6.26.2008
Continua il dibattito sul dopo voto e il ruolo del PD.
Un contributo di Eugenio Mastrorocco.
Una nuova famiglia
La vera sconfitta è sentirsi sconfitti. Un po’ come ritrovarsi a subire l’angoscia della pagina bianca, sempre più stanca e incarognita, mal disposta ad accogliere ancora una volta il lamento, il balbettio disorientato, l’ennesimo tentativo di chiamare le cose con parole invecchiate, sforzandosi di mettere a fuoco una nuova visione che spieghi e consoli, e ridia fiato a chi ansima. Oggi, a distanza di sicurezza da quel 13 aprile, proviamo a uscire dal castigo e a richiamare la mente e il cuore da dietro la nera lavagna con i numeri di quel risultato già mezzi cancellati, per tornare a scrivere pensieri e sentimenti con parole rinnovate.
Partiamo dal PD: perché è nato? E perché non chiamarlo PDI, Partito Democratico Italiano? Immagino per una sciagurata manifestazione di pudore, derivata dalla connotazione negativa imputata a quell’aggettivo – vecchio vizio, per altro italianissimo, immortalato in decine di pellicole e canzoni, a partire dal celebre “tu vò fa l’americano”. Resta il dubbio che se fosse nato italiano avrebbe potuto esercitare ben altro appeal rispetto a quello di una semplice sigla di provincia, mitigando l’impressione di nascere già orfano di identità nazionale.
Apro e chiudo rapidamente una parentesi di analisi dei dati elettorali. E’ stato detto molto e forse con troppa fretta, i numeri andrebbero lasciati decantare e assestare il tempo necessario a dissiparne inganni e omertà ad essi connaturati, permettendo al nostro sguardo una lettura più chiara e illuminante su alcuni aspetti più riposti. Per questa via ad esempio ci sono due dati, tratti dal dossier ben curato dell’Istituto De Gasperi, che hanno attirato la mia attenzione e sui quali penso varrà la pena di soffermarsi in futuro. Il primo riguarda quel 30% di italiani non rappresentato nel nostro Parlamento (20% solo di non voto), un dato che basta da solo a mettere in discussione la rappresentatività del nostro sistema democratico nelle forme attuali. Il secondo ci dice che il PD risulta primo partito a livello nazionale, ma solo nella fascia di età over 54, tiene anche se a stento tra gli under 34, per poi andare sotto proprio nella fascia di età 35/54 più attiva e matura, la stessa dove emergono significativamente PDL, IDV e UDC.
Torno ora all’interrogativo iniziale sulle ragioni della nascita del PD.
Come tutte le creature nasce dall’incontro di due identità, due storie, che hanno manifestato nel corso del tempo una forza di attrazione reciproca, talvolta di ripulsa, che le ha portate ad unirsi in un nuovo progetto, in un’idea di cambiamento che guarda più al futuro che al passato, rinunciando ciascuna a qualcosa di sè per fare spazio al nuovo arrivato. Quando si mette su casa ciascuna delle due parti lascia e abbandona una bella fetta del proprio bagaglio, se ne libera, predisponendosi ad accogliere e a far proprio quello dell’altro, il nuovo spazio comune sarà comunque altro da tutto ciò che l’ha preceduto. Inizia così un nuovo cammino, una nuova stagione, verso un nuovo futuro in virtù del quale ritrovarsi a condividere anche un passato comune.
Ebbene, a distanza di circa 8 mesi e di una prova elettorale infausta e allora non prevista, l’impressione è che di vera e propria unione ancora non si possa parlare. L’incontro vero ancora tarda a manifestarsi, ognuna delle due anime del nuovo soggetto politico, i singoli percorsi, le diramazioni e i rispettivi universi identitari, relazionali, associativi e quant’altro tardano ad incrociare i loro passi. Ciascuna di queste parti ancora osserva l’altra a distanza, come in preda a un qualche sortilegio che ne impedisce ad oggi un reale e fecondo confronto. Ancora i due amanti non hanno rinunciato al gioco delle reciproche diffidenze, ancora indugiano sull’uscio incerti se buttarsi veramente in questa nuova avventura, concedendosi all’abbraccio dell’altro che li renderà comunque diversi.
Quanto alle forme e ai modi diversi d’intendere tale unione, andrebbe allargata la discussione, se è vero che per la maggioranza delle società al mondo, secondo l’antropologo Francesco Remotti “il matrimonio non richiede la monogamia”. Ancora più interessante il fatto che “la poligamia sia compatibile con l’indissolubilità, come testimoniato dagli Inuit dell’Alaska, per i quali i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti.
Resta da vedere come considerazioni di questa natura, per quanto scientifica, riguardanti il tema assai delicato della famiglia, si sposino con le ragioni e le passioni che muovono i diversi protagonisti della nostra storia. Quello che sembra mancare forse è proprio un’idea nuova di famiglia.
Tempo fa ho avuto l’occasione di trovarmi ad un incontro sul voto del 13/14 Aprile organizzato dall’Istituto De Gasperi in via S.Felice. Erano presenti tra gli altri il presidente Domenico Cella, Luigi Pedrazzi, Filippo Andreatta, Giancarla Codrignani. La sala era gremita e appassionata, molti gli interventi tra il pubblico, giornalisti, sindacalisti, imprenditori, semplici cittadini. L’impressione è stata quella di trovarmi tra persone che utilizzavano strumenti di analisi della realtà condivisibili, ma che pure rivendicavano con orgoglio una storia e una militanza politico-sociale, quella di area cattolica e democratica per intenderci, poco conosciute e dunque poco avvertite da parte di molti tra gli stessi nuovi compagni di viaggio. Ancora una volta dunque, linguaggi e sensibilità troppo distanti tra loro, che necessitano di nuovi ponti e nuove, permanenti sedi di incontro, racconto, confronto.
Questa è la città di Prodi, luogo simbolo dell’Ulivo. Da qui penso debba iniziare un vero e nuovo cammino comune. Questa la missione di Bologna, di nuovo laboratorio politico nazionale, dove far nascere qui per davvero quel Partito Democratico (Italiano) di cui ho scritto in apertura. Perché italiana è la sua storia, storia di italiani che non vogliono più fare gli americani, ma che si accettano e riconoscono finalmente per quello che sono, ritrovando all’interno della propria tradizione risorgimentale, cattolica, liberale e socialista le radici comuni di un’identità e di un’ispirazione pre/post contemporanea, che ne sappia interpretare le aspirazioni migliori al rinnovamento, nel rispetto del proprio carattere nazionale e del senso ormai diffuso di appartenenza ai destini comuni della vecchia e nuova Europa.
Un contributo di Eugenio Mastrorocco.
Una nuova famiglia
La vera sconfitta è sentirsi sconfitti. Un po’ come ritrovarsi a subire l’angoscia della pagina bianca, sempre più stanca e incarognita, mal disposta ad accogliere ancora una volta il lamento, il balbettio disorientato, l’ennesimo tentativo di chiamare le cose con parole invecchiate, sforzandosi di mettere a fuoco una nuova visione che spieghi e consoli, e ridia fiato a chi ansima. Oggi, a distanza di sicurezza da quel 13 aprile, proviamo a uscire dal castigo e a richiamare la mente e il cuore da dietro la nera lavagna con i numeri di quel risultato già mezzi cancellati, per tornare a scrivere pensieri e sentimenti con parole rinnovate.
Partiamo dal PD: perché è nato? E perché non chiamarlo PDI, Partito Democratico Italiano? Immagino per una sciagurata manifestazione di pudore, derivata dalla connotazione negativa imputata a quell’aggettivo – vecchio vizio, per altro italianissimo, immortalato in decine di pellicole e canzoni, a partire dal celebre “tu vò fa l’americano”. Resta il dubbio che se fosse nato italiano avrebbe potuto esercitare ben altro appeal rispetto a quello di una semplice sigla di provincia, mitigando l’impressione di nascere già orfano di identità nazionale.
Apro e chiudo rapidamente una parentesi di analisi dei dati elettorali. E’ stato detto molto e forse con troppa fretta, i numeri andrebbero lasciati decantare e assestare il tempo necessario a dissiparne inganni e omertà ad essi connaturati, permettendo al nostro sguardo una lettura più chiara e illuminante su alcuni aspetti più riposti. Per questa via ad esempio ci sono due dati, tratti dal dossier ben curato dell’Istituto De Gasperi, che hanno attirato la mia attenzione e sui quali penso varrà la pena di soffermarsi in futuro. Il primo riguarda quel 30% di italiani non rappresentato nel nostro Parlamento (20% solo di non voto), un dato che basta da solo a mettere in discussione la rappresentatività del nostro sistema democratico nelle forme attuali. Il secondo ci dice che il PD risulta primo partito a livello nazionale, ma solo nella fascia di età over 54, tiene anche se a stento tra gli under 34, per poi andare sotto proprio nella fascia di età 35/54 più attiva e matura, la stessa dove emergono significativamente PDL, IDV e UDC.
Torno ora all’interrogativo iniziale sulle ragioni della nascita del PD.
Come tutte le creature nasce dall’incontro di due identità, due storie, che hanno manifestato nel corso del tempo una forza di attrazione reciproca, talvolta di ripulsa, che le ha portate ad unirsi in un nuovo progetto, in un’idea di cambiamento che guarda più al futuro che al passato, rinunciando ciascuna a qualcosa di sè per fare spazio al nuovo arrivato. Quando si mette su casa ciascuna delle due parti lascia e abbandona una bella fetta del proprio bagaglio, se ne libera, predisponendosi ad accogliere e a far proprio quello dell’altro, il nuovo spazio comune sarà comunque altro da tutto ciò che l’ha preceduto. Inizia così un nuovo cammino, una nuova stagione, verso un nuovo futuro in virtù del quale ritrovarsi a condividere anche un passato comune.
Ebbene, a distanza di circa 8 mesi e di una prova elettorale infausta e allora non prevista, l’impressione è che di vera e propria unione ancora non si possa parlare. L’incontro vero ancora tarda a manifestarsi, ognuna delle due anime del nuovo soggetto politico, i singoli percorsi, le diramazioni e i rispettivi universi identitari, relazionali, associativi e quant’altro tardano ad incrociare i loro passi. Ciascuna di queste parti ancora osserva l’altra a distanza, come in preda a un qualche sortilegio che ne impedisce ad oggi un reale e fecondo confronto. Ancora i due amanti non hanno rinunciato al gioco delle reciproche diffidenze, ancora indugiano sull’uscio incerti se buttarsi veramente in questa nuova avventura, concedendosi all’abbraccio dell’altro che li renderà comunque diversi.
Quanto alle forme e ai modi diversi d’intendere tale unione, andrebbe allargata la discussione, se è vero che per la maggioranza delle società al mondo, secondo l’antropologo Francesco Remotti “il matrimonio non richiede la monogamia”. Ancora più interessante il fatto che “la poligamia sia compatibile con l’indissolubilità, come testimoniato dagli Inuit dell’Alaska, per i quali i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti.
Resta da vedere come considerazioni di questa natura, per quanto scientifica, riguardanti il tema assai delicato della famiglia, si sposino con le ragioni e le passioni che muovono i diversi protagonisti della nostra storia. Quello che sembra mancare forse è proprio un’idea nuova di famiglia.
Tempo fa ho avuto l’occasione di trovarmi ad un incontro sul voto del 13/14 Aprile organizzato dall’Istituto De Gasperi in via S.Felice. Erano presenti tra gli altri il presidente Domenico Cella, Luigi Pedrazzi, Filippo Andreatta, Giancarla Codrignani. La sala era gremita e appassionata, molti gli interventi tra il pubblico, giornalisti, sindacalisti, imprenditori, semplici cittadini. L’impressione è stata quella di trovarmi tra persone che utilizzavano strumenti di analisi della realtà condivisibili, ma che pure rivendicavano con orgoglio una storia e una militanza politico-sociale, quella di area cattolica e democratica per intenderci, poco conosciute e dunque poco avvertite da parte di molti tra gli stessi nuovi compagni di viaggio. Ancora una volta dunque, linguaggi e sensibilità troppo distanti tra loro, che necessitano di nuovi ponti e nuove, permanenti sedi di incontro, racconto, confronto.
Questa è la città di Prodi, luogo simbolo dell’Ulivo. Da qui penso debba iniziare un vero e nuovo cammino comune. Questa la missione di Bologna, di nuovo laboratorio politico nazionale, dove far nascere qui per davvero quel Partito Democratico (Italiano) di cui ho scritto in apertura. Perché italiana è la sua storia, storia di italiani che non vogliono più fare gli americani, ma che si accettano e riconoscono finalmente per quello che sono, ritrovando all’interno della propria tradizione risorgimentale, cattolica, liberale e socialista le radici comuni di un’identità e di un’ispirazione pre/post contemporanea, che ne sappia interpretare le aspirazioni migliori al rinnovamento, nel rispetto del proprio carattere nazionale e del senso ormai diffuso di appartenenza ai destini comuni della vecchia e nuova Europa.
5.30.2008
Io, un italiano. Cosa so degli Zingari
Li ho conosciuti dopo una tragedia, l’incendio di Santa Caterina di Quarto nell’Aprile del 2000, o seguendo i passi turpi, di sangue, dei fratelli Savi.
Li ho visti con la Bibbia in mano seguire mie lezioni un po’ affrettate di cristianesimo. Li ho visti suonare, orchestrare ottoni a Belgrado e xilofoni spezzati in via Rizzoli.
Ho fra loro amici, non ho trovato santi.
Quando vennero a Villa Salus non ne volevo troppi. Avevo ragione. Quando la Romania (dove forse sono 8 milioni) è entrata in Europa ero preoccupato e non convinto dalle ireniche dichiarazioni di alcune , pur meritorie, Ong.
Bisogna saper guardar in faccia il prossimo. E’ come noi. Ne peggio ne meglio.
Quanto qui io scrivo nasce da un bisogno di reagire all’odio, con fermezza e con coraggio.
Ma senza dimettere le lenti del governo, trovando i limiti del buon senso, anche all’amicizia e alla fraternità.
Si fecero chiamare egiziani, gipsi, per nascondere dietro l’immagine di figli dei Faraoni un' origine profana.
Migrati dall’India, dopo il mille, forse perseguitati (seguaci di un’eresia religiosa? Reduci di una rivoluzione?) sono da secoli una delle due grandi nazioni anomale che percorrono la storia dell’Europa.
L’altra sono gli Ebrei.
Centinaia di anni, decine di paesi attraversati ed abitati, mille culture incontrate e mediate, tutto rende impossibile un’unica definizione dei popoli zingari.
Tuttavia a me pare che, nella battaglia della sopravvivenza e della difesa di una propria peculiarità irriducibile, mentre gli Ebrei hanno cercato di perseguire l’obiettivo della massima competitività, gli Zingari -quasi specularmente- hanno giocato la carta della non competizione.
Popolo che non dichiara guerre, che pratica la religione di chi ha incontrato, dall’Ortodossia al Pentecostalismo passando dal Cattolicesimo ed anche in qualche caso dall’Islam, gli Zingari vivono fuori dalla catena di comando, di gerarchia, delle nostre società. Le periferie delle città, nella triste comunanza di destino con tanti altri emarginati, sono -forse- anche la metafora di una perifericità dell’anima.
"Siate come i gigli del campo, non pensate al domani, ogni giorno basta a se stesso": a volte pare che siano nell’anima zingara gli insegnamenti più imperiosi ed anche meno facilmente seguibili del maestro di Galilea.
Quando parli con loro- la mia esperienza, avverto, si limita a Rom rumeni e assai meno a profughi della guerra dell’ex Jugoslavia- capisci quanto sia distante da loro apprendere l’importanza dei nomi, da quelli delle strade e delle vie a quelli delle stesse persone. Possono averne più d’uno, che importa.
L’importante è descrivere un luogo, un cammino che si è fatto, oppure raccontare e ridere di come una persona è.
Mi fa riflettere il loro rapporto con i bambini.
Devo smentire la canea assassina di questi giorni. Non rubano bambini. Ne hanno fin troppi. Quale valore ne trarrebbero?
Se non vogliamo perdere la ragione- oggi sappiamo bene che non occorre avere aguzzini gitani per essere meninos de rua, in tutte le strade di questo mondo.
Spesso ci fa inorridire la giovane mamma rom con il bambino appeso al collo a pochi centimetri da una sigaretta, oppure il brulicare nelle stazioni di piccoli untorelli pronti a tutto (A proposito, ne incontriamo a Verona, città del rampicante sindaco leghista più di quanto accada a Bologna).
