluzione della legge, del diritto, e della politica che sia rivolta alla comprensione e all'aiuto non alla condanna e alla discriminazione. Essere per la famiglia vuol dire mettere in rilievo soprattutto il "per", piuttosto che ciò che andrebbe sottratto alle politiche familiari perché rivolto a modelli familiari differenti dal matrimonio. Per amare e difendere la famiglia bisogna impostare, dunque, anche a livello locale politiche attive e positive, che l'aiutino a vivere concretamente, a rafforzarsi nella libertà e nella responsabilità dei suoi componenti.
2. In tanti lamentano il declino della famiglia, il suo ridursi a nuclei anagrafici sempre più ristretti, fino ad individuare una tendenza, che sarebbe frutto della modernità, a dissolvere la famiglia nella solitudine o, ed è quello che è ritenuto peggio, nella promiscuità e nella infecondità. Molti problemi esistono. Tuttavia ritengo che il fenomeno più importante, che è davvero curioso che sia così nascosto e privo di riconoscimenti, è che "la famiglia ha vinto". Voglio dire che modelli di vita, che per millenni sono stati molto diffusi per il peso della povertà oppure tendenze, più recenti, sviluppate a fronte di istanze di libertà e di autodeterminazione della persona, sembrano tutte ricomporsi, in qualche modo, in una "ricerca della vita familiare". D'altra parte è questo il fondamento oggettivo delle polemiche sulle "famiglie di fatto". Gli individui vogliono misurare la diversità dei propri percorsi, che è pure considerata un diritto irrinunciabile, con la "prova della famiglia, della vita familiare". Davvero non comprendo come non sia salutata come cosa straordinariamente positiva la volontà di fare famiglia, di stabilizzare legami, qualunque siano i generi e le generazioni coinvolte. In realtà la cosiddetta famiglia borghese, solida ma non patriarcale, con i coniugi avviati a maggiore parità, con bambini e anziani assistiti ed educati ma in condizioni tali da garantire un uso più libero del tempo di ognuno, da privilegio di pochissimi è diventato, con luci e ombre una aspirazione ed anche una possibilità per la quasi universalità della società italiana. Se questo è vero derivano conseguenze e responsabilità importanti per la politica, proviamo a considerarla.
3. Bisogna fare molto per le famiglie, perché molti, sempre di più vogliono "essere famiglia". Anche a Bologna. La politica e l'Amministrazione deve agire su tutti i punti di crisi della vita quotidiana di una famiglia, del suo formarsi, del suo mantenersi, del suo evolversi secondo il tempo.
4. Formare una famiglia. Il problema più sentito anche dai bolognesi è quello della casa. (Vedi articolo di C.Merighi). E' del tutto sbagliato inseguire il mito della casa in proprietà come unica risposta. Accanto ad un forte nucleo di proprietà diffusa incrementare con tutte le forme, le possibilità in affitto è necessario per dare flessibilità e libertà, anche dal punto di vista delle stesse tipologie di appartamento, per una vita familiare che trovi i suoi spazi, nella giovinezza della coppia, poi nel ricongiungimento con i genitori più anziani, e soprattutto nell'allargarsi fecondo con le nascite.
5. Mantenere serena e viva una famiglia.Servizi educativi e scuole adeguate e flessibili, di buona qualità sono necessari, sempre di più, non solo per permettere il lavoro di entrambi i coniugi ma, in primo luogo, per alleviare e qualificare i compiti di cura. Per essere più "genitori", più vicini ai figli bisogna avere la possibilità di esserlo per un "tempo sostenibile", che ponga la genitorialità al centro della vita ma non in alternativa alla vita delle persone - genitori. Sono convinto che questo aspetto sia altrettanto importante, per le conseguenze nei rapporti fra le generazioni, del valore educativo - che va comunque sempre ribadito - dei servizi e delle scuole per l'infanzia e l'età evolutiva.
6. Una famiglia dalle tante età. Va favorita la convivenza, che deve essere una libera scelta, delle tre età, fanciullezza, maturità e anzianità in una famiglia. Servono spazi, lo abbiamo detto, servizi per l'infanzia e, appunto, una gamma plurale di servizi per gli anziani. La prevenzione prima della cura, la cura è quindi il mantenimento del domicilio proprio prima del ricovero e dall'allontanamento dalla famiglia. Può essere questa la catena delle priorità per una compresenza delle generazioni che porti esperienza, saperi, gioia.