Ma la povertà è così.
Mi colpisce invece altro. I bimbi rom sembrano giocare ignari di ogni compatibilità di spazio e di relazione. Non sono più liberi dei nostri figli quando invadono territori che non possono invadere ( Mi colpì vederne alcuni in mezzo allo spettacolo di artisti di strada in Piazza Maggiore, anni addietro, aggirarsi, senza però nessun coinvolgimento e consapevolezza). No , non sono più liberi, hanno ricevuto meno, nella trasmissione dei saperi, dei comportamenti, dal loro mondo adulto.
Non è solo ignoranza, o incuria. Una cultura profondamente maschilista mi pare affidi il carico dei bambini quasi soltanto sulle donne. Donne ancora più lontane da esperienze di lavoro e di crescita di quanto non accada ai loro uomini e quindi deprivate di speranza e di possibilità. Donne che danno ai loro figli quello che possono e spesso non è molto.
Il furto. Parliamo del furto. "Tutti gli Zingari rubano". Non è vero. Non sono vere nemmeno le chiacchiere "sociologiche" sul nomadismo che indurrebbe il non aver idea di proprietà privata altrui e quindi giustificherebbe il furto.
Oggi quasi mai sono nomadi e moltissimi non rubano. E’ vero però che non c’e’ famiglia dove non conviva il lavoratore, magari occasionale, ed il parente ladro, magari altrettanto occasionale.
"Non vogliono cambiare". Certo, se cambiare vuol dire morire, perdere ogni cosa, diventare anonimi più che sedentari probabilmente neanche il giovane rom più "infigato" dei film americani lo vorrebbe.
Il problema è che la "nazione" la sua articolazione in tribu’, non da tutti sentita allo stesso modo ma ben esistente, soprattutto i tempi della vita che la "cultura" sociale zingara scandisce, impediscono spesso anche l’avanzamento, non solo il cambiamento.
Se servono soldi, allo spasimo, bisogna sposarsi molto presto e incassare qualcosa per ogni figlia. Allora anche i maschi a 18 anni devono essere pronti, sentirsi vecchi se a venti non hanno moglie. Ma così facendo non si studia, non si risparmia anche se si lavora, non si "arricchisce" la famiglia ed il proprio futuro.
C’è di più, insieme al maschilismo, alla cura insufficiente dei bimbi, sono proprio questi tempi a rendermi preoccupato della evoluzione possibile dei Rom.
Fare per forza i mariti e le mogli, giovanissimi, mentre -nel frattempo- l’egemonia della cultura tradizionale va scemando, può unire il peggio del tribale alla modernità più insidiosa. Si possono creare unioni violente e senza futuro, non famiglie.
Questo credo di sapere. Non sono un esperto. Ma non lasciamo ai soli esperti di Università o di assistenza la voce del diritto di riconoscere uomini gli altri uomini. Tutti.
Ci sono mille ragioni per non farlo. Ma la prossima volta potrebbe toccare a noi. Agli italiani è già capitato, nei campi di Aigues Mortes, braccati dagli operai francesi, a Marcinelle, nel patibolo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. E anche nel ragazzo orfano, cacciato dalla matrigna a Zola perché mutilato nella grande guerra, costretto a girare di casolare in casolare per lavorare e vivere, di cui ci raccontava il nostro Bruno Drusilli, suo figlio. Vestivamo di stracci. Non eravamo migliori. Eravamo uomini.
Davide Ferrari
da "Il Domani", 15 Maggio 2008
www.davideferrari.org
Li ho conosciuti dopo una tragedia, l’incendio di Santa Caterina di Quarto nell’Aprile del 2000, o seguendo i passi turpi, di sangue, dei fratelli Savi.
Li ho visti con la Bibbia in mano seguire mie lezioni un po’ affrettate di cristianesimo. Li ho visti suonare, orchestrare ottoni a Belgrado e xilofoni spezzati in via Rizzoli.
Ho fra loro amici, non ho trovato santi.
Quando vennero a Villa Salus non ne volevo troppi. Avevo ragione. Quando la Romania (dove forse sono 8 milioni) è entrata in Europa ero preoccupato e non convinto dalle ireniche dichiarazioni di alcune , pur meritorie, Ong.
Bisogna saper guardar in faccia il prossimo. E’ come noi. Ne peggio ne meglio.
Quanto qui io scrivo nasce da un bisogno di reagire all’odio, con fermezza e con coraggio.
Ma senza dimettere le lenti del governo, trovando i limiti del buon senso, anche all’amicizia e alla fraternità.
Si fecero chiamare egiziani, gipsi, per nascondere dietro l’immagine di figli dei Faraoni un' origine profana.
Migrati dall’India, dopo il mille, forse perseguitati (seguaci di un’eresia religiosa? Reduci di una rivoluzione?) sono da secoli una delle due grandi nazioni anomale che percorrono la storia dell’Europa.
L’altra sono gli Ebrei.
Centinaia di anni, decine di paesi attraversati ed abitati, mille culture incontrate e mediate, tutto rende impossibile un’unica definizione dei popoli zingari.
Tuttavia a me pare che, nella battaglia della sopravvivenza e della difesa di una propria peculiarità irriducibile, mentre gli Ebrei hanno cercato di perseguire l’obiettivo della massima competitività, gli Zingari -quasi specularmente- hanno giocato la carta della non competizione.
Popolo che non dichiara guerre, che pratica la religione di chi ha incontrato, dall’Ortodossia al Pentecostalismo passando dal Cattolicesimo ed anche in qualche caso dall’Islam, gli Zingari vivono fuori dalla catena di comando, di gerarchia, delle nostre società. Le periferie delle città, nella triste comunanza di destino con tanti altri emarginati, sono -forse- anche la metafora di una perifericità dell’anima.
"Siate come i gigli del campo, non pensate al domani, ogni giorno basta a se stesso": a volte pare che siano nell’anima zingara gli insegnamenti più imperiosi ed anche meno facilmente seguibili del maestro di Galilea.
Quando parli con loro- la mia esperienza, avverto, si limita a Rom rumeni e assai meno a profughi della guerra dell’ex Jugoslavia- capisci quanto sia distante da loro apprendere l’importanza dei nomi, da quelli delle strade e delle vie a quelli delle stesse persone. Possono averne più d’uno, che importa.
L’importante è descrivere un luogo, un cammino che si è fatto, oppure raccontare e ridere di come una persona è.
Mi fa riflettere il loro rapporto con i bambini.
Devo smentire la canea assassina di questi giorni. Non rubano bambini. Ne hanno fin troppi. Quale valore ne trarrebbero?
Se non vogliamo perdere la ragione- oggi sappiamo bene che non occorre avere aguzzini gitani per essere meninos de rua, in tutte le strade di questo mondo.
Spesso ci fa inorridire la giovane mamma rom con il bambino appeso al collo a pochi centimetri da una sigaretta, oppure il brulicare nelle stazioni di piccoli untorelli pronti a tutto (A proposito, ne incontriamo a Verona, città del rampicante sindaco leghista più di quanto accada a Bologna).
Ma la povertà è così.
Mi colpisce invece altro. I bimbi rom sembrano giocare ignari di ogni compatibilità di spazio e di relazione. Non sono più liberi dei nostri figli quando invadono territori che non possono invadere ( Mi colpì vederne alcuni in mezzo allo spettacolo di artisti di strada in Piazza Maggiore, anni addietro, aggirarsi, senza però nessun coinvolgimento e consapevolezza). No , non sono più liberi, hanno ricevuto meno, nella trasmissione dei saperi, dei comportamenti, dal loro mondo adulto.
Non è solo ignoranza, o incuria. Una cultura profondamente maschilista mi pare affidi il carico dei bambini quasi soltanto sulle donne. Donne ancora più lontane da esperienze di lavoro e di crescita di quanto non accada ai loro uomini e quindi deprivate di speranza e di possibilità. Donne che danno ai loro figli quello che possono e spesso non è molto.
Il furto. Parliamo del furto. "Tutti gli Zingari rubano". Non è vero. Non sono vere nemmeno le chiacchiere "sociologiche" sul nomadismo che indurrebbe il non aver idea di proprietà privata altrui e quindi giustificherebbe il furto.
Oggi quasi mai sono nomadi e moltissimi non rubano. E’ vero però che non c’e’ famiglia dove non conviva il lavoratore, magari occasionale, ed il parente ladro, magari altrettanto occasionale.
"Non vogliono cambiare". Certo, se cambiare vuol dire morire, perdere ogni cosa, diventare anonimi più che sedentari probabilmente neanche il giovane rom più "infigato" dei film americani lo vorrebbe.
Il problema è che la "nazione" la sua articolazione in tribu’, non da tutti sentita allo stesso modo ma ben esistente, soprattutto i tempi della vita che la "cultura" sociale zingara scandisce, impediscono spesso anche l’avanzamento, non solo il cambiamento.
Se servono soldi, allo spasimo, bisogna sposarsi molto presto e incassare qualcosa per ogni figlia. Allora anche i maschi a 18 anni devono essere pronti, sentirsi vecchi se a venti non hanno moglie. Ma così facendo non si studia, non si risparmia anche se si lavora, non si "arricchisce" la famiglia ed il proprio futuro.
C’è di più, insieme al maschilismo, alla cura insufficiente dei bimbi, sono proprio questi tempi a rendermi preoccupato della evoluzione possibile dei Rom.
Fare per forza i mariti e le mogli, giovanissimi, mentre -nel frattempo- l’egemonia della cultura tradizionale va scemando, può unire il peggio del tribale alla modernità più insidiosa. Si possono creare unioni violente e senza futuro, non famiglie.
Questo credo di sapere. Non sono un esperto. Ma non lasciamo ai soli esperti di Università o di assistenza la voce del diritto di riconoscere uomini gli altri uomini. Tutti.
Ci sono mille ragioni per non farlo. Ma la prossima volta potrebbe toccare a noi. Agli italiani è già capitato, nei campi di Aigues Mortes, braccati dagli operai francesi, a Marcinelle, nel patibolo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. E anche nel ragazzo orfano, cacciato dalla matrigna a Zola perché mutilato nella grande guerra, costretto a girare di casolare in casolare per lavorare e vivere, di cui ci raccontava il nostro Bruno Drusilli, suo figlio. Vestivamo di stracci. Non eravamo migliori. Eravamo uomini.
Davide Ferrari
da "Il Domani", 15 Maggio 2008
www.davideferrari.org
5.01.2008
Donne: Etica e politica
Considerazioni sulla Legge 194 oggi
GIOVEDI’ 15 MAGGIO 2008
ALLE ORE 17,30
San Lazzaro di Savena, Bologna
PRESSO LA SALA DI CITTA’
Interverranno:
EMANUELA DOSSI BAIO – Senatrice P.D.
On. GIANCARLA CODRIGNANI
SIMONA LEMBI - Assessore Provincia di Bologna.
MARCO MACCIANTELLI – Sindaco di S.Lazzaro
ELISA SANGIORGI – pres.Consiglio Comunale
Intervistati dalla giornalista PAOLA RUBBI
Considerazioni sulla Legge 194 oggi
GIOVEDI’ 15 MAGGIO 2008
ALLE ORE 17,30
San Lazzaro di Savena, Bologna
PRESSO LA SALA DI CITTA’
Interverranno:
EMANUELA DOSSI BAIO – Senatrice P.D.
On. GIANCARLA CODRIGNANI
SIMONA LEMBI - Assessore Provincia di Bologna.
MARCO MACCIANTELLI – Sindaco di S.Lazzaro
ELISA SANGIORGI – pres.Consiglio Comunale
Intervistati dalla giornalista PAOLA RUBBI
4.21.2008
Elezioni: ecco cosa è successo
Un primo contributo di Davide Ferrari.
E gli interventi di Giancarla Codrignani, Vittorio Serrapica, Gregorio Scalise ed Enzo Annino.
Altri seguiranno.
Tutti parlano di un risultato inatteso per definire il voto.
In realtà la sorpresa è stata relativa. Chi conosceva le regole elettorali si rendeva conto, assai più della grande parte della pubblica opinione, che aver negato gli apparentamenti, da parte dei grandi partiti, PD e PDL, avrebbe determinato la scomparsa - dal Parlamento - di quasi tutti i partiti minori.
Ha fatto scalpore un fatto -in ogni caso- grave come il disastro della “Sinistra Arcobaleno”, ma - a ben vedere - anche Casini si è salvato per il rotto della cuffia e per il discusso serbatoio siciliano. Tutti gli altri fuori.
Il PD non va "malaccio", ma il suo enorme sforzo di rinnovamento e di mobilitazione non gli ha consentito di ribaltare la situazione.
Oggi molti dichiarano di essere sorpresi dal successo di Berlusconi, sostenuta-come si è vist- dal trionfo della Lega e dall'avanzare dell'autonomismo siciliano e sudista.
Ma i temi di cui si è veramente discusso, tra la gente, fuori dai palazzi, nei bar, negli autobus sono stati l’antipolitica, il rancore verso gli stranieri, la paura della criminalità, la sfiducia verso il sindacato, considerato incapace di garantire un recupero salariale e infine un meno diffuso, ma presente antieuropeismo, a causa del raddoppio dei prezzi post euro.
Questi gli argomenti di "orientamento", e solo questi.
Nessuno portava a sinistra o verso il centrosinistra.
Tutti portavano verso l’opposto: verso partiti caratterizzati dalla volontà di soffiare sul fuoco delle paure.
E poi ha pesato una ingiusta ma diffusa opinione negativa sul Governo Prodi, considerato comunque lontano dal comprendere le preoccupazioni della gente.
Veltroni ha lavorato molto.
Tuttavia-dopo un ottimo esordio- via via che si andavano snocciolando i giorni e gli episodi della campagna elettorale è apparsa l’impossibilità di prevalere e la campagna del PD si è fatta meno chiara. Si è cominciato a parlare, un po’ confusamente, di pareggio al Senato e di ingovernabilità.
Non ha giovato, per nulla.
E adesso, che fare? C’è chi, come autorevoli voci del maggior quotidiano nazionale, dichiara di aver capito già tutto e ci intima di non preoccuparci.
Il sistema politico è finalmente anglosassone! La moderna Italia ha un nuovo inizio, una nuova "partenza".
Peccato che i “Britanni” al governo siano i bardi dell’eroico stalliere, statisti alla Calderoli o alla Lombardo, teorici della società delle corporazioni come il redivivo Tremonti.
E poi c'è sempre lui: il Cavaliere.
È stato giusto evitare ogni rissa verbale, parlare di sé stessi e non delle malefatte di lui.
Ma ora bisogna fare una opposizione che eviti rabbia e precipitazione ma sia netta e parli al paese. Lui di qua, noi di la'.
Punto.
Bisogna ragionare alla svelta, confermare ciò che di buono il PD ha cominciato a fare: modernizzazione, primarie, capacità di parlare con tutti. E tuttavia, con altrettanta forza, occorre saper sterzare, e con urgenza.
Non so se bisogna tornare ad essere un po’ più di sinistra.
Oppure, per dir così, un po’ più aggressivi.
Certamente bisogna diventare più “popolari”.
Propongo due esempi per rendere più leggibile la proposta.
Due esempi, solo apparentemente opposti.
Il primo: se il popolo italiano è inquieto, non solo per la delinquenza importata, ma per il fatto in sé dell'immigrazione, è ora di capire, proprio per non arrendersi e giustificare.
Quando l'immigrazione comporta, in ogni città, una presenza a due cifre nella percentuale degli abitanti di molte nazionalità, talvolta di tradizioni culturali opposte, ebbene, il rifiuto che si ingenera, anche quando è un segno di razzismo, non si può ignorare.
Proprio per combattere il razzismo occorre chiedersi quale limite si può e si deve porre alla completa trasformazione di una città, di una società. Garantire integrazione e diritti politici, non solo a chi lavora, ma a chi comunque è già qui, è già un nuovo cittadino. Con coraggio. E, al contempo, ragionare su quanto, senza una catastrofe ingestibile, può sopportare il cambiamento della multiculturalità un paese come l'Italia e più in generale, l'Europa.
Un continente in difficoltà economiche, non certo vastissimo e iper-popolato.
Altrimenti-nostro malgrado- il dibattito e la rabbia si scateneranno soltanto sul tema della sicurezza dalla criminalità. Tema verissimo ma davvero limitativo. Anche per spiegare la paura ed il rigetto cui assistiamo.
Un altro esempio: se è vero che le famiglie di fatto sono il 60% delle nuove convivenze, non c’è, con tutto il rispetto, Binetti che tenga. Bisogna parlare a queste famiglie, bisogna rappresentarle.
Se i "diritti civili", considerati astrattamente, non sembrano godere di alcuna popolarità, anchein questa Italia brutta fotografata dal voto, la rappresentanza di interessi negati e sentiti come legittimi è invece molto richiesta.
E quando riguarda milioni di persone bisogna saperla interpretare.
Non amo chi si richiama a modelli, ma "Zapatero docet".
Essere vicini al popolo, per contrastare il populismo su una frontiera sostenibile, e rafforzare una limpida immagine nazionale, unitaria nella società, di governo: questa la via per il PD.
Difficile da trovare, da confermare passo dopo passo.
Ma un'altra non c'è.
Discuterne, nel concreto: varrebbe a questo un congresso che non ripercorra riti divisori o compromissori che ci allontanerebberro ancora di più dall'opinione pubblica.
davideferrari@yahoo.com
www.davideferrari.org
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ELEZIONI 2008
da KOINONIA aprile '08
Giancarla Codrignani
Disastro? Disastro. Alla constatazione - rabbiosa? certo - deve seguire una
forte (auto)analisi.
Ci era, infatti, sfuggito qualcosa. Sarà che, quando ci troviamo con amici
e conoscenti, non usciamo dal giro di quelle che nel nostro paese sono "le
minoranze" e ricaviamo la falsa impressione che le opinioni, pur diverse,
siano generalizzabili.
Chi lavora sul territorio sa che non è così; a riprova, il direttore del
Pais anticipava la simpatia operaia italiana per Bossi. D'altra parte, se
per più di quarant'anni l'Italia ha costituito un'eccezione nella
politologia europea per non aver mai sperimentato l'alternanza di governo,
significa che il nostro paese è in maggioranza moderato e non fa "passare"
la sinistra.
Tanto meno la fa passare oggi, che la gente si è fatta più egoista e, nonostante l'obbligo scolastico, più ignorante.
E c'è l'insidia televisiva non tanto di Fede o Vespa, quanto di
prospettive di successo e soldi attraverso esibizioni degradanti,
competizioni volgari, giochi idioti. Il grande fratello che noi "di
sinistra" snobbiamo.
Oltre ad essere moderati, gli italiani si ritrovano impoveriti,
culturalmente e moralmente. Soprattutto politicamente, se molti si
vergognano (gli exit-poll in Italia non funzionano perché la gente mente),
ma votano persone da cui si fanno sedurre perché gli sono simili.
Il ventennio fascista è stato tragico; ma le tragedie sembra si replichino,
in forma di farsa. Resta tragica la storia che si vive oggi; anche perché
all'estero - dove, appunto, si ride - non mancano le preoccupazioni e le
democrazie sono in crisi. Soprattutto sapendo le tempeste economiche e
finanziarie che possono imperversare.
Molti di noi hanno apprezzato Prodi, il suo coraggio, il suo esempio di
dignità. E' per colpa di Mastella e Dini, se ha perso la partita? I due
saranno gli artefici occasionali, ma le cause vere sono altre. In primo
luogo è mancato un apparato competente nella comunicazione: lo staff di
Sircana doveva far giungere all'elettorato l'informazione delle molte cose
buone fatte (pensiamo solo all'ultimo atto, l'apertura degli archivi degli
anni di piazza Fontana, di Brescia, di Bologna e di Moro) e far echeggiare
l'impossibilità di portare in aula in Senato il conflitto d'interessi o la
riforma televisiva. La seconda, dispiace dirlo, è il conflitto interno
promosso dalla sinistra radicale: non si può firmare un programma e non
rispettarlo. Purtroppo esiste il partito del "o la bacchetta magica o no a
tutto"; gli elettori dovrebbero saperlo.
Walter Veltroni ha ritenuto di correre da solo con un nuovo Partito
Democratico con cui, anche se ha perduto di brutto, ha pur sempre
migliorato i risultati dell'Ulivo. Ma è caduto in piedi e potrà rilanciare
la campagna culturale di cui il paese ha necessità estrema e dare senso ad
un "governo ombra" che l'opposizione italiana non ha mai avuto. La
scomparsa dal Parlamento della Sinistra radicale è certo un problema, e
così la sparizione dell'aggettivo "socialista", dai simboli non solo
storici. Era, invece, possibile, proprio per la presenza del Pd, fare, alla
sinistra del Pd, un partito unitario, con un suo programma solido e aperto;
e non perdere l'occasione elettorale e andare al voto con la sigla
dell'arcobaleno, ma con i simboli differenziati e senza progetto comune.
Senza produrre speranza.
Si dice che le astensioni sono state "solo" del 3%: un milione di voti in
più. Se in fasi cruciali il 20% non va a votare e non rispetta chi è morto,
dal 1789 in avanti, perché noi potessimo farlo, vuol dire che dobbiamo
ridiscutere che cosa sia la responsabilità sociale.
Adesso i problemi non mancheranno con un Berlusconi imprevedibile,
affarista, mentitore fisiologico; e, ancor più, con un ben noto, forse non
peggiore Bossi. Si vedrà. Intanto è necessario non demordere e "resistere,
resistere, resistere".
Il problema della legge elettorale si sta per accompagnare al referendum;
l'anno prossimo ci sono le elezioni europee e le amministrative più
importanti: il paese che si è risollevato dietro a Veltroni va accompagnato
nei diversi percorsi. L'anno scorso abbiamo salvato la Costituzione, ma
abbiamo anche imparato che gli italiani l'amano, ma non la conoscono. Il
lavoro non mancherà per chi crede nella democraziaŠ
Sappiamo che il mondo sta trasformando la propria cultura come neppure ai
tempi di Galileo. Sappiamo anche che il futuro si prospetta non solo come
avanzamento, ma anche come richiesta di misure urgenti: l'ambiente
deteriorato non concede dilazioni, i conflitti debbono escludere altre
guerre, l'economia e la finanza proiettano ombre minacciose sui beni degli
stati e dei cittadini meno abbienti.
La politica è screditata, mentre rappresenta pur sempre il senso
costruttivo dell'appartenenza sociale. Chi non ha votato, si accorge che
non si trattava assolutamente dei sacri principi morali. Chi si lamenta
della mancanza delle primarie, della non-scelta dei candidati, del sistema
maggioritario, deve ripensare a come risolvere l'esigenza di innovazione
politica. Le "primarie" troveranno la loro via, ma occorre prevenire il
rischio che diventino l'utile strumento di chi ha il danaro per finanziare
le campagne. Le legge porcellum, che ha conseguito finalmente il suo
obiettivo, non è un prodotto della sinistra, ma del voto unanime della
destra, Casini compreso. Il maggioritario senza regole presenta dei rischi,
ma non si poteva andare avanti con ventisei gruppi parlamentari e minoranze
mastelliane ricattatorie.
Non possiamo dimenticare i principi: rappresentano per ciascuno di noi le
ragioni del vivere personale e sociale; e neppure vogliamo abbandonare le
utopie, realtà a cui non è destinata la nostra (e molte altre) generazioni
perché la storia non finisce con noi. Ma guai se evitiamo di guardare lo
stato di realtà delle situazioni e di affrontarne le contraddizioni e i
conflitti senza preclusioni e, soprattutto, senza ideologie. Solo il Papa
può dire di fermarsi a principi non negoziabili e di negare il relativismo;
noi siamo laici.
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Vittorio Serrapica: "Un'analisi nostra".
Un’analisi tutta nostra
La vittoria del Pdl non è da attenersi solo alla forza carismatica del loro leader. Troppo superficiale come spiegazione, ma allo stesso tempo troppo diretta alla consolazione di noi militanti di sinistra.
Una possibilità di giudizio potrebbe rivelarsi nella nostra poco e perduta radicità sul territorio.
Ero piccolo però ben ricordo i momenti passati da miei concittadini militanti del vecchio Pci riversarsi fra la gente e capire davvero cosa si potesse realmente fare per loro.
Ero adolescente quando ancora si cercava e si lottava per trovare il giusto nesso a laicità, miglioramento della condizione dei lavoratori e crescita sul territorio delle giovani leve militanti.
Cosa c’è ora? Cari compagni questa volta mi dovete consentire di dire: NULLA.
Mai più ho visto, a parte qualche lieve luccichio, almeno per nella mia Regione, la Campania, dirigenti di partito che parlano coi cittadini.
Molti vedono nella politica un buon rifugio nella società, una rivalsa di una carriera negata .
Quindi si passa alla solita trafila da responsabile di zona, segretario poi assessore, se c’è accordo deputato o senatore. Senza mai sentire le reali esigenze di territorio. Sinistra Arcobaleno. Non rovinata dal suo candidato premier, ma condannata per aver perso il contatto con la gente. Per aver permesso a burocrati attaccati alla poltrona di stabilire il loro futuro a discapito della collettività.
Il segnale è chiaro: ritorniamo a fare politica. Ritorniamo a stringere mani oneste, ad abbracciare la gente, a sentire cosa davvero crede. Eleviamoci da singoli favori personali e pensiamo a cosa il nostro territorio un giorno potrà dare ai nostri figli.
Se non dovessimo fare ciò, renderemmo il futuro troppo incerto e nuvoloso per le future leve.
La mia arringa non è da vedere in un’ottica negativa, ma in una consapevolezza di chiarezza e di forza per poter ripartire insieme.
Il Pd ha concesso ciò.
Una forte alternativa di idee e di persone della società civile, ma come tutti i nuovi partiti ha bisogno di costruire le sue linee.
Ha bisogno di far crescere radici forti e di costruire al suo interno una sinistra capace di dare un senso, di rispondere al segnale dei cittadini.
Su tale linea spero saremo noi.
La sinistra che sto vedendo sarà capace all’interno di un grande partito di dare un forte impulso alla gente comune e ai giovani disillusi.
Non sarà più un mercato di nicchia da rivendersi a pochi amatori anacronistici, ma vedrà l’orizzonte appoggiandosi alle spalle della gente.
Vittorio Serrapica
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Elezioni 2008,enigma.
Da un recente articolo di Tullio De Mauro – “Analfabeti d’Italia, su Internazionale, marzo del 2008- veniamo a sapere che 5 italiani su 100 tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera dall’altra. Secondo specialisti internazionali, dice ancora De Mauro, soltanto il 20 per cento della “ popolazione adulta” possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi nella società contemporanea. Possiamo aggiungere a questi dati anche quelli ricavati dall’editoria. Si pubblicano oltre 59 mila titoli all’anno.
Fra quelli che si dichiarano lettori quasi la metà sono lettori deboli.Oltre 11 milioni di individui non leggono più di tre libri l’anno.Questi dati che vengono da una recente relazione dell’Aie, cioè l’associazione italiana editori, dimostrano che si incontrano diverse sorprese fra i 55 milioni e rotti della popolazione italiana. Ma questo incipit non vuole portare acqua al mulino di quelli che cercano di addossare all’ignoranza i motivi della recente sconfitta del Pd e della sinistra.
Esistono differenze,diciamo, di saperi, di visione delle cose e della vita, può essere che anche il disinformato sviluppi un suo sapere pratico e di rispetto. Anche se i dati delle elezioni sono stati elaborati, si riportano qui alcune indicazioni. Oltre 9 milioni sono gli italiani che non hanno votato; se si aggiungono le schede bianche o annullate e quelli che hanno votato “ schede kamikaze” si arriva alla cifra di quasi 12 milioni.
Gli elettori reali sono dunque circa 35 milioni. Il centrodestra del 2006( FI, Alleanza Nazionale,la Mussolini e Rotondi) aveva ottenuto 650.000 voti in più rispetto al 2008.Il Pd ha avuto rispetto al 2006, 90 mila voti in più. Hanno guadagnato voti la Lega ( 1.300.000) e Di Pietro (700.000). Come si sa e si piange, la sinistra alternativa e radicale non c’è più e il paese è in mano a Berlusconi. Qui non si vuole infierire su una strategia che era almeno discutibile, e facendo buon viso a cattivo gioco si dice che il Pd ormai esiste ed è una forza sul territorio. Tuttavia le amministrative di qualche anno fa , erano, al nord, più di un campanello di allarme e molti notarono che il centrosinistra aveva perso anche in capoluoghi dove aveva governato bene in modo riconosciuto da tutti, anche dagli avversari politici. Dunque, cosa era successo? Queste elezioni hanno dimostrato, fra le altre cose, che, prima della svolta epocale o di un risultato della stessa importanza del ’48, le chiacchiere stanno a zero. La paura per gli extracomunitari, l’indebolito potere d’acquisto, il senso generale del declino,hanno portato a questo incredibile risultato: gli elettori si sono rifugiati nella Lega. Nel pericolo, gli italiani si affidano al centrodestra, il centrosinistra non dà garanzie. Ormai ci si chiede in cento modi quali siano stati gli errori e che cosa sia successo.
Molti lo sanno, speriamo sia vero. E’ vero che qui è Hollywood, la notizia del giorno scaccia la precedente,ma evidentemente qualcosa rimane.
La ragazza extra che ha infilato un ombrello nell’occhio di una coetanea romana, o il tremendo episodio della donna stuprata e uccisa sempre a Roma,evidentemente non sono stati episodi passeggeri.
Si è avvertito un grave pericolo.
Tuttavia se alle cento spiegazioni per la sconfitta ne aggiungiamo qualche altra non si farà gran danno. Gli italiani sono come minimo schizzati, votano a destra e riempiono le piazze per la festa di liberazione, 25 aprile, festa contro il nazifascismo. Naturalmente è legittimo.
Naturalmente si può anche pensare che scettici di natura, dotati di riso amaro come diceva Leopardi,ma anche pronti a dire di si a chi abbia più potere, gli italiani abbiano deciso che Berlusconi aveva più potere di Veltroni. Anche su Berlusconi cominciano un po’ alla volta altre leggende. Si ricorda che mentre molti nostri Soloni dicevamo che si stava rimontando e che la forbice si stava restringendo, Berlusconi insisteva con i suoi dieci punti di differenza ( sembra che in realtà siano stati più di 9), e che nelle elezioni precedenti i sondaggi più vicini alla realtà delle cose erano ancora i suoi.Il Pd deve aver pagato un numero cospicuo di sondaggisti per ricevere in cambio simpatici palliativi, ma non la realtà che era l’unica cosa che contava. Si dice ancora che Berlusconi con una maggioranza fortissima governerà 5 anni e poi altri 5 , insomma sinchè non si stuferà.
Non si tiene conto che se è vero che i numeri ci sono, ci sono anche grane grosse come macigni, dalla spazzatura di Napoli all’Alitalia, dalle tasse ai salari deboli,dalla scuola ai rapporti internazionali ( Stati Uniti e Iran, per non dimenticare) più le questioni dell’immigrazione che non cesseranno anche se non vediamo più barconi stracarichi in tv, essendo ormai quasi tutto un problema. Se poi aggiungiamo anche la Camorra che secondo l’autore di Gomorra realizza capitali vertiginosi e si estende dalla Campania alla Lombardia non lasciando indenne neppure l’Emilia-Romagna,il rapporto con questo potere forte non sarà una cosa semplice.
Volendo quasi fare un gossip, gossip che diventa tale perché messo giù alla brava, rispetto alla drammatica serietà delle altre cose, si pensi soltanto a Bondi e all’eventualità che sia mandato all’Istruzione.
Un ministero delicatissimo, dove anche la sinistra non ha fatto grandi figure, diretto come se fosse un ufficio stampa o una agenzia di informazioni. Già negli anni novanta si cominciava a dire ( e da sinistra) che la sinistra stessa era spacciata. Siamo nel 2008, la sinistra Arcobaleno è scomparsa dai tabelloni elettorali ma non si può dire che non ci sia. Probabilmente ci sarà nei prossimi mesi e anni un fiorire di iniziative, giornali, riviste, fondazioni, incontri, e si spera che l’aria di chiusura e anche di bigottismo che sembra aleggiare in questi giorni, scompaia sotto il vento della “ riorganizzazione”. A guardare il mondo dalla specula dei risultati elettorali viene da dire che l’aria che tira non è favorevole né oggi, e lo si è visto, né domani, alla sinistra; si ricorda però che solo noi abbiamo realizzato questo particolare capolavoro.