7. La famiglia come luogo, essa stessa, di servizio, di cura, di educazione, di benessere. La priorità di queste funzioni della famiglia deve indurre a realizzare un mix fra politiche di sostegno fiscale e di rimborso economico con politiche di incremento dei servizi pubblici. Il punto di equilibrio non può essere basato solo sulle esigenze di risparmiare spesa pubblica, scaricando quindi sulla famiglia maggiori oneri, magari più monetizzati. In questo modo si indeboliscono, in primo luogo i processi di formazione di nuove famiglie e, comunque, si riducono le possibilità di libertà. Bisogna invece cercare di scegliere,in ogni occasione, la misura più adatta alla famiglia, che non sempre è un servizio disponibile all'esterno.
8. Una famiglia di cittadini. Aiutare fiscalmente la famiglia, affiancarle servizi, entrambe queste scelte e soprattutto un loro positivo equilibrio richiede la considerazione della famiglia come luogo di condivisione delle scelte, di prova della libertà, di assunzione di doveri oltre che di esercizio dei diritti. L'insieme di questi elementi fa assomigliare quanto è richiesto alla famiglia ad un vero e proprio concetto di cittadinanza. Non basta più dire che la famiglia è il nucleo della società. L'aumentare inevitabile dei momenti di confronto fra Stato e istituzioni, da una parte, e famiglie, dall'altra, richiede che si debba anche dire come la famiglia può essere davvero punto di riferimento per tutta la società e per la sua sfera pubblica istituzionale. Acquista quindi una nuova importanza l'insieme delle tematiche legate ai ruoli familiari, che sono state avanzate nel tempo dal movimento delle donne, e che oggi si ripropongono, spesso, per altra via. Una famiglia autoritaria, oberata da compiti che non ha scelto, condizionata da figli che non riescono a prendere una propria strada autonoma è un soggetto di welfare inaffidabile, è un punto di sussidiarietà insufficiente, è una debolezza per la società pubblica.
9. Una famiglia per proteggere e superare la paura. La famiglia è un ambito importante anche per definire obiettivi e possibilità delle politiche di sicurezza. Se affrontate individualmente le cause di disagio e di sofferenza di fronte al crimine appaiono ancora più gravi e inaffrontabili. Esse infatti non sono le medesime per un uomo o per una donna, per una anziano o per un giovane. Chiamare le famiglie al confronto, non davanti ad "un" crimine "un" rischio, ma per affrontare i problemi di sicurezza di un territorio è necessario per amalgamare i punti di vista, indirizzare l'azione pubblica, superare la paura.
10. La famiglia nelle nuove condizioni del lavoro. Se è del tutto illusorio pensare di fare carico alla famiglia delle insicurezze dovute al cambiamento del mercato del lavoro è però decisivo sostenere i percorsi di educazione dei figli, di formazione e riqualificazione degli adulti che passano anche dentro la famiglia e dentro le sue scemlte, le sue "priorità di bilancio", La Famiglia aiuta a "sostenere"la flessibilità, sia con risorse economiche, sia nel fornire tempo. Anche questo peso è oggi redistribuito in modo ineguale, a danno dei soggetti femminili, delle donne ed anche delle ragazze. Una politica che aiuti le famiglie, "con prestiti pubblici", ma anche sociali, di tempo e di denaro per favorire il lavoro dei suoi membri e la sua qualità è molto opportuna, deve diventare un obiettivo, sempre più importante, di un welfare rinnovato, perché la flessibilità del lavoro non sia solo un inganno ed un maggiore sfruttamento.
Questi dieci punti non sono una proposta politica. E' evidente. Vorrebbero però rappresentare una base per riflettere e costruire una proposta politica. Ad essi vogliamo aggiungere, e cominciamo a farlo, oggi qui in questo giornale, una analisi sui dati della realtà bolognese e su alcune battaglie aperte sul fronte delle opportunità e dei servizi, che stiamo conducendo nel Comune di Bologna.
Tutti i materiali per arrivare, anche su questo punto, ad una proposta, vincente per il 2004.
Vincente perché vicina alle persone, alla vita quotidiana.
Davide Ferrari
Monday, June 17, 2002 :::
APRILE, IL SILENZIO DEI COMUNISTI, IL LIBRO MAI STAMPATO
Su La Repubblica del 24 maggio 2002, recensione-intervento di Mario Pirani sul libro intitolato Il silenzio dei comunisti (Einaudi) con l'intreccio dei punti di vista della Mafai, di Vittorio Foa e di Reichlin. Malauguratamente il libro viene ritirato in questi giorni causa errori di stampa, dice il libraio della Zanichelli-Feltrinelli.