E’ certo tuttavia che molte cose della sinistra, anche se giuste,hanno tutta l’aria di essere anacronistiche, forse è il modo di porle, il linguaggio.Una riflessione su questo tema per la sinistra è impensabile, riflettere a fondo su alcuni nessi importanti, probabilmente implicherebbe la cessazione di essere di sinistra in un certo modo. Non lo farà nessuno.La schematicità di questi anni sempre più automatica era ed è una tecnica di lettura della realtà ormai troppo familiare e comoda per essere abbandonata. Trattasi di riflesso condizionato, scatta e basta. Pur essendo odioso si vorrebbe qui ricordare il rapporto della sinistra con la storia, basta dire, come dice Bertinotti, che lo stalinismo è una cosa e il comunismo è un’altra? Un secolo di errori la sinistra può anche dimenticarlo, gli elettori, evidentemente, di meno.Essere di sinistra, inoltre, implica davvero una impostazione culturale di un certo tipo, anche di reale analisi e ammissione del peccato di contiguità con l’Unione Sovietica,non si può pretendere che tutti esercitino tali poteri intellettuali.
D’accordo. E pretendere che 55 milioni di italiani siano tutti di sinistra, come definiamo questa visione? La verità è che nella realistica, politicizzata, combattiva sinistra manca un pezzo di realtà. Dire che è l’ideologia e la post-idelogia stessa, nella sua composizione e commozione emotiva, nella sua discendenza dall’idealismo tedesco di un paio di secoli fa, a oscurare alcune connessioni con il reale , dire questo e pretendere di essere creduti e ascoltati , è come fare la multa per eccesso di velocità ad un automobilista che corre a Indianapolis. ( la battuta è tratta da Apocalypse now).
In realtà si farà molta fatica a sdrammatizzare, riformare, riconnettere, anche perché ne andrebbe della radici stesse. Così ci si attende o una post-idelogia che va verso l’acqua di rose, o ancora una post ideologia sempre più ortodossa e chiusa in se stessa.
Si deve aggiungere che alcuni atteggiamenti di quanto detto sopra si sono cominciati a vedere proprio durante la fase elettorale.
Chiamare ancora “ popolo”, tanto per fare un facile esempio, gli abitanti di questa nazione degli anni duemila, è una spia linguistica inquietante.
“ Popolo” nell’era della globalizzazione, che certamente non è quella spesso descritta, ma che comunque esiste, non è un tic linguistico impressionante? Si potrà sempre rispondere, certo, che quanto ad anacronismo questa tornata elettorale non ci ha fatto mancare niente, non si sono rifugiati gli elettori nei miti del territorio e delle acque del Po ( per altro molto inquinate)?
Così alle difficoltà culturali e ideologiche cui si accennava prima è anche da aggiungere che il contesto non è molto favorevole e che i punti da oltrepassare in realtà battono in breccia ogni ripensamento sulla modernità; in breve, neppure Sartre ma Garibaldi.
La partita è difficile e intricata, non resta che augurarsi che almeno i punti oscuri vengano chiariti e messi almeno all’ordine del giorno.
Si chiede: sta succedendo questo, sì?
Gregorio Scalise
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Il voto del 2008. Riflessioni
Per trovare una giustificazione al trionfo della coalizione di destra cerco di ricordare qui, con la massima possibile onestà intellettuale, quali sono le cose che la sinistra di Prodi ha fatto e che ho trovato assai discutibili.
Si tratta delle privatizzazioni senza liberalizzazione del suo precedente governo, che hanno creato non giustificati guadagni, hanno fatto aumentare le tariffe senza aumento degli investimenti, e hanno sottratto capitali di rischio ad impieghi degni di quel nome.
E, nella seconda, ultima esperienza, i caratteri del governo dei 102, fatto dopo aver affermato in campagna elettorale che il nuovo governo ci avrebbe stupito per efficacia e coesione.
Si tratta dell’indulto, esteso - oltretutto - anche ai reati contro l’amministrazione;
La maggioranza era risicatissima certo ma gravi sono state le divisioni e le incertezze che hanno impedito di ridurre in modo significativo i privilegi della “casta”, di non fare una legge elettorale (tra l’altro indispensabile, vista la mancanza di maggioranza al Senato ), di non condurre in porto una legge sul conflitto di interessi (che in qualche caso avrebbe coinvolto anche rappresentanti del governo nazionale e di governi locali ).
E’ anche molto grave infine che il centrosinistra non sia riuscito a fare una riforma della giustizia e a varare un valido e condiviso pacchetto sicurezza.
Per quanto riguarda le tasse, poi, è indubbio che il passato Governo abbia dato a molte categorie di cittadini un senso di vessazione, in una situazione di avvio di una vasta crisi economica.
Credo che la situazione del Paese induca molti a ritenere che sia necessario un governo forte, e che ciò sia più importante della stessa salvaguardia della democrazia.
Certo, che l’attuale destra possa esprimere un governo forte è da dimostrare, ma essa è riuscita a presentarsi capace di esprimere un tale tipo di governo (e ciò che ha urlato nel megafono lo stesso Alemanno da un balcone - atterrisce il ricordo di ben altro predecessore - immediatamente dopo l’acquisizione del suo risultato elettorale ).
Il largo voto ottenuto dalla destra, incluso il voto di ceti meno abbienti, e la caduta della “Sinistra arcobaleno” - puro cartello elettorale - , a mio avviso, si spiegano così.
La nuova sinistra definita da Veltroni non è stata percepita come discontinuità rispetto al governo di Prodi. Il partito definito “ dei lavoratori “ - e di “ parte “ - da Bertinotti non è risultato di fatto il partito dei lavoratori.
Un’analisi delle percentuali ottenute mostra comunque che Forza Italia e Alleanza Nazionale hanno perso qualcosa a livello nazionale, e che il Partito Democratico ha acquisito qualcosa; si vede poi che c’è una spaccatura del Paese, che vede la sinistra forte solo nelle regioni del centro.
La vera vincitrice delle elezioni è la Lega, sia pure solo in ampie zone a livello territoriale ,ma anche in crescita in aree per lei nuove e importanti, quali la Liguria e la stessa Emilia-Romagna. E’ pur vero che la legge elettorale ha portato alla Lega un numero rilevante di senatori, che essa non avrebbe avuto con una legge diversa.
Tuttavia le istanze della Lega andavano da tempo meglio capite e governate, proprio per evitarne gli eccessi.
Per quanto riguarda la leadership, devo innanzi tutto fare una confessione; quando si votò per le primarie di Prodi, andai a votare e nella scheda scrissi “Fassino“: mi sembrava sbagliato e mi dispiaceva che fra i candidati non ci fosse Fassino; mi dispiace ancora. Certo è che se un treno importante si perde una volta è poi assai difficile riprenderlo.
A Veltroni occorre dare atto che è merito suo se il Paese oggi è reso governabile.
Si deve anche riconoscere che egli si è dimostrato il politico meno opportunista che si sia mai visto. Questa prerogativa può per alcuni meritare una medaglia; per altri può meritare un tapiro.
Se Veltroni dovrà andare in Africa o restare al suo nuovo posto non potrà deciderlo Veltroni; ne lo decideranno le figure più importanti del Partito. Ci vuole una riflessione vera e ampia.
Se resterà al suo posto saranno essenziali per lui collaboratori della massima qualità.
Occorre che nuove figure possano manifestarsi e occorrono giovani perché una possibile rimonta potrebbe richiedere più tempo di quanto la comprensione dello stato del Paese lo lasci immaginare. Giovani, dunque, onesti, competenti e coraggiosi.
Intanto Berlusconi potrà governare cinque anni. Può essere che, alla sua età, e con i suoi trascorsi, nelle intenzioni intenda fare bene; tuttavia - purtroppo per noi - egli ha ancora guai con la Giustizia e , secondo le inclinazioni che ha mostrato anche in passato, continuerà ad occuparsi degli affari suoi.
E’ allora veramente possibile che il Paese faccia altri passi indietro; questo può accadere soprattutto nella Giustizia, e ciò di riflesso penalizzerà lo sviluppo del sud; ciò può accadere nelle questioni ambientali; potranno continuare le privatizzazioni senza liberalizzazione.
Per queste per altre ragioni potrà risultare una minore integrazione in Europa.
E’ anche possibile che, attraverso politiche eccessivamente protezionistiche il Paese si isoli maggiormente in campo internazionale e il nostro basso livello di competitività non possa migliorare, con ulteriore danno per l’economia e il benessere.
Una critica su questi temi ed il disagio delle condizioni di vita non dovranno essere rappresentati solo sul piano sociale, o peggio dell’antipolitica.
L’opposizione politica e parlamentare dovrà vigilare, e dovrà riorganizzarsi recuperando una rappresentatività anche a sinistra, anche per evitare il concreto pericolo di eccessive tensioni sociali.
Enzo Annino
Un primo contributo di Davide Ferrari.
E gli interventi di Giancarla Codrignani, Vittorio Serrapica, Gregorio Scalise ed Enzo Annino.
Altri seguiranno.
Tutti parlano di un risultato inatteso per definire il voto.
In realtà la sorpresa è stata relativa. Chi conosceva le regole elettorali si rendeva conto, assai più della grande parte della pubblica opinione, che aver negato gli apparentamenti, da parte dei grandi partiti, PD e PDL, avrebbe determinato la scomparsa - dal Parlamento - di quasi tutti i partiti minori.
Ha fatto scalpore un fatto -in ogni caso- grave come il disastro della “Sinistra Arcobaleno”, ma - a ben vedere - anche Casini si è salvato per il rotto della cuffia e per il discusso serbatoio siciliano. Tutti gli altri fuori.
Il PD non va "malaccio", ma il suo enorme sforzo di rinnovamento e di mobilitazione non gli ha consentito di ribaltare la situazione.
Oggi molti dichiarano di essere sorpresi dal successo di Berlusconi, sostenuta-come si è vist- dal trionfo della Lega e dall'avanzare dell'autonomismo siciliano e sudista.
Ma i temi di cui si è veramente discusso, tra la gente, fuori dai palazzi, nei bar, negli autobus sono stati l’antipolitica, il rancore verso gli stranieri, la paura della criminalità, la sfiducia verso il sindacato, considerato incapace di garantire un recupero salariale e infine un meno diffuso, ma presente antieuropeismo, a causa del raddoppio dei prezzi post euro.
Questi gli argomenti di "orientamento", e solo questi.
Nessuno portava a sinistra o verso il centrosinistra.
Tutti portavano verso l’opposto: verso partiti caratterizzati dalla volontà di soffiare sul fuoco delle paure.
E poi ha pesato una ingiusta ma diffusa opinione negativa sul Governo Prodi, considerato comunque lontano dal comprendere le preoccupazioni della gente.
Veltroni ha lavorato molto.
Tuttavia-dopo un ottimo esordio- via via che si andavano snocciolando i giorni e gli episodi della campagna elettorale è apparsa l’impossibilità di prevalere e la campagna del PD si è fatta meno chiara. Si è cominciato a parlare, un po’ confusamente, di pareggio al Senato e di ingovernabilità.
Non ha giovato, per nulla.
E adesso, che fare? C’è chi, come autorevoli voci del maggior quotidiano nazionale, dichiara di aver capito già tutto e ci intima di non preoccuparci.
Il sistema politico è finalmente anglosassone! La moderna Italia ha un nuovo inizio, una nuova "partenza".
Peccato che i “Britanni” al governo siano i bardi dell’eroico stalliere, statisti alla Calderoli o alla Lombardo, teorici della società delle corporazioni come il redivivo Tremonti.
E poi c'è sempre lui: il Cavaliere.
È stato giusto evitare ogni rissa verbale, parlare di sé stessi e non delle malefatte di lui.
Ma ora bisogna fare una opposizione che eviti rabbia e precipitazione ma sia netta e parli al paese. Lui di qua, noi di la'.
Punto.
Bisogna ragionare alla svelta, confermare ciò che di buono il PD ha cominciato a fare: modernizzazione, primarie, capacità di parlare con tutti. E tuttavia, con altrettanta forza, occorre saper sterzare, e con urgenza.
Non so se bisogna tornare ad essere un po’ più di sinistra.
Oppure, per dir così, un po’ più aggressivi.
Certamente bisogna diventare più “popolari”.
Propongo due esempi per rendere più leggibile la proposta.
Due esempi, solo apparentemente opposti.
Il primo: se il popolo italiano è inquieto, non solo per la delinquenza importata, ma per il fatto in sé dell'immigrazione, è ora di capire, proprio per non arrendersi e giustificare.
Quando l'immigrazione comporta, in ogni città, una presenza a due cifre nella percentuale degli abitanti di molte nazionalità, talvolta di tradizioni culturali opposte, ebbene, il rifiuto che si ingenera, anche quando è un segno di razzismo, non si può ignorare.
Proprio per combattere il razzismo occorre chiedersi quale limite si può e si deve porre alla completa trasformazione di una città, di una società. Garantire integrazione e diritti politici, non solo a chi lavora, ma a chi comunque è già qui, è già un nuovo cittadino. Con coraggio. E, al contempo, ragionare su quanto, senza una catastrofe ingestibile, può sopportare il cambiamento della multiculturalità un paese come l'Italia e più in generale, l'Europa.
Un continente in difficoltà economiche, non certo vastissimo e iper-popolato.
Altrimenti-nostro malgrado- il dibattito e la rabbia si scateneranno soltanto sul tema della sicurezza dalla criminalità. Tema verissimo ma davvero limitativo. Anche per spiegare la paura ed il rigetto cui assistiamo.
Un altro esempio: se è vero che le famiglie di fatto sono il 60% delle nuove convivenze, non c’è, con tutto il rispetto, Binetti che tenga. Bisogna parlare a queste famiglie, bisogna rappresentarle.
Se i "diritti civili", considerati astrattamente, non sembrano godere di alcuna popolarità, anchein questa Italia brutta fotografata dal voto, la rappresentanza di interessi negati e sentiti come legittimi è invece molto richiesta.
E quando riguarda milioni di persone bisogna saperla interpretare.
Non amo chi si richiama a modelli, ma "Zapatero docet".
Essere vicini al popolo, per contrastare il populismo su una frontiera sostenibile, e rafforzare una limpida immagine nazionale, unitaria nella società, di governo: questa la via per il PD.
Difficile da trovare, da confermare passo dopo passo.
Ma un'altra non c'è.
Discuterne, nel concreto: varrebbe a questo un congresso che non ripercorra riti divisori o compromissori che ci allontanerebberro ancora di più dall'opinione pubblica.
davideferrari@yahoo.com
www.davideferrari.org
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ELEZIONI 2008
da KOINONIA aprile '08
Giancarla Codrignani
Disastro? Disastro. Alla constatazione - rabbiosa? certo - deve seguire una
forte (auto)analisi.
Ci era, infatti, sfuggito qualcosa. Sarà che, quando ci troviamo con amici
e conoscenti, non usciamo dal giro di quelle che nel nostro paese sono "le
minoranze" e ricaviamo la falsa impressione che le opinioni, pur diverse,
siano generalizzabili.
Chi lavora sul territorio sa che non è così; a riprova, il direttore del
Pais anticipava la simpatia operaia italiana per Bossi. D'altra parte, se
per più di quarant'anni l'Italia ha costituito un'eccezione nella
politologia europea per non aver mai sperimentato l'alternanza di governo,
significa che il nostro paese è in maggioranza moderato e non fa "passare"
la sinistra.
Tanto meno la fa passare oggi, che la gente si è fatta più egoista e, nonostante l'obbligo scolastico, più ignorante.
E c'è l'insidia televisiva non tanto di Fede o Vespa, quanto di
prospettive di successo e soldi attraverso esibizioni degradanti,
competizioni volgari, giochi idioti. Il grande fratello che noi "di
sinistra" snobbiamo.
Oltre ad essere moderati, gli italiani si ritrovano impoveriti,
culturalmente e moralmente. Soprattutto politicamente, se molti si
vergognano (gli exit-poll in Italia non funzionano perché la gente mente),
ma votano persone da cui si fanno sedurre perché gli sono simili.
Il ventennio fascista è stato tragico; ma le tragedie sembra si replichino,
in forma di farsa. Resta tragica la storia che si vive oggi; anche perché
all'estero - dove, appunto, si ride - non mancano le preoccupazioni e le
democrazie sono in crisi. Soprattutto sapendo le tempeste economiche e
finanziarie che possono imperversare.
Molti di noi hanno apprezzato Prodi, il suo coraggio, il suo esempio di
dignità. E' per colpa di Mastella e Dini, se ha perso la partita? I due
saranno gli artefici occasionali, ma le cause vere sono altre. In primo
luogo è mancato un apparato competente nella comunicazione: lo staff di
Sircana doveva far giungere all'elettorato l'informazione delle molte cose
buone fatte (pensiamo solo all'ultimo atto, l'apertura degli archivi degli
anni di piazza Fontana, di Brescia, di Bologna e di Moro) e far echeggiare
l'impossibilità di portare in aula in Senato il conflitto d'interessi o la
riforma televisiva. La seconda, dispiace dirlo, è il conflitto interno
promosso dalla sinistra radicale: non si può firmare un programma e non
rispettarlo. Purtroppo esiste il partito del "o la bacchetta magica o no a
tutto"; gli elettori dovrebbero saperlo.
Walter Veltroni ha ritenuto di correre da solo con un nuovo Partito
Democratico con cui, anche se ha perduto di brutto, ha pur sempre
migliorato i risultati dell'Ulivo. Ma è caduto in piedi e potrà rilanciare
la campagna culturale di cui il paese ha necessità estrema e dare senso ad
un "governo ombra" che l'opposizione italiana non ha mai avuto. La
scomparsa dal Parlamento della Sinistra radicale è certo un problema, e
così la sparizione dell'aggettivo "socialista", dai simboli non solo
storici. Era, invece, possibile, proprio per la presenza del Pd, fare, alla
sinistra del Pd, un partito unitario, con un suo programma solido e aperto;
e non perdere l'occasione elettorale e andare al voto con la sigla
dell'arcobaleno, ma con i simboli differenziati e senza progetto comune.
Senza produrre speranza.
Si dice che le astensioni sono state "solo" del 3%: un milione di voti in
più. Se in fasi cruciali il 20% non va a votare e non rispetta chi è morto,
dal 1789 in avanti, perché noi potessimo farlo, vuol dire che dobbiamo
ridiscutere che cosa sia la responsabilità sociale.
Adesso i problemi non mancheranno con un Berlusconi imprevedibile,
affarista, mentitore fisiologico; e, ancor più, con un ben noto, forse non
peggiore Bossi. Si vedrà. Intanto è necessario non demordere e "resistere,
resistere, resistere".
Il problema della legge elettorale si sta per accompagnare al referendum;
l'anno prossimo ci sono le elezioni europee e le amministrative più
importanti: il paese che si è risollevato dietro a Veltroni va accompagnato
nei diversi percorsi. L'anno scorso abbiamo salvato la Costituzione, ma
abbiamo anche imparato che gli italiani l'amano, ma non la conoscono. Il
lavoro non mancherà per chi crede nella democraziaŠ
Sappiamo che il mondo sta trasformando la propria cultura come neppure ai
tempi di Galileo. Sappiamo anche che il futuro si prospetta non solo come
avanzamento, ma anche come richiesta di misure urgenti: l'ambiente
deteriorato non concede dilazioni, i conflitti debbono escludere altre
guerre, l'economia e la finanza proiettano ombre minacciose sui beni degli
stati e dei cittadini meno abbienti.
La politica è screditata, mentre rappresenta pur sempre il senso
costruttivo dell'appartenenza sociale. Chi non ha votato, si accorge che
non si trattava assolutamente dei sacri principi morali. Chi si lamenta
della mancanza delle primarie, della non-scelta dei candidati, del sistema
maggioritario, deve ripensare a come risolvere l'esigenza di innovazione
politica. Le "primarie" troveranno la loro via, ma occorre prevenire il
rischio che diventino l'utile strumento di chi ha il danaro per finanziare
le campagne. Le legge porcellum, che ha conseguito finalmente il suo
obiettivo, non è un prodotto della sinistra, ma del voto unanime della
destra, Casini compreso. Il maggioritario senza regole presenta dei rischi,
ma non si poteva andare avanti con ventisei gruppi parlamentari e minoranze
mastelliane ricattatorie.
Non possiamo dimenticare i principi: rappresentano per ciascuno di noi le
ragioni del vivere personale e sociale; e neppure vogliamo abbandonare le
utopie, realtà a cui non è destinata la nostra (e molte altre) generazioni
perché la storia non finisce con noi. Ma guai se evitiamo di guardare lo
stato di realtà delle situazioni e di affrontarne le contraddizioni e i
conflitti senza preclusioni e, soprattutto, senza ideologie. Solo il Papa
può dire di fermarsi a principi non negoziabili e di negare il relativismo;
noi siamo laici.
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Vittorio Serrapica: "Un'analisi nostra".
Un’analisi tutta nostra
La vittoria del Pdl non è da attenersi solo alla forza carismatica del loro leader. Troppo superficiale come spiegazione, ma allo stesso tempo troppo diretta alla consolazione di noi militanti di sinistra.
Una possibilità di giudizio potrebbe rivelarsi nella nostra poco e perduta radicità sul territorio.
Ero piccolo però ben ricordo i momenti passati da miei concittadini militanti del vecchio Pci riversarsi fra la gente e capire davvero cosa si potesse realmente fare per loro.
Ero adolescente quando ancora si cercava e si lottava per trovare il giusto nesso a laicità, miglioramento della condizione dei lavoratori e crescita sul territorio delle giovani leve militanti.
Cosa c’è ora? Cari compagni questa volta mi dovete consentire di dire: NULLA.
Mai più ho visto, a parte qualche lieve luccichio, almeno per nella mia Regione, la Campania, dirigenti di partito che parlano coi cittadini.
Molti vedono nella politica un buon rifugio nella società, una rivalsa di una carriera negata .
Quindi si passa alla solita trafila da responsabile di zona, segretario poi assessore, se c’è accordo deputato o senatore. Senza mai sentire le reali esigenze di territorio. Sinistra Arcobaleno. Non rovinata dal suo candidato premier, ma condannata per aver perso il contatto con la gente. Per aver permesso a burocrati attaccati alla poltrona di stabilire il loro futuro a discapito della collettività.
Il segnale è chiaro: ritorniamo a fare politica. Ritorniamo a stringere mani oneste, ad abbracciare la gente, a sentire cosa davvero crede. Eleviamoci da singoli favori personali e pensiamo a cosa il nostro territorio un giorno potrà dare ai nostri figli.
Se non dovessimo fare ciò, renderemmo il futuro troppo incerto e nuvoloso per le future leve.
La mia arringa non è da vedere in un’ottica negativa, ma in una consapevolezza di chiarezza e di forza per poter ripartire insieme.
Il Pd ha concesso ciò.
Una forte alternativa di idee e di persone della società civile, ma come tutti i nuovi partiti ha bisogno di costruire le sue linee.
Ha bisogno di far crescere radici forti e di costruire al suo interno una sinistra capace di dare un senso, di rispondere al segnale dei cittadini.
Su tale linea spero saremo noi.
La sinistra che sto vedendo sarà capace all’interno di un grande partito di dare un forte impulso alla gente comune e ai giovani disillusi.
Non sarà più un mercato di nicchia da rivendersi a pochi amatori anacronistici, ma vedrà l’orizzonte appoggiandosi alle spalle della gente.
Vittorio Serrapica
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Elezioni 2008,enigma.
Da un recente articolo di Tullio De Mauro – “Analfabeti d’Italia, su Internazionale, marzo del 2008- veniamo a sapere che 5 italiani su 100 tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera dall’altra. Secondo specialisti internazionali, dice ancora De Mauro, soltanto il 20 per cento della “ popolazione adulta” possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi nella società contemporanea. Possiamo aggiungere a questi dati anche quelli ricavati dall’editoria. Si pubblicano oltre 59 mila titoli all’anno.
Fra quelli che si dichiarano lettori quasi la metà sono lettori deboli.Oltre 11 milioni di individui non leggono più di tre libri l’anno.Questi dati che vengono da una recente relazione dell’Aie, cioè l’associazione italiana editori, dimostrano che si incontrano diverse sorprese fra i 55 milioni e rotti della popolazione italiana. Ma questo incipit non vuole portare acqua al mulino di quelli che cercano di addossare all’ignoranza i motivi della recente sconfitta del Pd e della sinistra.
Esistono differenze,diciamo, di saperi, di visione delle cose e della vita, può essere che anche il disinformato sviluppi un suo sapere pratico e di rispetto. Anche se i dati delle elezioni sono stati elaborati, si riportano qui alcune indicazioni. Oltre 9 milioni sono gli italiani che non hanno votato; se si aggiungono le schede bianche o annullate e quelli che hanno votato “ schede kamikaze” si arriva alla cifra di quasi 12 milioni.
Gli elettori reali sono dunque circa 35 milioni. Il centrodestra del 2006( FI, Alleanza Nazionale,la Mussolini e Rotondi) aveva ottenuto 650.000 voti in più rispetto al 2008.Il Pd ha avuto rispetto al 2006, 90 mila voti in più. Hanno guadagnato voti la Lega ( 1.300.000) e Di Pietro (700.000). Come si sa e si piange, la sinistra alternativa e radicale non c’è più e il paese è in mano a Berlusconi. Qui non si vuole infierire su una strategia che era almeno discutibile, e facendo buon viso a cattivo gioco si dice che il Pd ormai esiste ed è una forza sul territorio. Tuttavia le amministrative di qualche anno fa , erano, al nord, più di un campanello di allarme e molti notarono che il centrosinistra aveva perso anche in capoluoghi dove aveva governato bene in modo riconosciuto da tutti, anche dagli avversari politici. Dunque, cosa era successo? Queste elezioni hanno dimostrato, fra le altre cose, che, prima della svolta epocale o di un risultato della stessa importanza del ’48, le chiacchiere stanno a zero. La paura per gli extracomunitari, l’indebolito potere d’acquisto, il senso generale del declino,hanno portato a questo incredibile risultato: gli elettori si sono rifugiati nella Lega. Nel pericolo, gli italiani si affidano al centrodestra, il centrosinistra non dà garanzie. Ormai ci si chiede in cento modi quali siano stati gli errori e che cosa sia successo.
Molti lo sanno, speriamo sia vero. E’ vero che qui è Hollywood, la notizia del giorno scaccia la precedente,ma evidentemente qualcosa rimane.
La ragazza extra che ha infilato un ombrello nell’occhio di una coetanea romana, o il tremendo episodio della donna stuprata e uccisa sempre a Roma,evidentemente non sono stati episodi passeggeri.
Si è avvertito un grave pericolo.
Tuttavia se alle cento spiegazioni per la sconfitta ne aggiungiamo qualche altra non si farà gran danno. Gli italiani sono come minimo schizzati, votano a destra e riempiono le piazze per la festa di liberazione, 25 aprile, festa contro il nazifascismo. Naturalmente è legittimo.
Naturalmente si può anche pensare che scettici di natura, dotati di riso amaro come diceva Leopardi,ma anche pronti a dire di si a chi abbia più potere, gli italiani abbiano deciso che Berlusconi aveva più potere di Veltroni. Anche su Berlusconi cominciano un po’ alla volta altre leggende. Si ricorda che mentre molti nostri Soloni dicevamo che si stava rimontando e che la forbice si stava restringendo, Berlusconi insisteva con i suoi dieci punti di differenza ( sembra che in realtà siano stati più di 9), e che nelle elezioni precedenti i sondaggi più vicini alla realtà delle cose erano ancora i suoi.Il Pd deve aver pagato un numero cospicuo di sondaggisti per ricevere in cambio simpatici palliativi, ma non la realtà che era l’unica cosa che contava. Si dice ancora che Berlusconi con una maggioranza fortissima governerà 5 anni e poi altri 5 , insomma sinchè non si stuferà.
Non si tiene conto che se è vero che i numeri ci sono, ci sono anche grane grosse come macigni, dalla spazzatura di Napoli all’Alitalia, dalle tasse ai salari deboli,dalla scuola ai rapporti internazionali ( Stati Uniti e Iran, per non dimenticare) più le questioni dell’immigrazione che non cesseranno anche se non vediamo più barconi stracarichi in tv, essendo ormai quasi tutto un problema. Se poi aggiungiamo anche la Camorra che secondo l’autore di Gomorra realizza capitali vertiginosi e si estende dalla Campania alla Lombardia non lasciando indenne neppure l’Emilia-Romagna,il rapporto con questo potere forte non sarà una cosa semplice.
Volendo quasi fare un gossip, gossip che diventa tale perché messo giù alla brava, rispetto alla drammatica serietà delle altre cose, si pensi soltanto a Bondi e all’eventualità che sia mandato all’Istruzione.
Un ministero delicatissimo, dove anche la sinistra non ha fatto grandi figure, diretto come se fosse un ufficio stampa o una agenzia di informazioni. Già negli anni novanta si cominciava a dire ( e da sinistra) che la sinistra stessa era spacciata. Siamo nel 2008, la sinistra Arcobaleno è scomparsa dai tabelloni elettorali ma non si può dire che non ci sia. Probabilmente ci sarà nei prossimi mesi e anni un fiorire di iniziative, giornali, riviste, fondazioni, incontri, e si spera che l’aria di chiusura e anche di bigottismo che sembra aleggiare in questi giorni, scompaia sotto il vento della “ riorganizzazione”. A guardare il mondo dalla specula dei risultati elettorali viene da dire che l’aria che tira non è favorevole né oggi, e lo si è visto, né domani, alla sinistra; si ricorda però che solo noi abbiamo realizzato questo particolare capolavoro.
E’ certo tuttavia che molte cose della sinistra, anche se giuste,hanno tutta l’aria di essere anacronistiche, forse è il modo di porle, il linguaggio.Una riflessione su questo tema per la sinistra è impensabile, riflettere a fondo su alcuni nessi importanti, probabilmente implicherebbe la cessazione di essere di sinistra in un certo modo. Non lo farà nessuno.La schematicità di questi anni sempre più automatica era ed è una tecnica di lettura della realtà ormai troppo familiare e comoda per essere abbandonata. Trattasi di riflesso condizionato, scatta e basta. Pur essendo odioso si vorrebbe qui ricordare il rapporto della sinistra con la storia, basta dire, come dice Bertinotti, che lo stalinismo è una cosa e il comunismo è un’altra? Un secolo di errori la sinistra può anche dimenticarlo, gli elettori, evidentemente, di meno.Essere di sinistra, inoltre, implica davvero una impostazione culturale di un certo tipo, anche di reale analisi e ammissione del peccato di contiguità con l’Unione Sovietica,non si può pretendere che tutti esercitino tali poteri intellettuali.
D’accordo. E pretendere che 55 milioni di italiani siano tutti di sinistra, come definiamo questa visione? La verità è che nella realistica, politicizzata, combattiva sinistra manca un pezzo di realtà. Dire che è l’ideologia e la post-idelogia stessa, nella sua composizione e commozione emotiva, nella sua discendenza dall’idealismo tedesco di un paio di secoli fa, a oscurare alcune connessioni con il reale , dire questo e pretendere di essere creduti e ascoltati , è come fare la multa per eccesso di velocità ad un automobilista che corre a Indianapolis. ( la battuta è tratta da Apocalypse now).
In realtà si farà molta fatica a sdrammatizzare, riformare, riconnettere, anche perché ne andrebbe della radici stesse. Così ci si attende o una post-idelogia che va verso l’acqua di rose, o ancora una post ideologia sempre più ortodossa e chiusa in se stessa.
Si deve aggiungere che alcuni atteggiamenti di quanto detto sopra si sono cominciati a vedere proprio durante la fase elettorale.
Chiamare ancora “ popolo”, tanto per fare un facile esempio, gli abitanti di questa nazione degli anni duemila, è una spia linguistica inquietante.
“ Popolo” nell’era della globalizzazione, che certamente non è quella spesso descritta, ma che comunque esiste, non è un tic linguistico impressionante? Si potrà sempre rispondere, certo, che quanto ad anacronismo questa tornata elettorale non ci ha fatto mancare niente, non si sono rifugiati gli elettori nei miti del territorio e delle acque del Po ( per altro molto inquinate)?
Così alle difficoltà culturali e ideologiche cui si accennava prima è anche da aggiungere che il contesto non è molto favorevole e che i punti da oltrepassare in realtà battono in breccia ogni ripensamento sulla modernità; in breve, neppure Sartre ma Garibaldi.
La partita è difficile e intricata, non resta che augurarsi che almeno i punti oscuri vengano chiariti e messi almeno all’ordine del giorno.
Si chiede: sta succedendo questo, sì?