Qualcosa blocca i Ds, sembra di poter dire sulle notizie fornite da Pirani, è arrivato il momento di aprire una discussione che non si è fatta.
In realtà, anche senza ricorrere a liste bibliografiche, e quindi soltanto a lume di naso, la discussione c'è stata in questi decenni, e i libri non sono mancati.
Il lettore non specialista ricorderà almeno i nomi di Conquest e di Medvedev. Nel '97 era uscito in Francia Le livre noir du comunisme che aveva dato adito ad ampi dibattiti e alla dissociazione di alcuni redattori del libro dalla prefazione di Stéphane Courtois. In un articolo su Le Monde (14 novembre '97), Nicola Werth e Jean Luis Margolin rispondevano punto per punto alle questioni poste da Courtois. In italia, e siamo nel '98, uscirà un libro importante con i contributi di Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Luciano Canfora, Pietro Ingrao, Domenico Losurdo, autore, fra l'altro, proprio in quello stesso anno di "Il peccato originale del novecento".
Che in qualche modo la discussione sia ancora in corso, anche per stemperare le tesi dei revisionisti o addirittura dei negazionisti è indubbio, come è indubbio che tutta la qualità del novecento è ora più che mai oggetto di riflessione. Se a partire dagli anni novanta si era pensato di poter giungere alla fine della storia e approdare al mercato come segno unficante, gli anni successivi (dall'Iraq alla Bosnia, dalla scomparsa dell'Urss alla comparsa dei movimenti islamici) indicavano che i fili della storia andavano ripresi, come era necessario ripristinare la cultura critica contro l'affermazione del mercato, dell'immagine e della chiacchiera. Queste entità venivano anzi definite negli ultimi anni come pensiero unidirezionale. Se le cose stanno così, sembra plausibile pensare che l'Italia sia stata una delle vittime del pensiero unidirezionale.
Ecco che un'associazione come Aprile, in questo momento alle prese con questioni costitutive e di indirizzo, potrebbe anche farsi carico di un inizio di riflessione in questo senso.
La questione forse non si pone come sembra indicare la pubblicazione su cui qui si è iniziato il discorso, ma sembra piuttosto essere quella della raccolta e della messa a fuoco dei dati e delle elaborazioni sin qui evidenziate. Più che di silenzio, occorrerebbe parlare di una sorta di un non eccessivo entusiasmo nell'affrontare temi scomodi. Lo indica per esempio il quasi silenzio che accolse in Italia il libro di Furet, storico cui si devono, fra l'altro, interessantissime analisi su Marx e la rivoluzione francese (Il passato di una illusione, 1995).
La strada da percorrere, anche se nessuno forse ne ha ancora disegnato il tracciato, in realtà è fatta, pronta proprio perché gli avvenimenti l'hanno costruita e i nuovi viandanti non devono far altro che riconoscerla e nominarla come loro percorso. Si tratterebbe di un filo riannodabile, delicato ma resistentissimo, che indica ciò che resta al netto di una illusione e nello stesso tempo mette a fuoco i nuovi accostamenti e le questioni che oggi si pongono.
Ma la unidirezionalità invasiva e sciocca degli atteggiamenti contemporanei che il centro destra ha acquistato en bloc non può essere minimamente scalfita senza una scelta accurata dell'informazione, una messa in chiaro di alcuni punti, e la risoluta messa in scacco dei numerosi sofismi che sono circolati in questi anni. Si tratta di un'alternanza, di una pantalonnade, di una violazione costituzionale? Qualcuno ha cercato di richiamare l'attenzione su questi termini di scelta, la strategia generale sembra voler accettare il vago e giocare con le stesse carte.
Errore? Valutazione, invece, dotata di una sua saggezza? Qualche altro, proprio ad una riunione della costituenda associazione, ha ricordato i temi della guerra, su cui andrebbe presa una posizione oggi prima che gli effetti di un attacco all'Iraq o a qualche altro candidato canaglia, possano produrre effetti di divisione laceranti.
Niente da dire sul fatto di navigare a vista, soprattutto se i timonieri hanno esperienza, ma il fragile rapporto fra una politica moderna e di superficie e la costituzione di un pensiero riflessivo e dotato di vitalità critica è un rapporto che va reso agibile.
Se ne parla? E se sì, in che termini?
Molte cose lasciano piuttosto pensare ad una cultura di sinistra che ha un po' abbandonato i suoi punti non ancora ripristinati e chiarificati, e che ha scelto nei decenni scorsi di accostarsi alla cultura di destra e mettendo poi in mora i punti acquisiti e non praticabili (Nietzsche per tutti, come suonava un articolo di Franco Fortini di tempo fa).
Da un certo punto in poi - diciamo anni novanta - la sinistra gareggiava direttamente col pensiero unidirezionale, puntando tutto sul pensiero comico, con la scrittura di superficie scambiata per leggerezza.
Né la consacrazione di Pasolini e neppure le radici di Guccini sembrano punti confortanti per una ripresa critica che ha bisogno di punti di pensiero, di dati, di informazione ricca e fertile, di una radice reale che assicuri lo scorrimento di un pensiero e ridia fiducia esistenziale e interiore a quelle persone (e non sono poche) che oggi sembrano esserne sprovviste.
Questa linea della verità o oggettività (come diceva un giovane alla citata riunione) non è che poi abbia bisogno di grandi idee, di sovrumane illuminazioni, di afflati epici. Le idee sono quelle che erano e che restano dopo il vaglio del bancone della storia (per riprendere un'espressione di Augusto Del Noce, altro studioso che andrebbe ripensato) e la strada (già segnata dai fatti) è proprio il rapporto di tessitura fra il passato di un illusione e l'illusione di questa sorta di eterno presente da cui non ci hanno schiodato neppure i terribili eventi statunitensi. Se il mondo fosse un Eden, l'eterno presente andrebbe benissimo, ma dal momento che eterno presente è solo la vetrina del mercato e non la storia, ecco che la messa in luce di un pensiero critico costituirebbe la rottura della vetrina, ovvero dell'eterno presente come fattore indiscutibile di verità.
Adattare il linguaggio critico culturale alla politica è veramente uno sforzo, eppure proprio in questo dislivello, in questa frattura si nasconde, probabilmente, il segreto del silenzio, la cifra di una quasi afasia di fronte al potere (di carta?) di un pensiero unidrezionale trionfante ma cosparso di punti vulnerabili e destrutturabili.
(Il titolo di questo scritto, a pensarci bene se se non fosse un po' troppo enigmatico-poetico, potrebbe anche essere La difficoltà di destrutturare il niente).
Gregorio Scalise
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Friday, May 24, 2002 :::
BERLINGUER 80 ANNI. INTERVISTA DI SVT A DAVIDE FERRARI
D. FERRARI risponde alle domande di Carmen Striegel (SVT)
sull'ottantesimo anniversario della nascita di Enrico
Berlinguer (25 Maggio 1922).
La redazione di Impegno nuovo.
......................................................
Enrico Berlinguer, per l'oggi più che per il suo
stesso tempo.
Intervista a Davide Ferrari
......................................................
Berlinguer è stato un innovatore od un conservatore ?
=Berlinguer amava dire che occorre essere
rivoluzionari e conservatori. Era il segno di una
contraddizione permanente del marxismo italiano e del
PCI. A lungo le architetture, pure sofisticatissime
del materialismo storico italiano , della linea che da
Labriola va a Togliatti,non sono più riuscite a
reggere questa contraddizione.
Berlinguer cercava una via per mantenere il meglio
della tradizione culturale italiana, dal cattolicesimo
democratico fino appunto al materialismo marxista
gramsciano, riletto con le prudenti lenti
togliattiane.
L'intento era forse impossibile da raggiungere ma
lodevole, di alto profilo, come tutto del resto in
"Enrico".
Berlinguer continuatore di Togliatti, dunque?
=Si è detto spesso il contrario, ma la mia risposta è
sì.
Certamente sì. Ne è stato l'erede più vero, il
prescelto.
Ma il carattere dei due uomini politici era, o almeno
appariva, molto diverso.
Più pronto nel fissare mete politicamente
raggiungibili e realistiche Togliatti, più capace di
vedere e descrivere uno scenario di prospettiva
Berlinguer.
Togliatti era un politico capace di filosofia.
Berlinguer un uomo di pensiero, se non un filosofo,
appassionato alla lotta politica.Berlinguer
assomigliava più a Gramsci, aveva certamente una
minore ampiezza intellettuale ma, dico una eresia,
possedeva più fermezza morale e senso dell'ascolto
degli altri, del plurale flusso degli eventi, dello
stesso Gramsci.
Gramsci era più soggettivista, "soreliano",
gentiliano.
Berlinguer era un crociano, ma, se si può dire, con
una grande simpatia per Cristo, per l'assoluto,
intendo.