Gregorio Scalise
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Il voto del 2008. Riflessioni
Per trovare una giustificazione al trionfo della coalizione di destra cerco di ricordare qui, con la massima possibile onestà intellettuale, quali sono le cose che la sinistra di Prodi ha fatto e che ho trovato assai discutibili.
Si tratta delle privatizzazioni senza liberalizzazione del suo precedente governo, che hanno creato non giustificati guadagni, hanno fatto aumentare le tariffe senza aumento degli investimenti, e hanno sottratto capitali di rischio ad impieghi degni di quel nome.
E, nella seconda, ultima esperienza, i caratteri del governo dei 102, fatto dopo aver affermato in campagna elettorale che il nuovo governo ci avrebbe stupito per efficacia e coesione.
Si tratta dell’indulto, esteso - oltretutto - anche ai reati contro l’amministrazione;
La maggioranza era risicatissima certo ma gravi sono state le divisioni e le incertezze che hanno impedito di ridurre in modo significativo i privilegi della “casta”, di non fare una legge elettorale (tra l’altro indispensabile, vista la mancanza di maggioranza al Senato ), di non condurre in porto una legge sul conflitto di interessi (che in qualche caso avrebbe coinvolto anche rappresentanti del governo nazionale e di governi locali ).
E’ anche molto grave infine che il centrosinistra non sia riuscito a fare una riforma della giustizia e a varare un valido e condiviso pacchetto sicurezza.
Per quanto riguarda le tasse, poi, è indubbio che il passato Governo abbia dato a molte categorie di cittadini un senso di vessazione, in una situazione di avvio di una vasta crisi economica.
Credo che la situazione del Paese induca molti a ritenere che sia necessario un governo forte, e che ciò sia più importante della stessa salvaguardia della democrazia.
Certo, che l’attuale destra possa esprimere un governo forte è da dimostrare, ma essa è riuscita a presentarsi capace di esprimere un tale tipo di governo (e ciò che ha urlato nel megafono lo stesso Alemanno da un balcone - atterrisce il ricordo di ben altro predecessore - immediatamente dopo l’acquisizione del suo risultato elettorale ).
Il largo voto ottenuto dalla destra, incluso il voto di ceti meno abbienti, e la caduta della “Sinistra arcobaleno” - puro cartello elettorale - , a mio avviso, si spiegano così.
La nuova sinistra definita da Veltroni non è stata percepita come discontinuità rispetto al governo di Prodi. Il partito definito “ dei lavoratori “ - e di “ parte “ - da Bertinotti non è risultato di fatto il partito dei lavoratori.
Un’analisi delle percentuali ottenute mostra comunque che Forza Italia e Alleanza Nazionale hanno perso qualcosa a livello nazionale, e che il Partito Democratico ha acquisito qualcosa; si vede poi che c’è una spaccatura del Paese, che vede la sinistra forte solo nelle regioni del centro.
La vera vincitrice delle elezioni è la Lega, sia pure solo in ampie zone a livello territoriale ,ma anche in crescita in aree per lei nuove e importanti, quali la Liguria e la stessa Emilia-Romagna. E’ pur vero che la legge elettorale ha portato alla Lega un numero rilevante di senatori, che essa non avrebbe avuto con una legge diversa.
Tuttavia le istanze della Lega andavano da tempo meglio capite e governate, proprio per evitarne gli eccessi.
Per quanto riguarda la leadership, devo innanzi tutto fare una confessione; quando si votò per le primarie di Prodi, andai a votare e nella scheda scrissi “Fassino“: mi sembrava sbagliato e mi dispiaceva che fra i candidati non ci fosse Fassino; mi dispiace ancora. Certo è che se un treno importante si perde una volta è poi assai difficile riprenderlo.
A Veltroni occorre dare atto che è merito suo se il Paese oggi è reso governabile.
Si deve anche riconoscere che egli si è dimostrato il politico meno opportunista che si sia mai visto. Questa prerogativa può per alcuni meritare una medaglia; per altri può meritare un tapiro.
Se Veltroni dovrà andare in Africa o restare al suo nuovo posto non potrà deciderlo Veltroni; ne lo decideranno le figure più importanti del Partito. Ci vuole una riflessione vera e ampia.
Se resterà al suo posto saranno essenziali per lui collaboratori della massima qualità.
Occorre che nuove figure possano manifestarsi e occorrono giovani perché una possibile rimonta potrebbe richiedere più tempo di quanto la comprensione dello stato del Paese lo lasci immaginare. Giovani, dunque, onesti, competenti e coraggiosi.
Intanto Berlusconi potrà governare cinque anni. Può essere che, alla sua età, e con i suoi trascorsi, nelle intenzioni intenda fare bene; tuttavia - purtroppo per noi - egli ha ancora guai con la Giustizia e , secondo le inclinazioni che ha mostrato anche in passato, continuerà ad occuparsi degli affari suoi.
E’ allora veramente possibile che il Paese faccia altri passi indietro; questo può accadere soprattutto nella Giustizia, e ciò di riflesso penalizzerà lo sviluppo del sud; ciò può accadere nelle questioni ambientali; potranno continuare le privatizzazioni senza liberalizzazione.
Per queste per altre ragioni potrà risultare una minore integrazione in Europa.
E’ anche possibile che, attraverso politiche eccessivamente protezionistiche il Paese si isoli maggiormente in campo internazionale e il nostro basso livello di competitività non possa migliorare, con ulteriore danno per l’economia e il benessere.
Una critica su questi temi ed il disagio delle condizioni di vita non dovranno essere rappresentati solo sul piano sociale, o peggio dell’antipolitica.
L’opposizione politica e parlamentare dovrà vigilare, e dovrà riorganizzarsi recuperando una rappresentatività anche a sinistra, anche per evitare il concreto pericolo di eccessive tensioni sociali.
Enzo Annino
4.08.2008
Io VOTO.
Dichiarazione di Giancarla Codrignani
Cari amici e care amiche
sorprende - o non sorprende, che è un po' lo stesso - che si sia formata
una "cordata" che rende pubblica la propria volontà di non-voto. Si possono
rispettare tutti i sentimenti così come si deve ammettere che nessuno ha
illusioni, soprattutto tra quanti di noi sono ancora dentro la logica delle
ideologie; ma il voto è un talento che non si può rinunciare a spendere:
in primo luogo perché i tempi che si avvicinano non saranno facili e non si
potrà restare estranei, come accadrà a chi, non avendo votato, non potrà
più esprimere giudizi politici;
in secondo luogo perché i rappresentanti che critichiamo sono quelli che
abbiamo prodotto noi: la mia immagine non voglio che rispecchi quella di
Berlusconi, ma metà del popolo italiano gli assomiglia; e così per tutti
gli altri;
ultimo, ma non ultimo: abbiamo rispetto - essendo l'Italia ancora un paese
democratico che vota - rispetto di chi è morto perché avessimo almeno
questo diritto!
Giancarla Codrignani
Questa lettera-appello, da parte di una protagonista storica dell'impegno civile e politico, dal mondo cattolico democratico alla vita parlamentare al pacifismo ai diritti delle donne, è molto significativo.
L'invito è a diffonderlo. Nessun voto deve andare perduto e, più ancora, non deve prevalere la deriva dell'antipolitica e del distacco dalla democrazia.
Dichiarazione di Giancarla Codrignani
Cari amici e care amiche
sorprende - o non sorprende, che è un po' lo stesso - che si sia formata
una "cordata" che rende pubblica la propria volontà di non-voto. Si possono
rispettare tutti i sentimenti così come si deve ammettere che nessuno ha
illusioni, soprattutto tra quanti di noi sono ancora dentro la logica delle
ideologie; ma il voto è un talento che non si può rinunciare a spendere:
in primo luogo perché i tempi che si avvicinano non saranno facili e non si
potrà restare estranei, come accadrà a chi, non avendo votato, non potrà
più esprimere giudizi politici;
in secondo luogo perché i rappresentanti che critichiamo sono quelli che
abbiamo prodotto noi: la mia immagine non voglio che rispecchi quella di
Berlusconi, ma metà del popolo italiano gli assomiglia; e così per tutti
gli altri;
ultimo, ma non ultimo: abbiamo rispetto - essendo l'Italia ancora un paese
democratico che vota - rispetto di chi è morto perché avessimo almeno
questo diritto!
Giancarla Codrignani
Questa lettera-appello, da parte di una protagonista storica dell'impegno civile e politico, dal mondo cattolico democratico alla vita parlamentare al pacifismo ai diritti delle donne, è molto significativo.
L'invito è a diffonderlo. Nessun voto deve andare perduto e, più ancora, non deve prevalere la deriva dell'antipolitica e del distacco dalla democrazia.
4.03.2008
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Per il partito democratico, da sinistra. Con tre argomenti per parlare all'Italia
Un appello.Una dichiarazione d’intenti, dall’ASPD
I giorni corrono, l'imminente prova elettorale, dopo la caduta del Governo Prodi, e l'accelerazione all'iniziativa politica del PD che ha impresso il suo segretario ci propongono il tema di come fornire un sostegno esplicito ma anche mirato al partito. C'è una vasta parte di elettorato di Sinistra che vuole schierarsi, che sente il rischio della Destra e soprattutto il disorientamento del Paese. A questa parte vogliamo che il PD parli, non come ad una nicchia, sia pure di rilevanti dimensioni, ma parlando con i temi e le parole giuste a tutta l'Italia. Confermiamo la nostra collocazione ed il nostro ruolo, quello di uomini e donne che si impegnano liberamente, evitando di ripercorrere strade consuete, la formazione di una corrente, una attività tutta interna alla dialettica del partito e delle sedi politiche istituzionali. Vogliamo "dare una mano", agire direttamente nella società civile con una proposta che contribuisca a mantenere vive e attive, utili, le culture della sinistra nella nuova e complessa realtà dell'Italia. Un impegno il nostro, che sentiamo di molti, politico e culturale, peculiare e originale, se vi si tiene fede. Gli assi della nostra proposta hanno già fatto i conti, nelle riunioni e nelle iniziative pubbliche che abbiamo promosso in molte città, con il progressivo dissolversi dell'Unione e del patto di governo comune che coinvolgeva tutte le forze della Sinistra. Un fatto di seria gravità, che non va archiviato con leggerezza. La nostra scommessa è stata, all'origine, quella di lavorare per rinsaldare il Governo Prodi e l'Unione. Questa è stata una motivazione forte quando raccogliemmo, con intensità, l'appello a dare vita al Partito Democratico, nella stagione che preparò i congressi dei Ds e della Margherita e poi l'appuntamento straordinario con i cittadini, il 14 Ottobre. Ma i motivi dell'impegno non sono scomparsi nella nuova situazione politica. Abbiamo a ragion veduta, deciso di essere della partita anche oggi, nel nuovo Pd che ha deciso di "correre da solo", di puntare, anche a costo di una rottura seria con la Sinistra radicale, a fare emergere una proposta riformatrice più centrale, che mira a parlare ad un elettorato più vasto e forse mai raggiunto. Non è facile. E' utile, però, probabilmente è necessario. Ribadiamo la nostra vocazione originaria, innanzitutto unitaria, il nostro metodo di lavoro, per studi e campagne che puntano ad unire la cultura democratica e non a scinderla. Un metodo che non favorisce la visibilità, profondamente eretico in un sistema politico-mediatico che annulla ogni possibilità di approfondimento e privilegia la semplificazione della polemica senza contenuto. Anche in questo momento politico, nella campagna elettorale per il voto del 13 Aprile metteremo, con questo metodo, in movimento il nostro patrimonio di idee e di capacità di iniziativa. Crediamo in una proposta di governo che non ripeta una coalizione contro ma si basi sul "PER", che garantisca governabilità e che si qualifichi su temi radicali e popolari. Sappiamo, nel contempo, che termina un'era liberista che ha puntato tutto, anche a sinistra, sul protagonismo individuale.
La necessità di un cambio di fase è avvertita e proposta anche da parti importanti del mondo produttivo, a livello internazionale e nel nostro paese.
Per questo si fa strada la discussione su come garantire l'umanizzazione della globalizzazione, per impedire che populismo e protezionismo arrestino le possibilità di una nuova crescita.Non a caso la proposta di Walter Veltroni riprende con grande forza i temi della coesione sociale, dello sforzo concorde per la ripresa della crescita.
Vogliamo fare la nostra parte. Tre sono i temi, esemplari, sui quali faremo iniziativa.
Prima di tutto, la scelta ambientale. Condividiamo il rifiuto di un ambientalismo del "NO", di un comitatismo generico ed egoista. Ma il tema vero è quello, incomparabilmente più vasto, della salvezza della Terra e dell'Umanità che la abita. La partita è drammaticamente aperta eppure ancora non si vedono Capi di Stato di un valore tale da farsene interpreti. La nostra speranza maggiore è quella dell'Europa. L'Europa della democrazia e del mercato sociale può essere il soggetto di un nuovo ordine mondiale ambientale sostenibile: l'economia verde, di cui parla Ban Ki-Moon.
A Bali i grandi della terra non hanno potuto far finta di niente. Ma non basta. L'Italia deve essere un paese che s'impegna per accelerare i tempi previsti per la fine del protocollo di Kyoto. Il tempo che abbiamo può non essere sufficiente, come ha ammonito Al Gore.
Il tema è gigantesco ma non eludibile. Non rinviabile neppure per un giorno e non isolabile nei movimenti antagonisti.
Legato e non avversario di una nuova economia è tema è del lavoro, non solo dei "salari" e nemmeno solo dell'occupazione, ma del lavoro degno, del "decent work". Per un lavoro sicuro e più socialmente riconosciuto, vogliamo dare il nostro contributo perché il ruolo del lavoro e dei lavoratori nella società siano di nuovo protagonisti del confronto politico.
Alle liberalizzazioni ed alla lotta contro i corporativismi va allora aggiunta una politica seria e credibile per lo sviluppo, per la sicurezza del lavoro e per la valorizzazione del momento produttivo.
La proposta al nono punto del programma di Walter Veltroni per un'agenzia unica nazionale per la sicurezza sul lavoro è sicuramente un punto fermo e proponiamo una iniziativa che chieda e accompagni nella società le leggi sulla sicurezza sul lavoro e loro decreti attuativi recentemente approvati.
Base e futuro di una società vivibile e animata da un lavoro consapevole sono la scuola e il sapere.
Non bastano, qui, riforme centralizzate nelle quali non crede più nessuno, ma non si può accettare l'idea di una concorrenza fra gli istituti come unica molla del cambiamento. Al contrario si ripropone un dovere pubblico, per le istituzioni ma anche per le imprese, per la società civile, di un investimento di risorse umane e finanziarie verso la scuola. Non c'è cittadinanza senza una formazione ed una educazione, che perdurino per tutto l'arco della vita. Non c'è cittadinanza se la scuola si divide in segmenti frequentati secondo scelte e opportunità di censo. Una scuola che si impoverisce divide e non unisce, non favorisce la rinascita dell'Italia ma ne segnala il declino. L'Italia è matura per un programma dei democratici che avanzi l'obiettivo di far raggiungere a tutti un titolo scolastico e/o formativo alla maggiore età.
Il successo di tutti, la lotta alla dispersione e al contempo il riconoscimento dei talenti e delle vocazioni, una scuola capace di seguire la varietà delle persone, rappresentano una sfida che una scuola rinnovata può e deve vincere.
Per farla vivere occorre che i docenti abbiano a disposizione un riconoscimento professionale e un deciso avanzamento delle condizioni di vita, una formazione efficiente e continua.
Ambiente, lavoro, scuole, sono temi che la proposta di governo del PD può, non solo deve, coniugare parlando a settori vastissimi della pubblica opinione. Sono priorità concrete ed hanno un grande valore politico, sono il terreno di sfida per il rinnovamento delle culture della Democrazia.
Sono anche terreno comune a chi vuol bene al nostro paese e unisce critica, preoccupazione all'ottimismo dell'impegno.
Sono temi che aiutano a mantenere legami nella società , che uniscono.
Per questo li vogliamo praticare e li proponiamo al Partito Democratico.
Affrontando con radicalità e determinazione queste tematiche si guarda all'interesse generale e non si divide,
Per questo le abbiamo scelte, privilegiandole rispetto ad altri punti fondamentali, sui quali però l'unità è più lontana, la condivisione più sfumata.
Vogliamo disegnare su di esse il nostro profilo. E su loro fare insistere la nostra rinnovata iniziativa, per il voto e anche dopo.