Questa dote, guardare all'assoluto per scoprirsi
limitati e quindi veramente "democratici", attraverso
la riscoperta del valore della nostra personale
individualità, del nostro essere di uomini e donne, e
insieme di quella altrui,dei prossimi, e di quelli
solo apparentemente distanti, lo avvicina molto alle
generazioni nuove che dagli anni settanta ad oggi
hanno questi segni.
Molto al pensiero, immenso e spesso misconosciuto, dei
movimenti di liberazione femminile.
Sì in qualcosa Berlinguer è stato più avanti anche di
Gramsci, non solo di Togliatti.
Perchè Berlinguer era molto amato dal popolo italiano
e pochissimo dai dirigenti del suo partito, il PCI,
ora DS ?
=Non so se è stato poco amato. Certo è stato poco
compreso. Piacque a molti il compromesso storico
perchè sembrava dare uno sbocco di governo a decenni
di lotte.
Non me la sento di condannare questa ansia di
governare, che pure ha fatto molti danni.
In un politico è anche il segno della volontà di fare.
Ma il compromesso di Berlinguer dilatava, non
restringeva, l'ambito delle riforme, fino a
ricomprendere spazi di siocialismo, cioè di
rivoluzione.
Mentre molto del pensiero ufficiale del PCI tendeva a
declamazioni verbali impegnative, con richiami a Lenin
e alla solidarietà internazionalista rivoluzionaria,
ma ad una proposta politica molto molto più
accomodante di quella di Berlinguer.
Quando con l'alternativa e la critica alla
degenerazione morale della vita dei partiti è stata
più evidente questa distinzione fra il pensiero di
Berlinguer e quello della grande parte dei quadri e
degli stessi militanti, "Enrico" è rimasto solo. Credo
che gli anni dell'alternativa, dei bagni di folla ai
cancelli della Fiat, del duro confronto con Craxi,
siano stati di grande solitudine, nonostante il
possente e ingenuo amore di tanti di noi, soprattutto
chi allora era giovane o giovanissimo.
Ma se era così isolato perchè riceveva tanto affetto
popolare?
=Berlinguer rappresentava la sicurezza ed il fascino
di un uomo fermo nei suoi principi ma non
irragiungibile, più avanti di noi tutti ma non in
un'altra dimensione.
Credo che tanti italiani comprendessero che i talenti
di "Enrico" avrebbero potuto portarlo ad esprimersi in
altri campi ma che egli aveva scelto la militanza, e
la proseguiva, per condivisione, per amore verso il
popolo. Un sentimento cristiano, che appartiene molto
agli italiani soprattutto a quelli che erano i
comunisti italiani.
Qual' è l'idea di Berlinguer che le sembra ancora
attuale?
= Molte idee di Enrico Berlinguer sull'Italia sono non
solo attuali ma appartengono all'oggi, più che al suo
stesso tempo.
Basta pensare al richiamo alla "questione morale".
Ma essendo queste parole rivolte a lettori e spettatori di un
altro paese sono certo di dover indicare un'idea più
generale, che va oltre i confini della nazione
italiana.
E' l'idea che il mondo ha bisogno di un governo unico
e democratico e che tutto deve rivolgersi alla
dimensione universale dei problemi.
Una sorta di internazionalismo democratico
universalista.
Assomiglia molto alla parola d'ordine dei movimenti
new global: "globalizzare i diritti".
Non solo è un'idea attuale ma è anche profondamente
giusta.
E' quello che resta e resterà della "terza via" di
Berlinguer. Non un pasticcio per salvare il retaggio
sovietico ma il senso che il mondo deve darsi una
democrazia nuova, ben più forte, allargata ai
cittadini di tutto il pianeta.
E' a ben vedere una visione del tutto anti-ideologica,
perchè le ideologie tendono a bastare a se stesse,
mentre l'universalismo berlingueriano no, comprendeva
bene la loro drammatica insufficienza.
Berlinguer ha molto da dire alla sinistra europea di
oggi, in profonda crisi ma che deve ritrovarsi,
combattere l'immoralità del populismo, della
demagogia, di un ritorno alla forza, al terrore, alla
ritorsione.
Con lui Palme, Brandt, Kreisky. Uomini che non
poterono incontrarsi e lavorare assieme compiutamente
ma che avevano il senso della mondialità, del
conflitto nord-sud.
Allora era preveggenza. Oggi il mondo è in ognuno dei
nostri quartieri.
(Trascrizione di A. Accattato)