Questa dichiarazione è stata sottoscritta da mille persone.
Pubblicheremo domani l'elenco integrale delle firme.
Per il partito democratico, da sinistra. Con tre argomenti per parlare all'Italia
Un appello.Una dichiarazione d’intenti, dall’ASPD
I giorni corrono, l'imminente prova elettorale, dopo la caduta del Governo Prodi, e l'accelerazione all'iniziativa politica del PD che ha impresso il suo segretario ci propongono il tema di come fornire un sostegno esplicito ma anche mirato al partito. C'è una vasta parte di elettorato di Sinistra che vuole schierarsi, che sente il rischio della Destra e soprattutto il disorientamento del Paese. A questa parte vogliamo che il PD parli, non come ad una nicchia, sia pure di rilevanti dimensioni, ma parlando con i temi e le parole giuste a tutta l'Italia. Confermiamo la nostra collocazione ed il nostro ruolo, quello di uomini e donne che si impegnano liberamente, evitando di ripercorrere strade consuete, la formazione di una corrente, una attività tutta interna alla dialettica del partito e delle sedi politiche istituzionali. Vogliamo "dare una mano", agire direttamente nella società civile con una proposta che contribuisca a mantenere vive e attive, utili, le culture della sinistra nella nuova e complessa realtà dell'Italia. Un impegno il nostro, che sentiamo di molti, politico e culturale, peculiare e originale, se vi si tiene fede. Gli assi della nostra proposta hanno già fatto i conti, nelle riunioni e nelle iniziative pubbliche che abbiamo promosso in molte città, con il progressivo dissolversi dell'Unione e del patto di governo comune che coinvolgeva tutte le forze della Sinistra. Un fatto di seria gravità, che non va archiviato con leggerezza. La nostra scommessa è stata, all'origine, quella di lavorare per rinsaldare il Governo Prodi e l'Unione. Questa è stata una motivazione forte quando raccogliemmo, con intensità, l'appello a dare vita al Partito Democratico, nella stagione che preparò i congressi dei Ds e della Margherita e poi l'appuntamento straordinario con i cittadini, il 14 Ottobre. Ma i motivi dell'impegno non sono scomparsi nella nuova situazione politica. Abbiamo a ragion veduta, deciso di essere della partita anche oggi, nel nuovo Pd che ha deciso di "correre da solo", di puntare, anche a costo di una rottura seria con la Sinistra radicale, a fare emergere una proposta riformatrice più centrale, che mira a parlare ad un elettorato più vasto e forse mai raggiunto. Non è facile. E' utile, però, probabilmente è necessario. Ribadiamo la nostra vocazione originaria, innanzitutto unitaria, il nostro metodo di lavoro, per studi e campagne che puntano ad unire la cultura democratica e non a scinderla. Un metodo che non favorisce la visibilità, profondamente eretico in un sistema politico-mediatico che annulla ogni possibilità di approfondimento e privilegia la semplificazione della polemica senza contenuto. Anche in questo momento politico, nella campagna elettorale per il voto del 13 Aprile metteremo, con questo metodo, in movimento il nostro patrimonio di idee e di capacità di iniziativa. Crediamo in una proposta di governo che non ripeta una coalizione contro ma si basi sul "PER", che garantisca governabilità e che si qualifichi su temi radicali e popolari. Sappiamo, nel contempo, che termina un'era liberista che ha puntato tutto, anche a sinistra, sul protagonismo individuale.
La necessità di un cambio di fase è avvertita e proposta anche da parti importanti del mondo produttivo, a livello internazionale e nel nostro paese.
Per questo si fa strada la discussione su come garantire l'umanizzazione della globalizzazione, per impedire che populismo e protezionismo arrestino le possibilità di una nuova crescita.Non a caso la proposta di Walter Veltroni riprende con grande forza i temi della coesione sociale, dello sforzo concorde per la ripresa della crescita.
Vogliamo fare la nostra parte. Tre sono i temi, esemplari, sui quali faremo iniziativa.
Prima di tutto, la scelta ambientale. Condividiamo il rifiuto di un ambientalismo del "NO", di un comitatismo generico ed egoista. Ma il tema vero è quello, incomparabilmente più vasto, della salvezza della Terra e dell'Umanità che la abita. La partita è drammaticamente aperta eppure ancora non si vedono Capi di Stato di un valore tale da farsene interpreti. La nostra speranza maggiore è quella dell'Europa. L'Europa della democrazia e del mercato sociale può essere il soggetto di un nuovo ordine mondiale ambientale sostenibile: l'economia verde, di cui parla Ban Ki-Moon.
A Bali i grandi della terra non hanno potuto far finta di niente. Ma non basta. L'Italia deve essere un paese che s'impegna per accelerare i tempi previsti per la fine del protocollo di Kyoto. Il tempo che abbiamo può non essere sufficiente, come ha ammonito Al Gore.
Il tema è gigantesco ma non eludibile. Non rinviabile neppure per un giorno e non isolabile nei movimenti antagonisti.
Legato e non avversario di una nuova economia è tema è del lavoro, non solo dei "salari" e nemmeno solo dell'occupazione, ma del lavoro degno, del "decent work". Per un lavoro sicuro e più socialmente riconosciuto, vogliamo dare il nostro contributo perché il ruolo del lavoro e dei lavoratori nella società siano di nuovo protagonisti del confronto politico.
Alle liberalizzazioni ed alla lotta contro i corporativismi va allora aggiunta una politica seria e credibile per lo sviluppo, per la sicurezza del lavoro e per la valorizzazione del momento produttivo.
La proposta al nono punto del programma di Walter Veltroni per un'agenzia unica nazionale per la sicurezza sul lavoro è sicuramente un punto fermo e proponiamo una iniziativa che chieda e accompagni nella società le leggi sulla sicurezza sul lavoro e loro decreti attuativi recentemente approvati.
Base e futuro di una società vivibile e animata da un lavoro consapevole sono la scuola e il sapere.
Non bastano, qui, riforme centralizzate nelle quali non crede più nessuno, ma non si può accettare l'idea di una concorrenza fra gli istituti come unica molla del cambiamento. Al contrario si ripropone un dovere pubblico, per le istituzioni ma anche per le imprese, per la società civile, di un investimento di risorse umane e finanziarie verso la scuola. Non c'è cittadinanza senza una formazione ed una educazione, che perdurino per tutto l'arco della vita. Non c'è cittadinanza se la scuola si divide in segmenti frequentati secondo scelte e opportunità di censo. Una scuola che si impoverisce divide e non unisce, non favorisce la rinascita dell'Italia ma ne segnala il declino. L'Italia è matura per un programma dei democratici che avanzi l'obiettivo di far raggiungere a tutti un titolo scolastico e/o formativo alla maggiore età.
Il successo di tutti, la lotta alla dispersione e al contempo il riconoscimento dei talenti e delle vocazioni, una scuola capace di seguire la varietà delle persone, rappresentano una sfida che una scuola rinnovata può e deve vincere.
Per farla vivere occorre che i docenti abbiano a disposizione un riconoscimento professionale e un deciso avanzamento delle condizioni di vita, una formazione efficiente e continua.
Ambiente, lavoro, scuole, sono temi che la proposta di governo del PD può, non solo deve, coniugare parlando a settori vastissimi della pubblica opinione. Sono priorità concrete ed hanno un grande valore politico, sono il terreno di sfida per il rinnovamento delle culture della Democrazia.
Sono anche terreno comune a chi vuol bene al nostro paese e unisce critica, preoccupazione all'ottimismo dell'impegno.
Sono temi che aiutano a mantenere legami nella società , che uniscono.
Per questo li vogliamo praticare e li proponiamo al Partito Democratico.
Affrontando con radicalità e determinazione queste tematiche si guarda all'interesse generale e non si divide,
Per questo le abbiamo scelte, privilegiandole rispetto ad altri punti fondamentali, sui quali però l'unità è più lontana, la condivisione più sfumata.
Vogliamo disegnare su di esse il nostro profilo. E su loro fare insistere la nostra rinnovata iniziativa, per il voto e anche dopo.
Questa dichiarazione è stata sottoscritta da mille persone.
Pubblicheremo domani l'elenco integrale delle firme.
1.25.2008
Lettera al PD nel giorno della caduta del Governo.
Una Prima riflessione.
Non è solo caduto un governo, sia pure il governo Prodi, il nostro governo. Siamo in un momento davvero grave. Pochissimi ne parlano. Sembra impossibile chiamare le cose con il loro nome, forse perchè si sente maggiormente l'impotenza ad affrontare, in ogni maniera, i problemi che la speranza di poterli risolvere.
La caduta avviene in una gravissima crisi di consenso popolare. Chi ha retto il Governo in questi ultimi due anni ha caricato le proprie spalle dell'intero peso di due crisi: quella salariale e delle condizioni di vita e quella della politica.
Operare bene non è bastato e non poteva bastare.
La caduta avviene poi in una situazione di profonda divisione di quella che fu la "grande" coalizione di centro-sinistra.
Il centrismo trasformista di Dini e Mastella, davvero impresentabile eppure accettato, a quel che sembra, dagli opinionisti, dall'informazione e da parti non piccole dell'opinione pubblica, è quel che resta di forze centriste che avrebbero avuto il compito di ancorare alla democrazia ceti esposti in un passaggio ad un nuovo sistema economico, meno corporativo e più libero.
La sinistra della Sinistra ha reagito alla nascita del PD cercando ancor di più la differenziazione, il "primum vivere", ispessendo la vocazione demagogica e oscurando personalità e forze che possiedono una cultura di governo, in Sd ma anche in parte di Rifondazione.
E poi c'è il PD. Nonostante tutto l'unica speranza, come sanno i milioni di elettori delle primarie.
Non è vero che il PD ha contribuito alla caduta di Prodi.
E' vero però che il "correremo soli" di Walter Veltroni necessita di due chiarimenti,da fornire rapidamente.
Il primo è che questa "solitudine" per non apparire velleitaria deve sostanziarsi in una piena assunzione di responsabilità nell'essere laboratorio della riforma della politica e dei partiti.
O è questo oppure anche il chiedere di riformare la legge elettorale e di non andare alle elezioni apparirà solo paura. Mentre Grillo cerca di sorgere.
Riforma dei partiti con democrazia degli elettori, dei cittadini, non solo dei "militanti", con un radicale cambiamento delle persone da proporre e dei modi di determinarli..
Vedrete che , caduto Prodi, certi giornali parleranno molto meno della "Casta".
Ma la castalità esiste, avvelena la democrazia, è insopportabile da cittadini impoveriti nel potere di acquisto e indeboliti nella loro libertà dal bisogno.
Un partito dei cittadini, è la carta da giocare contro la bassezza della politica politicante di queste ore.
Una carta comunque importante.
Il secondo chiarimento è nei rapporti con tutte le altre forze democratiche e riformatrici, soprattutto con la Sinistra radicale.
Affermare la "solitudine" come responsabilità nel voler cambiare, porterà ad alleanze più solide, viceversa una solitudine del Pd perchè si da per scontato una differenza ideologica, non ricomponibile, con le forze radicali porterebbe ad abbandonare il paese nelle mani della cultura della destra, non solo nel suo potere.
Non a caso all'"andremo da soli e sfidiamo Berlusconi a fare altrettanto", il Cavaliere, all'unisono con Fini e Casini, ha subito risposto picche.
"Noi non abbiamo problemi!" Questa la risposta da Arcore. " Problemi vostri e irrisolvibili la frantumazione e la divisione fra le forze di una coalizione" hanno aggiunto.
Addirittura nelle prime ore dopo il No del Senato al Presidente del Consiglio-quelle nelle quali scriviamo- Berlusconi già definisce la "porcata" una "buona legge elettorale".
Certo, oggi tornare indietro, al centrosinistra che abbbiamo conosciuto è comunque impossibile.
Ma farsi portavoce del cambiamento e dalla "pulizia" della politica e insieme sfidare serenamente e con spirito concreto e riformista, quindi unitario, la sinistra sui terreni del lavoro e della vita delle famiglie pare l'unica coniugazione possibile di una fase dura che ora sembra aperta solo sul buio.
Non sono temi facili, nascono da lontano e attraversano il mondo. Ma in Italia sono particolarmente urgenti e tutta la politica italiana ne è più lontana.
Molto più lontana di quella dell'America dove si confrontano Clinton e Obama.
D'altra parte la nostra missione non era quella di dare un popolo al riformismo? Ripartendo da questi due temi il popolo lo si incontrerà. Non è poco. Soprattutto quando sembra di non avere più nulla.
Davide Ferrari
"Prima nota" del secondo numero di "PER. Il progresso d'Italia"
mensile di politica e cultura
Una Prima riflessione.
Non è solo caduto un governo, sia pure il governo Prodi, il nostro governo. Siamo in un momento davvero grave. Pochissimi ne parlano. Sembra impossibile chiamare le cose con il loro nome, forse perchè si sente maggiormente l'impotenza ad affrontare, in ogni maniera, i problemi che la speranza di poterli risolvere.
La caduta avviene in una gravissima crisi di consenso popolare. Chi ha retto il Governo in questi ultimi due anni ha caricato le proprie spalle dell'intero peso di due crisi: quella salariale e delle condizioni di vita e quella della politica.
Operare bene non è bastato e non poteva bastare.
La caduta avviene poi in una situazione di profonda divisione di quella che fu la "grande" coalizione di centro-sinistra.
Il centrismo trasformista di Dini e Mastella, davvero impresentabile eppure accettato, a quel che sembra, dagli opinionisti, dall'informazione e da parti non piccole dell'opinione pubblica, è quel che resta di forze centriste che avrebbero avuto il compito di ancorare alla democrazia ceti esposti in un passaggio ad un nuovo sistema economico, meno corporativo e più libero.
La sinistra della Sinistra ha reagito alla nascita del PD cercando ancor di più la differenziazione, il "primum vivere", ispessendo la vocazione demagogica e oscurando personalità e forze che possiedono una cultura di governo, in Sd ma anche in parte di Rifondazione.
E poi c'è il PD. Nonostante tutto l'unica speranza, come sanno i milioni di elettori delle primarie.
Non è vero che il PD ha contribuito alla caduta di Prodi.
E' vero però che il "correremo soli" di Walter Veltroni necessita di due chiarimenti,da fornire rapidamente.
Il primo è che questa "solitudine" per non apparire velleitaria deve sostanziarsi in una piena assunzione di responsabilità nell'essere laboratorio della riforma della politica e dei partiti.
O è questo oppure anche il chiedere di riformare la legge elettorale e di non andare alle elezioni apparirà solo paura. Mentre Grillo cerca di sorgere.
Riforma dei partiti con democrazia degli elettori, dei cittadini, non solo dei "militanti", con un radicale cambiamento delle persone da proporre e dei modi di determinarli..
Vedrete che , caduto Prodi, certi giornali parleranno molto meno della "Casta".
Ma la castalità esiste, avvelena la democrazia, è insopportabile da cittadini impoveriti nel potere di acquisto e indeboliti nella loro libertà dal bisogno.
Un partito dei cittadini, è la carta da giocare contro la bassezza della politica politicante di queste ore.
Una carta comunque importante.
Il secondo chiarimento è nei rapporti con tutte le altre forze democratiche e riformatrici, soprattutto con la Sinistra radicale.
Affermare la "solitudine" come responsabilità nel voler cambiare, porterà ad alleanze più solide, viceversa una solitudine del Pd perchè si da per scontato una differenza ideologica, non ricomponibile, con le forze radicali porterebbe ad abbandonare il paese nelle mani della cultura della destra, non solo nel suo potere.
Non a caso all'"andremo da soli e sfidiamo Berlusconi a fare altrettanto", il Cavaliere, all'unisono con Fini e Casini, ha subito risposto picche.
"Noi non abbiamo problemi!" Questa la risposta da Arcore. " Problemi vostri e irrisolvibili la frantumazione e la divisione fra le forze di una coalizione" hanno aggiunto.
Addirittura nelle prime ore dopo il No del Senato al Presidente del Consiglio-quelle nelle quali scriviamo- Berlusconi già definisce la "porcata" una "buona legge elettorale".
Certo, oggi tornare indietro, al centrosinistra che abbbiamo conosciuto è comunque impossibile.
Ma farsi portavoce del cambiamento e dalla "pulizia" della politica e insieme sfidare serenamente e con spirito concreto e riformista, quindi unitario, la sinistra sui terreni del lavoro e della vita delle famiglie pare l'unica coniugazione possibile di una fase dura che ora sembra aperta solo sul buio.
Non sono temi facili, nascono da lontano e attraversano il mondo. Ma in Italia sono particolarmente urgenti e tutta la politica italiana ne è più lontana.
Molto più lontana di quella dell'America dove si confrontano Clinton e Obama.
D'altra parte la nostra missione non era quella di dare un popolo al riformismo? Ripartendo da questi due temi il popolo lo si incontrerà. Non è poco. Soprattutto quando sembra di non avere più nulla.
Davide Ferrari
"Prima nota" del secondo numero di "PER. Il progresso d'Italia"
mensile di politica e cultura
12.30.2007
L'augurio è di un anno 2008 sereno e positivo
perchè sia possibile bisogna che
il lavoro conti di più
Davide Ferrari
a nome dell'Associazione della Sinistra per il Partito Democratico
Anche le nostre luci spente alla mezzanotte del 31 Dicembre in adesione alla proposta diffusa da Articolo21 per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sul tema della sicurezza del lavoro.
www.articolo21.info
www.sinistra.pd.it
perchè sia possibile bisogna che
il lavoro conti di più
Davide Ferrari
a nome dell'Associazione della Sinistra per il Partito Democratico
Anche le nostre luci spente alla mezzanotte del 31 Dicembre in adesione alla proposta diffusa da Articolo21 per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sul tema della sicurezza del lavoro.
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12.21.2007
Riceviamo da Alessandro Formichella una nota che volentieri pubblichiamo. si tratta infatti di una cronaca di una delle tante iniziatrive che si stanno svolgendo per far mettere radici al PD nei mille territori d'Italia. Un obiettivo importante che condividiamo. ci aaspettiamo altre lettere e note dal altri paesi e situazioni.
...................
Successo di partecipazione nella Prima Assemblea del PD a Poggio a Caiano, Firenze.
Una platea piena, quella della prima Assemblea del PD di Poggio a Caiano mercoledi sera alle Scuderie Medicee. E da qui, dopo il 14 ottobre, inizia anche la composizione del Partito Democratico a livello locale. Nella serata sono stati distribuiti i primi certificati di fondatore del PD e si sono iscritte anche giovani persone che il 14 ottobre non avevano votato. Un segnale fortemente positivo. Dopo le introduzioni della presidenza dell'Assemblea, si è discusso principalmente di quattro forum tematici, elaborati nei giorni scorsi dal gruppo ristretto e portati al dibattito; si va dalle questioni ambientali e rifiuti alle politiche sociali, per la terza età, alla cultura, alle energie rinnovabili, alla trasparenza amministrativa. Quattro forum tematici che sono stati considerati importanti per tutta l'assemblea, sia come fondamenti di principi e elaborazione politica del PD sia come punti aggreganti e fondamentali per il programma delle elezioni amministrative del prossimo maggio 2008. Gli interventi hanno visto giovani e anziani assieme discutere delle questioni; dal programma per le prossime amminstrative alla legge elettorale. Una discussione importante con risvolti diversi. Una nota di dissenso dall'Assessore Marra sui forum tematici <>- ha precisato.
Di diverso avviso gli altri interventi, dall'assessore provinciale Monni al sindaco Gelli, sull'importanza dei forum e della partecipazione dei cittadini. I Forum, infatti, hanno già visto un' ottima adesione di iscritti ai lavori. Polemico il Sindaco Gelli sulle ipotesi di legge elettorale. Intanto, la scaletta dei lavori; dopo le festività natalizie riprendono i lavori del gruppo di coordinamento (composto da Alessandro Formichella, Andrea Monni, Tommaso Bertini, Giacomo Mari, Lorenzo Rocchi, Francesco Puggelli) per giungere alla prossima Assemblea di gennaio e all'elezione del circolo comunale del Partito Democratico.
A.F./ 2007
...................
Successo di partecipazione nella Prima Assemblea del PD a Poggio a Caiano, Firenze.
Una platea piena, quella della prima Assemblea del PD di Poggio a Caiano mercoledi sera alle Scuderie Medicee. E da qui, dopo il 14 ottobre, inizia anche la composizione del Partito Democratico a livello locale. Nella serata sono stati distribuiti i primi certificati di fondatore del PD e si sono iscritte anche giovani persone che il 14 ottobre non avevano votato. Un segnale fortemente positivo. Dopo le introduzioni della presidenza dell'Assemblea, si è discusso principalmente di quattro forum tematici, elaborati nei giorni scorsi dal gruppo ristretto e portati al dibattito; si va dalle questioni ambientali e rifiuti alle politiche sociali, per la terza età, alla cultura, alle energie rinnovabili, alla trasparenza amministrativa. Quattro forum tematici che sono stati considerati importanti per tutta l'assemblea, sia come fondamenti di principi e elaborazione politica del PD sia come punti aggreganti e fondamentali per il programma delle elezioni amministrative del prossimo maggio 2008. Gli interventi hanno visto giovani e anziani assieme discutere delle questioni; dal programma per le prossime amminstrative alla legge elettorale. Una discussione importante con risvolti diversi. Una nota di dissenso dall'Assessore Marra sui forum tematici <
Di diverso avviso gli altri interventi, dall'assessore provinciale Monni al sindaco Gelli, sull'importanza dei forum e della partecipazione dei cittadini. I Forum, infatti, hanno già visto un' ottima adesione di iscritti ai lavori. Polemico il Sindaco Gelli sulle ipotesi di legge elettorale. Intanto, la scaletta dei lavori; dopo le festività natalizie riprendono i lavori del gruppo di coordinamento (composto da Alessandro Formichella, Andrea Monni, Tommaso Bertini, Giacomo Mari, Lorenzo Rocchi, Francesco Puggelli) per giungere alla prossima Assemblea di gennaio e all'elezione del circolo comunale del Partito Democratico.
A.F./ 2007
11.28.2007
Per “Il progresso d’Italia”
Del numero zero
della nuova rivista, in libreria dal 30 Novembre,
pubblichiamo l'editoriale.
…………………………………………………………………………………………………………
Prima nota
Nasce, bene, il PD.
Cambia, forse, il quadro politico. La Sinistra, tutta e insieme, può e potrà governare? Deve e dovrà.
Tutti lo dicono.
La novità rappresentata dalla nascita del Partito Democratico ha avviato, con grande rapidità, un cambiamento nel quadro politico.
La rinnovata scesa in campo di Berlusconi, che pretende di essere speculare, è il dato più appariscente, ma non il solo.
Sempre a destra si avverte un complicato ma non impossibile riavvicinamento Fini-Casini e a sinistra del PD, con contraddizioni, comincia ad annunciarsi la “cosa rossa”.
Un sistema elettorale più o meno alla tedesca, proporzionale più sbarramento contro i piccolissimi, sembra condiviso.
Segue a pag 2
Un nuovo quadro politico sembra delinearsi, costituito da 2 forze maggiori ognuna con due ali competitive, 4 forze dunque.
Ma è tutto oro?
E ancora, è davvero credibile che lo scenario si disegni con questi contorni?
Sono aperte molte questioni.
Dietro l’angolo appare la nuova forza centrista, cattolici moderati-Pezzotta-Montezemolo.
E non si deve scordare Grillo ed il grillismo.
L’antipolitica e la volontà di evadere da ciò che c’è non è detto sarà appagata da quanto sta già accadendo.
Se anche non vi saranno premi di maggioranza, in una nuova riforma elettorale proporzionale, sembra davvero difficile che alle due forze maggiori riesca il disfarsi di altre componenti,con storia e radicamenti zonali rilevanti, ad esempio Lega e Mastella, o nati dall’albero della crisi della prima repubblica democratica come Di Pietro.
E, alle estreme delle ali, se una destra neofascista è in crescita, sotto diverse forme, la cosa rossa probabilmente sarà troppo moderata per raccogliere ideologismi e disperazioni, come il caso, sia pure non decollato, di Ferrando sta già a dimostrare.
Queste difficoltà al nuovo che avanza non ce lo fanno maledire.
Vogliamo solo che si tengano gli occhi aperti sulla vera questione.
Pensiamo a casa nostra. Questo giornale nasce per il Partito Democratico.
Le primarie hanno dato forza a Walter Veltroni che con determinazione sta
cercando di evadere da una situazione critica e di riportare al centro dell’attenzione il patrimonio democratico decisivo che la nuova grande forza di centrosinistra rappresenta per l’Italia e l’Europa.
Ma questa forza non commetterà, ne siamo certi, l’errore di considerare residuale la vicenda del governo Prodi.
Non soltanto per quanto riguarda la sua vita concreta ed il suo rilancio, anche per il valore che un’alleanza della quale fanno parte tutte le forze di sinistra rappresenta e rappresenterà.
Probabilmente è vero che l’Unione è risultata troppo fragile, frammmentata e contraddittoria per governare con un forte consenso sociale, ma senza portare tutta la sinistra democratica al governo con sé non ci sarà mai una prospettiva maggioritaria per il Partito Democratico.
Vogliamo sperare che la volontà unitaria di Bertinotti e della maggioranza del suo partito, giunta sino ad approvare alcune linee del tentato ridisegno della politica italiana che è in corso non sia la ricerca di un porto tranquillo, all’opposizione di qualche larga coalizione di cui il PD faccia parte, con Berlusconi? Con il futuro Pezzotta?
Sarebbe un errore grave quanto il pensare ad un PD capace di fare il pane in due forni. Come oggi con la sinistra domani con altri.
E il fornaio Pd sarebbe lasciato ben presto senza farina da quegli interessati interlocutori che ora tanto lo incoraggiano a dare per persa la legislatura e la “scandalosa” alleanza di sinistra.
Il giorno dopo che questo avvenisse certi mugnai non avrebbero alcuna difficoltà a rivolgersi a un blocco nuovo centro-nuova destra, d’altra parte tutt’altro che privo di un suo consenso consolidato.
I contenuti lo chiariscono.
Non si esce dalla crisi senza un nuovo europeismo di pace e di rinascita ambientale.
E’ essenziale per evitare il baratro del mondo ma anche per reimpostare una via di sviluppo alle incerte economie del continente, fra le quali quella italiana è fra le meno strutturate e competitive.
In tutto il centro destra non c’è traccia di questi contenuti.
Solo con tutta la sinistra li si può praticare.
E non sono rinviabili. La terra non aspetta. L’Italia non può aspettare.
Oggi tutti sembrano parlare d’altro. Ma è una immagine falsa, dietro all’esplosione delle paure c’è il senso di un futuro su cui non ci si sente di scommettere.
Siamo marziani a parlare di queste cose? Siamo in buona compagnia. Basta alzare gli occhi e cercare di vedere. Da Al Gore a Ban Ki Moon questo ci stanno dicendo.
Una forza maggioritaria di centrosinistra non può farsi dettare l’agenda dal particolarismo e dalle sue ali, deve dichiarare la propria autonomia e la propria vocazione riformista, ma ha tuttavia il dovere di trainare il carro della democrazia, tutto intero, con idee, vera innovazione di programma, e strategie che cambino e convincano anche i suoi necessari alleati.
E soprattutto il nostro popolo. E ancor più la maggioranza di tutto il popolo italiano.
Davide Ferrari
Del numero zero
della nuova rivista, in libreria dal 30 Novembre,
pubblichiamo l'editoriale.
…………………………………………………………………………………………………………
Prima nota
Nasce, bene, il PD.
Cambia, forse, il quadro politico. La Sinistra, tutta e insieme, può e potrà governare? Deve e dovrà.
Tutti lo dicono.
La novità rappresentata dalla nascita del Partito Democratico ha avviato, con grande rapidità, un cambiamento nel quadro politico.
La rinnovata scesa in campo di Berlusconi, che pretende di essere speculare, è il dato più appariscente, ma non il solo.
Sempre a destra si avverte un complicato ma non impossibile riavvicinamento Fini-Casini e a sinistra del PD, con contraddizioni, comincia ad annunciarsi la “cosa rossa”.
Un sistema elettorale più o meno alla tedesca, proporzionale più sbarramento contro i piccolissimi, sembra condiviso.
Segue a pag 2
Un nuovo quadro politico sembra delinearsi, costituito da 2 forze maggiori ognuna con due ali competitive, 4 forze dunque.
Ma è tutto oro?
E ancora, è davvero credibile che lo scenario si disegni con questi contorni?
Sono aperte molte questioni.
Dietro l’angolo appare la nuova forza centrista, cattolici moderati-Pezzotta-Montezemolo.
E non si deve scordare Grillo ed il grillismo.
L’antipolitica e la volontà di evadere da ciò che c’è non è detto sarà appagata da quanto sta già accadendo.
Se anche non vi saranno premi di maggioranza, in una nuova riforma elettorale proporzionale, sembra davvero difficile che alle due forze maggiori riesca il disfarsi di altre componenti,con storia e radicamenti zonali rilevanti, ad esempio Lega e Mastella, o nati dall’albero della crisi della prima repubblica democratica come Di Pietro.
E, alle estreme delle ali, se una destra neofascista è in crescita, sotto diverse forme, la cosa rossa probabilmente sarà troppo moderata per raccogliere ideologismi e disperazioni, come il caso, sia pure non decollato, di Ferrando sta già a dimostrare.
Queste difficoltà al nuovo che avanza non ce lo fanno maledire.
Vogliamo solo che si tengano gli occhi aperti sulla vera questione.
Pensiamo a casa nostra. Questo giornale nasce per il Partito Democratico.
Le primarie hanno dato forza a Walter Veltroni che con determinazione sta
cercando di evadere da una situazione critica e di riportare al centro dell’attenzione il patrimonio democratico decisivo che la nuova grande forza di centrosinistra rappresenta per l’Italia e l’Europa.
Ma questa forza non commetterà, ne siamo certi, l’errore di considerare residuale la vicenda del governo Prodi.
Non soltanto per quanto riguarda la sua vita concreta ed il suo rilancio, anche per il valore che un’alleanza della quale fanno parte tutte le forze di sinistra rappresenta e rappresenterà.
Probabilmente è vero che l’Unione è risultata troppo fragile, frammmentata e contraddittoria per governare con un forte consenso sociale, ma senza portare tutta la sinistra democratica al governo con sé non ci sarà mai una prospettiva maggioritaria per il Partito Democratico.
Vogliamo sperare che la volontà unitaria di Bertinotti e della maggioranza del suo partito, giunta sino ad approvare alcune linee del tentato ridisegno della politica italiana che è in corso non sia la ricerca di un porto tranquillo, all’opposizione di qualche larga coalizione di cui il PD faccia parte, con Berlusconi? Con il futuro Pezzotta?
Sarebbe un errore grave quanto il pensare ad un PD capace di fare il pane in due forni. Come oggi con la sinistra domani con altri.
E il fornaio Pd sarebbe lasciato ben presto senza farina da quegli interessati interlocutori che ora tanto lo incoraggiano a dare per persa la legislatura e la “scandalosa” alleanza di sinistra.
Il giorno dopo che questo avvenisse certi mugnai non avrebbero alcuna difficoltà a rivolgersi a un blocco nuovo centro-nuova destra, d’altra parte tutt’altro che privo di un suo consenso consolidato.
I contenuti lo chiariscono.
Non si esce dalla crisi senza un nuovo europeismo di pace e di rinascita ambientale.
E’ essenziale per evitare il baratro del mondo ma anche per reimpostare una via di sviluppo alle incerte economie del continente, fra le quali quella italiana è fra le meno strutturate e competitive.
In tutto il centro destra non c’è traccia di questi contenuti.
Solo con tutta la sinistra li si può praticare.
E non sono rinviabili. La terra non aspetta. L’Italia non può aspettare.
Oggi tutti sembrano parlare d’altro. Ma è una immagine falsa, dietro all’esplosione delle paure c’è il senso di un futuro su cui non ci si sente di scommettere.
Siamo marziani a parlare di queste cose? Siamo in buona compagnia. Basta alzare gli occhi e cercare di vedere. Da Al Gore a Ban Ki Moon questo ci stanno dicendo.
Una forza maggioritaria di centrosinistra non può farsi dettare l’agenda dal particolarismo e dalle sue ali, deve dichiarare la propria autonomia e la propria vocazione riformista, ma ha tuttavia il dovere di trainare il carro della democrazia, tutto intero, con idee, vera innovazione di programma, e strategie che cambino e convincano anche i suoi necessari alleati.
E soprattutto il nostro popolo. E ancor più la maggioranza di tutto il popolo italiano.
Davide Ferrari